La guerra e la pace nel mondo antico

Part 2

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Una tale inevitabile alternativa della guerra finiva intanto per foggiare e plasmare quasi a modo suo i varî imperi, rinsaldava quelle divisioni di schiavi lavoranti e padroni combattenti, che costituisce, per tanto tempo e per tanta parte, la caratteristica maggiore del mondo antico, educava nella stessa classe di padroni uno spirito prevalentemente militare, allettava con i profitti delle conquiste, solleticava l’amor proprio nazionale, ubbriacava con i fumi della vittoria; in modo che l’origine prima e la radice di quel contrasto, così semplice e materiale, veniva acquistando un aspetto sempre più complicato, e il gigantesco conflitto millenario diveniva a volta ambizione conquistatrice di re, guerra religiosa, disputa di successione, intrigo di cortigiani e di gineceo.

Ma, in questa guerra perenne, insieme a un logorio di forze e di ricchezza, vi è un vizio intimo, che rodeva in mezzo a’ loro stessi trionfi i vincitori; onde l’esistenza stessa di quegl’imperi, come la fortuna di un giuocatore accecato, era messa di volta in volta allo sbaraglio su di un solo campo di battaglia, dove imperi più volte secolari crollavano di peso come castelli di carta faticosamente architettati da un fanciullo.

E questo spettacolo tipico d’immani e repentine ruine doveva naturalmente riempire il mondo di stupore e sembrare, a chi non sapeva altrimenti spiegarsi il collasso di quegli aggregati tenuti insieme dalla spada e dalla catena, come il capriccio di un dio onnipotente e vendicativo o il tetro disegno di un fato imperscrutabile, che si compiacevano a sperimentare il loro potere precipitando, tra l’onta e le stragi di una sconfitta, un dominatore del mondo da’ supremi fastigi di un trono nelle mani di un carnefice e nell’abbiezione di una prigione, o elevando un avventuriere sul soglio a cui aveva guardato con lo sgomento superstizioso del servo.

V’è qualche cosa intanto che la storia — specie d’Oriente — fatta in gran parte con i fasti, spesso auto-encomiastici, de’ re, lascia appena intravedere, e sono i dolori, i danni, le pene delle folle decimate, sterminate, spiantate dalle loro sedi, la cui eco s’intuisce attraverso il cinico grido di trionfo de’ vincitori, o vibra ne’ minacciosi vaticinî e nelle lamentazioni de’ profeti. Ogni impresa di guerra, oltre al numero di morti spesso ingente — se si vuol credere alle iscrizioni de’ re di Assyria specialmente — travolgeva in una vera rovina intere popolazioni, fatte segno alla strage, alle sevizie, non di rado trascinate da un estremo dell’impero ad un altro, come armenti.

Succedeva inoltre che, come suole accadere nella storia, dove dal seno stesso di un fenomeno germoglia il fenomeno contrario, dalle conseguenze stesse della guerra rampollasse un desiderio di pace.

E non soltanto per le vicende varie e immediate della guerra, ma anche per lo strascico che lasciava dietro di sè. Poi, dove la guerra aveva accumulato ricchezza con bottino e tributi e creato uno stato sia pure fugace di prosperità e con questo un più elevato senso della vita e altre specie di attrattive, non solo doveva parere più sgradito arrischiare la vita, ma gli stessi disagi di spedizioni spesso lontane dovevano cominciare a riuscire ripugnanti. Lo stesso pungolo dell’ambizione cominciava a trovare altre mète e altre soddisfazioni in uffici civili e ne’ trionfi anche più efimeri dell’ordinaria vita sociale.

