La guerra e la pace nel mondo antico
Part 11
Insieme a questa trasformazione dello spirito e della intensità distruttrice, la guerra andava poi soggetta a un’altra continua trasformazione nelle stesse forme tecniche, con cui si combatteva[204].
La guerra, quale appare da’ documenti egizi e più specialmente assyro-babilonesi, è come uno sciamare lungo, continuo, confuso di uno su di un altro popolo, da uno ad un altro paese. La similitudine delle cavallette, frequentemente ricorrente nelle epigrafi assyro-babilonesi, è un’immagine semplice ed ingenua, ma di grande veracità e di meravigliosa evidenza.
La battaglia — anche nell’_Iliade_ — non coordinata ad un vero piano, trova la sua unità piuttosto nello scopo generale a cui mirano i combattenti, anzi che in una concorde azione spiegata, e si dirama, così, naturalmente, in una serie di episodî, in cui campeggiano, emergono ed operano pochi eroi, mentre la folla anonima, continuamente fluttuante e sparente, serve quasi di fondo al quadro per completare le proporzioni epiche de’ guerrieri sovraneggianti.
Secondo il poema altrove citato, alla battaglia di Qodshou, Ramsete, egli solo, non sorretto da altro che dall’aiuto divino, si trae dall’imboscata in cui era caduto e batte i nemici. I re assyri sono anch’essi come il motore dell’azione, il centro in cui si appunta e donde si dirama ogni energia; e la vittoria è l’opera del loro braccio, anche più che della loro direzione. Gli eroi omerici, terribili e corruschi nella sfavillante armatura, sul loro carro di guerra, elemento integrante della guerra orientale, percorrono da un capo all’altro il campo di battaglia, facendo inclinare le sorti della pugna con la loro azione e qualche volta con la sola loro presenza.
Per quanto vi sia un’ordinanza, per quanto si sappia anzi che i combattenti marciano per tribù e per patria, pure l’azione si risolve in tante monomachie e si riassume nelle monomachie degli eletti.
La turba innominata, che quando vuole assumere un nome si chiama Tersite, si direbbe il zero dell’abaco, di nessun valore in sè stessa, ma fatta per darne solo all’unità, quando le si mette accanto.
Nondimeno, come un accenno di altri destini dice un verso dello stesso poema che «unito, emerge anche il valore di quelli che per sè valgon poco»[205]; e l’uso de’ sassi e delle frecce, che da lungi, pareggiano la diversa virtù de’ combattenti, è anch’esso come un vaticinio obbiettivo di diversi sistemi di guerra.
Quest’azione collettiva, regolata, uniforme e simultanea, di tutta una massa si realizza, più per tempo e in forma più perspicua, nell’ordinamento militare spartano e nella tattica corrispondente, che divenne subito il tipo comune, cui si conformarono gli altri Stati, specie in vista del buon successo e della incontestabile superiorità militare ottenuta dagli Spartani, da un lato, e, dall’altro, dell’evoluzione democratica progrediente de’ diversi paesi, che all’azione preponderante della cavalleria, arma aristocratica, faceva succedere quella della fanteria.
Ma questo periodo segnava ancora uno stadio semplice e rudimentale nell’arte della guerra.
Nessuna strategìa, nessuna cura veramente apprezzabile delle accidentalità del terreno, della conformazione de’ paesi, di tutte quelle varietà di condizioni e di espedienti che formano la prova del genio di un capitano e conferiscono interesse allo svolgimento della guerra.
Le battaglie, solitamente limitate a piccole forze quali potevano mettere in campo i piccoli Stati greci, non miravano all’annientamento del nemico; e, combattute in aperta pianura, avevano per lo più l’aspetto e l’importanza di una giostra, sia pure sanguinosa.
L’armamento fatto di lancia e di scudo, che lasciava quindi esposto il lato destro del combattente, faceva dell’ala destra dell’ordinanza il punto più vulnerabile della mischia; è all’ala destra quindi che si soleva mettere il migliore elemento combattente. E, poichè l’attacco era generale e frontale, e la necessità di proteggere il lato destro della persona e impedire l’aggiramento obbligava a marciare con una lieve inclinazione a destra, che poneva così lo scudo tra le due linee combattenti, la mischia finiva per aver luogo in maniera indipendente a destra ed a sinistra; e l’ala destra di un esercito che rompeva prima la fronteggiante ala sinistra del rispettivo avversario, decideva definitivamente della battaglia, rinnovando l’attacco sulla sinistra con l’altra ala già impegnata dell’avversario.
