La guerra e la pace nel mondo antico
Part 13
Oneste lotte intestine, di cui è materiata la storia antica, e che, mal placate da una certa beneficenza di Stato, riardevano continuamente, finivano di solito con l’indebolire la compagine dello Stato, facendolo preda di un nemico esterno più potente, o, sotto la doppia pressione del bisogno di resistere agli urti interni ed esterni, determinava il sorgere o il risorgere di un principato.
A Roma, si arrivò per questa via all’Impero, che importava un ambiente di relativa pace favorevole agl’interessi, specie del medio ceto, e alla sua eventuale ricostituzione, un freno all’aristocrazia avida, una migliore amministrazione del dominio, una sistemazione delle provvidenze pel proletariato.
Ma le dispute di successione tornavano, quando non era possibile stabilire o mantenere una dinastia, a compromettere gravemente la pace pubblica; e, prima di arrivare alla stessa prima costituzione dell’Impero, tutto il dominio aveva dovuto passare attraverso un lungo periodo di convulsioni e di guerra civile.
E niente vale forse a dare meglio un’idea di tutti gli episodî di essa, quanto la descrizione che ne dà Appiano, discorrendo del secondo triumvirato[238]:
«Nell’atto stesso che erano fatte le proscrizioni, si occuparono le porte e quante altre uscite vi erano delle città e i porti e le paludi e tutto quanto potesse dar sospetto di prestarsi a fuga o ad appiattamento: si fece in modo che i centurioni scorressero il paese, investigando, e ogni cosa si fece in questo stesso senso.
«Subito, adunque, in città e in campagna, dovunque ognuno si trovava, si vedevano repentine sorprese e uccisioni di vario genere e recisioni di teste per la taglia promessa a’ denunziatori e fughe inonorate e contegni sconvenienti di chi prima era ragguardevole. Poichè si nascondevano alcuni ne’ pozzi, altri in condotti luridi sotterranei, altri ne’ camini fumosi, o se ne stavano in gran silenzio sotto le incombenti tegole de’ tetti. Giacchè, non meno de’ sicarî, temevano alcuni le mogli o i figli non ben disposti verso di loro, altri i liberti e i servi, altri i debitori o i confinanti di fondi per l’avidità di avere le loro terre. Era come un erompere, tutto in una volta, di ciò che sin’allora era venuto suppurando, ed era spietata la vicenda di senatori, consoli o pretori o tribuni, o ancora in carica o già investiti di tali uffizî, cadenti in pianto a’ piedi del loro stesso servo, invocando salvatore e padrone lo schiavo. E il più spietato era che non trovassero mercè. Vi era tutto uno spettacolo di mali, non quali si scorgono nelle rivolte o nelle espugnazioni delle città: poichè non accadeva, come in quelle, che si temesse l’avversario o il nemico, rivolgendosi a’ proprî familiari: questi appunto si temevano più de’ sicarî, non temendoli come in guerra o nella sedizione, ma fatti d’improvviso, di familiari nemici, o per segreta inimicizia, o per donazioni ad essi promesse, o per oro ed argento che si avesse in casa. Per queste cose ciascuno diveniva infido verso i suoi di casa e anteponeva alla compassione il suo lucro. Chi si manteneva fido o benevolo, temeva di recare aiuto, o celare, o essere fin consapevole per la simiglianza delle pene. A ritroso l’incalzava il primo timor de’ diciassette [i _presi_ prima della proscrizione]. Poichè, allora, non essendo stato proscritto alcuno, ma essendo improvvisamente stati presi quelli, tutti temevano le stesse cose e si sentivano compagni. Venute fuori le tavole di proscrizione, altri furono subito consegnati; altri, fatti securi di sè stessi e voltisi al lucro, davano la caccia ad altri per consegnarli, dietro una taglia, a’ sicarî. Dell’altro gran numero, alcuni saccheggiavano le case degli uccisi, e il guadagno li alienava dalla coscienza de’ mali presenti; altri più assennati