La guerra e la pace nel mondo antico
Part 3
Pure inevitabile e usuale, com’è la guerra in periodi, quali questi, di scarsa produzione, quando, imposta dalla difesa, facilmente trascorre all’offesa; nondimeno l’Iliade stessa ce la presenta come un male rovinoso che si abbatte per triste decreto del fato sugli uomini. Nella sua rappresentazione simbolica essa appare, quasi come più tardi nel grande quadro di Rubens, scortata e corteggiata dallo spavento e dalla fuga, guidata dalla contesa che va compiendo la triste e dolorosa opera sua[20]. Quegli stessi spettacoli di zuffe sanguinose, quasi riflettute in uno specchio del disinganno, si risolvono in un quadro di desolazione e di tristezza, onde pare che si svolga una voce ch’è di pietà e di accusa.
Qual di ricco padron nel campo vanno I mietitori con opposte fronti, Falciando l’orzo ed il frumento; in lunga Serie recise, cadono le bionde Figlie de’ solchi e in un momento ingombra Di manipoli tutta è la campagna: Così Teucri ed Achei, gli uni su gli altri Irruendo si mietono col ferro In mutua strage. Immemore ciascuno Di vil fuga, e guerrier contro guerriero Pugnan tutti del pari e si van contro Coll’impeto de’ lupi. A riguardarli Sta la Discordia e della strage esulta A cui, solo de’ numi, era presente[21].
Queste vite troncate lasciano nel verso del poeta, come nell’animo di chi legge, un solco di dolore e quasi di rimorso, come di cosa distrutta per sempre e che non si può rinnovellar più. Con un’immagine semplice, ma tanto potente quanto evidente, Euforbo abbattuto è paragonato a un fiorente olivo schiantato.
In quell’ultimo episodio della vita di Ettore, quando il guerriero, lottando con tutti i tristi presentimenti, va incontro al duello e alla morte, mentre invano cercano distorglielo Priamo ed Ecuba; in quella scena del guerriero già fiorente di bellezza, di gioventù, di valore e ora spento, spogliato, trascinato a ludibrio intorno alle mura della città ove doveva regnare, mentre i genitori seguono con la vista il duello, ansiosi e impotenti ad aiutare, e poi veggono di un tratto il figlio rapito alla patria, alla vita, allo sguardo, agli ultimi baci; in questa come nella inarrivabile scena delle Porte Scee, il poeta non solo raggiunge la più alta vetta dell’arte, ma riesce, volendo o no, ad inspirare, in questo stesso canto di guerra, tale orrore della guerra, quale forse non si riesce a sentire nemmeno innanzi alla figurazione plasticamente e immediatamente suggestiva di un quadro come quello di Landseer, nemmeno — e chi può dimenticarla? — innanzi alla visione diretta di vite precocemente e violentemente abbattute.
E l’Odyssea è come la proiezione sin nella casa lontana e l’epilogo di questo inumano conflitto, di questo inestinguibile bisogno di pace. Le ansie e i dolori di Laerte, di Penelope, di Telemaco sono lo specchio de’ dolori e delle ansie di tutte le famiglie invano aspettanti il guerriero che combatte lontano; il lamento cruccioso del padre di Antinoo è l’eco di tutti i lutti e di tutti i danni di tutto un popolo avvolto in una guerra[22].
Il pensiero della suprema vanità di una vita di conflitti e la suprema e sola verità di una vita benefica sembrano sgorgare come ultimo e migliore insegnamento di tanti casi fortunosi e di tante tristi e varie esperienze:
Cose brevi son gli uomini. Chi nacque Con alma dura e duri sensi nutre, Le sventure a lui vivo il mondo prega E il maledice morto. Ma se alcuno Ciò che v’ha di più bello ama, ed in alto Poggia con l’intelletto, in ogni dove Gli ospiti portan la sua gloria, e vola Eterno il nome suo di bocca in bocca[23].
Che cosa sono gli avvolgimenti e le glorie e le fortune e i casi della guerra di Troia e che cosa divengono di fronte all’immagine del tetto domestico, che torna a lampeggiare per un momento dinnanzi agli occhi, di fronte al senso della vita che risorge e si afferma in tutta la sua forza!