L’allargarsi del teatro della guerra, specie durante la lunga, accidentata e multiforme guerra del Peloponneso, ove il conflitto riarse ne’ paesi più diversi di configurazione fisica e di condizioni civili, in contrasto con nemici diversamente combattenti, doveva suggerire, se non proprio imporre, notevoli mutamenti di tattica e di armamento. L’esempio de’ peltasti di Tracia, de’ montanari di Etolia offrivano esempî che non potevano andare, come non andarono, perduti per Brasida e per Demostene e portarono a un impiego maggiore de’ soldati di armatura leggiera, come subito e temporaneo ripiego che a Sparta non trovò nè imitazione, nè prosecuzione, ma che ad Atene, sopratutto per opera d’Ificrate, ebbe poi largo sviluppo e più stabile ordinamento, sino al punto di fare la sua trionfatrice esperienza sul campo di battaglia ed assicurare così nell’opinione generale la prevalenza de’ soldati di men grave armatura sulla fanteria pesante.
La cavalleria, la cui importanza era tanto decaduta col decadere de’ regimi aristocratici, de’ quali sembrava schietta espressione, ricominciò ad acquistare importanza come corpo tecnico con la buona esperienza della cavalleria siciliana e con la maggiore importanza politica ottenuta dalla Tessaglia, dalla Beozia, da paesi dove le stesse condizioni fisiche le avevano consentito uno sviluppo non permesso dalle condizioni della Grecia peninsulare. L’uso sempre più consigliato e diffuso delle armi da getto sviluppò anche quest’altra categoria di combattenti; sicchè la battaglia acquistava aspetto sempre più vario e complesso.
Ma chi innovò radicalmente i criterî direttivi della battaglia, fu, nella breve e fortunata sua carriera, Epaminonda, che può considerarsi come il geniale inventore e pioniere di metodi applicati poi da Filippo e specialmente, con importanza storico-mondiale, da Alessandro.
All’attacco frontale e simultaneo di tutta l’ordinanza, Epaminonda sostituì un metodo per cui, contrariamente all’uso precedente, l’ala sinistra, ove egli concentrava il nerbo delle sue forze, aveva l’offensiva, mentre l’ala destra, messa puramente sulla difensiva, faceva semplicemente della resistenza e teneva a bada l’ala destra nemica, intanto che la sua ala sinistra, facilmente vittoriosa per la forza preponderante, dopo avere sgominata l’ala destra dell’avversario, ne scompigliava l’ala sinistra, attaccandola di fianco.
Alessandro, pur commettendo ancora l’offensiva all’ala destra, che per la specialità dell’arma non obbligava a considerare l’inconveniente del fianco scoperto, adottò il metodo di Epaminonda, fecondandolo e sviluppandolo con la varietà delle armi e de’ contingenti, col rendere mobile l’esercito snodandolo in reparti atti all’azione agile e varia, con la rapidità delle mosse, col colpo d’occhio sicuro, calcolatore di tutti i vantaggi offerti dagli eventi, con la strategìa geniale che intuisce le difficoltà per superarle, che escogita i piani, li rinnova, li muta secondo il bisogno, e, adocchiato il nemico non lo perde più di vista, sinchè non l’abbia stritolato, come aquila, con avvolgimenti, or lenti or fulminei, sempre inevitabili e fascinatori, diretta alla preda.