e buoni erano colpiti dalla sorpresa ed era per essi più strano se consideravano come altre città erano state danneggiate dalle dissensioni e le aveva salvate la concordia; questa, l’avevano ruinata in precedenza le dissensioni de’ governanti e il loro accordo ora si rivelava in tali effetti. Morivano alcuni difendendosi dagli assalitori, altri non difendendosi e come soccombendo a una ingiusta loro violenza; ve n’erano anche che perivano di volontario digiuno e disfatti dalle piogge, che si affogavano in mare o si gettavano da’ tetti o si lanciavano nel fuoco, o andavano incontro a’ sicarî, o li mandavano a chiamare se indugiavano, mentre altri si nascondevano, o supplicavano senza dignità, o cercavano di scongiurare il male incombente a viva forza o con la corruzione. Alcuni perirono all’insaputa de’ triumviri, per errore o per insidia. E sapevano del non proscritto ucciso, quando si presentava la testa. Poichè i capi de’ proscritti si esponevano nel Fôro, presso i rostri, dove bisognava che venissero a prendere la mercede quelli che li portavano. Si osservava parimenti la premura e la virtù d’altri, donne e giovinetti e fratelli e servi, che salvavano ricorrendo a molti stratagemmi e morivano insieme quando non riusciva ciò che avevano escogitato: altri si uccidevano sugli uccisi. Di quelli che fuggirono, alcuni perirono in naufragî, in tutto oppressi dalla fortuna; altri, inopinatamente, furono condotti a’ magistrati cittadini e a’ comandi degli eserciti e a’ trionfi...».
X.
Pax Romana.
La guerra! La pace! La pace! La guerra!
Col ritmo monotono di un pendolo che non tocca un estremo se non per allontanarsene e tendere subito all’altro; con l’intreccio inestricabile di trame intessute per formare una sola tela a vario colore; col contrasto e la correlazione di una triste realtà e di una dolce aspirazione che si rincorrono per escludersi e per completarsi — la pace e la guerra, la guerra e la pace si succedono, si rinnovano, si avvicendano, s’insidiano attraverso la lunga, dolorosa via della storia!
Il desiderio della pace, immanente e perenne, ma perennemente minato e deluso da’ contrasti della vita, risorgeva inestinguibile e ostinato e trovava la sua espressione e la sua incarnazione in molteplici e continuamente riprodotti trattati di pace.
Ma erano tregue piuttosto che paci, vigilie d’armi e incubazioni di guerre. La loro lunghissima serie[239] non fa che provare la loro fragilità, la loro nessuna persistenza; e, nel loro carattere generale, sembrano altri aspetti della guerra; alleanze che miravano a una guerra futura, e, nello stesso loro nome (συμμαχία), rivelavano questo loro scopo e questa ragione bellicosa.
A misura che si venivano costituendo più vasti e più solidi organismi politici, che il concetto di razza si veniva fissando e determinando, che gli interessi si complicavano e s’intrecciavano, l’aspirazione alla pace trovava un campo più vasto in cui esercitarsi; ma non perciò riusciva a realizzarsi. Così, in forma tipica, il mondo ellenico, cementato da comuni tradizioni, dalla comune fede religiosa e da comuni interessi, veniva acquistando un senso di solidarietà e un’anima collettiva, che riflettuta ne’ suoi artisti e ne’ suoi pensatori, faceva talvolta considerare come una lotta intestina e quasi fratricida le guerre reciproche. Ma era una unità ideale a cui non si conformava la realtà delle cose; era una mèta morale fatta di stati d’animo e di tendenze, a cui si ribellava, recalcitrando, la vita quotidiana con i suoi interessi varî che non di rado divenivano anche discordanti. Pure, in queste sue tendenze e manifestazioni ideali, la solidarietà nazionale e di razza finiva per avere, come antitesi e corrispondenza, insieme, un senso di ostilità verso tutto ciò che era fuori di quel cerchio e di quell’ambiente.
