La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 1 (of 2)

Part 5

Chapter 53,936 wordsPublic domain

— Ed ora si vada alle tue case, soggiunse ad Aurelia, ed io verrò teco. Cetego morente ti lasciò, finchè tu vivi, l’utile dominio di essa. — Ti assidi adunque padrona là donde vorrebbe scacciarti lo scellerato figliuolo.

E il figliuolo, non scellerato, ma caparbio, avendo visto uscir Cesare, e indarno aspettando la madre e non sapendo imaginare dove Catilina si fosse recato, si partì dal palagio di Sempronia insieme con Clodio.

Partì stretto al braccio del veramente scellerato suo amico, d’indole felina; e d’uno in altro passo, seguito dalla canaglia romana che l’amico assoldava, sen venne all’avito palagio. Toccò la soglia Cetego e chiese all’_ostiario_, che era un negro dell’Abissinia e già parlava la lingua del Lazio:

— È rientrata la madre mia?

— No.

— E nessun altro?

— No.

— Più non comprendo, o Clodio, allor soggiunse all’amico, il quale ascoltava tacendo e irrequieto che già non ci fosse cagione da menar le mani.

«Ebbene, entriamo noi, Clodio; e questa tua plebe passi insieme; ella sarà inaffiata di falerno.

Clodio, fatto un segno ai seguaci che a un suo cenno si trattennero in un lungo e cupo androne, varcò il limitare con Cetego, il quale rivoltosi all’ostiario moro:

— Bada che nessun altro deve metter piede stanotte in questa mia casa....

— Pensa che tua madre non è ancora entrata, rispose il moro.

— Non parlo di mia madre, o stoltissimo, ma di chiunque non appartiene alla famiglia dei Cetegi.

— Ma...

— E che hai a dire?

— Domando a te, domine, che cosa io dovrò dire a Catilina se...

— Se... prosegui...

— Se, come di consueto, venisse qui?

— Guarda questa riga fatta di marmo rosso... Ebbene... se Catilina, entrando, osasse varcar questa riga, tu in quell’istante morirai.

— Ebbene, io morirò. Ma non sta nelle mie forze il respingere colui. Un dì che m’indugiai a rispondere, mi rovesciò là d’un colpo di mano, e ancor ne porto il segno; però comandami, o Cetego, cose a me possibili, e obbedirò; e in ogni modo aggiungi a me altri servi i quali mi aiutino.

— A un sol tuo cenno — guarda là quanta gente è addensata — a un sol tuo cenno dunque, saran qui tutti per aiutarti.

Appena Cetego ebbe finito di parlare, che durando il più profondo silenzio per l’attenzione paurosa e dell’ostiario e degli altri servi, si sentì non molto da lungi un rumor profondo di ruote. Cetego stette in ascolto, e, incrociate le braccia sul petto e piantandosi sul limitare colle gambe a centina, quasi dovesse sostenere una vôlta, stette attendendo, presago, il cocchio materno.

E il cocchio veniva infatti, solenne, cupo, lentissimo; chè, dopo disceso dal palagio di Sempronia che stava in luogo eminente, doveva risalire il declivo per toccar quel dei Cetegi.

Cominciava il primo _diluculo_ colla sua luce fredda e misteriosa. Nel cocchio d’oro sedevano Catilina e Drusilla. Ai lati di esso, giacchè ascendevasi il declivo a passo, procedevano in spesse schiere i giovanetti amici di Catilina; e dietro al carro pur procedevan serrati gli amici e i clienti di Sempronia; e, a qualche distanza, scorgevasi una nube di schiavi a lei devoti; e davvero che pareva une nube, eclissandosi al suo passaggio le argentee chiazzature della morente luna. Quel pittore che amasse inspirarsi a Roma antica, e volesse anche ritrarre uomini e donne eccezionalmente grandi sì nel bene che nel male; e volesse ritrarre Catilina ed Aurelia nel loro cocchio d’oro, non dee far altro che rammentar il carro dove l’incomparabile Sabatelli pose a sedere Jezabele e Acabbo minacciati da Elia, intanto che i bruni cavalli, guidati dall’inconscio auriga, facevano sterzare, allontanandole dall’infesto profeta, le tardissime ruote.

VII.

LA MORTE DI CETEGO.

