La guerra e la pace nel mondo antico
Part 12
«Non è forse vero — diceva uno di questi scrittori a cui si è alluso[222] — che spesso la guerra ha lasciato cadere qualche benefizio dalla sua veste sanguinosa? Per essa si son visti parecchie volte estendersi il commercio, propagarsi l’industria, perfezionarsi l’agricoltura, e costumi meno inumani imporsi a’ popoli barbari».
A prescindere dalle forme con cui si presenta in tempi più antichi il commercio, partecipe dello scambio e della pirateria, è pure evidente come un dominio ampio, che rovesciava tante barriere, assorbendo tanti dominî minori, creava al commercio, sulla terra e sul mare, oltre ad un campo d’azione più largo, anche un ambiente di relativa sicurezza atta a farlo prosperare. E poichè la conoscenza di cose nuove acquistata in quel vario rimescolìo, i danari delle conquiste, l’elevato tenore di vita accrescevano i bisogni e davano temporaneamente almeno il mezzo di appagarli, il commercio non poteva che giovarsi di questo movimento, per quanto potesse in parte essere fittizio.
Da quell’incontro di popoli di costumi così diversi, da quel percorrere di paesi così lontani nasceva pure inevitabilmente tutto un lavoro di assimilazione materiale e morale, pel quale si cercava anche di acclimatare produzioni di altri paesi, mentre un rudimentale protezionismo, corrispondente all’opposto divieto di esportazione, faceva incoraggiare in patria quanto poteva essere necessario od utile alla guerra.
«Cedri..... alberi di paesi da me conquistati — dice Tiglath-Pileser I[223] — piante che sotto i re miei predecessori nessuno aveva piantato, li presi con me e li piantai ne’ parchi del mio paese. Presi anche piante di giardino di gran pregio, che non v’erano nel mio paese, e le piantai ne’ parchi d’Assiria. Carri di battaglia, attrezzi di tiro per la forza combattente del mio paese, ne feci costrurre più che per l’innanzi».
Pindaro cantava che gli olivi d’Olimpia sarebbero stati portati da Ercole al ritorno da spedizioni lontane.
Lucullo avrebbe portato il ciliegio dall’Asia in Italia.
E così via.
Anche l’arte traeva qualche motivo di sviluppo da queste vicende di guerra.
Anzitutto, le armi. Uno studio indefesso, un lavoro paziente e geniale si metteva nell’abbellire l’armatura, che servisse all’offesa o alla difesa, costituisce l’orgoglio del guerriero; e quel lusso di armi de’ poemi omerici, che prima pareva tutta una prodigiosa fantasmagoria, col progredire de’ trovamenti archeologici si è trovato assai meno lontano dalla realtà.
In quella sovreccitazione dello spirito e de’ sensi, data dall’infuriare del conflitto, rampollava naturalmente il canto di guerra di volta in volta ebbro, severo, appassionato di Tirteo, di Alceo, di Callino, e l’immagine degli avvenimenti, rispecchiata nella fantasia, abbellita dalla lontananza, ricomposta nelle sue grandi linee, diveniva epopea nel poema finora e forse per sempre insuperato ne’ secoli.
L’orgoglio del vincitore cercava una sede adeguata e costruiva palagi, dove dal lusso si doveva sviluppare l’eleganza, e l’arte dalla ricchezza.
«Io mi costruii — dice Tiglath-Pileser III[224] — un palazzo di legno di cedro... Al Nord feci le sue porte di avorio... Lo copersi, lo rafforzai con travi di legno di cedro, ampie, che sentono bene, come a’ fumatori le fragranze del legno di Ḫašurri, il prodotto dell’Amanus, del Libano e Ammanana. Per ornamento adoperai l’arte degli artefici e collocai la porta. I battenti di legno di cedro, doppî, il cui ingresso largisce le grazie, il cui profumo allieta il cuore, li cinsi con una cornice raggiante e splendente e li fermai alle porte. I leoni colossali, i tori colossali, formati con tanta arte, con tanto lavoro, li posi alle entrate, li feci ergere per l’altrui ammirazione. Sotto di essi dal lato di mezzogiorno posi soglie di... feci un ingresso maestoso. Eressi anche una statua... de’ grandi dèi; la creatura del fondo de’ mari, la posi là con la faccia rivolta (?), feci sì che spandesse intorno a sè il terrore. A completarla la circondai d’oro, d’argento e di rame e feci risplendere la sua figura».
