La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 2 (of 2)

Part 2

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«Ed ora, perchè la presenza di Marco Sceva e le mie parole non possano far credere che codesto sia un convegno di troppo gravi e pericolosi intenti, mentre invece è una adunanza tutta devota a geniali esercitazioni, io e Marco partiremo, e Sempronia bionda e Gèmina bruna tornino a consolare dei loro canti questo Catilina che or mi si è fatto taciturno e fiero in vista.»

E sorridendo, Cesare uscì, invitando Sceva, che se ne stava immobile e ognora attonito, a seguirlo.

La notte di quel dì stesso, Catilina avea chiamato presso di sè Lentulo, Verguntejo, Quinto Curio, Manilio ed altri. Li condusse nei più intimi recessi del suo vecchio palagio.

— Ho mandato a chiamar Cesare, loro disse. Verrà tra poco. Come già considerammo, le sue parole avevano altro intento che di mitezza. Egli si avvolse ad arte; ma qui tra noi pochi e forti e di acuto intendimento si manifesterà.

«Il proporre le due leggi onde parlò, che significava? una rivoluzione vasta, profonda, lunga. Voi sapete come talvolta esso ama circondarsi di mistero come la Pizia. Rivoltare tutti i figli contro i padri, tutti i debitori contro i creditori, è spingere il naviglio in un mare di sangue più vasto, più procelloso di quel di Silla. E sì tremenda impresa m’invoglia.

«Cesare facendo le lodi di Cicerone, lo disse il più funesto a Roma; col raccomandare di rispettarlo, volle dunque accennare che, a toglierlo di mezzo, sarebbe atto pietoso a Roma. Sterminato come scaltro è l’ingegno di Cesare; qui lo aspetto con impazienza.»

Ma la notte procedette altissima e Cesare fu aspettato indarno. Nè mai più si accostò a quelle adunanze, nè il volle. Ei sollecitava gli intrepidi ad un’impresa tanto vasta quanto pericolosa e incertissima, per serbarsi poi intatto a raccogliere il frutto della audacia fortunata, o a non dividere la sventura che insegue e spegne gl’inconsulti. Cesare era d’ingegno presago e odorava l’avvenire.

Ma un’altra ragione ci fu perchè Cesare non si recò alla casa di Catilina.

IV.

CESARE E SERVILIA.

Già udimmo il sedicenne Cetego, nell’aurora sanguigna che illuminò la sua morte, respingere il lagrimoso vale dell’idolatrata Servilia, presago del suo non duraturo affetto; e nelle parole ultime ond’ei prese commiato dall’odiato Cesare, suonare il presentimento e della repubblica che per lui sarebbe perita e dell’amante che gli avrebbe involata; ci accorgemmo come Cesare, pur nel più cupo dell’orrida scena, adocchiando vagamente Servilia, già fiutasse i profumi di non lontane voluttà, intanto che nel sangue del sacro giovinetto prevedeva quello che sarebbe grondato dalle ferite ch’ei meditava infliggere al gran corpo romano. E lui vedemmo infatti dopo i trionfi del circo, penetrare col balsamo avvelenato d’insolite parole, il cuore e il senso dell’incauta fanciulla, e coll’alloro agonale che Servilia aveva imposto sull’astro simbolico che gli brillava in fronte, infiammare la stolta plebe romana e sgomentar gli astuti, i forti ed i veggenti.

Ma codesti fatti lo salvaron forse da morte. Pareva che la fortuna più s’innamorasse di lui quanto più esso era in colpa. — E Cesare s’irrise dell’inflessibile fratello di Servilia, e lei piegò e vinse, pur nelle istesse case dei Catoni sino allora incontaminate. — Ma l’ardentissimo amore ch’egli mise in lei, fece sì ch’essa con suo pericolo accorse di nascosto ad avvisarlo che Catone sospettava di tutto, e però stesse in disparte dalle congreghe catilinarie.