Presso i Romani, la legione ci si presenta di varie composizioni con il suo contingente suddiviso in _principes, hastati, triarii, velites_. Sotto Camillo secondo alcuni, nelle guerre sannitiche secondo altri, si divide in trenta manipoli, appresso suddivisi ancora per comodità amministrativa in due centurie, e ricomposti, per ragione tattica, in coorti di tre manipoli ognuna. Questa suddivisione in manipoli segnava una nuova tattica, che da’ manipoli appunto prendeva il nome; e, sostituendosi al più antico modo di combattere per falange serrata, apriva nuove vie e forniva nuovi strumenti all’arte della guerra. Spezzata in manipoli, l’ordinanza dava tutta l’agevolezza di restringere o dividere la linea di battaglia, permettendo alla prima linea di ritirarsi, tra gl’interstizî, dietro la seconda, e alla terza di venire alla sua volta in prima linea; e sopratutto dava modo di riformare nel più vario modo il piano di attacco o di difesa, deludendo i calcoli del nemico e le mosse fatte in vista di una preveduta azione tattica. Così i Romani, come avevano fatto per le altre forme della vita civile, parimenti per la guerra avevano consultata l’esperienza loro e degli altri, erano proceduti per adattamenti e imitazioni di amici e di avversarî verso metodi di guerra e di battaglia più complicati, usando rispettivamente l’attacco frontale, l’obliquo come quello di Epaminonda, combattendo con l’_acies triplex, quincunx, sinuata_, in sette tipi, quanti ne sono attribuiti.
Un’evoluzione analoga a quella della guerra terrestre aveva avuto la guerra marittima. La trireme, divenuta la forma tipica delle navi da guerra e base delle flotte, pur non rimane la forma ultima della costruzione navale; e, benchè in via straordinaria, si ebbero navi di struttura più complicata. Sopratutto, poi, la prima rudimentale guerra navale, che differiva dalla terrestre più per il campo su cui avveniva anzichè per le forme, si venne mutando in una forma specifica di guerra, alla quale l’esperienza della navigazione e del mare dava un carattere suo proprio. Mentre i popoli meno esperti o all’inizio della guerra navale ricorrevano a speciali congegni per avvincere le opposte navi combattenti, per convertire il combattimento in una lotta pugnata su di un mobile suolo, su di un ponte, o cercavano di tenersi in prossimità della sponda, mischiando la forza di terra nel conflitto; i marinai più esperti cercavano il mare largo, davano maggiore agilità alla nave, accrescevano il personale di servizio della nave a spese del personale combattente, e cercavano nelle fughe simulate e ne’ rapidi ritorni, nelle celeri evoluzioni, nelle violente abbordate, ne’ colpi di sperone, nelle veloci traversate, negli sbarchi inattesi, i mezzi della vittoria.
Aveva del pari tutta un’evoluzione l’arte delle fortificazioni e quella opposta degli assedî per tutta una serie che andava dall’inerte e sterile campeggiare degli spartani innanzi alle mura di Atene sino alla difesa di Siracusa contro i Romani e alla sua presa.
Variava l’armatura di difesa e di offesa col sostituirsi e l’alternarsi della lancia, della spada, del giavellotto e l’ampliarsi e il restringersi dello scudo e il sostituirsi del giaco alla lorica, del copricapo di cuoio all’elmo di bronzo, dell’armatura leggiera alla pesante o della combinazione di entrambe.
Il rudimentale genio militare, che prima era consistito soltanto in un certo numero di fabbri e legnaiuoli, aveva anch’esso il suo sviluppo: progrediva l’arte di costruire il campo; l’approvvigionamento veniva reso meno disordinato con un sistema di contribuzioni e requisizioni e l’uso di magazzini nello stesso paese nemico.
Questi ed altri progressi dipendevano specialmente dalla nuova base, che l’esercito si faceva con un diverso sistema di reclutamento.
Nel tempo più antico il cittadino è sopratutto guerriero, se non proprio esclusivamente guerriero come gli Spartani, e quanto più è in una posizione economica più favorita dalla fortuna, ha non solo, come occupazione preferita, ma come monopolio il servizio militare.
Con l’evoluzione democratica dello Stato, con l’ampliarsi del medio ceto, con l’allargarsi de’ conflitti che richiedono forze combattenti più numerose, anche l’esercito allarga la sua base; e, allora, da un lato si rende necessaria l’introduzione del soldo, dall’altro, viene necessariamente a modificarsi l’armatura, anche per l’obbligo che spesso ricade allo Stato di fornirla.