Così, in mezzo allo stesso fiorire dello spirito guerriero, si faceva strada la voce che n’era l’antitesi; e, mentre l’Egitto trionfava de’ trionfi di Ramsete III: «Perchè dici tu che l’ufficiale di fanteria è più felice dello scriba? — domandava uno scriba al suo allievo. — Aspetta, che io ti dipinga la sorte dell’ufficiale di fanteria, tutta l’estensione delle sue miserie! — Lo si prende, ancora fanciullo, per chiuderlo nella caserma: — una piaga che lo sega si forma sul suo ventre, — una piaga di logoro è sul suo occhio, — una piaga lacera è sulle due sue sopracciglia; la sua testa è intaccata e coverta di umore. — In breve, egli è battuto come un rotolo di papiro, — egli è infranto dalle violenze. — Aspetta, che io ti dica delle sue marce verso la Siria — delle sue spedizioni in paesi lontani! — I suoi pani e la sua acqua sono sulle sue spalle come il carico di un asino, — e rendono il suo collo e la sua nuca simili a quelle di un asino; — le giunture della sua schiena sono fiaccate. — Egli beve un’acqua guasta, — poi ritorna alla sua guardia. — Raggiunge il nemico, — è come un’oca che trema, — perchè non ha più valore in tutte le sue membra. — Finisce per venire in Egitto, — è come un bastone roso dal verme. È ammalato, — lo si porta su di un asino, — le sue vesti, le portano via i ladri; — i suoi domestici, se la battono»[2]. E, la stessa analisi che ha fatta pel fantaccino, lo scriba la fa pel milite di cavalleria, facendovi su dell’ironia, spargendovi quel riso, che diventa la maggiore condanna di un’istituzione, in quanto mostra che questa è omai impotente a muovere lo sdegno e perisce, presto o tardi, sotto quell’eco dell’impotenza pretenziosa ch’è la caricatura.

Ma questa aspirazione alla pace, per quanto naturalmente viva e sentita, specie in un paese come l’Egitto, rispondeva piuttosto a un senso di stanchezza, a un ripullulare della gioia di vivere, a un bisogno, a un desiderio individuale che non ad una possibilità sociale.

La guerra, ch’era una necessità, era anche in que’ tempi un esercizio, mercè cui si soffocava un pericolo in germe, lo si combatteva sul nascere; e, se non riusciva eliminarlo, lo si teneva almeno lontano col prestigio di un valore altrimenti dimostrato e lo si respingeva, al sopravvenire, col vantaggio che potevano dare un’esperienza della guerra e una mano addestrata.

Quel periodo più antico della storia era una vera vigilia d’armi, in cui guai a chi si addormentava!

La guerra esauriva quest’imperi, vinti o vincitori; ma — strana condizione — nemmeno li salvava la pace.

L’Assyria ha un relativo periodo di pace sotto Ashshourdân II e Ashshournirari II, ma non è quello precisamente il suo periodo più fiorente, e si rileva e si riafferma appresso, riprendendo la logoratrice eppur fatale politica guerriera e conquistatrice.

Oltre ad essere una necessità e un esercizio, la guerra era poi anche un’intrapresa.

Ne’ momenti in cui si realizzò un impero quasi universale, la pace non aveva più lo svantaggio di compromettere nell’avvenire la sicurezza del paese; e, specialmente per paesi di ricca produzione e posti sulle grandi vie commerciali, compensava il peso de’ tributi con l’impiego più largo, più sicuro e più remuneratore di tutte le sue utili energie.

Ma, per uno stato autonomo, la pace poteva, in tempi più antichi specialmente, voler dire l’adito precluso ad una speculazione, la maggiore speculazione del tempo, qual’era la guerra.

Un quadro della vita sociale dello stesso Egitto in tempo di pace, delineato da un contemporaneo sotto la dodicesima dinastia, non è, pur facendo ragione al subbiettivismo dello scrittore, un quadro confortante.

«Io ho visto il fabbro al suo lavoro, — alla bocca del forno» — diceva uno scriba del tempo a suo figlio. — «Le sue dita sono rugose come oggetti di pelle di coccodrillo, — egli sente di cattivo odore peggio di un uovo di pesce. — Ogni lavoratore in metallo ha esso forse più riposo del lavoratore de’ campi? — I suoi campi sono il legno; i suoi strumenti, del metallo. — La notte, quando si crederebbe che egli è libero, — lavora ancora, dopo tutto ciò che le sue braccia hanno già fatto durante il giorno, — la notte egli veglia al lume della fiaccola.

