La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 2 (of 2)
Part 3
Intanto che la gente di Catilina veniva a congiungersi tutta, i pochi sciagurati ch’erano rimasti in Roma furono da Cicerone fatti sostenere e strangolare nel carcere Mamertino, arbitrariamente, violentemente, senza processo. Ma Cicerone fu chiamato per questo Padre della Patria, così avendo voluto la fortuna, chè merito nessuno egli non aveva avuto in quel fatto; e senza l’ubbriachezza di Quinto Curio, e la scelleraggine della spia Fulvia, sarebbe caduto nell’insidia di Catilina. Eppure di questo avvenimento, del quale avrebbe dovuto vergognarsi, si vantò per tutta la vita, assai più che delle sue doti veramente insigni, e della sua grandezza oratoria e delle altre sue virtù straordinarie. Curio nell’ubbriachezza poteva aver detto il falso, e Fulvia per qualche vendetta poteva essere stata bugiarda; ma nel dì stesso che i congiurati erano stati messi a morte, essendo stato Cicerone ragguagliato che Catilina capitanava assai gente, la quale ogni dì ingrossava, e con essa tentava di far insorgere le città vicine alle quali chiedeva e da cui otteneva uomini, ingiunse a Cajo Antonio console di raccogliere quanti soldati potesse e muovere incontanente contro Catilina, e Antonio amico di Catilina e congiurato con esso, mise insieme un esercito, e quantunque avrebbe potuto schermirsi perchè soffriva di podagra, pure con maravigliosa alacrità, chè espertissimo soldato egli era, lo capitanò egli medesimo, e avendo per luogotenente il legato Marco Petrejo mosse contro all’amico, del quale avrebbe dovuto dividere i pericoli e la fortuna.
Ma Statilio, Gabinio, Cepario, Lentulo, Cetego e gli altri sventuratissimi erano stati strangolati, mentre egli sebbene vituperevole del vilissimo tradimento che compiva, procedeva burbanzoso alla testa dell’esercito, tenendosi certo della vittoria e per la fiducia che aveva nell’arte propria e nell’esperienza lunga e nel provato coraggio, e perchè sapeva o congetturava almeno di aver sotto di sè maggior numero di uomini, e soldati tutti, che non poteva averne Catilina, e perchè i giovani e gli adolescenti che, siccome gli era stato riferito, avevano seguito Catilina dovevano in campo riuscire a colui piuttosto d’impaccio che d’aiuto. — Nato fra le armi e copertosi di gloria, non aveva mai comandato un esercito nè governato mai per sè solo una guerra, però l’idea del tradimento egli velò e coperse sotto alla nube sanguinosa della gloria militare. — È degno d’osservazione come Sallustio non dica nulla di questo.
IX.
LA BATTAGLIA DI PERUGIA.
Catilina saputo come il Senato gli mandava incontro un esercito poderoso, saputo inoltre, con sua grande meraviglia, che Cajo Antonio console lo comandava, fra aspri monti a gran giornate venne nel campo di Pistoja, ma Quinto Celere Metello, luogotenente di Antonio, volò esso pure a gran giornate nel Piceno e qui si accampò; e Antonio col forte delle sue genti veniva a congiungersi a Metello per ovvio e facile cammino all’intento di chiudere ogni scampo a Catilina.
E questi nella prima parte di questa breve guerra mostrò grande sapienza militare, tenendo ognora in iscacco il console, ora accennando di muovere verso Roma, quando Antonio lo sospettava avviato verso la Gallia Cisalpina, ed ora sollecitando le marcie verso la Gallia, quando Antonio lo sospettava avviato per gli Apennini a Roma.
Ma le notizie di Roma e la congiura scoperta e la morte dei congiurati tolsero a Catilina ogni speranza di potere, traendo in lungo la guerra, ricevere soccorsi da Roma per darlene tosto egli stesso. — Disanimati, moltissimi uscirono dalle sue file, per il che sebbene da principio egli avesse rifiutato l’aiuto degli schiavi accorsi a lui in gran numero per acquistar libertà, si piegò ad accoglierli, onde il suo esercito potè presto salire a quasi diecimila uomini.
Quinto Metello Celere con tre legioni occupò il campo Piceno, e Antonio e Petrejo lo andavano inseguendo celerissimamente e con esercito poderoso; però non sperando nulla per allora dagli amici che stavano a Roma, pensando che soltanto dalla fortuna delle armi e dalla vittoria, non facile ma possibile, poteva dipendere l’adempimento de’ suoi disegni, Catilina risolse di venire a battaglia.