Cesare dunque accorreva dalla vetusta casa dei Catoni: Aurelia e Catilina assisi nell’aureo cocchio, discendevano per il clivo Palatino: Cetego sul limitare dell’avito palazzo li attendeva colle braccia conserte e col labbro inferiore compresso dai denti. La casa dei Cetegi sorgeva tra i rostri della Curia, il fico Ruminale e le statue di Pitagora e di Alcibiade; Silla avrebbe voluto farla distruggere perchè turbava il sistema architettonico del Comizio per le adunanze curiate, e del Foro romano. Non la rispettò che per deferenza al padre di quel giovine tremendo e per la grande antichità dell’edificio a stile etrusco, di cupa e quasi sacerdotale apparenza. La facciata prospettava la parte settentrionale del Foro romano; e Cetego, sebbene fosse assorto in terribili pensieri, pure, attratto dalla maestà degli edificj, guardava il tempio di Saturno a sinistra e quello della Concordia a destra e il portico Capitolino, e più in alto quel del Tabulario, e più in alto ancora le sommità degli edificj del Campidoglio, a cui sovraemineva il gigante frontone del tempio di Giove e la gran macchia bruna del dio fulminante che staccava sul glauco cielo di quella Roma luminosa anche di notte.

Cetego tendeva l’orecchio al rumor cupo e ancor lontano delle ruote del cocchio materno, e aspettava impaziente; e il cocchio discendendo il clivo passò innanzi al sepolcro dei Cinzii, e alla basilica Porcia, e alla corinzia rotonda dei Penati, e venne a Giano superiore e oltrepassò l’arco Fabiano e il simulacro di Venere Claucina. Aurelia tremò quando vide il fico sacro Ruminale che sorgeva non lunge dalla sua casa. Catilina stesso si scosse ed aggrinzò la fronte e di sdrajato che egli era si mise eretto in sulla pelle di pardo. E il carro svoltò e fu in veduta della casa di Cetego, e Cetego mandò un cupo bramito come il leone che vede la preda. Tutti i liberti e gli schiavi e alquanti gladiatori dalle poderose membra ch’egli cresceva nei sotterranei al pugilato come oggi nelle stalle si crescon poledri alle corse, si strinsero intorno a lui. Allora l’auriga, sollecitato da Catilina, sferzò i cavalli spingendoli a tutta corsa, talchè, trattenuti, appena sostarono davanti a Cetego che quasi ne andava travolto. I seguaci del cocchio di Aurelia si misero a gran corsa anch’essi, sparpagliandosi lungo la via, come frammenti di una fitta nube, la quale di nuovo si raddensò intorno al cocchio quando fermossi di tratto innanzi a Cetego. E Catilina sorse e balzò in terra e porse il braccio ad Aurelia che, non osando, si trattenne.

— Tu, Aurelia, discendi invece, gridò allora Cetego — e risalga costui e si rechi alle sue case, chè queste soglie non hanno ad esser contaminate mai più dal vile suo piede.

Catilina non rispose che col terribile suo sguardo, e non fece un passo innanzi per allora — parea perplesso; Cetego guatava fisso Catilina e stava, come tigre, per balzargli addosso, ma non si mosse per allora — anch’egli parea perplesso; Aurelia, alzatasi, stringeva di una mano il balteo dorato del cocchio, tenendo il dritto piede in quello, e il sinistro a terra, incerta di quel che si facesse, e cogli occhi spalancati e vitrei e fissi al figlio che non guardava lei. Ci fu istante in cui il silenzio fu così profondo, che quella folla densissima d’uomini parean larve inanimate, e a pochi passi fuor di quella scena sariasi detto che là c’era solitudine.

Ma a un tratto:

— Eroe assassino, gridò Cetego, eroe di rapine, eroe drudo. Se le leggi non stessero là inutili e disprezzate, deposte indarno nelle arche del Tabulario, tu già da tempo saresti stato strangolato nei sotterranei del carcere Mamertino. Ma non solo assassino, ma non solo ladro, ma non drudo solo, ma vile tu sei, chè non hai cuore di avanzarti d’un passo.

Catilina ruggì a quei detti, e, tratta la daga, si slanciò di tratto su Cetego, che, pur colla daga stretta in pugno, lo attese imperterrito, immobile; e il fortissimo colpo di Catilina parò col braccio fortissimo. Aurelia si ritrasse in cocchio gridando: — T’arresta, o Catilina, per colei a cui sagrifichi io ti scongiuro. — Non ferire, o Cetego, per l’ombra del padre tuo ti supplico in ginocchio.

