La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 2 (of 2)

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Chapter 13,901 wordsPublic domain

LA GIOVINEZZA

DI

GIULIO CESARE

SCENE ROMANE

DI GIUSEPPE ROVANI

VOLUME II

MILANO LEGROS FELICE EDITORE Via S. Sofia, 29 M DCCC LXXIII

Diritti di traduzione e di riproduzione riservati all’Editore.

Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati all’Editore a norma della Legge 25 giugno 1865. N. 2337

Tip. già D. Salvi e C., Via Larga, 19.

I.

GORDIENE.

Eran corsi più giorni che Marco non vedeva Gordiene; e come al mattino era disceso per accostar l’orecchio alle porte del sotterraneo, e invitare Gordiene, nominandola, a fargli sentire il caro suono della sua voce, così non potè trattenersi in quell’ora del _post meridiem_, dal ripetere quella visita; e, di volo attraversata la casa e disceso, si soffermò innanzi alle porte dietro cui stava chiusa la fanciulla sua, e così sostando, pareva ripetesse quel vetusto motto: _Si deam nequeo, templum adoro_. Ma data e ridata e ripetuta più volte la consueta parola, non udì rispondere la voce consueta. Stette in una terribile apprensione. Un turbinìo fracassoso di voci diverse echeggiato dalle volte di quegli antri risuonava fino a lui; ma il suono ch’ei voleva e sapeva pur distinguere in quella sì romorosa confusione, non uscì.

Risalì, venne al cavedio; era affollato di clienti, di schiavi e servi. Chiese del padre, i servi erano muti; chiese di Gordiene, i servi erano muti; e strettisi in ischiera, si allontanarono da lui ritraendosi in un angolo. Se non fosse stato Marco dalle braccia di Milo, i servi avrebbero osato avventargli ingiurie, chè il tetro Publio ognora li eccitava contro il figlio, come chi aizza de’ sanguinari veltri ad assalire un passaggero sospetto. Ma essi temevano Marco. Questo, senza sgridarli, chè a ciò non aveva nè volontà, nè tempo, s’accostò alle stanze paterne, avendo dalla bocca stessa di Gordiene appreso come il padre le ordisse continue insidie. S’accostò; udì la voce del padre forte, aspra e roca nel tempo stesso; udì la voce di Gordiene alta, vibrata, minacciosa e tuttavia ancora attraente; udì un fremito come di grosse minugie sui legni cavi attrite dagli archi nel tono più basso; e la voce virile e la femminile staccarsi da quel fondo di note cupe, che non erano effetto d’arte musicale, ma espressione spontanea e non voluta di spavento e di terrore.

Marco non pensò all’ingiuria che stava per fare al padre, non vide il pericolo proprio, chè contavansi a centinaja i servi che a un cenno del padrone potevano avventarsegli contro ed atterrarlo; non fu sospinto che dall’affanno e dalla disperazione; e d’un calcio atterrò le chiuse imposte della paterna stanza. S’affacciò; sostette immobile sulla soglia, guatò il padre che guatò lui. Strano a dirsi: ebbero sgomento l’uno dell’altro. Gordiene tenacemente appoggiata alla parete serrava nel breve pugno la ricurva lama, esiziale come la lingua del crotalo. Dei tanti schiavi ch’eran là, tre giacevano morti; e le loro facce belvine apparivan tinte come di smorto azzurro. Il veleno preparato dal re Mitridate con bava d’aspide e con miscele di succhi vegetali che, maestro espertissimo in quell’arte, ei traeva dalle erbe dei funesti suoi orti, uccideva di colpo, senza dolore, senza dar tempo a lamenti.

Chiuso era il labbro di Publio; sol dagli occhi vibrava al figlio continui lampi di luce sanguigna. Poderoso appariva anch’esso ed era alto ed ampio, talchè uno spettatore non consapevole avrebbe creduto, osservandolo al primo, essere ancora più forte del figlio. Ma canuto egli era e gli occhi, sebbene fierissimi, aveva segnati di vene rossigne, e offese di rughe spesse e profonde le parti esterne; guardato più a lungo, mostrava una vita in decadenza: decadenza anticipata dai turpi costumi, da un morbo occulto, già antico e ribelle; dall’assenza non mai interrotta d’ogni mite affetto; da un livore implacato che lo faceva aspro a tutti, aspro e funesto a sè stesso.