Sotto a Perugia (chè dalle opinioni degli storici pare di dover desumere che qui avvenne il conflitto) dopo alcune marcie e contromarcie vennero ad incontrarsi i due eserciti.
Il fedifrago Antonio, quantunque non potesse combattere in persona per la podagra, pure scorreva a cavallo, di fila in fila, a incoraggiare i soldati: — Voi combattete — dicea loro — per la patria, pei figli, pei lari; l’oste nemica, è oste di vili, d’imbelli, di scellerati. Anche donne stanno in quel campo contaminato, e adolescenti non ancora addestrati nel campo di Marte; onde se l’ottenere vittoria contro coloro non può dare gloria nessuna a voi soldati veterani, una sconfitta ci coprirebbe di un’ignominia senza esempio, e tale che più non sareste accolti in Roma dalla sdegnata cittadinanza; però vi esorto a condurre la battaglia in modo che sia piuttosto una strage, e nessuno dal campo nemico possa tornare in Roma; chè tutti coloro, uomini, adolescenti, per la virtù fatale dell’infame Catilina, reduci in patria vittoriosi, spargerebbero un contagio esiziale, disperderebbero le sacre leggi, recherebbero la morte nel seno delle vostre case, ad intento di vendetta ed a compimento dei loro disegni feroci.
E come il console Antonio arringò i propri soldati, Catilina attese a infondere coraggio e fidanza ne’ propri. — È inutile ripeter qui le sue parole: bensì hanno a riportarsi quelle di Marco Sceva il quale capitanava la parte più giovane del campo catilinario. — Erano da due a tre mila giovinetti, tra cui non pochi avevano già militato. — Bellissimi giovani, e tutti d’aspetto fierissimo a vedersi e veramente strenui. Molti di loro non erano militarmente vestiti, nè tutti avevano armi da campo — tenevano lancie, ronche, pertiche, forche. Marco Sceva misurando dalla propria la virtù altrui, era pieno di speranza generosamente baldanzosa. — A quella parte del campo non v’era nessuno che varcasse gli anni ventiquattro; i più stavano fra il sedicesimo e il ventesimo anno. Marco Sceva dunque prima della battaglia disse parole forti a quei giovinetti forti.
— A quale intento siamo qui noi oggi, o giovani generosi? che io chiamo eroi; chè già lo siete, non per altro che perchè siete qui. — Lo sareste anche senza la battaglia a combattersi, anche senza il sangue che verseremo, anche senza la vittoria che strapperemo al nemico, se gli dei la concederanno. — Ma perchè siamo qui? Voi tutti lo sapete; per infondere nuova vita nel cadavere di Roma; per rimediare all’atrocità di talune leggi. — Noi combattiamo qui oggi per tentare di far quello che Cesare propose — _Cessi oggimai la Legge di divorare la Giustizia._ — Ecco il motto del divo Cesare; la giustizia trasformi, rinnovi la legge, e la nuova che ne uscirà, sia tale che debba essere benedetta da quanti tengono l’onestà dell’intelletto e la sapienza sincera.
Noi combattiamo qui oggi, o giovani miei coetanei, per ottenere una legge ragionevole e per distruggerne una tanto feroce quanto antica — essa è tale, che essendo noi liberi, pur dobbiamo vivere schiavi in perpetuo. — Io non vi esorto a ribellarvi contro i padri. — Essi debbono essere religiosamente venerati. — Ma non dobbiamo essere in piena balìa delle loro ingiustizie, quando essi ne commettono. Non è bisogno che io v’infonda coraggio, già lo vedo sulle vostre facce ardenti. — Pensate che questo è un giorno supremo. Bisogna vincere o cader tutti sul campo. — Se vinti e vivi ritornaste in patria, sareste tutti scannati dai vostri padri, ed avreste così una morte vergognosa ed esecranda per voi e le case vostre; mentre cadendo col ferro in pugno avrete gloria e tale da comandare l’ammirazione ai vostri padri stessi, costringerli forse a inaspettati consigli, e persuaderli ad abrogare la legge nefanda.