Le guerre lunghe o lontane, la complessità maggiore de’ rapporti economici, l’arte della guerra più progredita, l’aumento di un proletariato in cerca di uno sfogo; tutte queste cose unite insieme, mentre sviano il ceto de’ gaudenti e il medio ceto dall’impresa di guerra, mentre spingono parte del proletariato verso l’esercito, come verso una risorsa e un impiego, obbligano d’altra parte l’esercito, o ad aprire indistintamente — come sotto C. Mario — i ranghi a’ cittadini senza distinzione di censo, o a far ricorso a’ mercenarî; e si finisce così di nuovo col soldato professionale, quale si può considerare il milite dell’epoca imperiale romana, militante sedici, venti, venticinque, ventotto anni, secondo la diversità de’ tempi e delle armi. Ma è un soldato professionale, che segna un altro estremo dell’evoluzione, al cui punto opposto sta il guerriero dell’epoca eroica e del periodo più antico della storia.
VIII.
Gli effetti della pace e della guerra.
Quando la tempesta si rovescia furiosa su di una campagna, non si vedono, dopo il suo passaggio devastatore, le piante prostrate rilevare a poco a poco la testa, e dagli stessi rami infranti, da’ campi inondati, dall’alluvione straripante svilupparsi come una nuova forza e la promessa di un nuovo rigoglio?
E da questo lungo, immane, continuo conflitto, da questo disgustoso dilagare di stragi, da queste violenze e da questi orrori nulla sorgeva mai, che fosse come una affermazione rivendicatrice della vita, una nuova forza, un’emenda o una attenuazione dello spirito di distruzione?
Non si tratta di giustificare la guerra.
Il passato è quello che è, con le sue angosce, con i suoi danni e anche con le sue attrattive. Si può volere scongiurare la guerra per l’avvenire e sperare di riuscirvi, ma a ciò stesso si richiede precipuamente la cognizione delle sue cause, della sua azione, de’ suoi effetti. Pel passato, dato che da esso, per le condizioni sue, per le ragioni accennate, pullulava come un fatto continuo e inevitabile la guerra, ciò che principalmente occorre — nell’interesse di quello stesso processo conoscitivo che è base e premessa dell’azione pratica — ciò che occorre è constatarne diligentemente i fenomeni concomitanti e consecutivi.
Se la possibilità universale di una produzione agevole, soddisfacente e sicura avesse potuto sin d’allora, con la prospettiva di un minore sforzo e di un maggiore vantaggio, bandire od eliminare la guerra, certamente per una via più o meno lunga, con maggiore o minore sforzo, ma con graduale persistenza, gli uomini si sarebbero, con la successiva accumulazione della ricchezza prodotta, elevati a forme più alte di vita e a condizioni di elevata civiltà.
Ma, nella mancanza di quella premessa, che faceva riardere la guerra incessantemente, ora sotto forma d’ingiusta aggressione, ora sotto forma di difesa necessaria, certe guerre, che — in qualunque maniera e con qualsiasi intento cominciate — approdarono alla costituzione di vasti dominii, ebbero l’effetto, anche negli stadî più rudimentali, di costituire, sia pure temporaneamente, nell’aggregato meccanicamente realizzato sotto un solo scettro, un periodo di pace relativa e di una coesistenza quale solo appariva possibile nel mondo antico.
Quello stesso grande sacrifizio di vite umane ebbe, rispetto alle fasi della popolazione, un effetto ben diverso da quello che avrebbe oggidì; e, mentre ora, con la più facile e abbondante produzione di alimenti, una violenta decimazione della popolazione è una crudeltà inespiabile che non si risolve in nessuna indiretta utilità od attenuante, nel mondo antico anche questa specie di ostacolo a un troppo rapido incremento di popolazione poteva, considerandone tutti gli effetti, presentare un lato meno doloroso. La specie del conflitto quasi generale di popolo con popolo, l’eliminazione spietata di tutti gli elementi inutili e più deboli dopo la vittoria, può anche — a differenza di quel che accadrebbe oggigiorno — aver fatto compiere dalla guerra una certa selezione de’ più forti.