Mentre lo sviluppo stesso dell’architettura, sacra e profana, tirava dietro di sè lo sviluppo della statuaria, questa riceveva un altro eccitamento indipendente dal desiderio, dal bisogno di eternare quei re vittoriosi, quei guerrieri famosi.
Quasi di prammatica nelle iscrizioni assyro-babilonesi appare dopo qualche grande vittoria questa statua di re eretta ad eterna sua gloria[225].
A questo stesso desiderio si riconnette il principio di una tradizione storica scritta.
Nelle loro reciproche incursioni, i diversi belligeranti usavano lasciare all’ultimo termine della loro conquista un segno visibile, una memoria delle loro gesta: altre ne lasciavano ne’ templi, altre simili iscrizioni apponevano alle stesse loro statue.
«Nella mia tavola commemorativa e nel mio documento di fondazione — dice Tiglath-Pileser I — scrissi la gloria della mia forza eroica, le vittorie riportate nelle mie battaglie, l’assoggettamento de’ nemici, che odiavano Ašur, che Ašur e Rammân mi avevano donati; e li posi per l’eternità nel tempio di Ašur e Rammân, i grandi dèi, miei signori. Nettai anche con olio il documento di Samši-Rammân, mio antecessore, feci un sacrifizio e lo rimisi al suo posto»[226].
E Samši-Rammân[227]: «Feci ergere una statua della mia maestà reale di conveniente grandezza, vi feci scrivere la potenza di Ašur, mio signore, la magnanimità, la forza e tutte le gesta della mia mano da me compite nel paese di Nairi e la feci porre in Sibara...».
È lo stesso impulso — generalizzato e spostato da un re a una cittadinanza — che dà origine agli annali de’ pontefici e de’ magistrati civili, e che poi fa sorgere la storia stessa, suggerendo ad Erodoto di eternare le guerre persiane, intorno a cui trovano posto, come intorno a un nucleo, tutti gli altri fasti storici di altri popoli; a Tucidide di narrare la guerra del Peloponneso, e così ad altri scrittori di narrare i fasti de’ popoli, prendendo le mosse dalle guerre, che, essendone la parte più visibile e impressionante, ne costituiscono per lungo tempo come la spina dorsale.
Insieme a questi effetti più generali e diretti, la guerra ne produceva altri più indiretti, mediati e meno visibili per l’adattamento a cui obbligava i popoli belligeranti, per le modificazioni che, col suo contraccolpo, induceva nella loro stessa organizzazione interna.
La guerra — se non realmente, potenzialmente almeno, quasi permanente — obbligava generalmente, la società antica a organizzarsi in vista e sulla base della guerra.
In primo luogo, quindi, finché — ciò che accade per la più parte degli Stati in periodo molto avanzato — l’esercito non si costituisce una base professionale o mercenaria, vi è corrispondenza tra il diritto di cittadinanza attiva e il servizio militare, in modo che l’uno e l’altro, estendendosi, esercitano un’azione reciproca. Il servizio militare per le classi superiori delle popolazioni è, più che un dovere, un privilegio. L’assemblea sovrana deliberante è, si può dire, l’esercito sul piede di pace. L’evoluzione democratica che allarga i termini e i poteri della cittadinanza, abbassa anche le condizioni di entrata nell’esercito e finisce coll’aprirne l’adito a’ proletarî.
Del pari il governo della finanza si orientava massimamente sulla guerra.
