La guerra e la pace nel mondo antico

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LA GUERRA E LA PACE NEL MONDO ANTICO

UN SAGGIO DI

ETTORE CICCOTTI

TORINO FRATELLI BOCCA, EDITORI MILANO — ROMA — FIRENZE 1901.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Torino — VINCENZO BONA, Tip. delle LL. MM. e dei RR. Principi. (8458)

..... assez de livres sont pleins de toutes les minuties des actions de guerre et de ces détails de la fureur et de la misère humaine. Le dessein de cet essai est de peindre les principaux caractères de ces révolutions, et d’écarter la multitude des petits faits pour laisser voir les seuls considérables, et, s’il peut, l’esprit qui les a conduits.

VOLTAIRE, _Siècle de Louis XIV_, chap. XI.

Attraverso tutta la storia, trascorre visibile e continua, come una via rossa e dolorosa, una serie non interrotta e non terminata di conflitti e di guerre, onde appare insanguinata, contristata, straziata la terra. E questa traccia sanguigna, ha costituito e costituisce ancora, molte volte, agli occhi degli storici, come la trama, a cui si rannodano e in cui s’innestano uomini ed eventi, costituzioni e passioni, decadenze e fortune di popoli. L’amor proprio o il pregiudizio di nazione e di razza, l’interesse passionato di ogni grande fatto umano, gl’istinti felini, mal domi o solleticati nella lotta per la vita, si compiacciono spesso ed esultano nella narrazione, ove si rispecchiano, abbelliti e resi attraenti dal lenocinio dell’arte, i tratti e gli episodi della grande tragedia umana; e, per la forza dell’abitudine, di rado avviene che, mentre il libro cade di mano, l’animo conturbato o inorridito chieda a sè stesso: Ma è questa una grande sciagurata follia che soggioga il genere umano e pervade la storia e vi trionfa? Od è un destino cieco, inesorabile che condanna gli uomini, dalle origini, a un mutuo macello? O vi è una ragione storica di questi ricorrenti e permanenti conflitti, e quale è dessa? E quali ne sono le prospettive? Con quali speranze e con quale vaticinio — se uno ve n’ha — questo passato si riflette nell’avvenire?

Omai, mentre persiste e procede accurata — spesso anche fortunata — l’investigazione minuziosa del passato, sorge sempre più avvertito e impellente il bisogno di ricomporne i frammenti per conoscere, in quanto è possibile, il segreto della sua vita, le leggi del suo sviluppo, premessa e chiave anche della vita che noi viviamo; e il passato è per noi quel che per il nocchiero è il punto di partenza, il quale gli dà l’angolo di declinazione, gli segna il principio della linea che, prolungata, diventa il sentiero verso il punto di arrivo.

Come un contributo a questo più alto e omai maturo lavoro d’indagine, che da’ singoli fatti bene appurati astrae la loro fisonomia generale e la loro ragione di vita, io mi sono accinto a ricercare, attraverso la varietà episodica delle paci e delle guerre, la loro causa sincera se anche dissimulata, il loro movente segreto ma necessario, facendo in modo — se sono stato così avventurato da riuscirvi — che dalla stessa realtà storica emerga, per virtù intrinseca, la _verità_ delle cose, e che i fatti stessi, anche fuggevolmente e genericamente accennati, si ricompongano in una manifestazione organica delle forme, attraverso cui è passato il fenomeno del quale sono riflesso, e dello spirito che li domina.

I.

Guerra e pace nell’antico Oriente.

Sembrerebbe davvero che col solo suo nome l’Oriente dovesse evocare immagini di pace anzi che di guerra: un fantastico miraggio di rive fiorenti, di pingui pascoli, di messi lussureggianti, di flore maravigliose, tra la cui dovizia, sotto gl’ineffabili splendori di un cielo sereno, un popolo molle, in un tenue abbandono, coglie senza pena e senza tumulto dall’albero della vita il frutto maturo. E veramente — meno che là dove il terreno, salendo di balza in balza andava a perdersi in montagne erte ed inospiti, o, prolungandosi in brulle pianure, andava a finire in un mare sterminato d’arene — veramente la natura vi faceva sfoggio, quasi, di tutta la sua potenza creatrice, di tutta la sua virtù fecondatrice; sicchè ivi prima che altrove l’uomo non ancora educato a usufruire, comprendendole e domandole, le forze naturali, potè costituire le prime forme di società civili, divenire strumento e artefice di civiltà e armarsi di quelle fondamentali cognizioni e rudimentali esperienze, che dovevano essere arra e leva di tanti ulteriori progressi.