«In primo luogo — si dice in uno de’ dialoghi platonici[240] — quanto alla schiavitù, ti pare giusto che Elleni riducano in ischiavitù città elleniche o che ciò non si conceda ad alcuno, per quanto è possibile, e si avvezzi a risparmiare la gente ellenica, facendo in modo che non debba essere ridotta in servitù neppure da’ barbari? Assolutamente, disse, importa che si risparmî. Non acquistare uno schiavo greco, consigliando agli altri Elleni di fare altrettanto? Certamente, disse: così si rivolgerebbero maggiormente contro i barbari ed essi si avrebbero riguardo reciprocamente».
E poco appresso[241]: «Vedi dunque se dico cosa confacente. Dico che la gente ellenica è congiunta da legami di famiglia e di un lignaggio, aliena ed estranea alla gente barbarica. Benissimo, disse. Diremo, così, di conseguenza, che, combattendo gli Elleni con i barbari e i barbari con gli Elleni fanno guerra, e sono nemici per natura, e questa ostilità si deve chiamare guerra. Quando, invece, gli Elleni combattono con gli Elleni, mentre sono amici per natura, l’Ellade, così facendo, presenta uno spettacolo morboso, si trova in istato di sedizione; e una tale ostilità si deve chiamare guerra civile. Io, disse, convengo che si debba ritenere così... La città che fonderai, non sarà ellenica? Bisogna ch’essa sia così, disse. Adunque (i suoi cittadini) saranno buoni e indulgenti? Certamente. E non saranno filelleni? E non considereranno la Grecia come congiunta, e non parteciperanno con gli altri alle cose sacre? Certamente. Adunque le controversie, che avranno con gli Elleni, come con congiunti, le riterranno guerra civile e non le chiameranno guerra? No, certamente. Controvertiranno come persone che debbono riconciliarsi? Assolutamente. Castigheranno, con animo ben disposto, non spingendo la punizione sino alla riduzione in servitù e alla distruzione; essendo correttori, non nemici. Così, disse. Essendo Elleni, dunque, non manometteranno l’Ellade, nè incendieranno le abitazioni, nè considereranno in ogni città tutti come loro nemici, gli uomini, le donne, i fanciulli, bensì i pochi colpevoli del dissidio, e però non vorranno manomettere il loro territorio, quale cosa di molti amici, nè rovesciare le case, e lotteranno invece insino a quando i colpevoli saranno obbligati dagl’innocenti, che soffrono per loro, a pagare il fio. — Convengo, disse, che i nostri cittadini si debbano condurre così con questi loro avversarî, con i barbari invece come fanno ora gli Elleni tra loro...».
Benchè, sotto questa forma, il senso di ostilità e le occasioni di guerra fossero piuttosto spostate che non eliminate, pure quello spirito di solidarietà, insufficiente a realizzare la pace nell’àmbito delle stirpi elleniche, si traduceva qualche volta in effetti pratici, o che una controversia fosse composta da un oracolo di comune fiducia, o che fosse portata a qualche consiglio anfizionico o federale, o che si risolvesse per mezzo di arbitrati, un’istituzione dalla civiltà greca comunicata e trasmessa anche alla società romana.
La formazione di grandi Stati, poi, in quanto erano costretti per qualche tempo a controbilanciarsi in un mutuo gioco di equilibrio, o faceva luogo ad un’egemonia, che si spiegava anche per mezzo d’interventi e di arbitrati[242], contribuiva anch’essa talvolta ad allontanare, per qualche tempo, occasioni di guerra e assicurava temporaneamente la pace.
Ma la pace, che urtava, come contro un ostacolo invincibile, contro il processo di mutua eliminazione, ritardato soltanto o sospeso per una o un’altra via, dovette sembrare finalmente assicurata, quando quel processo di mutua eliminazione giunse al punto di toccare veramente l’impero universale; e, con la costituzione dell’Impero romano, dovette sembrare anche che fosse maturato l’ambiente per la pace universale.