Ecco Ulysse che omai
..... non brama che veder da’ tetti Sbalzar della sua dolce Itaca il fumo E poi chiuder per sempre al giorno i lumi[24].
E Achille:
Non consolarmi della morte, o Ulisse, Replicava il Pelide. Io pria torrei Servir bifolco per mercede a cui Scarso e vil cibo difendesse i giorni, Che del mondo defunto aver l’impero[25].
E, se talora si riaffaccia il pensiero della guerra, ecco una voce divina, altra volta incitatrice, che ora ammonisce:
..... O generoso, Così la Diva, di Laerte figlio, Contienti e frena il desiderio ardente Della guerra che a tutti è sempre grave, Non contro te di troppa ira s’accenda L’onniveggente di Saturno prole[26].
E l’ospite diventa sacro, sacro lo straniero che chiede protezione[27], e attraverso e contro Polifemo, attraverso e contro
De’ Giganti..... oltracotata Progenie rea che per le lunghe guerre Tutte col suo re stesso alfin si estinse[28],
a compiere il profilo ideale del quadro, come l’ultimo lembo indistinto dell’orizzonte, caro all’occhio che ama carezzarlo di lontano, caro alla fantasia che ama cingerlo e popolarlo de’ suoi sogni, si disegna la remota e ideale isola de’ Feaci ignara della guerra, ospizio della pace.
Mirar credeste di un nemico il volto
dice Nausicaa alle compagne sorprese e spaventate dalla vista inaspettata di Ulysse naufrago.
Non fu, non è, e non fia chi a noi s’attenti Guerra portar, tanto agli Dei siam cari. Oltre che in sen dell’ondeggiante mare Solitari viviam, viviam divisi, Da tutto l’altro della stirpe umana[29].
E, a compiere con un ultimo tocco, l’azzurra visione:
...... che de’ Feaci Non lusingano il core archi e faretre Ma veleggianti e remiganti navi Su cui passano allegri il mar spumante[30].
Ma lo stesso poema, che, precorrendo con la fantasia e col desiderio la realtà, carezzava immagini lusingatrici di pace e fingeva in beate solitudini pacifiche popoli al riparo della guerra, formicolava tutto di agguati da sventare, di pericoli da schivare combattendo, di Giganti, di mostri, di avidità cieche, di amori prepotenti, di oppressioni intollerabili e impazienti della rivendicazione e suonava tutta attraverso di esso
La forza invitta dell’ingordo ventre Per cui cotante l’uom dura fatiche E navi arma talor che guerra altrui Dell’infecondo mar portan su i campi[31].
Sicchè il poema universale riusciva così a cogliere anche meglio in tutti i suoi contrasti, nelle sue angustie e nelle sue aspirazioni, nella sua forma concreta e nella sua proiezione ideale la vita del tempo in mezzo a cui sorgeva o si andava svolgendo o modificando.
Un altro poeta ora compariva che, raccogliendo il sentimento di orrore della guerra, andava anche più in là, guardando a fondo di quel contrasto e indicando, con le origini della guerra, il modo di eliminarla.
In Esiodo la guerra torna con lo stesso triste accompagnamento simbolico che ricorre in Omero, scortata dalla Morte, dalla Contesa, dal Tumulto, dal Terrore, dalla Fame, vigilata dalle Parche, con le donne che dalle torri piangono e si lacerano le guance alla vista della strage e i vecchi trepidanti per la vita de’ figli; e, anche nello scudo di Eracles, il poeta si compiace a figurare pacifiche scene campestri di mietitori che falciano il pingue raccolto[32] e di vendemmiatori che tripudiano nell’abbondanza della vendemmia[33]. Gli stessi paragoni omerici degli avvoltoi, de’ leoni, del cignale, de’ massi che precipitano ruinosamente[34], se sono adoperati ancora a descrivere il conflitto di due combattenti, sembra quasi che vi ritornino per accrescere l’orrore della cosa, senza che il poeta s’indugi, compiacendosi per artistico godimento, a lumeggiare in tutti i loro contorni quelle scene mirabili di terribile grandiosità e di drammatico furore.