Perfino dove i fiumi gonfi e straripanti pareva dovessero essere nient’altro che una forza devastatrice, il sole torrido svolgeva, come in Mesopotamia e in Egitto, dal limo abbandonato ubertà di prodotti e tesori di vita; dove le sponde precipitavano scoscese verso il mare, speciali vegetazioni trovavano il modo di spiegare tutto il loro rigoglio; e la costa, rósa ne’ suoi seni, bizzarramente tormentata ne’ suoi promontorî, formava porti, faceva sorgere città munite dalla loro posizione e dal mare, onde si sarebbero spiccati col tempo voli più lontani, creando con lo scambio de’ prodotti e l’intreccio de’ commerci nuove fonti di ricchezza e nuovi mezzi di civiltà e di progresso. E, intanto, ora, si lottava col mare, addestrandosi e costringendolo a dare con la pesca tutti i mezzi di vita di cui era capace. Anche la fauna, varia, strana e spesso infesta, che popolava i piani e le selve e sembrava fare all’uomo una concorrenza vitale, forniva, spesso, anch’essa, materia di caccia; e, in parte eliminata, in parte educata e allevata, si risolveva in una sostentatrice della vita, in una cooperatrice dell’agricoltura e de’ primi scambî rudimentali.

Pure, in mezzo a tanta abbondanza e tali favorevoli condizioni di vita, l’uomo era troppo abbandonato alle variabili vicende naturali, come un veliero che solca agile l’onda, se ha il vento in poppa, ma resta inerte con le vele pendule e flosce se l’aria ristagna, o va a rompersi contro gli scogli e le punte, se per una bizzarria del tempo diventa ludibrio de’ venti. Una piena poco abbondante, una stagione troppo secca, una invasione di cavallette, una morìa di greggi, una epidemia sterminatrice, un improvviso, se anche temporaneo variare delle condizioni di prosperità contro cui l’uomo non era nè agguerrito, nè protetto, spargevano la carestia, la miseria, l’inedia dove ancora poco tempo innanzi erano l’abbondanza e l’opulenza.

Ancora, questi doni della natura, oltre a non essere costanti, non erano neppure ugualmente ripartiti, e — a prescindere dalle zone più lontane dove il cielo azzurro scompariva sotto la monotonia di nebbie incombenti e il clima mite s’incrudiva in geli persistenti — da luogo a luogo variavano spesso le condizioni di produttività del suolo e le agevolezze di vita; e a distribuire i prodotti — anche per avventura adeguati — facevano impedimento i luoghi impervii mancanti di comunicazioni, la mancanza di mezzi e organi atti agli scambi, la produzione limitata al consumo domestico e la stessa corrispondente organizzazione sociale e politica prettamente locale, conformata in circoli chiusi, ristretti ed esclusivi.

La prima e più antica forma, infatti, sotto cui ci appariscono la Mesopotamia, la Syria e anche l’Egitto stesso attraverso la tradizionale leggendaria unità primitiva, è quella di piccole sovranità locali, limitate a città e regioni, non coordinate tra loro, messe semplicemente l’una accanto all’altre in un puro rapporto di contiguità territoriale e messe in rapporto tra loro, unicamente o sopratutto, dall’ambizioso desiderio di subordinare, dalla recalcitrante renitenza a subordinarsi, sentendo tutte le molestie e i danni di una perpetua minaccia, di una difesa permanente. Destinate, anche più facilmente dalla posizione spesso piana e non munita de’ luoghi, ad un inevitabile assorbimento del più forte, intanto si trovavano in una condizione, per cui la sterilità del paese vicino, l’accrescersi della sua popolazione, una carestia, un sentimento di prevalenza determinavano una incursione, che, per effetto di successive azioni e reazioni, si risolveva in uno stato frequente se non continuo di guerra.