Al giovine Marco la considerazione di quanto aveagli raccontato Gordiene, fece tosto indovinar la cagione della scena che gli si presentava dinanzi; onde più non soffrendo di comprimere gli sdegni:

— O degno d’esser nato in Argo, o Atreo o Atride; non umano padre. Da te pollute le due sorelle mie, tanto infelice io vivo, che perchè son morte avventurato mi debbo chiamare; chè la vergogna respinta invano dall’inerme virtù, seco nascosero sotterra. Nè ancora ti plachi, pur scendente a vecchiaja e dalla vendetta degli Dei inquinato nel sangue. Servi, che fate qui, perchè susurrate parole, mentre io parlo? Or sappiate che il padrone vi aveva condannati a morte. Tre vomitarono già l’anima dal vilissimo corpo. Io li conosco, e di voi tutti i più vili sono essi, chè di menzognere delazioni mi saturavano il padre a rendermigli sempre più odioso. Or ecco come li ha pagati; e non ancora nel vostro capo ottuso penetrò il vero? Guardate, non son ferite di morte queste; ma Gordiene stringe avvelenato il ferro, e una puntura lieve basta a dar morte. Tutto compresi. Il padrone v’ingiunse di disarmarla; e dei tanti che qui vedo, i più sarebber caduti l’un sopra l’altro, finchè alla fanciulla affranta sarebbesi estorta l’invincibile sua difesa; e inerme così, l’avreste gettata alle bramose mani del padrone ajutato dai pochi di voi superstiti. Questo vi dico, o turpi cani da preda, perchè vediate come vi compensa il padrone. Ma io sto qui adesso.

— Tu parli, o sciagurato, tuonò Publio, come libero cittadino innanzi a cittadino libero; ma qui cittadino tu non sei. Io patrizio, io senatore, io re nella mia casa; tu schiavo e servo innanzi a me e cane come costoro. Però gli Dei ringrazia e l’indulgenza mia se delle sacrosante leggi non mi valsi fin qui per punirti qual meriti.

— Obbedisci tu piuttosto alle sacrosante leggi, o violatore della legge. Rendimi quel che è mio; restituisci i vasi d’oro e il tripode d’oro aspro di smeraldi e di piropi; e questa fanciulla assai più preziosa di piropi e smeraldi; questa fanciulla che è mia, di me solo, e sulla quale tu non tieni diritti. Ella è schiava, tu dici, ed è; ella è cosa, anima non le spira nel petto; il diritto le invola l’umanità; dunque è mia come i tesori che portai dall’Asia, tesori che non hanno anima. Ma io ti citerò ai gradini del pretore. Cesare parlerà e consacrerà il tuo capo alla vendetta della legge ed al furore del popolo. Verre tu mi hai chiamato, più ladro di Verre; ma ben Verre sei tu nella tua casa e ai danni del figlio. Fremeranno i giusti, e per la prima volta sarà visto il figlio punire il padre.

— Empio; e nelle parole tue già parricida. Oggi prima che tramonti il sole scenderai sotterra. È da troppo tempo che nel suo antro solitario il carnefice vive e mangia e beve inoperoso.

— Io piuttosto sarò carnefice e indittore di morte qui. Ferisci costoro, o Gordiene; io ti proteggerò di me e del mio ferro; prostratevi in ginocchio, o servi chiamati all’assassinio dal padrone; e, sebbene non vi numeri a cento, siate ora ecatombe a questa donna mia.

— Codesti sciagurati, parlò allora Gordiene, che qui giaciono, io ho ferito, o Marco, perchè con feroce violenza m’aveano già stretto il fianco. Costoro non si mossero; io perdono ad essi.

Publio percuoteva intanto de’ suoi gravi passi il ligneo tabulato, aggirandosi intorno a sè stesso fremente, meditabondo, cupo, orrido a vedersi; poi si fermò, e dalla parete staccò l’antica larga sua daga che di là pendeva tra la lorica e l’elmo.

— Contro di me ti avventa, o scellerato, gridò poscia. La tua giovane daga attraversi l’antica mia; e se più vali, squarciami il petto. Io ti assolverò dal parricidio. Ma vo’ che tutta Roma debba inorridire vedendoti, e fuggire la folla da te come da lebbroso immondo. T’avventa dunque e fa sprizzare augurali scintille dall’avido mio ferro. Vieni ti aspetto, o scellerato.

— Non avverrà ch’io ti percuota, sebbene scellerato io sia; e sento di esserlo ora; perchè, standoti presso, mi par di assorbire tutto l’inferno dell’anima tua.