La mancanza di servizî pubblici geriti dallo Stato riduceva, specie ne’ più antichi tempi, lo Stato a un organo di protezione o di sopraffazione collettiva. La forma rudimentale, che in più antichi tempi assumeva la guerra, la sua breve durata, l’immediata distribuzione del bottino, non esigevano, nè determinavano una vera organizzazione finanziaria; ma col soldo introdotto, con l’avocazione delle prede allo Stato, si rese necessaria una gestione. La quale, peraltro, dove non era richiesta una preparazione alla guerra, continua, dispendiosa, tecnica, si riduceva a levare un tributo straordinario secondo l’occorrenza; ma, dove, come ad Atene, l’armamento, specie navale, esigeva preparazione di lunga data, rinnovazione continua del materiale, costruzione di ripari e tutto il resto, la finanza si sviluppò più che altrove, sia per la regolare percezione ed amministrazione de’ tributi degli alleati, sia per l’ordinamento e l’andamento della trierarchia.
La guerra poi aveva un’azione continua sulla politica interna dello Stato e sul contegno delle parti in lotta: tanto maggiore quanto più all’interno diveniva più complessa la vita politica.
La classe dominante cercava talvolta nella guerra un diversivo a’ torbidi interni, sia spostando verso l’esterno, verso la speranza di preda e di annessioni territoriali le brame che cercavano appagamento all’interno, sia contando su quel naturale sentimento di solidarietà, che si desta anche in una popolazione discorde di fronte a un attacco esterno. E, veramente, molte volte ne seguì l’effetto voluto, perchè non solo lo spirito civico e la preoccupazione del danno presente decisero della concorde preoccupazione momentanea, ma l’esito fortunato delle guerre permise di cercare nelle colonizzazioni, nelle assegnazioni, nelle cleruchie uno sfogo quasi permanente al disagio locale.
Non di rado, intanto, le discordie erano troppo forti per cessare all’istante, e cedevano a stento e a rilento e non senza patteggiare la propria cooperazione, concessa a base di corrispondenti concessioni della parte dominante.
La storia tradizionale romana, quale che possa essere la sua esattezza relativamente alla cronologia e alle particolarità di quest’ordine di fatti, è tutta intessuta degli episodî di queste dissensioni, riardenti o sopite rimpetto al nemico, e dei tentativi da parte della plebe di mettere a prezzo la sua partecipazione alla guerra per fare qualche passo innanzi nel _ius connubii_, nella questione agraria, nella sua emancipazione dal gravoso giogo del _nexum_[228].
Il diversivo del resto era momentaneo: le promesse spesso non erano mantenute, o le concessioni erano revocate, e alle vecchie ragioni di dissenso, risorgenti con maggiore acrimonia, si aggiungevano altre difficoltà, maggiori bisogni, nuovi e più complicati problemi.
Cominciavano le controversie per la divisione delle spoglie, sia sotto forma di distribuzione di denaro o di oggetti mobili, come di territorio.
Le guerre lunghe e lontane, la milizia prolungata, i poteri prorogati ad alcuni generali per imperiose necessità di guerra, le ricchezze accumulate nel governo delle provincie e nell’appalto de’ tributi, le abitudini contratte in paesi di vita più raffinata, inducevano nuovi bisogni e crescente disparità di fortune, creavano poteri personali e consorterie oligarchiche e conturbavano tutta la vita pubblica con le prevalenze de’ pochi, con la corruzione elettorale, con lo spirito fazioso fomentato, con le concentrazioni de’ possessi, con l’interesse pubblico traviato od eclissato.
Una guerra difensiva di confine, poi, combattuta, si può dire, alle porte, in condizioni di vita assai semplici, aveva un interesse presente e quasi universalmente sentito. Una guerra lunga e lontana, combattuta mentre le condizioni economiche dello Stato erano progredite e gl’interessi delle varie classi della popolazione si erano differenziati ed anche contrapposti, turbava adattamenti già conseguiti, offendeva interessi e speranze e suscitava necessariamente vivi contrasti. Se il proletario vi poteva vedere la via di diventare proprietario e il commerciante l’ampliamento del suo campo di azione e il pubblicano una nuova mèsse di tributi da esigere, il proprietario fondiario, specie medio e piccolo, vi doveva vedere volta a volta il peso del tributo, l’invasione richiamata come un turbine di lontano sulle sue terre, la propria azienda abbandonata, il suo mercato aperto alla concorrenza; tutto ciò a prescindere da’ pericoli e dalle molestie rese più sensibili a chi più aveva cominciato ad apprezzare il piacere di evitarle.