Il movimento di unificazione, l’allungamento e l’arrotondamento del dominio, che doveva riuscire a respingere sempre più indietro la zona esposta alle aggressioni e a’ danni di attacchi continui e a costituir così un ambito più largo di sicurezza e di garentita operosità, formava il primo, più urgente e più impreteribile còmpito del tempo; ma anche a questo stadio dell’evoluzione civile non si giungeva se non attraverso una serie lunga e sempre ricorrente di guerre. Tutti quelli, a cui la tradizione attribuisce di avere originariamente costituita questa unità di dominio, o che la ricostituirono per tempo più o meno lungo, dopo che s’era dissolta — Mini, il primo re della vaga tradizione, Amenemhat I della 12ª dinastia, Ahmos il liberatore del territorio, Tafnakht de’ principi di Sais, Piônkhi, Sabacone, Taharqa in Egitto, Davide in Palestina, Sargone I nella Caldea, per tacere d’altri meno lontani — sono re guerrieri, che hanno imposta combattendo la loro sovranità e hanno suggellato con la spada il legame o la catena, con cui hanno ristretto insieme città e regioni indipendenti e nemiche. «È un bravo che opera con la spada — dice di Amenemhat I un documento contemporaneo[1] — un valoroso che non ha l’uguale: egli vede i barbari, si lancia, s’abbatte su’ predoni. È un lanciatore di giavellotto che rende deboli le mani del nemico: quelli ch’egli colpisce non alzano più la lancia. È un terribile che spezza le fronti: non gli si è resistito nel suo tempo..... È un bravo che si getta innanzi quando vede la lotta.....». E le iscrizioni, che parlano di Sargone I, sono tutto un inno di guerra, che ne canta la gloria.

D’altra parte, raggiunto questo primo scopo e realizzato questo primo còmpito di ampliare, unificando, il dominio, non si era fatto ordinariamente che spostare il campo della guerra verso un confine più lontano; e, anche all’interno, non sempre e non continuamente si era giunto a costituire un ambiente di pace.

Questi imperi dell’antico Oriente — se pure qualcuno ha cercato talvolta, riuscendovi in parte, di renderli più organici o meno inorganici — in genere hanno poggiato sempre sopra una base poco salda e coerente di una sovranità personale, e non sono andati oltre un’organizzazione di carattere tutto feudale. I paesi conquistati, come quelli aggregati o presi sotto protezione, restano sotto la reggenza de’ vecchi sovrani, perdonati o sommessi, o passano sotto il governo de’ nuovi investiti; e questi prìncipi, più spesso vassalli che governatori, hanno per tutto obbligo verso l’alto sovrano, insieme alla fedeltà, il pagamento di un tributo, ordinariamente in natura, e il dovere di fornire de’ contingenti armati sia per le guerre difensive che per quelle di conquiste. Dopo il tentativo di organizzazione fatto da Tiglath-Pilsesar II e di Sargone, bisogna arrivare a Dario d’Istaspe per trovare un sistematico congegno amministrativo, con poteri e funzioni distribuite, che, peraltro, se rappresenta un notevole progresso su’ precedenti aggruppamenti meccanici, è ben lungi dall’eliminare ogni inconveniente. Con un vincolo rilassato e fragile come questo, non solo rimaneva campo alle guerre che questi prìncipi vassalli, e perfino governatori, si facevano tra di loro, ma spesseggiavano rivolte, guerre interne, per rifiuto di tributi, tradimenti e tentativi d’emancipazione; e, alla morte del gran re, specie se questi non aveva avuta la preveggenza di associarsi il successore, scoppiavano tra i vassalli e nella sua stessa famiglia ribellioni e inquietudini che dissolvevano l’impero o lo mettevano a un punto dalla ruina. In Egitto, da Nitocri all’undecima dinastia, durante cinque secoli circa, com’è lecito desumere dalla brevità de’ regni e dallo spostamento di sedi delle dinastie, vi dovette essere una grande persistenza di ribellioni e lotte intestine. L’undecima dinastia solo verso il suo finire giunse a riunire la sovranità dell’Egitto, poi riperduta sotto la dodicesima. Le tribù del deserto, specialmente, già da prima sempre combattute e spesso vinte ma mai stabilmente sottomesse, tornano, come torneranno ancora appresso a fiottare o a volteggiare petulanti a’ confini. Nella XIII dinastia si ha un’usurpazione militare o sacerdotale che sia. La XIV dinastia segna un altro spostamento di sede da Tebe a Xois; e l’invasione degli Hyksos (Shasou) coglie e sopraffà l’Egitto, appunto in un periodo di lotta intestina, più debole per la discordia.