Dopo queste parole di Sceva e quelle che già aveva dette Catilina, questi dopo aver comandato di discendere, accanto ai pedoni, a quanti stavano a cavallo, perchè così non credessero gli uni di essere in peggiore condizione degli altri, fece dar nelle trombe; esso aveva diviso le sedici sue coorti in due parti; la prima schierò di fronte, l’altra tenne in riserva. — Le truppe consolari sommavano a ventimila uomini; tra questi i più erano veterani; il resto constava persino di militi più o meno nuovi, constava persino di giovani patrizj avversissimi a quelli che sapevano combattere nel campo catilinario, e questo per diversità di sentimenti, e per ingraziarsi i padri, e per prepotenza di fibra cornea.
Erano quelli i colli torti di Roma antica.
Catilina, come fu detto, non aveva che dieci mila uomini, dei quali alquanti veterani, moltissimi schiavi, fatti tali in guerra, e sui quali Catilina, sebbene li avesse accolti con avversione, contava moltissimo perchè erano avvezzi alle battaglie, e la speranza di ricuperare la libertà doveva renderli formidabili.
È facile immaginarsi il cozzo orrendo dell’urto primo. — I veterani del console Antonio vi portavano la sicura fierezza che loro veniva dalla vecchia abitudine. — Quasi tutti i giovani sui quali al primo incontro toccarono i loro colpi caddero feriti o morti. — In quel primo scontro caddero la Chiledone e la Flora. — Caddero presso i loro amanti, che furibondi diventarono tremendi. — Erano essi armati di agricoli forconi. — Strano a dirsi! quest’arme diventò apportatrice di morte. — Il veterano si trovava incontro a un’arme nuova; la breve sua spada mal sapeva tener lontana la lunga asta, e alcuni di essi caddero colle facce trapassate o deformate. — Marco Sceva vedendo che quell’arme, pure maneggiata da giovinetti, era con sua meraviglia divenuta micidialissima, ringuainò la spada, prese uno di que’ forconi e si gittò nel fitto di un corpo di veterani, atterrandone molti colla destrezza del fortissimo suo braccio, e sgominandoli tutti coll’abile maneggio di quell’arme improvvisata. — In quanto a Catilina, esso era dappertutto, vedeva tutto, soccorreva tutti e faceva strage colla forza del suo braccio non inferiore che a quello di Sceva. Ci fu un momento in cui parve l’esercito consolare piegasse sotto al disperato assalto di Catilina e di Sceva, e al coraggio meraviglioso di tanti giovinetti, i quali, vedendo cadere tanti veterani del campo nemico, operavan prodigi. Ma il console Antonio, che per la podagra stava lungi dal campo, mandò a rimproverare Petrejo luogotenente, onde questi, infierito per l’amaro rimprovero, ricorse alla riserva che, a torto o a ragione, voleva tenere ancora in serbo. — Essa era fatta dalla Coorte Pretoriana; non avendo ordine di moversi, fremevano e taluni si mordevano le labbra per la vergogna a cui vedevano esposto l’esercito consolare. — Petrejo disse lor dunque: — Or fate strage e finite la giornata. A tal comando la Coorte Pretoriana, come torrente a cui nulla resiste, si precipita, invade, assale, solca, infila. Cade Manlio, cade il Fiesolano, cade Sempronia, la quale aveva fatto prodigi di valore accanto a Catilina — che vedendola cadere rimase come sconcertato. E mandando un grido, vedendosi vinto e in mezzo a un campo di morti: — Tentiamo or dunque l’ultima strage, disse a Sceva e ai pochi dai quali era attorniato — e così fece, ma cadde quasi sull’istante. E Sceva venne ferito; ma parve leone, e lo smisurato e furibondo suo valore sgominò di tal guisa gli avversarii, che molti ne uccise; cosicchè nel disordine estremo della battaglia rimase quasi in solitudine; cadde della ferita e della stanchezza.