Così gli antagonismi dissimulati talvolta all’interno dalle loro manifestazioni individuali, si riflettevano nella politica estera come in un mezzo più terso e ne ripigliavano vigore per divampare peggio: la guerra n’era a un tempo come lo spontaneo processo dimostrativo e il principio risolvente; e i partiti si riorganizzavano come partito della guerra e partito della pace, servendo come di centro di attrazione e di punto di applicazione a tutte le opposte tendenze.
Così, se da un lato si creava un ostacolo e un inceppo a’ conflitti, dall’altro canto il logorìo del contrasto esterno era accresciuto da quello di tutti i contrasti interni, e la guerra esercitava anche per questa via la sua azione dissolvente, che operava immancabile, or segreta, or palese, e, nell’ebbrezza del trionfo, apriva agli stessi vincitori una fossa dissimulata sotto un tappeto di fiori.
Mentre sperdeva nel conflitto mille energie, mentre disertava, desolava, stremava il paese e le forze de’ vinti, la guerra induceva tra i vincitori, come un sottile e celato veleno, lo spirito di parassitismo, il lusso corruttore e snervante, lo sperpero scialacquatore, la demoralizzazione irresistibile, tutti gli elementi insomma che, soppiantando lo spirito produttore, parco, assiduo, costante, disintegrano e sovvertono una società tra l’illusione della prosperità assicurata e crescente.
Così, proprio quando parevano aver toccato l’ultimo trionfo, questi Stati antichi, cominciavano a presentare i tristi presagì della loro decadenza e della loro ruina. La guerra continua li esauriva; e, se una volta la volubile fortuna della guerra li abbandonava, rovinava in un giorno l’opera di secoli; pure, mentre durava, la guerra manteneva un certo eccitamento artificiale, uno spirito di coesione, sia pure fittizio, e riforniva con le prede, con gli schiavi, gli stessi vuoti ch’essa aveva prodotto. Ma, come accade dopo un lungo sforzo, la stanchezza si sentiva proprio più quando lo sforzo veniva per un momento a cessare. Allora diveniva più sensibile il lungo esaurimento. Niente era più fatale di quella sosta, che metteva fronte a fronte col problema di mutare la base della propria esistenza o perire. Così l’Egitto dopo Ramsete III[229]. Così l’Assiria sotto Salmanassar IV e i suoi immediati successori[230]. Così gli altri. Naturalmente i paesi che sapevano ritrovare o ricreare in sè le ragioni della loro vitalità, ripiegarsi su sè stessi in un lavoro fecondo di produzione, se non superavano la crisi, per lo meno vi resistevano vivendo una vita modesta, sin che un urto esterno più forte e irresistibile per la stessa forza dominante non provocava la ruina, o sin che non si ricostituivano condizioni di nuovi successi. Gli Stati, invece, prevalentemente, puramente militari, sorti dalla guerra, per la guerra, sulle condizioni della rapina permanente, incapaci di trar profitto dalle arti della pace; questi Stati decadevano irremissibilmente, andavano in ruina, si disfacevano qualche volta, senza lasciare una traccia nella storia della civiltà, come un lugubre sogno.
IX.
La guerra civile.
La radice della guerra stava nel desiderio — e si potrebbe anche dire, in molti casi, nel bisogno — determinato da uno scarso sviluppo delle forze produttive, di vivere dell’altrui produzione, risolvendo con uno sforzo, presuntivamente minimo almeno nella durata, il problema della vita.
Questo fenomeno, che, all’esterno, ne’ rapporti di Stato a Stato, si manifestava con le forme di una guerra propria e dichiarata, aveva vita anche all’interno in forma più dissimulata e circoscritta, sia che si trattasse di disputarsi il frutto esclusivo delle imprese esterne, sia che si trattasse di cercare all’interno l’adattamento insufficientemente consentito nelle relazioni esteriori.