— Ebbene ferirò io primo — e fe’ tre passi.

Gordiene si staccò dalla parete dove immobile ancora si stava, e:

— No, o padre di Marco, no — non ferire; ei si lascierebbe ferire — egli è tuo figlio; ed io sono la schiava sua; ma sua donna anche e sua madre e sua sorella e sua figlia.

— E muori dunque tu.

E di tratto, come fulmine non atteso l’ampia daga di Publio a lei penetrò nel petto tra le mammelle e il cuore. Cadde Gordiene; grida di terrore ed anche di pietà mandarono i servi.

Marco Sceva rimase immobile come simulacro marmoreo; e la vitrea pupilla rivelava il subito deliquio dell’intelletto.

E stette immobile anche il nefario padre, e un istantaneo lampo di pentimento gli attraversò l’anima buja. Ma si scosse Marco e si gettò a terra in ginocchio accanto alla morente Gordiene; e le prese ambedue le mani ancor calde; e s’inchinò su lei imprimendole un bacio sul labbro, di sotto al quale ei sentì tremare il bacio che non potè esser ricambiato, perchè lo spirito si esalava in quel punto da quella bocca soave che si chiuse per sempre.

Un silenzio di tomba tenne quella stanza alcun tempo.

Nessuno movevasi; sentivansi gli aneliti, e il più grave di Publio. Ma fu rotto il funereo silenzio dal giovane Marco; fu rotto da un suo grido disperato; e poi tornò a stringere all’affannoso petto le mani di Gordiene; e l’eroe futuro di Lucano, il titano di Farsaglia tremava, singhiozzava, piangeva come un fanciullo percosso.

II.

CESARE E PUBLIO SCEVA.

Cesare, quando Marco Sceva fu partito, continuò per qualche tempo a leggere Polibio e ad esaminare gli ampj papiri cartacei dove l’amico suo Varrone aveva fin d’allora delineato la geografia e la topografia del teatro della guerra cartaginese. Ma, di tratto, smessa la lettura, come se lo avesse colto un improvviso pensiero, chiamò un servo, al quale ingiunse dicesse all’auriga di apprestare il cocchio. Il racconto che Sceva gli aveva fatto, il dolore profondo dal quale avealo visto oppresso, l’indole generosa ma pericolosissima a un tempo di quel giovine straordinario, gli fece pensare essere necessario di provvedere ad ajutarlo. Cesare volgendo ognora e rivolgendo in mente più disegni d’imprese future, sebbene senza un punto determinato, ed essendo oramai giunto a quell’età che più non gli permetteva di star pago di una celebrità la quale si chiudeva entro le mura di Roma, celebrità senza fasti e senza gloria, si aggirava spesso fra centurioni e militi, armeggiava con essi, con essi versava in famigliari colloquj, si rendeva amicissimi i più forti e valorosi, all’intento di averli seco, quando mai dal Senato gli fosse decretato di condurre la guerra a conquista di paesi; però gli parve essere fra tutti di altissimo prezzo il giovane Sceva, il quale era stato di grande ajuto a Pompeo in molti pericolosi dubbj delle battaglie. Di quei tempi la forza fisica e l’impeto del coraggio quand’era fuor d’ordine della natura comune, potea rendere un sol milite romano formidabile a intere coorti.

Quando Niebuhr, non all’intento di scoprire il verissimo vero, ma per libidine di singolarità, e per avversione alla gente latina, negò alla ricisa molti fatti gloriosi dell’antica Roma eccezionali, e negò il valore prodigioso di Coclite e la possibilità di star solo al ponte contro le irruenti schiere degli Etruschi, mostrò di non comprendere nè Roma nè i Romani. Lucano, poeta, che certo era più grande dello storico tedesco, e viveva e scriveva in tempi ancora prossimi alla battaglia di Farsaglia, e dalla tradizione orale non interrotta avea trovato quel vero che Niebuhr invano cercò nella sua fantasia inzuppata di cerevisia, narrò di Marco Sceva un fatto di guerra maraviglioso, al pari e più di quel d’Orazio.