Chi si recò dopo la battaglia a visitare il campo, vide Catilina ancora spirante fierezza in mezzo ad un cumulo di pretoriani estinti; e nella parte catilinaria furon visti insieme con tanti giovanetti, che dalla speciale forma esterna accorgevasi appartenere a famiglie distinte, cumuli di schiavi, che tali si riconoscevano per l’abito speciale, non avendo Catilina potuto vestirli. — Ma la massima sorpresa onde vennero colti i visitanti, fu quando s’imbatterono nei cadaveri di donne. — La prima di cui s’accorsero fu la Chiledone. Al primo pensavano non fosse che un giovinetto; ma le mani e le gambe, sebben queste fossero fasciate, rivelavano il diverso sesso. Di più meravigliarono quando videro altre donne. — La Sempronia vestiva una tunica di prezioso argento. — I curiosi ammiravano quel viso ancor bello nel pallore della morte. Qualcuno persino osò alzarlo, per guardarlo meglio — qualcuno varcò altro segno. — Ma intanto che i semplici curiosi si stupivano di tanta bellezza, i ladri da campo, antichissimi come le guerre, i quali esploravan tutto attentamente per tornare poi sul luogo quando gli altri fossero partiti, osservavano l’argentea lorica con occhio tristissimo d’avida impazienza — perciò alla notte, l’eminente Sempronia venne spogliata.
Dei pochissimi giovani che erano stati risparmiati dalla morte, nessuno tornò a Roma. — I due soli i quali ebbero una sì demente fidanza vennero scannati dai loro padri.
Così finì questa famosa congiura, la quale se fosse riuscita, Catilina sarebbe stato collocato fra gli eroi. — Ma l’eroe dovea esser Cesare, che fiutando gli eventi e sentendo odore di cadavere, astutissimamente si ritrasse, e lasciò che Catilina tentasse la sorte. E Catilina con sincerissimo, sebbene troppo fidente, coraggio, arrischiò l’impresa e cadde e passò ai posteri come uno scellerato, e nulla più.
X.
CESARE E LA FIGLIA DI POMPEO MAGNO.
A questo punto ci rifacciamo con Giulio Cesare.
Un dì, recandosi egli a visitar Pompeo reduce dalla guerra mitridatica, vide seduta accanto al Magno eroe la sua figliuola maggiore, al cospetto della quale, forse perchè soffiava dal Porto d’Ostia il vento d’Africa, di repente sentì infiammarsi il sangue.
Accigliato mostravasi Pompeo, e il saluto reso a Cesare non pareva benevolo.
— Mal mi accogli, o Gneo, disse allora Giulio. Però meglio era se l’ostiario mi avesse rimandato.
— Mal non t’accolgo; bensì lo sdegno che ancora mi commove, non concede ch’io mostri a chicchessia lieta la fronte. Ora esci, o Pompea. Ascoltami, Cesare.
Pompea si alzò, mostrando, sebbene non ancora sedicenne, una statura e una costruzione dorica. Ell’era una beltà perfetta ma severa, se la severità non paresse smarrirsi e quasi consolarsi anch’essa nel completo rigoglio delle forme. Pure la serietà dell’occhio e dell’arco del ciglio e della linea acre del labbro disdegnoso quasi di sorriso, mentre sembravano vietare l’amore appassionato, provocavano nei giovani ammiranti l’avidità della conquista, un’avidità acuta, inquieta, indomabile, quantunque altri potesse sospettare che, compiuta la conquista, non sarebbe sembrato altrettanto prezioso il possesso. La severità pungeva il desiderio; l’assenza dell’amabilità non poteva mantenerlo.
Cesare disse parole di castissima lode a Pompea; parole che, sebbene avessero l’intento di rispettare la presenza paterna, pure, accentate come furono dalla voce dell’elegantissimo libertino, l’occhio sfavillante del quale pareva riscaldare quella castità al punto da trasmutarla nel suo opposto, agitarono per modo il sangue della fanciulla, che tutta si coperse di rossore, e rispondendo breve e decorosamente severa, di là si tolse.
— Ben si vede quanto anche tu stimi codesta sì formosa tua figlia, se fin qui la tenesti sempre lontana dagli sguardi altrui. Mai io non la vidi.
— Ben altri la vide; e mi fu chiesta in isposa oggi stesso. E ancora fremo pensando a colui che tanto osava.
— E chi è?
— Clodio. Ei la vide in Roma vicina a me come ora tu la vedesti. Però quand’io partii per l’Asia e mandai la fanciulla in villa, affidata a vigili ancelle, ei si recò fino a Brindisi ed entrò ne’ miei giardini e trovò modo di volger parole a lei, che tutto raccontò. Ed oggi ei mi trattenne al Tabulario, e sfacciatamente, com’è suo costume, minacciò volere mia figlia in moglie. Io negai asprissimo; egli rispose feroce; ma lo lasciai scornato dicendogli, non mi tenesse più parola di questo; chè, per gli Dei di Roma, giammai sarebbe avvenuto che mia figlia dovesse diventar cognata della infame _Quadrantaria_.