«Il taglia-pietre cerca del lavoro, — in ogni specie di pietre dure. — Quando egli ha finito i lavori del suo mestiere e che le sue braccia sono logore, egli si riposa: — restando raggomitolato dal sorgere del sole, — le sue ginocchia e la sua schiena sono rotte. — Il barbiere rade sino alla notte: — quando si mette a mangiare, allora solamente si appoggia sul gomito per riposarsi. — Egli va di casa in casa per cercare i suoi clienti; — si rompe le braccia per empire lo stomaco, come le api che mangiano il prodotto del loro lavoro. — Il battelliere scende sino a Natho per guadagnare il suo salario. — Quando ha accumulato lavoro su lavoro, che ha uccisi delle oche e de’ fenicotteri, che ha penata tutta la sua pena, — arriva soltanto al suo orto, — arriva alla sua casa, ed ecco che gli tocca andarsene.....

«E il muratore — lo addenta la malattia; — poichè egli è esposto alle raffiche, — costruendo faticosamente, attaccato a’ capitelli delle case fatti a forma di loto, — per raggiungere forse fini suoi? — Le due sue braccia si consumano nel lavoro, — i suoi abiti sono in disordine; — si rade da sè — le sue dita sono per lui de’ pani; — non si lava che una volta per giorno. — Si fa umile per piacere; — è un travicello che passa da un posto ad un altro — di dieci cubiti per sei; — è un travicello che passa di mese in mese su’ sostegni di un’impalcatura, aggrappato a’ capitelli delle case fatti a forma di loto, — facendovi tutti i lavori necessarî. — Quando ha il suo pane, rientra in casa e batte i figli....

«Il tessitore — nell’interno delle case — è più infelice d’una donna. — Le sue ginocchia si adagiano all’altezza del suo cuore; egli non assaggia l’aria libera. — Se un giorno solo fa a meno di fabbricare la quantità di stoffa regolamentare, — è legato come il loto degli stagni. — È solo guadagnando con doni di pani i guardiani delle porte, — ch’egli giunge a vedere la luce del giorno. — Il fabbricante d’armi pena straordinariamente — partendo per i paesi stranieri; — spende una grande somma per i suoi asini — spende una grande somma per metterli in assetto, — quando si mette in cammino. — Appena arriva al suo orto — arriva alla sua casa, la sera, — gli tocca andarsene. — Il corriere partendo per i paesi stranieri, lega i suoi beni a’ figliuoli, — per paura degli animali selvatici e degli Asiatici. — Che cosa gli accade quando è in Egitto? — Appena arriva al suo orto — arriva alla sua casa — gli tocca andarsene. — Se parte, la sua miseria gli pesa; — se non se ne va, si consola. — Al tintore, gli odorano male le dita — l’odore de’ pesci putrefatti; — i suoi due occhi sono pesti dalla fatica; — la sua mano non ha più presa. — Egli passa il suo tempo a tagliare de’ cenci; — il suo orrore sono i vestiti. — Il calzolaio è disgraziatissimo; — esso mendica eternamente, — la sua salute è quella di un pesce andato a male; — rosicchia il cuoio per nutrirsi»[3].

Per chi parlava così non vi era rifugio e salute che nella professione dello scriba, cioè nella professione che associava — sia pure nella maniera più indiretta — a’ vantaggi e alle soddisfazioni del comando, che serviva di strumento in tutta l’opera di dominazione all’interno e all’esterno e in tutti i suoi profitti immediati e mediati. Si potrebbe quindi voler vedere un po’ di partito preso in questo suo schizzo della vita sociale, ma il ritratto è così spontaneo e così improntato a un buono e schietto realismo, che, anche smorzando le tinte, l’impressione non si cancella, nè si attenua sensibilmente.

E si trattava dell’Egitto, cioè di un paese fecondo, ricco di materie prime, dove il ceto de’ lavoratori liberi pare che avesse un’estensione notevole specie rispetto a’ tempi più remoti del mondo antico.

Ora, questa vita travagliata e monotona e sempre delusa nello sforzo ostinato di trarre dal lavoro una ricchezza, un avvenire migliore, riconciliandole con la morte, con gl’istinti predatori, con la confidenza nella fortuna, doveva non di rado rendere accetto anche a queste classi della popolazione il partito della guerra, con le sue avventure, con le sue promesse di bottino, con le sue prospettive di fortuna militare, e doveva trarre anche dal loro vago, non chiesto, impersonale consenso altra esca da aggiungere al fuoco, onde divampavano le guerre.