Se non che questa Servilia istessa, non si può congetturare per qual cagione, se non forse per le transitorie movenze del cuore umano, di repente, ad onta di sì profondo amore per Cesare, dalle case dei Catoni, fiore indarno cresciuto in quella rigida flora, passò a concedere le seconde fragranze nelle case dei Bruti, sposa quale divenne dell’ultimo discendente di Giunio. Ma tosto ella riarse di Cesare, e lui cercava ovunque, nella sua casa alla Suburra, nell’antico palagio, nel fôro, nel pretorio, nei comizj; e ancelle e famuli eran messaggeri assidui e portatori di lettere. — E intanto nacque Marco Bruto, l’ultima parola della repubblica romana. Cesare vide quel neonato, e, in guardarlo, sorrise a Servilia, che sorrise a lui.

Quante varie fila annodava il destino di Roma! I Bruti, i Catoni, Servilia, Cesare; l’amore e l’adulterio preparanti la lotta della Repubblica e dell’Impero!

V.

LA CONGIURA DI CATILINA E IL SENATORE QUINTO CURIO.

Di tutti coloro che si radunavano intorno a Catilina un uomo che fosse compiutamente onesto, un giovane che non fosse stranamente vizioso, se si eccettui Marco Sceva, una donna che non fosse cupamente adultera, perchè, come vedemmo, talune non paghe dell’adulterio semplice lo vollero insanguinato, non c’era. — E qui ci si offre una questione. — Come mai tanti uomini avvolti in così profonda corruzione s’avviavano ad un’impresa che ad ogni modo era grande? Grande era, perchè, pretermessi gl’intenti, diremo, individui che si riferivano alla radicale riforma del regime domestico, la repubblica allora procedeva di tal modo che a rovesciarla era sempre un bene. — Una cosa quando è pessima non può mai esser cangiata in peggio. — Non ordine, non sicurezza nè pubblica nè privata. — A vivere in Roma si era men sicuri di quel che si sarebbe a percorrere un bosco dove stesse in sull’arme una schiera di assassini. — Dunque Catilina ed i suoi procedevano ad una grande impresa dove per lo meno ci volevano le virtù del coraggio e del sagrificio. — Andavano ad incontrar la morte per un grande intento. — Eppure, ripetiamo, nessuno di loro era virtuoso.

Or come questo si spiega? non è un problema storico, è un problema umano. — Tranne le eccezioni gloriose e delle quali l’Italia or presenta alla storia maraviglioso esempio, chi è nato alle imprese arrischiate e va imperterrito incontro ai pericoli, tiene dalla natura qualche cosa che è squilibrio di facoltà; le fortissime soverchiano al punto le miti che queste scompajono poi affatto, e non rimane che la terribilità dell’indole. — Nell’inazione codeste nature sono tremende e straripano feroci, onde sono infestissime a chi le avvicina. — È noto che i più coraggiosi soldati del primo Napoleone, quelli che davvero potevano chiamarsi fulmini di guerra, e per virtù dei quali il gran capitano tenne per tanti anni in pugno la vittoria, allorchè, durante le tregue e le paci, si riducevano ai patrj focolari, erano così infesti alle loro case che queste desideravano si rinfiammasse la guerra per liberarsi da quegli insopportabili flagelli. — E toccando di qualche figura celeberrima, del _Giovanni delle Bande Nere_, per esempio, non v’era uomo che, fuori del talento e del coraggio guerriero maraviglioso, nell’ordine delle doti private non fosse detestabile al pari di lui; eppure fu un grande eroe e l’Italia va gloriosa del suo nome. — Cessa dunque lo stupore del come i congiurati di Catilina avvolti in tanta depravazione, pur s’avviassero generosamente al campo, i cui fasti gloriosi al cospetto della storia non dipendevano che dalla fortuna.