Queste guerre poi, che in una maniera più o meno aperta — spogliazione violenta o imposizione di tributo — si risolvevano in una grande rapina, avevano l’effetto di accumulare rapidamente in alcuni centri una quantità ingente di ricchezza, creando così un campo di sviluppo adatto a tante energie materiali e spirituali, a tante manifestazioni dell’arte e del sapere.
La schiavitù, d’altra parte, la cui storia gronda tante lagrime e tanto sangue e che era uno de’ primi e più diretti effetti, una delle lusinghe della guerra, col suo lavoro concentrato in certi punti, compì davvero per molto tempo nell’antichità la funzione che oggidì compie la macchina; e molte delle più maravigliose opere dell’architettura, della ingegneria e dell’arte antica appariscono come l’effetto ultimo di guerre che avevano messo in mano di un conquistatore, come in un punto di applicazione di una leva, ricchezza accumulata e forza di lavoro disponibile.
Certo chiunque sente umanamente, risente anche tutto il tragico fato della storia; e la maestà delle Piramidi e del Colosseo, la bellezza del Partenone e della statuaria antica si appannano come di un’ombra al pensiero de’ dolori che costarono. Dolore, ammirazione, rimorso, conforto: un turbine di sentimenti potenti e contrarî sorge innanzi ad ognuna di quelle opere, le quali, se talvolta non sono che il mostruoso specchio dell’orgoglio di un re, altre volte hanno in sè un riflesso d’eterna, serena bellezza, o, come le opere di canalizzazione e di viabilità, rappresentano un grande passo innanzi sulla via dell’evoluzione economica e della civiltà.
Anche qui, per rilevare certi fenomeni e certi effetti della guerra, possono meglio servire de’ documenti, che, quanto più sono antichi, tanto più hanno valore, perchè mostrano alcuni nessi nella maniera più semplice ed immediata, non dissimulati nè celati da fenomeni intermediarî e più complessi.
Le iscrizioni assyro-babilonesi[206] ci fanno assistere nella forma più costante e quasi iperbolica a questa sistematica razzìa, susseguita poi dall’altra meno violenta ma non meno esauriente de’ tributi, che faceva migrare la ricchezza de’ paesi vinti verso il paese vincitore.
Questi stessi documenti ci fanno vedere come le esigenze della guerra già incitassero e obbligassero a superare luoghi impervii, a guadar fiumi, a tracciare strade[207], a fare tanti altri lavori, che rappresentavano una difficoltà tecnica superata e convertibile poi ad usi più proficui che non fossero quelli della guerra.
Costantemente, i re guerrieri sono anche costruttori; e non certamente perchè avessero maggiore attività e maggiore spirito d’iniziativa, ma perchè nella guerra avevano raccolto mezzi e braccia adatte alle opere, a cui, nell’eccitamento della gloria, davano mano.
Ahmos, il liberatore dell’Egitto, ricomincia subito le serie delle costruzioni, servendosi dell’opera forzata degli Asiatici, prima dominatori, ora servi[208]. Thoutmos I, al ritorno dalla sua spedizione d’Asia, impiegò come muratori i numerosi prigionieri condotti al suo sèguito e cominciò grandi lavori, che i suoi successori continuarono senza interruzione. Tutta la valle del Nilo, dalla quarta cataratta al mare, si covrì di monumenti[209]. Ad altrettale uso servì il bottino raunato in Siria da Sethi I[210].
Queste costruzioni avevano luogo ordinariamente nell’intervallo tra una e l’altra guerra, specialmente in qualche periodo di pace protratto, ma erano sempre una dipendenza delle risorse della guerra.
Ne’ casi in cui l’opera de’ prigionieri veniva meno, queste opere pubbliche non si potevano continuare senza grandi oppressioni e turbamenti.
Ramsete II, il principe costruttore per eccellenza, privato dalla lunga pace con i Khiti delle risorse della guerra, dovette servirsi per la costruzione, di Egiziani e di stranieri già internati nell’Egitto, sollevando grandi lamenti[211]. Shabakou, che pure aveva guerreggiato, per procurarsi le braccia necessarie, sostituì alla pena di morte quella de’ lavori forzati[212].