L’unificazione della Caldea sotto l’egemonia de’ prìncipi di Ouran non fu di lunga durata, e Sargone I, che successe loro, ebbe turbato di rivolte il regno, che si dissolvette sotto il figliuolo Naramsin. Unificata ancora la Caldea sotto Kammourabi, cominciano ancora le rivolte che vanno poi a finire con lo spossessamento de’ sovrani elamiti, mentre nello sfondo comincia a disegnarsi la sorgente potenza dell’Assyria. Le discordie de’ popoli di Syria alla loro volta aprono più facile campo alle imprese di Thoutmos III, mentre all’altro estremo del dominio di costui gli Etiopi mantengono un intermittente ma persistente fomite di ribellione e di guerra. La morte di Thoutmos III e l’avvenimento al trono del figliuolo Amenhotpou II è il segno di una più generale sollevazione, vinta e repressa con mano ferrea, senza impedire peraltro che in tempo più lontano la XVIII dinastia si estingua in mezzo alle lotte intestine. E Harmhabi, l’instauratore — della dinastia successiva, deve quasi ricomporre da capo l’Impero egiziano. Seti I è costretto a farsi de’ Khiti, prima vassalli, degli alleati; e nondimeno il figlio Ramsete II se li trova ancora di contro; e con essi ancora la Syria, a ridurre all’obbedienza la quale basta appena una lotta di quindici anni. Sotto Minephtah maturano moti di ribellione che scoppiano più aperti alla sua morte e finiscono con lo schiudere la via del trono a un usurpatore.

Nella terra di Canaan, il regno faticosamente messo insieme da David è più volte minato da rivolte, che si riproducono sotto Salomone, e, alla morte di costui approdano alla scissione delle tribù e a un lungo periodo di lotte intestine tra il popolo di Giuda e quello d’Israele. In Assiria, mentre Assurnazirpal e Salmanassar III mirano ad allargare il dominio, portando l’impero sino a’ più lontani termini, sono frequentemente costretti ad accorrere per domare rivolte.

E, giù giù, venendo attraverso gli anni sino al tempo meno antico, in cui sulle rovine e dalle rovine di tutti gl’imperi precedenti si eleva l’impero persiano, si ha uno spettacolo uniforme e persistente, monotono, sino, nella sua tristezza, di rivolte spesso domate, ma sempre rinascenti; per cui la storia di questi antichi imperi sembra come un immane e ostinato sforzo di tenere insieme l’incoercibile, un travaglio di Sisifo, che non solleva la pietra se non per vedersela ricadere più pesante sul petto, un’opera delle danaidi che, non con acqua ma con sangue, intendono alla vana opera di riempire un vaso senza fondo.