Tra i congiurati stati ammessi nelle stanze intime di Catilina e ai quali dopo il capo doveva esser dato il governo delle cose, v’era il senatore Quinto Curio. — Tra que’ dodici chiamati alla congrega segreta, allo sciogliersi di essa, erasi giurato di serbare il più profondo silenzio e di tenere a bada anche i giovani patrizj che già erano stati invitati da loro, col pretesto che per allora l’impresa era tenuta in sospeso, al fine di stornare tutti i sospetti; cogli altri giurò anche il senatore Curio. — È deplorevole come Catilina, uomo di fortissimo ingegno e profondo conoscitore d’uomini, non siasi accorto che taluni, e molti, non erano intellettuali affatto, nè capaci di fare alcun che di bene. — Tra questi v’era quel senatore appunto, uomo nullissimo e dedito all’ubriachezza. — Anche Sallustio lo dice. — Colui partitosi da Catilina, recossi come di consueto alla casa del senatore Messala, che fu poi Console, uomo turpe in ogni ordine di cose; e a tutte le ore del giorno e nella maggior parte della notte così putrido di vino, che quando i suoi clienti gli si presentavano, stavano in distanza da lui, perchè non ne potevano sopportare il vinoso fetore. — Ad ogni modo però, siccome era ricchissimo e possedeva il migliore falerno della repubblica, di notte molti patrizj si recavano nelle sue stanze e vi si trattenevano empiendo di continuo le tazze alle anfore indulgenti che stavano nel mezzo del circolo degli amici. — Quinto Curio venne dunque a lui e tante tazze tracannò che il suo discorso erasi ridotto al vaniloquio d’uno scemo; sorgendo dai sedili, mal si reggeva sui piedi, e in queste condizioni recossi come di consueto a visitare l’amante Fulvia.

VI.

FULVIA E QUINTO CURIO.

Allorchè il senatore Curio fu sul limitare del palagio, vi si trattenne un istante ed il suo corpo fece quel movimento tutto particolare agli ebbri e che somiglia a quello di un pendolo capivoltato.

Dei servi adunati nel cavedio la maggior parte stettero seriissimi e in silenzio, perchè sapevano ch’esso era l’amante della padrona ed esso medesimo quasi padrone. — I più stettero dunque serj, ma due o tre non poterono trattenersi e diedero in uno schianto di riso scandalosissimo. — Curio, barcollante, quantunque dignitosamente avvolto nel manto senatorio, si irritò di quelle risa, e:

— Bestie del foro boario, gridò con accento incerto e come d’uomo apopletico. — Bestie del foro boario, perchè ridete? Domani vi farò fustigare a sangue. —

E dal cavedio, barcollando, passò nelle stanze di Fulvia che soleva vegliare tardissimo.

I servi stettero in silenzio finchè furono in presenza di Quinto Curio, ma poi che questi se ne fu uscito, tutti quanti, anche quelli che avean saputo contenersi, diedero ancora nelle prime rumorose risa.

Quando il senatore fu nella stanza di Fulvia, la salutò come potè, e come potè si mise a sedere.

Appiedi della fatale Romana, in atto di presentarle un vaso, stava una giovinetta schiava:

— Per Venere e per Marte e per tutti gli Dei e Semidei del cielo e della terra, disse ebriosamente Curio, sai tu, Fulvia, che questa Alfesibene è oggi mai un portento di beltà? — Essa è degna di chi è la regina di questa casa; ma tu Fulvia, regina mia, dovresti regalmente farmi il dono di questa fanciulla creata dalla natura in un momento di giocondità e di afrodismo. Nelle tue mani essa non serve a nulla. — Cedila dunque a me.

Se Curio avesse immerso un pugnale in petto a Fulvia, non le avrebbe dato spasimo maggiore. — Un brivido d’invida ira la percorse tutta; nulla disse però; sibbene quel fuggitivo istante bastò per odiare quella fanciulla e per sempre. — E la schiava, adempiuto al debito suo, si alzò e a un cenno di Fulvia, il quale fu blando e quasi soave, uscì dalla stanza.

La faccia di Fulvia era di quelle che di primo tratto danno la sicurezza della perversità anche ai meno esperti leggitori dei volti umani. A Cicerone, stando al suo detto, riusciva ributtante; e non era sgarbo, che, presentandosi l’occasione, ei non le facesse.

Curio era l’amante suo manifesto, ma da lei era disprezzato e da qualche tempo le si era fatto insopportabile; essa lo sagrificava ad un amante occulto tanto bello quanto povero, e che sovveniva di danaro. — Avarissima però qual era e questo pesandole assai, s’era più volte recata alla casa di Cicerone perchè volesse dar collocamento a quel giovine in qualche magistratura.

Cicerone era _Quartumviro alla Moneta di Roma_, quel che oggi si direbbe direttore della Zecca, e Fulvia lo supplicò più volte perchè desse posto a quel giovine negli uffici della _Moneta_ appunto. — Fulvia, sebbene ricca, d’istinto naturalmente ladra, credeva che a quel giovanetto, versante tra l’oro e l’argento, potessero facilmente rimaner tinte le mani.