V’è tuttavia un popolo che sembrerebbe costituire un’eccezione e quasi un’antitesi a questo spirito bellicoso; un popolo che, evocato, fomentato e sorretto dalla forza stessa delle cose, pareva penetrare tutto e tutti: è il popolo de’ Fenici.

Alla lotta per la vita combattuta nella forma più diretta e brutale essi sembravano preferire un’altra lotta per l’esistenza, che si ripiega su di adattamenti divergenti, che cede per riprendere forza, che, preoccupata dello scopo finale di vivere e trarre il maggiore vantaggio della vita, ne accetta tutti gli accomodamenti e gli espedienti per comandare, all’occorrenza, servendo, e dominare essendo dominati.

Di fronte alla speculazione più primitiva della guerra veniva sorgendo e sviluppandosi un’altra speculazione, quella del commercio, favorito dalla guerra stessa dove diventava conquista stabile, e apriva e sgombrava vie.

Mentre la produzione era ancora al suo stadio casalingo, o, subordinata a condizioni e tradizioni locali, si manteneva circoscritta in determinati punti, l’opera di chi ne raccogliesse il supero sparso qua e là e si facesse veicolo e strumento di scambî, se presentava molte volte rischi e disagî, prometteva anche lucri non pochi; e, specialmente col crescere de’ centri abitati, col moltiplicarsi e il raffinarsi de’ bisogni, con i progressi della navigazione e l’introduzione della moneta, mezzo perfezionato di scambio, era destinato a un grande avvenire.

Messi in vista del mare, avendo alle spalle regioni privilegiate dalla natura, i Fenici erano così, da un lato almeno, messi al sicuro da quella minaccia continua costituita allora da un qualsiasi vicino; e, dall’altro lato, avevano perciò stesso meglio aperto l’adito, alle resistenze prima, poi a quegli accomodamenti, che, imposti loro dalla forza delle cose, entrarono poi nella stessa loro indole.

Così, adattandosi spesso a pagare un tributo, finchè poteva tenersi ne’ limiti dirò così di un premio di assicurazione, di un’accordata partecipazione a’ loro profitti, si ribellavano anche talvolta, e vittoriosamente, per calcolo di principe, o per impazienza di popolo, o per esosità eccessiva d’oppressione; e, se, alla peggio, tutto andava in ruina, i loro _cavalli del mare_ divenivano anche le loro _case di legno_, e, commessi alla libera distesa de’ mari, cercavano altrove nuova patria e nuove fortune.

Per tal modo, nella sorte prospera e nell’avversa, crescevano, si spandevano sino a toccare le regioni più lontane, si arricchivano, colonizzavano i paesi d’approdo, specie le isole dove è facile la difesa, difficile l’offesa; e, mentre spargevano germi di coltura e fomiti di utile produzione, si facevano antesignani di nuovi modi di vita e preparavano un altro terreno di concorrenza.

Non di rado, intanto, il loro commercio diveniva pirateria, la fondazione di fattorie occasione e germe di guerre, e l’espansione progressiva suscitava rivalità commerciali o conflitti che andavano a mettere capo nella guerra.

Così quella brama di preda, che nelle più antiche guerre si svelava nuda e non dissimulata, quasi come un istinto vitale, riappariva qui più disciplinata sotto una delle sue forme riflesse; e, come pareva che avesse portato alla pace attraverso la guerra, così riusciva alla guerra attraverso la pace. E il conflitto pareva che non si fosse scansato che per meglio maturarsi, per ripullulare in tante altre lotte e, in ultimo — da parte di quel germoglio e di quell’erede de’ Fenici che fu Cartagine — nel grandioso, epico duello con i Greci di Sicilia e con Roma.

II.

Pace e guerra ne’ poemi omerici ed esiodèi.

Il più antico monumento letterario, la prima espressione spirituale della Grecia è un canto di guerra, è il racconto epico di un’impresa bellica.