Così, per quel carattere dialettico ch’è nell’indole stessa della storia, tutto l’infinito periodo di guerre sembrava che non avesse fatto se non preparare la sua antitesi, e che il sangue e la strage non avessero cosparsi tutti i campi del mondo se non perchè da essi sorgesse più desiderato e più vigoroso il fiore della pace, e questa trovasse la sua sanzione e la sua guarentigia nella impossibilità obbiettiva di un contrasto!
L’Impero romano sorse anche come l’appagamento di questa aspirazione, nell’estrema lotta tra l’Oriente e l’Occidente, tra il più antico impero e il più recente, tra l’antica tradizione e i nuovi bisogni; e non parve a moltissimi pagato a caro prezzo l’inestimabile benefizio della pace, se ad essa dovevano immolarsi vecchie forme e nomi cari e orrori tradizionali.
Nessuno de’ fasti o delle cerimonie dell’antica èra gloriosa parve vincere quello che si riassumeva nella chiusura del tempio di Giano.
La Pace parve davvero stendere l’ali ampie e benefiche e altrici sul mondo; e il grido di trionfo di tutte le guerre, il gaudio intimo del fortunato presente, le fiorenti speranze dell’avvenire trovarono tutta la loro espressione nel canto con cui Orazio[243] credeva a un tempo mettere il suggello alle sue odi e alle guerre che parvero le ultime.
«A me, che volevo cantar le battaglie e le città vinte, Febo avvertì, in atto di rimprovero, con la lira, che non commettessi le piccole vele all’onde tirrene. L’età tua, o Cesare, riportò anche la pingue mèsse a’ campi e restituì al nostro Giove le insegne strappate a’ superbi penetrali de’ Parthi e chiuse il tempio di Giano non più aperto a’ conflitti, e impose il retto ordine a chi se ne dipartiva e i freni alla licenza e bandì i delitti e richiamò le antiche arti, per cui crebbero il nome latino e le forze italiche, e la fama e la maestà dell’imperio si è stesa dall’occaso alla culla del sole. Finchè tu, o Cesare, starai a custodia di tutto, non l’infuriare delle lotte civili, non la violenza cacceranno la quiete di seggio, non l’ira che tempra le spade e inimica le misere città. Le leggi giulie, non le infrangeranno quei che si abbeverano al profondo Danubio, non i Geti, non i Sericani, non gl’infidi Persiani, non i nati sulle sponde del Tanai. E noi, ne’ giorni feriali e ne’ sacri, tra i doni di Libero giocondo, con i nostri figli e le nostre matrone, dopo aver pregato secondo il rito gli dèi, canteremo, secondo il costume degli antenati, con canto sposato alle tibie lydie, i duci che si condussero valorosamente, e Troia e Anchise e l’alma progenie di Venere».
Quella filosofia stoica che era emersa dalla ruina dello Stato ellenico come un tentativo superbo e geniale dello spirito, che si costruiva da sè una città sottratta ad ogni prepotenza di conquistatore, uno stato d’invidiabile libertà, e come tale tornava a infrangere, moralmente, il particolarismo ellenico per emanciparsi meglio dalle angustie fortunose e opprimenti della politica; quella filosofia si trovava a miglior agio e si diffondeva meglio in uno Stato che tendeva a confondersi col mondo abitato, dove il cittadino tendeva a confondersi con l’uomo, e l’anima umana aveva meno ostacoli a vincere per sublimarsi nella sua trionfante espressione; mentre, d’altro canto, il diritto della città tendeva ad allargarsi, come in un cerchio concentrico, nella sfera più vasta di una generalizzazione maggiore del diritto delle genti, e questo stesso in una sfera più vasta, nel diritto naturale: una realtà che diveniva un’astrazione, un’astrazione che diveniva una realtà.