È l’Assyria, che proprio quando crede di essere giunta al supremo fastigio della potenza e di avere stabilmente incatenato a sè i popoli vinti e i regni incorporati, vede dall’Ourarti, dall’Elam, dalla Caldea, dalla Syria, dall’Egitto, dal suo stesso seno, risorgere come fiamma da un fuoco male spento la rivolta e divampare minacciosa e terribile. È Babilonia che, prendendo lo scettro dalle mani dell’Assyria, ne eredita anche quel germe di trambusti e di dissoluzione. È il popolo ebreo, che, ostinatamente ribelle all’Egitto, all’Assyria, a Babilonia, a Damasco, feconda in sè stesso un lievito di ribellione, che impedisce e dissolve i suoi rinnovati tentativi di unità. È l’Egitto, che non solo vede smembrato e ritagliato dalla rivolta l’Impero esteso ne’ periodi di fortuna militare e di espansione, ma appare, ne’ suoi stessi antichi confini, un campo di lotta intestina, dove tutte le sue nidiate di principi giocano di volta in volta il loro circoscritto principato vassallo contro la speranza, qualche volta riuscita e spesso anche delusa, di arrogarsi il supremo comando e dar vita a una nuova dinastia. È l’Impero medo, dal cui seno per un atto di ribellione fortunata esce l’Impero persiano; è l’Impero persiano stesso, che, proprio quando pare avere stese le sue ali dall’Africa all’Europa, è minacciato, mentre Cambise scompare, dalla più vasta e più terribile delle rivolte.

Salmanasar IV, Ashhourdan II, Tiglath-Pileser II, Salmanassar V, Sabacone, Sargone, Sennacherib, Gyge, Assurbanipal, Naboukoudouroussour, Taharqou, Amasi, Dario, per nominare ancora, oltre a quelli già menzionati, alcuni de’ più tipici o de’ più noti, salgono al trono con le prospettive di rivolte da domare o per opera di una fortunata rivolta, o spendono gran parte della loro vita e della loro energia in un’opera di repressione diuturna ed estenuante.

E, corrispondente a questo male che travagliava all’interno le compagini più vaste o meno grandi, era la minaccia all’esterno. La compagine mal cementata, che così faticosamente giungeva a mantenersi in uno stato di equilibrio sempre instabile, pareva per giunta continuamente sotto l’incubo di essere attratta nell’orbita di masse maggiori o di urti esterni che la mandassero in frantumi.

Premute dall’alimento venuto temporaneamente meno per accidentalità naturali o reso insufficiente dal moltiplicarsi della popolazione, si spostava tutta una massa di popolo, che, schiudendosi l’adito in altri paesi, determinava alla sua volta un più persistente e più generale commovimento.

Di alcune di queste immigrazioni devastatrici e conquistatrici ci serba sopra tutto ricordo la storia di Oriente: l’invasione degl’Hyksos (Shasou) o pastori, che, riversandosi sull’Egitto verso la fine della 13ª dinastia, circa diciotto secoli prima dell’Era nostra, vi rimasero accampati per parecchi secoli; l’invasione de’ Gimirri o Cimmerii, nel settimo secolo, che annientarono tra gli altri il regno di Frygia, e l’altra degli Scyti, e, vinta la Media, messo in pericolo l’Impero assyro, si avanzarono come un turbine devastatore sin nella Syria e nella Palestina, deviati dall’Egitto per virtù di doni, anzi che per forza d’armi.

Ma questi costituiscono l’espressione più caratteristica e rilevante di fatti che, in proporzioni più ridotte e con carattere temporaneo, si dovevano riprodurre non di rado, specie dove paesi più ricchi ed inciviliti si trovavano a confinare con paesi poveri e rimasti a uno stato di civiltà rudimentale.

A prescindere poi da questi eventi — di piccola importanza se ricorrenti, di carattere straordinario se importanti — gli stessi Imperi costituiti si trovavano, l’uno rimpetto all’altro, in condizione permanente ora di dover respingere un attacco, ora di doverlo realizzare, in uno stato di ostilità, insomma, ora latente, ora aperta.

Lo stato affatto rudimentale del modo di produzione, la tecnica poco sviluppata e meno che mai proporzionata al carattere gigantesco delle opere eseguite o progettate, il commercio poco sviluppato e sempre impedito da difficoltà di ogni sorta; tutto sembrava spingere a concepire come possibile l’accumulazione della ricchezza e l’elevazione del tenore di vita solo mediante grandi e periodiche razzie, che venivano così lentamente e insensibilmente a confondersi con la prospettiva stessa del progresso.