Salomone, che non era re guerriero, dovette menare innanzi le costruzioni di Gerusalemme aggravando i sudditi d’imposte e di contributi di opere[213].
È noto il lamento de’ Romani contro l’ultimo Tarquinio di essere «_opifices ac lapicidas pro bellatoribus factos_»[214].
Parimenti per i re assyro-babilonesi questo lusso di costruzioni è un complemento delle loro glorie militari, un’appendice della guerra, in quanto questa erezione di templi, di palagi, di monumenti è una ricompensa ed una glorificazione della divinità e di chi ha vinto col suo aiuto e nel suo nome.
«Poiché — dice Tiglath-Pileser I[215] — ebbi vinti tutti i nemici di Ašur, costruii il tempio ad Ištar di Ašur, mia signora, il tempio di Martu, il tempio del vecchio Bel, la casa delle divinità, tempio degli dèi della mia città Aššur, che erano in rovina e li completai. Feci l’ingresso a’ loro templi, vi condussi dentro i grandi dèi miei signori e rallegrai il loro cuore divino. Ricostruii e completai palazzi, sedi reali nelle grandi città, a’ confini del mio territorio, che dal tempo della reggenza de’ miei padri, per lungo periodo di tempo, erano abbandonati, decaduti e ruinanti».
«L’antica Kalḫu — dice Asur-nâṣir-abal[216] — che Salmanassar, il re di Aššur, un principe regnante prima di me, aveva costruito — quella città era decaduta, ruinata, ridotta a calcinacci e terra arabile — quella città io la resi di nuovo abitata, mettendovi a dimorare i miei prigionieri de’ paesi che io avevo vinti e presi. Scavai un canale dal Zab superiore e lo chiamai Patiḫigal[217], vi feci intorno giardini, offersi in sacrifizio frutta e vini ad Ašur, mio signore e a’ templi del mio paese. Spianai l’antica collina, scavai sino alla profondità dell’acqua, andai sino a 120 tikpi al disotto del suolo, costruii le sue mura; la costruii e la completai dalle fondamenta al tetto».
Di un’altra costruzione anche più immediatamente connessa con le guerre ci parla Asarhaddon: «Per l’arsenale, che i re regnanti prima di me, miei padri, avevano costruito per tenervi l’esercito e custodirvi cavalli, muli, carri, proiettili, arredi di guerra, bottino de’ nemici e ogni altra cosa qualsiasi che Ašur, il re degli dèi, mi facesse pervenire come reale retaggio — per l’arsenale io feci portare dagli abitatori de’ paesi, bottino del mio arco, materiali ed opera, ed essi dovettero preparare mattoni. Io demolii completamente quel piccolo edifizio, tagliai dal campo un gran pezzo di terra come suolo edificatorio e ve l’aggregai»[218].
E di simili lavori riflettenti costruzioni, piantagioni, opere di canalizzazione, si potrebbe, volendo, citarne molti e molti altri[219].
Il vantaggio, anzi il carattere indispensabile che aveva per certe opere di molta estensione l’unità del dominio, è rilevato da un egittologo[220] per l’Egitto riunito sotto Shabakou (Sabacone); e si può naturalmente rilevarlo anche meglio pel dominio romano solcato di vie, che l’attraversavano in tutti i sensi, rigato di acquedotti monumentali, che fornivano copia d’acque alle sue città, fornito di terme grandiose, abbellito d’immensi anfiteatri e di fôri maestosi; tutte opere queste, in parte agevolate, in parte addirittura imposte, più che rese possibili, da un vasto dominio, che dava origine a centri popolosi, che richiedeva, per la sua stessa esistenza, una comunicazione agevole e possibilmente rapida delle varie sue parti e che per questa via ne agevolava i contatti, l’assimilazione se non la fusione.
Se commercio e guerra, sotto un certo rapporto, si potrebbero considerare quali termini opposti, è pure indubitato, come già è stato osservato[221], che vengono a trovarsi in frequenti relazioni tra loro, non solo in quanto dalle contese commerciali frequentemente si è sviluppata la guerra, ma in quanto la guerra stessa ha finito per dischiudere l’adito al commercio.