Cesare dunque voleva gratificarsi quel giovane già fin d’allora singolarmente forte e coraggioso e glorioso fra i commilitoni, e dominarlo così da staccarlo da Pompeo. Uscì dunque in cocchio e recossi alla casa degli Sceva. Voleva parlare al padre di Marco, per tentar di placarlo e renderlo meno aspro al figlio. Discese alla casa; non vedendo l’ostiario, entrò senz’altro, e passato al cavedio, con sua meraviglia lo vide affollato di schiavi e servi e clienti, i quali pareva tendessero l’orecchio come in aspettazione di qualche notizia. Marco Sceva non era ancora uscito dalla stanza paterna, ed alcuni momenti prima aveano risuonato pel vasto palagio le voci alte, sonore, minacciose del padre e del figlio, e prima ancora le acute esclamazioni di Gordiene. L’ostiario aveva lasciato la porta senza custodia, chiamato anch’esso da quelle voci e da quelle grida accennanti a un litigio feroce. I servi si curvarono, in atto di soggezione, all’apparire di Cesare. I clienti di Publio gli si fecero incontro e gli baciaron le mani.

— Che è avvenuto? — chiese loro Cesare — mi sembra di vedervi tutti in qualche sospensione.

— I consueti contrasti tra il padre e il figlio — ma oggi siamo in timore del peggio — chè suonaron minaccie tremende, e grida e pianti femminili.

— E non è uscito Marco?

— Uscì e tornò, disse l’ostiario che sentì le parole di Cesare.

Questi espertissimo delle passioni umane e dei desiderj impazienti che comunicano a chi le ha in petto, indovinò la cagione del ritorno di Marco. Disse poi all’ostiario:

— Io m’inoltro alle stanze di Publio.

— Non entrare, o Cesare, in tal momento.

— È in tal momento ch’io debbo entrare.

L’ostiario non rispose. Cesare lasciò il cavedio; entrò nelle stanze interne. D’una in altra passò a quella di Publio.

Fermatosi al limitare, vide e inorridì. Guardò Publio appoggiato al dossale di un’aurea edra, guardò alla daga insanguinata che il vecchio aveva lasciata cadere sul tabulario. In sul primo affacciarsi, Cesare credette, ricordando Appio e Virginio, che Marco stesso avesse trafitta la fanciulla piuttosto che lasciarla in balìa del padre; ma la daga caduta e quella che ancor pendeva chiusa nella vagina dal fianco di Marco, gli rivelò il tutto; e l’orrore e la pietà furono in lui soverchiati dall’ira. Tacque tuttavia; chè Marco sempre inchinato sul corpo della sventurata, e sempre gemente, teneva il tergo rivolto a lui, ned erasi accorto della sua presenza. Nè Cesare pensò d’interrompere quel dolore con intempestive parole. Pure, dopo alcuni istanti, s’accostò a Marco e al cadavere della fanciulla. Marco si volse, vide Cesare; proruppe in nuove e più abbondanti lagrime, poi, ribaciata Gordiene:

— Guarda, o Cesare, esclamò, appena il decimo ed ottavo anno a lei traeva la parca; ed ospite eterna degli Elisi ella è già; e più non udrò il suono della sua voce; nè più il raggio almo degli occhi suoi; nè più il sorriso, onde pareva mi schiudesse il lucido Olimpo. Chi la trafiggeva è lì. Guardalo, o Cesare. Ned ei sente orrore di sè; nè sa l’insulto che fece alla natura, che liberale componeva questa beltà sovrumana. Nè ancora ei pensa ad uscire da questa stanza maledetta.

— Escine tu, gridò Publio allora, e per sempre; e che mai più io non ti veda. Fallo uscire da questa casa, o Cesare. Teco il conduci: chè se ancora qui s’indugia io lo consegno al carnefice, e così l’anima sua volerà più presto incontro all’anima della schiava.

— Non ti dico parole, o Publio, esclamò Cesare; nulla vi ha che ora torni opportuno a dire, nè che tu sii degno di sentire. Roma ti conosce appieno; Roma conosce il tuo figlio appieno. Usciamo, o Marco.

Questi s’inchinò un’altra volta a contemplare Gordiene, dalla quale non sapea staccarsi; le tolse il peplo insanguinato; levò dal tabulato la lama indarno esiziale che a lei, trafitta, era caduta di mano; tolse dal cinto di Gordiene l’aurea guaina di quel ferro e ve lo chiuse; e questo e il peplo portò seco, a commemorazione perpetua del suo sventuratissimo amore e di quell’orrido giorno. Muto si lasciò prendere la mano da Cesare che, muto, condusse Marco fuori della casa paterna. Salirono in cocchio; disse Cesare all’auriga: — Vola a Catilina.