Codesto soprannome di _Quadrantaria_, dato alla sorella di Clodio, era di turpissima origine. Derivava dalla parola _quadrante_, la più vile moneta di Roma; e con ciò i libertini ozianti nelle terme, ad esagerazione di maldicenza, volevan significare come Clodia, ad onta dell’alto casato e delle ingenti ricchezze, fosse immonda di tanta avarizia quanto lo era di lussuria, onde, all’uopo, trafficavasi per un _quadrante_.
— Respinger dovevi le sue pretese a marito, rispose Cesare; non insultarne la sorella. A Orbilio Pupillo, te assente nell’Asia, fece ardere le case e i giardini, perchè insultò Clodia, chiamandola ad alta voce _Quadrantaria_, quand’essa passeggiava per la via Sacra.
— E arda i miei palagi, e gli orti miei, se il può. Non io lo temo.
— Ma più che a’ tuoi palagi e a te, potrebbe tendere insidie a Pompea. Tutto ei sa osare; di sotto a quella bianca sua pelle muliebre scorre sangue ferino.
— Ed io oggi stesso la farò sposa d’altri.
— E qual è il marito che sappia tener Clodio in soggezione?
— Tu, o Cesare. Di troppo hai protratta la tua vedovanza. A te io do Pompea in isposa.
— Ed io la prendo; e ne ringrazio i Numi. E così le nozze furono statuite, e, ingiungendolo il padre, Pompea, non amante, venne sposa a Cesare.
XI.
CLODIO E POMPEA.
Il tempo avea misurato un anno a quelle nozze, e Clodio fremeva ancora come il dì ch’erasi recato a Brindisi per veder Pompea; fremeva d’ira per Pompeo come il giorno che era stato respinto da lui; fremeva d’invidia e di gelosia per Cesare possessore tranquillo di colei, ad ottener la quale egli avrebbe mandato tutta Roma a soqquadro. Clodio, dopo le nozze, aveva visto più volte Pompea nelle feste, nei giuochi pubblici, nei templi; era riuscito ad avvicinarla, a parlarle, ad onta della custodia assidua della matrona Aurelia, la sapiente e virtuosa e rigida madre di Cesare, idolatra del figliuolo; per l’onore e la gloria e la fortuna e la grandezza del quale s’inginocchiava alle are votive, stancava auguri, faceva immolar vittime, supplicava Venere splendente in cielo; e nel raggio azzurro della stella, con devozione da visionaria e da estatica, le pareva veder le parvenze dell’amorosa diva.
In questa condizione di cose venne il giorno in cui dovevasi celebrare la festa della dea Bona. Esso cadeva nel primo di maggio. Questa dea era adorata a Roma da antichissimo, custodiva la castità, e inspirava la profezia. — Il suo culto era affidato alle sole donne, che in quella solennità dovevan sentire o simulare avversione per gli uomini, ad imitazione della dea che, maritata a Fauno, sempre lo avea respinto da sè, onde il dio cornuto erasi vendicato cangiandola in serpente. Cicerone nell’orazione in favore di Milone ci fa sapere come al suo tempo il santuario di lei era situato fra Aricia e Bovilla; pure la solennità celebravasi nel palagio del pretore. Nell’anno 678 di Roma, il giovane Cesare copriva una tal carica. Fra le osservanze religiose venute in qualche languore negli ultimi anni della repubblica, a questa concedevasi ancora sì grande importanza, che si reputava sacrilego quell’uomo che l’avesse turbata; a tal che, se plebeo, lo si puniva colla morte; se patrizio, veniva chiuso per un lustro nel carcere Mamertino, e poscia condannato a perpetuo esiglio.
Nella notte di quell’anno di Roma 678, chè quella festa celebravasi a notte alta, Clodio erasi chiuso nel proprio palazzo, volendo il rito che le vie della città fossero in quelle ore della festa affatto sgombre d’uomini. Da qualche tempo egli non aveva potuto veder Pompea, e una rabida smania di avvicinarla lo rendeva furioso e intrattabile a tutti.