Questo parassitismo sociale muta di aspetto, di forma, d’intensità, è diretto o indiretto, più o meno esteso, si esercita direttamente sugli uomini o li colpisce indirettamente attraverso le cose; ma persiste continuo e ininterrotto sotto il sistema dell’appropriazione privata de’ mezzi di produzione. Il fine si raggiunge esigendo servigî, in cambio di protezione, come nel caso de’ clienti, percependo una parte de’ frutti della terra, come nel caso degli addetti alla gleba di varia denominazione; escludendo dal possesso delle terre e dalle funzioni politiche una parte della popolazione, come nella contesa per l’agguagliamento de’ ceti, che ha tant’eco nella storia tradizionale romana; arrogandosi il possesso diretto dell’uomo, come nel _nexum_; ma, attraverso così varie modalità, volute dal diverso sviluppo economico e dalla migliore convenienza particolare e generale, uno è il punto di partenza, una la mèta.
L’estendersi della schiavitù, per effetto di una nuova fase della guerra, dando agli abbienti un più comodo ed economico mezzo di acquisto e una più assoluta disponibilità della forza di lavoro, aveva reso possibile di dichiarare l’inalienabilità della persona del _cittadino_; ma, risoluta vittoriosamente la questione della sua libertà formale, restava sempre da risolvere la questione ognor viva e presente dell’esistenza materiale. E, per coloro che non avevano parte al possesso della terra, lo schiavo straniero non solo non era stato un liberatore, ma era un concorrente.
Questa condizione di cose ha avuto la sua fase ultima, benchè non definitiva, nella formazione di un salariato, il cui primo nucleo andò sempre crescendo pel crescere del proletariato e la sua concorrenza alla schiavitù, per la degenerazione progressiva di questa e la sua eliminazione definitiva[231]. Ma, durante questo processo di trasformazione più volte secolare, a principio del quale specialmente il salariato stentava più a trovare uno sfogo e ad attecchire, la contesa per l’emancipazione economica, cioè pel possesso di un mezzo di produzione specialmente fondiario e sussidiariamente per la ripartizione degli utili dello Stato, considerato come un’impresa comune, dovea essere viva, continua.
Il corpo organizzato, che lottava concorde e come ente unico, per l’acquisto o per la difesa di una preda, aveva in sè un permanente contrasto d’interessi, in vista dell’appropriazione privata di ogni possesso; e così, nel seno stesso degli aggregati politicamente organizzati, su di una scala più o meno vasta, sotto l’apparente uniformità e coesione, v’erano sordi e mal dissimulati contrasti, resi sempre più acuti da antitesi d’interessi, fomentati dalle passioni stesse a cui davano luogo. La piccolezza dello Stato, poi, e il fatto che nell’antichità la vita politica di un dominio, per quanto grande, si concentrava esclusivamente nella città dominante, facevano sì che i dissensi d’indole più generale si complicassero e s’inasprissero di tutti gli odî ereditarî di famiglie, di tutte le avversioni personali, di tutte le gare locali. Sicchè si aveva una guerra continua, or manifesta, or latente, di classi contro classi, di famiglie contro famiglie, di persone contro persone. E uno stato di cose che da Platone[232] si era compendiato in questa osservazione: «..... Ognuna di esse non si può chiamare una città, ma molte città. Perchè, comunque sia, ve ne sono due avverse tra loro, una de’ poveri, una de’ ricchi, e in ognuna di queste ve ne sono molte alla loro volta; e tu ti sbaglieresti assolutamente, se le volessi considerare come una sola città; considerandole invece come molte, dando agli uni le ricchezze, la potenza, le persone stesse degli altri, troveresti sempre molti alleati, pochi avversarî....». Un quadro che, come giustamente si è osservato, non può a meno di richiamare quanto, tanti secoli dopo, in un suo romanzo politico, diceva il Disraeli dell’Inghilterra contemporanea: «Sono proprio due popoli tra cui non esiste nessuna comunione, nessun sentimento comune, che si conoscono così poco nelle loro abitudini, ne’ loro pensieri e ne’ loro sentimenti, come se fossero le creature di diverse zone o gli abitanti di diversi pianeti»[233].
L’allargarsi degli orizzonti, il crescere de’ bisogni, la facilità d’arricchire non facevano che acuire questo stato di cose.