Il cocchio si fermò innanzi al palazzo di lui, ma l’ostiario disse a Cesare:

— La nobile Sempronia mandò ora a chiamar Catilina. Se vuoi parlargli, è bisogno che ti rechi a quella casa.

L’auriga piegò al palazzo di Sempronia.

— Entra tu solo, o Cesare, disse Marco quando il cocchio si fermò. Troppo disfatto io sono, nè la mente può soccorrere alle mie parole.

— Non occorre che tu parli; parlerà il peplo e il sangue. Io dirò il resto.

Discesero, entrarono nel palagio; annunziati, misero il piede nella sala magna, dove Sempronia accoglieva a congressi, dissimulati da sollazzevoli apparenze, gran numero di cittadini.

— Ave, Cesare, disse Sempronia. Ave, Marco Sceva. Ma che veste e che sangue rechi tu sul braccio?

Tutti i seduti si alzarono: gli altri s’avvicinarono al giovane Sceva.

III.

MARCO SCEVA, CESARE E CATILINA NELLA CASA DELL’EMINENTE SEMPRONIA.

In quel numeroso convegno oltre a Sempronia, v’erano la Dorestilla stata già amante di Catilina, e la ricchissima Babulca stancatrice di amanti indebitati; e la Gèmina, maschia d’aspetto e famosa di tenebrosa fama, nella di cui casa il bellissimo Bleso, inclito Endimione ognora tentato dalle Diane terrestri, era entrato vivo e, deposto nella sedia portoria, era uscito morto; e v’erano altre patrizie romane. La Precia cortigiana e la Flora e la Chiledone, sebbene care a Lucullo e a Pompeo e a Crasso, e soffiatrici instancabili nell’uragano che stava per prorompere, non v’erano. Le nobili dame peccatrici paganti si schermirono con arte atta a stornare ogni rancore, dal concedere l’accesso alle peccatrici pagate. Catilina, Lentulo, Quinto Curio, Cetego, lo zio dell’ucciso, più e più s’accostarono a Cesare e a Marco.

Cesare parlò:

— Sovente, o Catilina, con te e Lucullo, espertissimo di leggi e costumi, e Ruffo e Scevola giureconsulti, e Granio Flacco, il commentatore delle dodici tavole, abbiam discusso intorno al bisogno di far nuove leggi che surroghino le antiche e distruggano il fatto pel quale dobbiamo sottostare a molte che sono in manifesto contrasto coi presenti costumi, colle necessità che modi diversissimi di vita pubblica e privata, in sì lungo ordine d’anni andarono creando; e, quel che è più penoso a pensare e a dire, in contrasto colla natura, colla ragione, colla giustizia.

«So che in codeste adunanze corre spesso il discorso intorno alle cose che riguardano la patria, alla quale tanto più volenterosi contribuiscono i cittadini quanto più ripetono la domestica felicità dalla sapienza delle istituzioni e dalla equità dei diritti. Tu conosci, o Catilina, questo giovine forte, questo decoro della casa Sceva, e voi tutti conoscete il padre suo.

«Ma che vale al figlio s’ei provvede a rinnovare la gloria sacra degli avi e a coprire i vituperi paterni?

«Leggi così strane e assurde e spietate abbiamo noi, che condannano la virtù ad essere la schiava del vizio; perchè se un figlio pei suoi meriti è caro agli Dei ed alla patria, tuttavia è decretato schiavo perpetuo del padre, anco se questi per le scelleraggini sue venga in odio agli Dei e torni increscioso ai cittadini.

«Tuttavia la legge per cui nella famiglia il figlio non è uomo, venne in una sua parte riformata; ma le parti superstiti e antiche fecero inferma e impotente la nuova, se non per il diritto, per il fatto. Publio tenne per sè i tesori e le proprietà che questo amico mio, questo giovane forte e caro a Marte, si portò dalle terre dove militò gloriosissimamente. La legge nuova decretò non tangibile dal padre questa peculiare proprietà de’ figli; però il diritto castrense scolpito è in bronzo nel tabulario. Ma se il figlio al cospetto del padre non è uomo, se può essere manomesso e infranto dal padrone come una creta spregiata, percosso e ucciso come un cane vile, inutilmente splende la legge nel tabulario, quando il padre sia avaro, ladro, iniquo. Ben di cento e più talenti è il valore delle ricchezze che Marco recò dall’Asia; ma con esse portò seco un tesoro inestimabile, un tesoro vivo in cui spirava divina la Psiche, e di cui la beltà sovrumana era luce di cielo ai riguardanti, e a questo infelicissimo amico mio necessità di vita. Ora guardate quel peplo e quel sangue. Il padre gli uccise la bellissima fanciulla che seco aveva condotta a Roma; Gordiene ella si nominava ed era di greca schiatta, e stava già nella reggia di Mitridate, figlia a un primate. Non potendo toglierla al figlio, perchè la fiera virtù di lei gli rendeva impossibile manometterle il corpo di voluttuosa attraenza, ne fece scelleratamente uscir l’anima immortale, squarciandole il petto.