Certissimamente che quello non poteva essere che un amore degno di Clodio; desiderio, vale a dire, smania, furore, delirio, ma senza affetto. Divinamente bello qual era, veniva adocchiato dalle matrone, dalle spose, dalle maritande; ed ei pur le adocchiava e le ambiva; ma guai se la deferenza per lui rivelavasi in esse oltre lo sguardo; subito al desiderio in lui subentrava il disprezzo; e lo mostrava con atti da schiavo e da gladiatore ubbriaco. Però non aveva suscitato mai uno di quegli affetti che si fanno passioni, e son duraturi. Ma intanto ardeva di Pompea, forsennatamente ardeva, e non aveva pace. Nè ella scoprì a lui solo come il proprio labbro fosse capace di sorriso; e nel proprio sguardo severissimo e fisso trovò per esso movenze inaspettate, ed espressioni desideranti, ignote a Cesare.
In quella notte Clodio stava nel cubicolo, assiso sul letto coperto da una pelle di pardo, dirimpetto ad uno di quegli specchi, di cui già parlammo, venuti dalla Grecia. Si vedeva, si guardava, si ammirava. Pensava che tutte le Romane sarebber venute obbedienti a lui; ma si tormentava di possedere un’ajtanza inutile per colei che sola ei bramava. In questo punto gli entrò nel cubicolo la sorella Clodia, la famigerata Quadrantaria, stata ripudiata pochi dì prima.
Egli aveva una predilezione speciale per colei. Sola fra tutti poteva venire presso lui non chiamata. Sola ell’era di cui gli sarebbe rincresciuta la morte; ma la sua maledetta natura fece sì che l’unica vena dolce scorrente nel suo sangue si convertisse in veleno fratricida, e incestuosamente preparasse la sorella all’abominio di Roma.
— Cessa il corruccio, o Clodio, ella gli disse; non è degno di un forte quale tu sei.
E si mise a sedere vicinissima a lui.
In questa posizione le due faccie venivano riflesse dallo specchio. Clodio, così meccanicamente, guardava il volto della sorella; questa il volto di lui, e a ciascuno pareva di vedere sè stesso, tanto si assomigliavano.
— Perchè non vai tu stanotte alla festa della dea? chiese Clodio.... Tu potresti dir parole a Pompea, e recarle il mio saluto....
— E se altri mi pigliasse per te?.... Guarda come le nostre faccie sono le medesime.
Clodio esaminò di nuovo nello specchio sè e la sorella... poi, a un tratto balzato in piedi:
— Ah! Fauno m’inspira, gridò, il cornuto marito della castissima dea. Chiama qui le tue ancelle, e dì loro che mi rechino le tue vesti più candide e più pompose.......
— E a che?
— Vo’ travestirmi qui in costume muliebre. Vo’ vedere se in beltà anche una donna possa venire a gara con me.
Clodia crollò la testa, sorrise, e:
— Se questo gioco, disse, può valere a placarti l’ira, io farò in modo che Paride abbia a gettarti il pomo nel confronto di Venere stessa.
E uscì; e poco dopo rientrò colle ancelle portanti lini e bissi e pallii e pepli e corone e cingoli e zone e vitte e rose di Persia e viole del lido argolico.
Adocchiati quegli addobbi, Clodio s’alzò, e gridando: — Fate presto — si sfilò per la testa la toga, e apparve ignudo come Alcibiade, scoperto da Socrate nel gineceo.
E la Quadrantaria s’affrettò ad indossargli la stola di bianchissimo bisso, il quale per le donne allora era in uso più del purpureo; e gli sovrappose una cerulea stola, e gli cinse strettamente i fianchi con una zona di lamina d’oro; e la testa gl’incoronò di asiatiche rose.
— Ammirate, o ancelle, esclamò allora; qual mai donzella si vide più avvenente di costei?
— E or s’appresti in sull’istante il mio cocchio dorato, disse Clodio.
— Che pensi tu....?
— Recarmi alla notturna festa, prostrarmi al simulacro della diva, e vendicar Fauno. Se mai mi valse questa beltà di donna, oggi si adoperi intera; e il nascosto phallo contamini le sagrificanti vestali, e Pompea mi abbracci e mi baci in gonna. Or che attendete? il cocchio io voglio.... e intanto mi si rechi un dolio di Falerno; ch’io sovrecciti il sangue all’estrema audacia, e prepari a Roma il non mai più udito scandalo.
Venne il dolio di Falerno; ed ei ne tracannò con avida gola, finchè lo si avvisò dei pronti cavalli. Uscì, strinse la mano a Clodia, che: — Bada a te, gli disse nel salutarlo. Storna lo scandalo, serba il segreto.