Uno scrittore latino[234] delinea così questa nuova fase della vita a Roma: «Ma poichè le cose dello Stato ebbero incremento dalla laboriosità e dalla giustizia, e re potenti furono vinti in guerra e fiere nazioni e vaste popolazioni sottomesse con la forza, e Cartagine, emula della potenza romana, fu divelta dalle fondamenta ed ogni mare ed ogni terra era aperta innanzi a noi; la fortuna cominciò a incrudelire e a confondere ogni cosa. A quei che facilmente avevano tollerato fatiche, pericoli, vicende d’esito incerto ed aspre, parvero desiderabili ozio e ricchezze; tutte le altre cose misere e gravose... Poichè le ricchezze vennero in onore, e la gloria, il comando, la potenza dipendevano da quelle, cominciò a vacillare la virtù, la povertà cominciò a sembrare vergogna e la integrità malevolenza. Dalle ricchezze quindi emersero, a sopraffare la gioventù, lussuria, avarizia e superbia; rubare, consumare, far poco conto del proprio, desiderare l’altrui, non aver riguardo, nè misura rispetto al pudore e alla pudicizia, alle cose umane e alle divine confuse».
E, poco appresso, lo stesso storico fa parlare Catilina così[235]: «Dopo che lo Stato cadde in potere ed arbitrio di pochi, sempre re e tetrarchi sono loro tributari, popoli e nazioni sono tassati a loro favore; tutti noi altri, strenui e buoni, nobili ed ignobili fummo volgo, privi di ogni considerazione, di ogni autorità, avvinti a quelli, di cui, se la Repubblica fosse quale dovrebbe essere, noi saremmo lo spavento. Quindi sovranità, potenza, onore, ricchezza sono in mano loro o dove loro piace: a noi lasciano pericoli, ripulse, piati giudiziarî, miseria. Le quali cose sino a quando vorrete soffrir voi, fortissimi uomini? Non giova meglio morire valorosamente che perdere inonoratamente una vita misera e infelice, nella quale si sarà servito di ludibrio all’altrui superbia?... Qual mortale che abbia animo virile può tollerare che a quelli avanzino tante ricchezze da profonderne nel costruire in mare e nell’adeguare i monti, mentre a noi manca una sostanza familiare da poter sopperire al necessario? Che quelli possano avere di seguito due e più case, mentre a noi manca un lare familiare? Mentre comperano quadri, statue, cesellature, e diroccano nuovi edificî per costruirne altri, e infine in ogni maniera estorquono danaro, vessano, pure non possono con la somma loro libidine superare le ricchezze. Noi, invece, abbiamo l’indigenza a casa, fuori i debiti; triste la condizione dell’oggi, molto più aspro l’auspicio del domani: infine che cosa altro ci resta se non una misera anima?».
Questo stato continuo di tensione, spinto all’estremo, sotto l’azione di un avvenimento esterno, di un crescente dissesto interno, di una rivoluzione politica, precipitava finalmente verso la catastrofe; e allora tutte le ire, tutte le violenze si scatenavano senz’ordine, nè misura. Tutti i metodi di guerra, tutte le crudeltà, a cui i conflitti esterni avevano adusata l’una e l’altra parte, erano usati reciprocamente, aggravati e circuiti di tradimenti, d’insidie, di ragioni personali, quali potevano esservi tra vicino e vicino, nell’àmbito di uno stesso recinto.
Nel 370, per es., il popolo di Argo massacrava con la fustigazione millecinquecento persone. «Il popolo d’Argo — dice Isocrate[236] — si reca a soddisfazione di massacrare i ricchi, e si rallegra, ciò facendo, più che non facciano altri nell’uccidere i nemici». Delle condizioni del Peloponneso dice[237]: «Si temono i nemici meno de’ proprî concittadini. I ricchi preferirebbero gettare in mare le loro ricchezze anzi che darle a’ poveri: per questi, d’altra parte, niente è più gradito che lo spogliare i ricchi. Cessano i sacrifizî: sugli altari si sacrificano gli uomini. Più di una città ha ora più emigrati di quanti ne aveva prima l’intero Peloponneso».
E a questi scoppî violenti d’ira della piazza facevano riscontro da parte delle oligarchie gli stati d’assedio, le misure eccezionali, le proscrizioni in massa, le confische.