Il segreto dell’avvenire, della fortuna, della vera prosperità è per Esiodo riposto nella giustizia. «Quelli che s’inspirano alla giustizia ne’ loro rapporti con gli stranieri e con gl’indigeni e in niente si dipartono dal giusto, quelli vedono fiorire lo Stato e il popolo prosperare dentro di esso; pel paese è la pace altrice di giovani, nè Zeus dall’ampio volto va macchinando per essi una terribile guerra, nè mai con gli uomini giusti si accompagna la fame o la sventura vendicatrice; si spartiscono bensì ne’ banchetti festivi il frutto sudato del loro lavoro. Per questi la terra porta abbondante alimento vitale, la quercia ne’ monti dà ghiande dal vertice e api dal seno, le pecore vellose sentono il peso della lana abbondante, le donne partoriscono figli simili a’ genitori, ed essi prosperano continuamente ne’ beni, nè vanno errando sulle navi, chè il campo donatore di frumento reca la sua messe»[35].
E indi soggiunge: «o Perse, tu figgiti bene in mente tutto questo e sii ligio alla giustizia e tieniti completamente alieno dalla violenza. Poichè questa norma impose agli uomini il Cronìde: che i pesci, le fiere, gli uccelli possono divorarsi tra loro, dacchè non vi è giustizia tra essi; ma agli uomini dette la giustizia ch’è la cosa di gran lunga più bella. E se qualcuno, sapendo, voglia parlar cose giuste, a lui Zeus dall’ampio volto dà la prosperità..... Sapendo delle nobili cose, io te le dico, o gran buon Perse».
E prosegue, infatti, incitandolo al lavoro: «Lavora, o Perse, lignaggio divino, affinchè la fame t’abbia in orrore e t’ami invece la ben coronata Demetra pudica ed empia di alimento il tuo magazzino. Poichè la fame è assolutamente degna consorte dell’uomo inoperoso. Con lui si sdegnano uomini e Dèi perchè vive inerte, simile nell’orgoglio a’ fuchi, che, mangiando oziosi, distruggono quello che a gran pena le api hanno fatto lavorando: a te sia caro attendere ad opere adeguate, perchè, a tempo opportuno, i granai ti si riempiano di viveri. Lavorando gli uomini divengono ricchi di gregge e ragguardevoli, e lavorando sarai molto più caro agl’immortali e agli uomini, poichè essi hanno assai in abbominio gl’ignavi. Il lavoro non fa vergogna: fa vergogna l’inerzia. Che se lavorerai, ben presto ti emulerà l’ozioso vedendoti ricco: alla ricchezza si accompagnano e forza e gloria [che tu sia tale per la divinità! assai meglio è lavorare, se volgendo l’animo improvvido da beni alieni al lavoro, cercherai di tirare innanzi come io ti comando]...... le ricchezze non si debbono acquistare per rapina: molto migliori son quelle largite dalla divinità. Poichè, se anche alcuno riesca a fare, per violenza di mano una grande fortuna, o depredi col mezzo della lingua, come molte volte accade, quando lo spirito di guadagno inganni l’animo negli uomini e l’impudenza discacci il pudore; facilmente gli Dèi l’accecano e l’azienda domestica va a male per un tale uomo, e dopo poco tempo se ne va la fortuna»[36].
Il poeta che odia la rapina come «apportatrice di morte», ha fede invece nell’opera produttiva assidua e non interrotta, e crede nel risparmio e l’inculca. «Poichè, quando tu aggiunga anche il poco al poco e faccia ciò spesse volte, ben presto il poco diverrà assai: quei che aggiunge a ciò che già vi è, quegli scaccia la fame divoratrice»[37].
Esiodo fa quindi dipendere la pace e il fiorire della famiglia e della società da questo indirizzo per cui l’uomo, anzi che volgersi alla rapina, sviluppa egli stesso col suo lavoro la produzione e crea per opera propria e senza danno degli altri il suo benessere. Il poeta è tanto compreso di questo modo di vedere, che l’età di Crono, l’epoca in cui gli uomini vivono senza violenza e senza offese, a lungo, tra danze e banchetti, onorando gli dèi, morendo in tarda età con la placidezza di chi si assopisce nel sonno, è anche il tempo in cui «il campo datore di frumento portava da sè, spontaneamente (αὐτομάτη) frutto largo, abbondante; ed essi di buon animo e pacifici si ripartivano i lavori con i molti valenti, ricchi di greggi, cari agli dèi immortali»[38].