Fulvia, quando la schiava fu uscita:

— Quinto, disse, si vede che ti sei immerso nelle anfore del senatore Messala — se tutti somigliassero a te, davvero che il Senato parrebbe una vasta taberna dove il popolo di Roma più lercio va a tuffarsi nella torbida onda ad esso versata da Bacco e Sileno. — Codesta è indegna cosa.

— Fulvia regina, non ti adirare.... Bacco più che Giove ed Apollo è sovente consigliero di alti pensamenti e..... (qui fece pausa perchè la lingua si rifiutava al suo istituto), e vo’ dire che Bacco infonde sapienza e coraggio. — Tu non sai, Fulvia, quello che io so, nè verrà mai dì che tu l’abbi a sapere: ovvero sia, no: errai, il dì verrà ed è prossimo che tu saprai tutto, ma oggi, Fulvia regina, sebbene io non abbia segreti per te, pure devi essere circondata dal più nebbioso mistero.

— Hai misteri per me tu? ebbene domani all’ostiario e agli altri servi comanderò d’impedirti la soglia del mio palagio.

Curio a quelle parole, pronunciate con asprezza, si riebbe dall’ebbrioso sopore, e:

— Dimmi, che pensiero faresti tu di me, se io mancassi a un giuramento?

— T’avrei in dispregio, se vi mancassi al cospetto degli altri tutti, ma io, da te, o Curio, debbo essere costituita in singolare privilegio. Chi ha misteri con chi dice d’amare, non ama. —

E pronunciò queste parole con accento blando e carezzevole, ma udendo il quale chiunque non fosse stato Curio sarebbesi accorto del suo suono perfido e mendace e insidioso.

Fulvia sapeva della congiura e provò anzi dispetto che Sempronia non l’avesse mai chiamata alle adunanze preparatorie; sapeva anche delle conventicole clandestine a cui erano invitati pochissimi; ma non avea mai sospettato che Quinto Curio fosse tra quelli; lo credeva uom dappoco e inetto a qualunque impresa; però si mise in sull’ale quando lo sentì a toccare del giuramento.

E Quinto tra i vapori del vino e quelli dell’amore e per la debolezza nativa non seppe trattenersi, e:

— Si sta maturando una grande impresa, ma a prepararla ha a compirsi un fatto pel quale anche tu, Fulvia, sarai vendicata.

— Io?

— Tu....

E Curio si soffermava come sonnolento.

— Prosegui dunque, diceva Fulvia, o quasi gridava, scuotendolo da quel letargo.

— Ah.... dunque sarai vendicata.... Più volte accesa d’ira m’hai detto che dal console Cicerone avesti a sopportar contumelia.

— Ebbene?

— Domani a quest’ora questo non sarà più possibile.... gl’inferni dei avranno già accolto il console.

— Oh.... che narri?

— Sì, domani Cicerone dev’essere ucciso nella medesima sua casa. — Verguntejo.... conosci tu Verguntejo?

— Sì, prosegui.

— Verguntejo e Manlio furono eletti a questo.... Domani sera visiteranno il console e.... La repubblica in quel punto verrà trafitta a morte insieme con lui.

— Gli Dei immortali guidino i colpi, ma tu, Curio, or parti di qui e va a rinchiuderti nel tuo palagio. — Guai se con altri ti manifesti; e perchè sfugga il pericolo di incontrarti con altri nel far la via, ti farò apprestare il cocchio e chiudere nelle tue stanze, e taci e dormi.

Chiamato il servo, gl’ingiunse di preparare il cocchio.

Curio intanto si addormentò davvero; Fulvia si alzò e passeggiando come se fosse impazientissima, lo andava guardando con disprezzo e sorrideva sugli occhi chiusi di lui con un sorriso veramente infernale.

Tornò il servo.

— Sveglia il senatore, gli disse Fulvia, sorreggilo, accompagnalo e mettilo in cocchio; dì all’auriga che s’affretti; flagelli i cavalli, e divori la via — già non è lunga; poscia ritorni a condurre me altrove.

Il servo obbedì, svegliò Curio, lo alzò, lo trasse seco sebbene ei si rifiutasse.

— Va, Quinto, diceva Fulvia, con ciglio aggrottato, va, ti ripeto. — Anche l’ora è tardissima. — Va.