La pace aveva così il suo crisma dalla filosofia, col suo concetto di uomo che si sovrapponeva a quello di cittadino, con quella sua sfera ideale di azione che si emancipava dalle contingenze della vita, con quella sua atarassia che si librava, irridendo, su tutti gli assalti della miseria e del dolore; e, d’altra parte, per un altro crisma diverso, si naturalizzava a Roma, prendeva anche essa il diritto di cittadinanza romana e, nel suo epiteto e nella sua funzione solenne di _pax romana_, s’imponeva con tutto il prestigio e l’autorità di un’istituzione positiva, con la forza e la sanzione della potenza e dello Stato romano.
E, per qualche tempo, fosse pure una sosta, il mondo parve godere gl’inestimabili beneficî della pace. Rimarginava, quasi, le sue ferite; si rifaceva in quel senso di sicurezza, come un convalescente che sente rinascere il senso della vita al tepore del sole novello; e fu ed è opinione di più d’uno storico, che in quei primi secoli dell’èra nuova, sotto gli Antonini specialmente, un vero miraggio di felicità arridesse al genere umano.
Pure, col venir meno del bersaglio, non era venuta a mancare la ragione delle armi; e quella pace, che certo includeva in sè molti vantaggi e sotto cui il mondo parve per qualche tempo vivere e respirare a suo agio, celava ancora troppe ragioni intime di contrasti e simulava sotto molti rispetti ancora come uno stato di guerra.
Tutta quella straordinaria varietà di elementi non era ben fusa o non era fusa affatto, e l’Impero contava popoli di lingua e di origine diverse, e, negli stessi àmbiti delle diverse regioni, padroni e schiavi, abbienti e proletarî, dominatori e dominati, tributarî e signori, cittadini e folle prive della pienezza dei diritti politici e civili.
Questi elementi, così diversi e spesso inevitabilmente messi dalla forza stessa delle cose o dalle loro ragioni di vita in contrasto, erano tratti, di volta in volta, a cozzare tra loro, e allora quella stessa potestà imperiale, che era il punto di unione, il centro di quel mondo in movimento, diveniva, nelle successioni specialmente, una mèta e una leva pel divampare della guerra civile.
Per quanto, nella fusione perenne delle diverse civiltà e nell’irradiazione del suo potere, Roma cercasse di diventare come l’anima e lo spirito vitale di tutto il mondo dominato, quella compagine gigantesca era troppo aliena dal centro, troppo diversa e lontana, perchè, da un aggregato qual’era, potesse davvero trasformarsi in un organismo. E, finchè restava un aggregato, un dominio artificialmente tenuto insieme, rappresentava anche un meccanismo troppo complicato e troppo costoso; sicchè, specie in quello stadio ancora poco sviluppato delle forze produttive, funzionava come una continua forza depauperatrice, che elideva in certo modo i benefici della pace, e, rendendo più aspre le cause intime di contrasto, ne fomentava i dissensi. L’esercito stesso, che in mezzo agli elementi inorganici non ancora coordinati o alla disorganizzazione sotto altri aspetti crescente, rappresentava l’elemento più organizzato, pel fatto stesso che era tale e che costituiva una forza prevalente, diveniva agevolmente strumento e causa di prepotenza e, all’occasione, di conflitti interni e di disordine.
Tutt’intorno all’immenso confine, convertito in una cinta fortificata e guardato come un baluardo, formicolavano poi popolazioni barbariche, vere orde talvolta, che si moltiplicavano con la spensierata prolificità di gente allo stato di natura, e, soggette a tutte le vicende degli elementi e alla balìa del caso per quanto concerneva la stessa loro possibilità di vita, fiottavano con l’ostinazione di una forza naturale, cieca e inesauribile, contro un ostacolo, oltre cui vedevano, come l’immagine viva di una terra promessa, uno stato di ricchezza e di vita, quale l’opera di secoli e gli stenti d’infinite generazioni avevano potuto foggiare e verso cui li chiamava lo stesso spirito della propria conservazione, la stessa lotta per l’esistenza.