Esiodo veramente non si dissimula l’antagonismo, onde germogliano le contese tra gli uomini, ma lo concepisce sotto un doppio aspetto e mira a formularlo ed educarlo nella sua manifestazione più civile: «Non una sola dunque era la specie delle contese, ma ve ne sono due sulla terra: l’una da chi sa può essere trovata degna di lode, l’altra è biasimevole, e tengono l’animo diviso. L’una proterva, fomenta la triste guerra e la pugna; e il mortale non l’ama, ma, sotto l’impero della necessità, per divisamento degli dèi, onora la grave contesa. L’altra la generò per la prima la notte tenebrosa, e il Cronìde che regna dall’alto, abitando nell’aria, la pose nelle radici della terra molto migliore fra gli uomini. Questa eccita anche l’inerte al lavoro. Poichè alcuno bramoso di lavoro, credendo un altro ricco, si affretta ad arare e seminare e ben tenere la casa; e il vicino emula il vicino che si va facendo ricco. Questa contesa è buona per gli uomini. E il vasaio ha il senso d’emulazione del vasaio e il muratore del muratore e il mendico invidia il mendico e il cantore il cantore»[39].
Ma purtroppo quest’altra forma più civile di contesa, che si presentava da prima come un diversivo e un sostitutivo della guerra, questa concorrenza, per dirla con parola moderna, non tardava anch’essa a metter capo e degenerare nella guerra, riardente poi più vasta e furiosa per l’inevitabile conflitto verso cui spingeva gl’interessi opposti la disputa di quella ricchezza, che, neppure intesa sempre nel suo buon senso economico, era a dire del poeta come «l’anima de’ miseri mortali, e, non paghi o non alimentati a sufficienza dal frutto della terra, li spingeva lontano, inconsideratamente, verso tutti i rischi della navigazione[40].
Così, a chi legge i versi di Esiodo par di sentirsi trasportato in una di quelle verdi e chiuse valli di Grecia, dove la fecondità del suolo, la semplicità della vita, il clima temperato sembrano invitare ad una vita di raccoglimento, nella pratica della giustizia, nel culto degli dèi, nella pace della famiglia. Ma, di tratto in tratto, una tribù di predoni, in un’audace scorreria, faceva man bassa su messi ed armenti; e, se, respinto l’aggressore dalla montagna, ove l’aveva inseguito, il valligiano si fermava per un momento a guardare lo sterminato orizzonte nuovamente dischiuso alla vista, l’animo da prima allietato, era poi sopraffatto da una nuova impressione. Un germe di scontento, un fomite d’inquietudine penetrava, attraverso quella nuova gloria di sole e di azzurro, nel cuore. Dietro l’ultima linea dell’orizzonte, dove il mare tutto fiorito d’isole andava a confondersi col cielo, era l’ignoto, donde come da un agguato si sarebbero svolte le falangi e le armate di Dario e di Serse; a un estremo opposto era la Sicilia, piena di lusinghe, piena di pericoli; e una lontana eco nell’aria pareva ripercuotere un altro canto che non fosse la didascalia idillica di Esiodo; pareva ripetere il canto di Alceo fremente d’ire civili, il canto di Tirteo triste come il grido notturno di una scolta, irrompente come un incitato cavallo di battaglia. Tutta una folla di incertezze che si assiepava alla mente, tutto uno stuolo di vaghi e oscuri presentimenti che si aggravava sull’anima.
III.
Nel regno della guerra.