Quinto si lasciò trascinare; mal piantava il piede e aveva l’occhio semispento. — Uscito ch’esso fu, Fulvia chiamò le famule; si fe’ cingere i fianchi e coprire di un denso peplo notturno.... e, così preparata, stette aspettando il ritorno del cocchio.

Il cocchio ritornò. — Fulvia prese allora una tavoletta e vi scrisse alcune parole; poscia uscì e salì in cocchio.

Disse all’auriga: — Va alla casa del console Cicerone.

L’auriga rispose: — Siam già presso alla seconda ora dopo la media notte.

— Va alla casa del console, replicò Fulvia, e sollecita i cavalli.

L’auriga tacque e attese al debito suo.

VII.

FULVIA E CICERONE.

In brevi istanti furono al palagio di Cicerone. Un profondo silenzio lo circondava e lo occupava di dentro.

L’ostiario sonnecchiava sul limitare. — Gli ostiarj si davano il cambio e non abbandonavano mai le porte delle case.

Dice Fulvia all’auriga: — Sveglialo.

L’ostiario si svegliò, si alzò, guardò, si meravigliò, domandò che cosa era avvenuto.

— Reca questa tavoletta al console; anche se fosse nel cubicolo, sveglialo.

— A quest’ora è ancora nella biblioteca.

— Bene è.

L’ostiario chiamò un servo, al quale consegnò la tavoletta.

Il servo entrò nella biblioteca.

— E che hai tu? gli chiese Cicerone dimesticissimo.

— L’ostiario mi diede questo. Alla porta c’è un cocchio e una dama vi siede.

Cicerone lesse: «Fulvia a te viene, o console, sebbene l’ora di notte sia tarda; viene per cose gravissime che non ammettono indugio, cose relative alla patria e a te.»

Cicerone rimase stupito.

Cicerone che detestava Fulvia, sebbene non ne avesse una ragione, ma per un’avversione tutta spontanea, al primo fu per rimandarla. L’avversione che sentiva gli pareva un presagio, epperò la visita inattesa di quella donna a quell’ora gli dava molto a pensare. Tuttavia non volendo essere pusillanime in faccia a sè stesso e sollecitandolo anche la curiosità, disse al servo: — Falla entrare.

Cicerone si alzò — egli teneva la toga lunga; era quello un distintivo degli alti personaggi; ma il grande oratore e filosofo aveva portata quella lunghezza ad una misura non usata da alcuno in Roma, e ciò non per altro che per nascondere l’estrema sottigliezza delle sue gambe, sottigliezza troppo filosofica e che provocava il sorriso degli ignoranti ma densi centurioni. Quand’era seduto, al pari d’Ulisse in Omero, egli appariva maestoso e magniloquente come una delle sue orazioni. Alzato, presentava uno squilibrio tale di forme che offendeva l’occhio dell’artista. — Sarebbe dunque stato meglio per lui che, dovendo comparirgli innanzi una donna, fosse rimasto seduto. — Ma egli non aveva fiducia in quella donna, temette persino fosse venuta per qualche atto proditorio; però si alzò e nel fesso della toga nascose un ferro.

Fulvia entrò.

Faccia angolosa, sebbene a linee artistiche e grandiose, sopraciglia fitte, occhio nero e saettante, figura alta e maestosa. Ella si piantò innanzi a Cicerone.

— Non ti chiedo perdono, disse poi, o console, per la tarda ora: bensì voglio ringraziamenti da te.

— Siedi, e parla.

— Se io adesso non fossi qui, tu domani a quest’ora saresti già piombato in Acheronte.

— E da chi sai tu?

— Da Quinto Curio, il quale lasciata la casa di Catilina, dove Cajo Cornelio e Lucio Verguntejo si offerirono di portarsi alla tua casa e sotto colore di salutarti, darti la morte, passò come di consueto da Messala ad ubbriacarsi, e venuto poi a vedermi colla testa naturalmente melensa, fatta più immelensita dal vino, mi svelò tutto; onde io venni da te senza por tempo in mezzo; di tal modo provvidi a vendicarmi dell’assidue tue ripulse alle mie preghiere.

— Alle antiche ripulse rimediato sarà. Ora parti. — E chiamato il servo, — Appresta il cocchio, gli disse.