Come nel Medio Evo, la società sminuzzata in feudi e comuni, scissa tra l’antico e il nuovo trovava nel sogno oltremondano il punto di convergenza che le mancava in terra e l’espressione di una coscienza etica che si andava formando; come il cinquecento italiano rifletteva nel mondo cavalleresco, rievocato e rifoggiato non senza un sorriso canzonatore, la vita galante e avventurosa delle sue corti principesche; come un popolo del settentrione, rinascente a una nuova vita economica, morale e religiosa, cercava il suo riflesso in una poesia drammatica scrutatrice di ogni più riposta latebra dell’anima; come la Germania, ansiosa del mistero dell’essere e indagatrice delle leggi del pensiero e della vita, riprendeva con un intento più lato e con più elevato proposito d’arte la leggenda di Faust; come il secolo nostro vario, multiforme, avido, curioso, impaziente, osservatore cerca l’espressione e la rivelazione della sua coscienza nel romanzo realista e psicologico, nella commedia di carattere e d’intrigo, nel dramma filosofico e passionale, nella lirica tormentosa e melodica, nell’indagine delle leggi a cui s’informa la vita sociale, nelle divinazioni dell’avvenire; — così quella più antica vita ellenica trovava naturalmente il suo punto di convergenza, il sostrato delle sue manifestazioni, la sua unità in un poetico racconto di guerra con le sue cause, le sue vicende, la serie delle sue conseguenze.

Per tal modo un episodio della colonizzazione dell’Asia minore da parte de’ Greci — quale può essere, ridotto alle sue vere proporzioni e al suo primo germe, il contenuto dell’epopea — assurge a nucleo della vita e della tradizione nazionale, e intorno ad esso si aggruppano, su di esso s’innestano tanti altri episodî e tradizioni della vita locale, per comporsi in un poema, che, pur mal saldato come talvolta apparisce nelle sue parti, riesce ad essere la più lucida immagine della vita di un popolo e di un’epoca e l’opera artistica in cui meglio si compiace e si esalta lo spirito umano.

La vita vi appare tutta dominata dalla guerra, penetrata de’ suoi bisogni, adattata alle sue esigenze, foggiata da’ necessari e persistenti suoi effetti.

La guerra è ancora lo strumento di gran lunga più importante di ricchezza e di potere con l’imperio che dà a’ suoi trionfatori, con l’accrescere che fa la potenza de’ principi, col sacco dato alle città e alle campagne, e con l’asservimento e meglio ancora con la vendita de’ prigionieri.

Ad Agamennone, che vuol persistere nella guerra, grida Tersite:

...... E di che dunque Ti lagni, Atride? Che ti manca? Hai pieni Di bronzo i padiglioni e di donzelle, Delle vinte città spoglie prescelte E da noi date a te primiero. O forse Pur d’auro hai fame e qualche Teucro aspetti Che, d’Ilio uscito, lo ti rechi al piede Prezzo del figlio da me preso in guerra. Da me medesmo o da qualch’altro Acheo?

D’altra parte la vita politica si conforma tutta a questa esigenza dell’offesa e della difesa: l’assemblea è costituita da quelli che portano le armi; il principe sembra trarre, se non anche la base giuridica dal suo comando, almeno quella di fatto, dalla sua maggiore virtù militare e da questa funzione di protezione che spiega per i suoi sudditi. La produzione sembra anch’essa in massima parte volta e conformata a questi bisogni della guerra, o che si tratti di alimentare questi guerrieri, o di fornirli di cavalli per la guerra, o di apparecchiare loro le armi, che, oltre ad essere strumento di difesa e di offesa, sono anche oggetto di ornamento, su cui cominciano a sbizzarrirsi la fantasia e la perizia dell’artista e che sono il più caro patrimonio del guerriero. La città stessa è costruita in vista e con lo scopo di una difesa, ristretta intorno alla sua rocca, tutta cinta di mura e fortificata di torri.

L’eroe tipico di questo mondo è

...... Achille, a cui nel seno Nè amor del giusto, nè pietà si alberga, Ma cuor selvaggio di lïon, che spinto Dall’ardir, dalla forza e dalla fame Il gregge assalta a procacciarsi il cibo[4].