Il canto caratteristico degli Spartani — una delle poche manifestazioni artistiche prodotte o assimilate in quell’ambiente — è un canto di guerra, voce fedele di tutta quella vita. «È bello per un uomo valoroso morire cadendo tra quelli che pugnano in prima fila, combattendo per la propria patria»[41]. Ed è canto di una guerra combattuta per le are e per i fuochi, per la propria esistenza: lo dice la prospettiva evocata a contrasto di quella libera morte. «La cosa più triste è, dopo aver lasciato la propria città e i pingui campi, pitoccare vagando con la cara madre e il vecchio padre e i piccoli figliuoli e la sposa pudica. Poichè ad essi sovrasterà il nemico, facendo luogo per que’ che raggiunga al bisogno e alla spaventosa povertà, mentre disonora la schiatta, offende il nobile volto e ne seguono disonore e sventure. Se adunque per un uomo vinto non vi è niente di bene, nè ritegno, nè rispetto, nè compassione, combattiamo con coraggio per questa nostra terra e moriamo per i figli, non avendo riguardo alla vita»[42].
Questo grido pare che non faccia altro se non ripercuotersi per tutta la storia greca dalla valle dell’Eurota, accompagnato da uno strepito d’armi.
«L’intero sistema delle leggi — dice Aristotile — è rivolto ad _una parte_ della virtù, a quella bellica».
Sparta ci presenta il tipo più completo e meglio conservato di una divisione di lavoro e di una conseguente specificazione di funzioni e di organi, per cui una popolazione di soggetti attendeva alla coltivazione della terra, provvedendo l’alimento, mentre una più ristretta popolazione di dominatori esercitava il comando coltivando l’esercizio delle armi.
Come si arrivasse a questo, è materia d’ipotesi, abbandonata, in mancanza di prove e tradizioni sicure, all’induzione.
Quel che di sicuro la storia ci presenta, è Sparta cinta da presso da una classe di servi della gleba, addetti all’agricoltura, più lungi da una varia popolazione di perieci, posti sotto la sovranità anzi che in servitù della capitale.
Una vita economica più progredita, quale poteva sorgere specialmente in un paese marittimo, aveva spazzato via altrove — ad Atene, per esempio, dove ne troviamo traccia[43], — questo rudimentale sistema di sfruttamento, sostituito ben presto dalla schiavitù e dagli altri impieghi di un capitale crescente; la posizione geografica, invece, della Laconia, la stessa fecondità del suolo, che non esigeva importazioni, nè stimolava con l’inadeguatezza sua l’industria degli abitanti, aveva reso nella Laconia persistente e duratura quella forma sociale rudimentale e primitiva. E questa condizione di cose faceva, per necessità, di Sparta come un esercito in armi, della sua vita come una milizia permanente, adattando a quello scopo permanente, inevitabile e supremo, gli usi stessi e le norme consuetudinarie di vita e di governo, che nella tradizione, non solo più lontana, di Plutarco, ma più vicina anche, di Senofonte e Aristotile, dovevano apparire come un voluto e ben congegnato sistema di vita politica e sociale.
Questa stessa precipua educazione alle armi, intanto, specie in un periodo di assidua lotta pel mutuo assoggettamento, si convertiva naturalmente in occasione e scintilla di guerre.
Il conflitto con la Messenia — il più antico e rimasto forse il più memorabile nella tradizione — fu forse, dal canto di Sparta, una scorribanda di una popolazione crescente di numero e di ardire sulle invidiate terre di un popolo vicino, rese tentatrici dalla loro stessa ubertà? O fu un duello di vita e di morte, come solevano accaderne, specie nell’antichità, di due popoli che volevano reciprocamente sopraffarsi ed eliminarsi?
Comunque, da quella lotta Sparta uscì trionfatrice e dominatrice, come dalle successive lotte con gli altri popoli confinanti uscì più temprata, più addestrata, più forte e adatta ad arrogarsi ed esercitare quell’egemonia e quel potere, per così dire, arbitrale, a cui s’inspira d’ora innanzi la politica e l’azione di Sparta.
Agesilao, il grande re spartano, aveva detto in un’occasione che, più de’ doni de’ nemici, gli Spartani amavano conquistarne le spoglie, e, altra volta, parafrasando de’ versi d’Ibria, aveva risposto a chi gli chiedeva fin dove giungessero i confini della Laconia, scuotendo la lancia e dicendo: «Fin dove questa arriva»; — ma egli stesso altra volta aveva pur detto: «meglio custodire la libertà propria che toglierla agli altri»[44].