Così, tra il risorgente ideale della pace, che prendeva la forma di aspirazione religiosa, di bisogno presente, di meditazione filosofica e la vita quotidiana irrimediabilmente turbata o insistentemente minacciata, il mondo romano, che quasi era l’orbe, si agitava ancora come in una contraddizione senza uscita, col moto misteriosamente fatale del pendolo, che, proprio mentre sta per toccare un estremo, è sospinto ed attratto verso l’estremo opposto; e si aveva lo spettacolo dell’Imperatore filosofo, che sillogizzava sulla vanità della vita nel campo stesso in cui ne affermava le vane ire, gli sforzi sterili e sanguinosi.
La pace è equilibrio, che ha bisogno di essere stabile, se si vuole stabile pace; e non vi è nè equilibrio, nè pace, dove la forza è base e legame della vita, e popolo è congiunto a popolo, individuo a individuo, non da mutuo scambio di servigî e uguale correlazione di diritti e di doveri, ma da una legge di servitù che fa l’uomo e l’opera sua mezzo a un altro uomo. Non vi è equilibrio, nè pace, dove qua la mancanza del necessario, là il desiderio e la possibilità del superfluo creano, a vicenda, lo scontento e la preoccupazione, la minaccia e la cupidigia, l’aggressione ch’è difesa e la difesa ch’è aggressione, cioè la guerra, in cui la forza non si risolve, ma si perpetua come in un circolo vizioso, per rigermogliare esacerbata e moltiplicata in altre guerre, in altre violenze, in altri motivi di conflitto.
Anche questa pace menzognera, a cui sembrava essersi arrivato con la guerra, non per rinnegare ma per consolidare l’opera della guerra, non per regolare la forza ma per assiderla in trono, si risolveva così nella guerra, e faceva luogo al crollo più enorme che la storia abbia mai veduto.
La compagine vacillava, si allentava, si disgregava nelle sue stesse commessure interne, nello svilupparsi delle stesse forze centrifughe, del malcontento, delle disuguaglianze stridenti, di quegli stessi dispendiosi legami artificiali, che per il loro stesso carattere dispendioso e violento si convertivano in un’azione disintegratrice; e si agevolava la via all’urto esterno, ripetuto, continuo, fatale, che si ripercuoteva sempre più sonoramente e fortemente sugli elementi interni in conflitto.
E quanto più, nel procedere della disorganizzazione, le parti si sentivano sciolte del tutto, cercavano in sè stesse le ragioni e i mezzi della propria conservazione, e, sviluppando funzioni e creandosi organi, si formavano una vita propria ed autonoma.
Finchè, venendo sempre meno la coesione, stremata la resistenza, come un torrente, che, abbattuto l’argine, si riversa e dilaga, la piena barbarica, forza vittoriosa e vendicatrice di una forza soggiogata, si spandeva, trionfatrice, adimando l’opera più volte secolare, sovrapponendosi ad essa, distruggendo e cancellando il lavorìo lungo ed industre della civiltà.
Poi, per un lento lavoro di stratificazione e di riordinamento, tra le ultime scosse di quel vero cataclisma sociale, nel riformarsi, pur su di una base non sostanzialmente diversa, dell’assetto sociale, emergevano nuovi gruppi etnici, nuove nazionalità, nuove compagini politiche, che, sotto l’assillo dell’antica concorrenza, rinnovavano l’antiche lotte; mentre dagli stessi orrori della competizione quotidiana, da’ sanguinosi conflitti che n’erano il contraccolpo, si svolgeva un nuovo sogno di fraternità universale, ove la pace avesse la base e la guarentigia in sistemi di vita alieni da ogni sfruttamento di un popolo a pro’ di un altro popolo, di un uomo a pro’ di un altro uomo.
INDICE
I. Guerra e pace nell’antico Oriente _Pag._ 6 II. Pace e guerra ne’ poemi omerici e esiodèi » 31 III. Nel regno della guerra » 49 IV. Pace e guerra nell’antica Atene » 68 V. Pace e guerra nell’antica Roma » 110 VI. Le cause della guerra » 145 VII. Gli aspetti della guerra » 154 VIII. Gli effetti della pace e della guerra » 188 IX. La guerra civile » 208 X. Pax Romana » 219
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