E gli altri eroi sono a volta a volta paragonati a quanto vi ha di più selvaggio e distruttore nel regno animale e nello stesso ordine de’ fenomeni naturali. Ulysse è paragonato a un cignale[5]; i due Aiaci sono paragonati a due leoni strappanti a’ cani la preda, a un’onda furente[6]; Aiace Telamonio è paragonato a un’aquila che irrompe in uno stormo di gru, a un ispido verro di montagna e, pur nell’atto di salvare, a un leone che salva i lioncini[7]; Achille è simile a uno sparviero, a un leone truculento, a un incendio divoratore[8]; Sarpedonte, anche esso, è paragonato a un leone, a un avvoltoio, e, nello stesso morire, a un toro sbranato da un leone[9]; Idomeneo è simile a folgore, pari a vampa di fuoco[10]; Patroclo è simile a sparviero, ad avvoltoio, a vento che infuria, a leone[11]; Menelao, anch’esso, che assalti o che rinculi, richiama l’immagine favorita del leone[12]; e lo stesso prode e buon Ettore è presentato successivamente dal poeta come un cinghiale e un leone, un masso rovinoso trasportato da un torrente, un incendio, un’aquila, un vento che infuria[13].

Sono la terminologia e le similitudini delle iscrizioni assyro-babilonesi che ritornano qui per un fatale consenso delle cose.

Pure, in mezzo a questo stesso furore di battaglia, con quanta costanza, con quanto angoscioso desiderio non si fa strada l’immagine della pace, come uno strappo di cielo sereno, che traspare rapido tra la nuvolaglia di un dì di tempesta, e appare tanto più desiderato e più bello, quanto più le nuvole minacciano di velarlo ancora e sottrarlo alla vista che se ne bea.

Una viva, insistente aspirazione alla pace penetra tutto il canto del poeta; e dal grembo stesso del canto di guerra sorge la condanna e la maledizione delle guerre.

Con quale nobile ira e con quanta potenza di sentimento, Menelao non maledice i Troiani e chi fu cagione della guerra ed esclama:

...... Il cor di tutte Cose alfin sente sazietà, del sonno Della danza, del canto e dell’amore. Piacer più cari che la guerra: e mai Sazi di guerra non saranno i Teucri?[14].

Quanti intimi impulsi a finire questa guerra, che in ogni modo si presenta come un crudele decreto del fato: a’ Troiani come una sventura macchinata col mezzo di Paride da una divinità avversa, a’ Greci come una fatale impresa di inevitabile rivendicazione e d’imprescindibile difesa, e che gli uni e gli altri maledicono, intanto![15]. Con quanta meraviglia non si vede lo stesso amor proprio di uomini, che pongono in cima a tutto la forza misteriosa, battuto in breccia da un contrario, altissimo sentimento umano; e si sente Antenore consigliare a’ Troiani la franca riparazione del mal fatto, rendendo Elena e i suoi tesori[16], mentre alla mente di Ettore, nell’atto stesso che sta per muovere contro di Achille, si affacciano pensieri come questi:

Pur, se deposto e lancia e scudo ed elmo, Io medesmo mi fessi incontro a questo Magnanimo rivale e la spartana Donna cagion di tanta guerra, e tutte Gli promettessi le con lei portate Di Paride ricchezze, ed altre ancora Da partirsi agli Achei, quante ne chiude Questa città; se con tremendo giuro Quindi i Troiani a rivelar stringessi I riposti tesori ed in due parti Dividendoli tutti.....

È un lampo, che tosto si dilegua. Ma quale lampo rivelatore per la società stessa in cui sorgeva il poema![17].

E questi stessi guerrieri, in guerra così selvaggiamente feroci, hanno come la nostalgia del loro tetto natio, delle loro gioie familiari. Non ingaggiano mai la pugna senza che abbiano abbracciato la famiglia presente, o rivolto il pensiero più affettuoso alla casa lontana[18]. È questo stesso pensiero che delle volte, per reazione e per attaccamento alla vita, li rende più spietati. E piangono anche talvolta, il pianto del forte, quello che si versa per i dolori degli altri!

L’ira turbinosa di Achille, che pure, nel suo rovescio, è affetto di Patroclo, si piega al dolore di Priamo, e le lagrime del padre dell’ucciso si confondono insieme con quelle dell’uccisore del figlio[19].