E infatti, a misura che si allontana dalla guerra necessaria, la politica spartana va perdendo sempre più l’impronta e le mire conquistatrici. La mancanza di mezzi per sostenere guerre lunghe e lontane, il numero limitato della popolazione, disadatta ad eserciti di occupazione, l’indirizzo di vita alieno dall’agricoltura e da’ commerci che permettevano di occupare colonizzando e trafficando, la soggezione spesso minacciosa degli Stati, erano tutte cose che distoglievano da una politica conquistatrice.
Ora, in un periodo della storia, in cui, quasi come per un dilemma senza uscita, si era o conquistati o conquistatori, l’unica via di mezzo doveva consistere nel sapere imporre e mantenere un equilibrio, che paralizzasse le velleità conquistatrici di uno con quelle dell’altro, o, all’occorrenza, col _quos ego_ di un’autorità e, specie, di una forza superiore.
Di qui quel diritto d’intervento di Sparta non solo nelle contese esterne, ma anche nella politica interna degli altri Stati, specialmente la sua azione avverso le due forme politiche, in apparenza opposte, della tirannide e della democrazia.
La tirannide, una forma anticipata di cesarismo, realizzata nell’ambito circoscritto di un piccolo Stato, di un Comune, era un principato a base popolare e un termine di passaggio dalle oligarchie e dalle aristocrazie, di cui segnava la decomposizione, alla democrazia, cui era costretta a cedere il campo. Essa era un fenomeno di reazione impulsiva e disordinata contro le aristocrazie sfruttatrici, da parte di tutte le altre classi della popolazione, in parte crescenti di numero e di ricchezza, in parte premute dal bisogno, che escluse, interamente o quasi, di diritto o di fatto, dalla partecipazione a’ pubblici poteri, servivano col loro senso d’inquietudine d’inconsapevole strumento all’ambizioso il quale voleva e sapeva giungere ad avocare a sè il supremo potere. La coscienza sempre più prevalente de’ proprî diritti e delle proprie forze nella massa della popolazione, l’ampliarsi del ceto commerciale e la formazione di un proletariato cittadino, gli eccessi del principato gravosi anche alla piccola proprietà, prima di tutti a sentire in modo più visibile gli effetti di un qualunque stato di malessere e di crisi; tutte queste cose, scalzando poi alla loro volta la forma transitoria della tirannide, approdavano il più delle volte al regime democratico.
Ora, la stessa necessità imposta dalla loro origine a queste due forme politiche, il bisogno di assicurare un largo campo di azione al commercio, uno sfogo alla popolazione crescente, il bisogno di estendere il beneficio del parassitismo a tutto il popolo, spingevano naturalmente, così le tirannidi come le democrazie, a una politica di espansione, sia sotto la forma diretta di conquiste che sotto quella di egemonia politica. La tirannide un po’ meno, in quanto corrispondeva a una condizione sociale meno bisognosa di espansione e provvedeva al disagio interno in parte anche con le confische de’ beni di emuli ed avversarî sbanditi; la democrazia anche di più, non foss’altro che per lo sviluppo maggiore di tutte le tendenze all’espansione e perchè non doveva nemmeno guardare all’interno con la preoccupazione paurosa del principe.
Le aristocrazie invece, specie sotto la loro degenerazione oligarchica, monopolizzatrici del potere e delle risorse interne del paese, aventi radice nella proprietà fondiaria che meno si giova e meno è adatta a imprese lontane ed arrischiate e più sente il danno di un’invasione nemica, paralizzata per dippiù all’interno dalle altre classi spesso anelanti alla riscossa, erano naturalmente avverse a una politica di espansione; e, se guerre facevano, in periodi in cui uno Stato periva della guerra ma con la guerra si preservava la vita, erano guerre necessarie, per lo più di confine, a scopo di difesa, o dirette a rintuzzare un nemico petulante, ad arrotondare magari a sue spese il territorio.
S’intende quindi come Sparta, e durante la sua prima egemonia e in seguito all’esito vittorioso della guerra del Peloponneso, mirasse dovunque a combattere, secondo i tempi, tirannidi e democrazie e ad instaurare aristocrazie, in apparenza facendo — come piaceva menarne vanto — la causa della libertà, in realtà facendo con ciò una politica esterna, che non solo garentiva la sua integrità e la sua indipendenza ma ne assicurava anche l’egemonia.