Uno Stato, che si proponeva di rinunziare o era costretto per un momento a smettere la guerra di conquista e a cessare di procurarsi all’estero con tributi e acquisto di schiavi gli strumenti adatti alla soddisfazione di tanti bisogni, doveva ripiegarsi su se medesimo per trarli dalla sua stessa popolazione, e non faceva questo senza destare i maggiori risentimenti o peggio ancora. Tutta la leggenda d’infamia, che, attraverso la tradizione greca, avvolge Cheope e Chefren, ha origine appunto nello scontento destato tra gli Egiziani col piegarli alle più dure fatiche, forse per l’insufficienza degli stessi elementi raccattati all’estero rispetto alla grandezza delle costruzioni. Asarhaddon si servì è vero della mano d’opera mercenaria, ma egli poteva far ciò appunto in virtù di larghi mezzi accumulati, con tante guerre, da’ suoi predecessori e da lui stesso, con i tributi che gli affluivano da ogni parte dell’impero portato con la conquista così lontano.

Questo atteggiamento, intanto, e questa disposizione di spirito, sempre pronti a un intento rapace, erano reciproci da uno ad un altro Stato; e, in tali condizioni, s’intende facilmente che la guerra offensiva, per intima necessità, diveniva anche guerra difensiva, in quanto mirava a prevenire ed eliminare l’attacco.

Perciò ogni Stato antico e precipuamente ogni impero d’Oriente — ciascuno ne’ limiti più o meno ampi de’ suoi rapporti e del suo orizzonte, — ha fatalmente innanzi a sè, come mèta e punto di attrazione, il miraggio dell’Impero universale, che, come un vero miraggio, per l’allungarsi progressivo dell’orizzonte, sembra ritrarsi proprio quando più sembra che lo si sia raggiunto e trae l’illuso in una corsa folle e vertiginosa, in fondo alla quale trova la sua stessa rovina.

Tutta la storia d’Oriente sembra confondersi nelle vicende di questi centri di forze, che si formano agli estremi del suo orizzonte per isvolgersi, assorbendo le forze gradatamente limitrofe, sino al punto di venire in contatto, ingaggiando, in un alterno conflitto sempre rinascente, un duello di vita e di morte.

Da un lato è il vecchio Egitto, il primogenito della storia, dietro cui in certi periodi, sullo sfondo, si disegna l’Etiopia; dall’altro, successivamente, l’Impero de’ Khiti, l’assyro-babilonese, il medo, il persiano, usciti a grado a grado dalla lotta ingaggiata prima tra loro e poi con i contermini minori. E, tra l’uno e l’altro di questi centri di due diversi ed opposti sistemi di forze, si trovano i popoli messi sulle grandi vie commerciali — sempre più disputate con l’elevarsi e moltiplicarsi de’ bisogni e fatti indici delle più rudimentali ragion di contesa — la Syria specialmente, che talvolta con le sue resistenze, nella sua buona fortuna, serve da antemurale e da tampone tra i due imperi opposti, più spesso è tutto un campo di battaglia, continuamente conteso e continuamente lacerato e insanguinato, preda, benchè sempre recalcitrante, del più forte de’ competitori. E le regioni più eccentriche dell’Asia minore, poste fuori del campo immediato delle lotte, si urtavano alla loro volta in un mutuo conflitto per divenire poi, vinti e vincitori, preda della più grande vittoria del trionfatore del resto d’Oriente.

Così la storia orientale ci fa assistere da prima a un movimento ascendente di conquista dell’Egitto, cui Thoutmosis III schiude la via e che culmina con Ramsete II per avere poi, a tratti, momenti di ripresa e di fortuna; ma a questo movimento ascendente fa riscontro un movimento di reazione che, dopo lungo fiottare, porta gli Imperi del Nord a rovesciarsi sull’Egitto e a conquistarlo, in modo che, quasi per un’ironia della storia, Esarhaddon finisce per segnare la sua vittoria sulla stessa stela di vittoria di Ramsete e Cambyse, e Artaserse Okkos va ad insultare e calpestare, nelle stesse sue sedi sacre, il sentimento religioso degli Egizî.