Fulvia si alzò, e:

— Se la repubblica più volte fu custodita con sapienza da te, questa volta crollava di certo se io non ero. Salute a Cicerone, e nella lotta che ancora non è cessata ti ajutino gli Dei immortali.

Così detto, si partì.

Cicerone si gettò sulle spalle il manto consolare, uscì, stette ad aspettare il cocchio, vi salì, e recossi alla casa del console Antonio.

— Di troppa indulgenza — pensava strada facendo — si usò con questo Catilina; lo si doveva abbattere fin da quando tuonai contro di lui in Senato.

Lo sfoggio del _quousque tandem_, onde le cattedre gonfiaron gli orecchi di tanti milioni di studenti, era già successo fin dai tentativi della così detta congiura di febbrajo.

VIII.

CICERONE E IL CONSOLE ANTONIO.

Il console Antonio stava già nel cubicolo, ed era addormentato.

Il servo per comando di Cicerone fu, mal suo grado, costretto a svegliarlo.

E il console Antonio, vecchio soldato che per trent’anni aveva fatto le guerre con coraggio e con fierezza, e che vestendo squaglia di coccodrillo era duro e intrattabile anche nelle relazioni domestiche, quando fu svegliato coprì d’ingiuria il servo e quasi volea percuoterlo; se non che il servo fu presto a dirgli:

— Console, è qui Cicerone.

— Cicerone? chiese maravigliato Antonio.

— Egli mi comandò di svegliarti.

— Va, fa che non attenda troppo. Digli che lo aspetto.

Cicerone entrò. Antonio guardandolo fisso:

— E che avvenne di sì grande che a quest’ora io ti vegga qui? Ben potevi comandarmi, che sarei venuto io.

— Non c’è tempo a perdere; la congiura è matura e sta per esplodere. Io dovevo essere ucciso da Cornelio e da Verguntejo domani. Questo mi fa credere esser vero quanto mi fu riferito, avere lo stesso Cornelio e Lentulo, Sceva e Lucio Cassiolongio proposto di metter tutta Roma in fiamme e di governarne l’incendio. Or s’ha dunque a provvedere, Antonio, e come fulmine colpirli tutti.

Antonio tacque. Egli era a parte della congiura, e l’aveva incoraggiata. Affogato nella molesta onda dei debiti, non vedeva mezzo di liberarsi, se non ajutandola; epperò s’era lasciato attrarre dalle tentazioni di Catilina. Ma a questo punto, venne forzato a respingerla, e la repentina diversione, che era tradimento, lo rese più zelante di Cicerone stesso; pensò che era console e ridivenne soldato inesorabile e nimicissimo degli amici. Tuttavia la notte stessa Catilina ebbe segreto avviso di uscir tosto di Roma. Pare che lo stesso Caio Antonio abbia provveduto a ciò. Così almeno congetturò Catilina. Avvisati adunque la medesima notte, quanti poter dei propri seguaci e delle viragini donne, la Sempronia, la Precia, la Chiledone, la Flora, e di quelli che dovevano radunare i giovani patrizi uscirono tutti dalla città che ancora non era l’alba, e per diverse porte, prendendo per diverse vie, alfine di non destare sospetto. Fuori di Roma il luogo del ritrovo comune doveva essere oltre Tevere a Monte Castrilli. Da Porta Capena uscì Catilina a cavallo. Accanto a Catilina veniva il cocchio di Sempronia; sedeva con essa la Chiledone. Poi seguiva un altro cocchio dove stavano la Precia e la Flora.

Queste donne avevano fermato e giurato di combattere come uomini, di vincere o di morire. E ben potevasi esser certi che la loro fermezza era incrollabile.

Da Porta Trigemina uscì Manlio, da Porta Portuense uscì Marco Sceva, e a questi, lungo la via, come era stato ordinato da Catilina, vennero a congiungersi tutti i giovani patrizi. I veterani che Catilina aveva raccolti, pagandoli, e che erano condotti da un centurione di Fiesole, medesimamente assoldato, erano già a Monte Castrini quando Catilina vi giunse. Esso aveva pensato non sarebbesi potuto tentar la fortuna senza una mano di soldati esperti ed induriti nelle armi. Questi avrebbero dato coraggio ai giovani che non avevano ancora fatto sufficienti prove nelle varie battaglie.