«Ben è vero che, a memoria d’uomini, fatto così atroce e fuori dell’ordine umano non avvenne mai in Roma. Ma te vedo, o Verguntejo, quantunque senatore, tenuto in tanta povertà dall’avarizia paterna, che per esser pari al tuo grado, hai dovuto tanto aggirarti nell’aere circumforaneo dove gli usuraj, augelli di preda, attendon le vittime, che, sprofondato nell’abisso dei debiti, a stento riesci a salvar dagli insulti dei creditori la senatoria toga. Nè tu, Lentulo Sura, sei più avventurato; nè voi, figli di Servio, fratelli Sulla, siete netti dell’immonda lebbra; e Cabinio e Cornelio e Statilio che qui vedo, sebbene consiglieri del Consiglio militare e tenuti in altissimo pregio nel campo e nel fôro, son tenuti in umiliante soggezione dal paterno rigore. Ma tutti mi guardate attoniti e forse ascrivete ad impudenza maravigliosa se io Cesare parlo di debiti a voi, io il più indebitato di quanti sono in Roma, sebbene non abbia padre che mi tenga in tirannico governo; ma io parlo qui per esortarvi a proporre finalmente una legge che distrugga o modifichi codesto mostruoso abuso della potestà paterna.

«Io so che avrete avversissimo uno dei più grandi Romani, Cicerone, il quale è di sì formidabile eloquenza che contorce anche i più forti intelletti a cambiare sentenza, pur se questa sia effetto di convinzioni antiche e profonde. Però, quantunque ei rechi tanto onore alla patria nostra, e si prostri sacerdote devoto all’ara della virtù, nessuno è più di lui fatale a Roma, perchè di nulla vuol sapere che assecondi il corso naturale dei giustissimi desiderj degli uomini. Nella sua casa, toccando della riforma delle leggi, egli, in mezzo a Scevola e Rufo e Lucullo e Crasso e me, fu il solo che, quasi invasato da un arcano furore, non consueto in lui, d’animo così buono e mite, chiamasse sacrilego il solo pensiero di cangiare le antiche leggi. È un funesto pregiudizio che, quasi a mostrare che non v’è perfezione nell’uomo, penetrò come verme in quel nobilissimo intelletto. E giacchè è a proporre una tale riforma di legge, un’altra ve n’è a proporre in apparenza non giusta come la prima, ma giustissima al postremo della questione. Ora parrà ch’io voglia parlare pel mio vantaggio, ma parlando per me, parlo per tutti.

«Voi sapete come fra i legislatori greci sia altamente riputato Solone; sapete pure come esso, di colpo, saltando tutti gli ostacoli, abbia promulgata la legge dell’abolizione dei debiti. Ma io non propongo di ripetere il radicale pensiero di Solone. È troppo radicale, troppo eversore, e sembra varcare i confini della giustizia.

«Però io proporrei una legge che riducesse i debiti alla loro terza parte. Ai feneratori non si toglie quanto iniquissimamente hanno acquistato; non si spoglia nessuno di essi, quantunque a buon diritto lo si potrebbe, chè la pecunia rapita, dovrebb’essere restituita dai ladri; ma siamo indulgenti anche coi ladri; si tengano quel che possedono. Soltanto si riducano i loro crediti. A questa legge avremo avverso Catone, potentissimo in Senato. — Egli è grande Catone, è austero, è di costumi incontaminati — ma è venuto nella sentenza che del proprio si possa far l’uso che si vuole e chi cerca danaro e n’ha di bisogno lo paghi anche senza misura di proporzione. Egli è per tale persuasione che il virtuoso Catone, imprestando, arricchì di molto. Vuolsi adunque proporre anche questa legge; ma tranquillamente, ma senza turbare l’ordine pubblico, ma rispettando severissimamente le persone di questi splendori di Roma.