Catilina, a quelle supplichevoli grida, sentì fatto più debole il ferro di Cetego, che fu invaso da un orror sacro udendo invocata l’ombra paterna; e certo avrebbe potuto ucciderlo allora, se anche a lui il ferro non fosse crocchiato in pugno, chè si sgomentò di uccidere il figlio di colei, per amor della quale avrebbe ceduta l’ambita Roma ai nemici. Intanto la turba degli schiavi di Sempronia, sguainate le armi, si strinsero intorno a Catilina, come per proteggerlo; e incontanenti fecero lo stesso i servi di Cetego, il quale si vide accerchiato da tutte le parti, gridando tra gli altri un gladiatore: — «Io, io, mi batterò per te. Non c’è nessuno più forte di me in Roma.»

La rauca voce millantatrice del gladiatore non indarno fu intesa dai gladiatori di Sempronia, che si sentirono offesi per sè medesimi.

— E or la vedremo, gridò uno fra tutti, e avanti, e penetriamo le porte.

E le due schiere avverse si slanciarono contemporaneamente l’una sull’altra mandando un urlo, che rintronò assai lungi. Così tanto Catilina che Cetego rimasero serrati in mezzo, come se comandassero un battaglione quadrato.

Fu allora che Cesare, staccatosi da Catone, a quell’orrendo urlo accelerò il passo, e più e più procedea veloce come l’Apollo d’Omero, il sagittario Apollo, quando nella sua terribilità s’affretta a saettare il campo acheo. Procedea, non armato, agitando colla destra una verghetta elegante ch’egli solea sempre portar seco. Era quello un costume dei più eleganti giovani di Roma, quando, svestite le armi, passeggiavano la città. Chi la avea d’avorio, chi d’ebano, chi d’argento e d’oro, chi d’altre materie. Quella di Cesare era fatta con osso di crocodilo, e avea la virtù di esser duttile ed infrangibile; all’estremità di quella elegante verghetta luccicavano al raggio lunare due palle d’oro; ma non erano d’oro altrimenti, eran di piombo.

Tutto era calcolato nelle abitudini di Cesare. Mescolandosi egli spesso nelle taberne colla più turpe feccia romana, trovandosi sovente a tu per tu con qualcuno dei gladiatori stati messi in libertà, ubbriachi di falerno guasto, e però facilissimi agli insulti ed alle risse, egli comparendo non mai armato, era però sempre più armato degli altri; e avea l’arte di non lasciarsi mai uscir di mano quella verga e di non lasciarla toccare nemmeno ai più fidati amici.

Quando Cesare si trovò a quel punto della via Sacra che tocca il clivo Palatino, si fermò per lasciar passare un cocchio dove sedeva Sempronia colla testa alta e come stesse ascoltando; e i cavalli erano flagellati a precipitarsi a pancia terra. Intanto che altri ed altri uomini armati correvan giù a rompicollo pel clivo seguitando il cocchio, Cesare continuò la via rapido ancor più, ma senza correre; gli sarebbe sembrato di smarrire dignità, pur in faccia a sè solo.

Intanto che Cesare s’affrettava, Servilia, chiamata anch’essa dagli insoliti urli, e sospettando ogni danno (chè nelle aule di Sempronia già erasi accorta apprestarsi alcunchè di terribile), e temendo per Cetego, non ebbe timore di nessun’altra cosa, neppure del fratello Catone che erasi ritratto in biblioteca; — e disse a tre ancelle che avevano vegliato per aspettarla dalle danze: — Abbiate pietà di me, vogliate seguirmi. — Osiamo. — Sentite questi urli — oh Numi!!... Hanno ammazzato il mio Cetego — fate presto.

Le ancelle amavano quella bellissima tra le fanciulle di Roma, la quale, satura come era di onda erotica, era naturalmente portata alla gentilezza carezzosa, e amava le ancelle quasi fossero sorelle sue. — Ond’elle:

— Noi ti seguiamo, Servilia; ma e il fratel tuo?

— Zitto — usciamo — nessuno parlerà. E vennero alle soglie dove vegliavano due servi. Allorchè questi videro Servilia, fecero per opporsi. Essi tenevano ordini severi, in seguito a quanto era avvenuto con Cetego. — Ma Servilia li saettò con tale sguardo, dove imperava il comando e s’umiliava la preghiera e a coloro parea raggio di Olimpo, chè non fecero più motto; e Servilia uscì accompagnata dalle tre ancelle.

Uscite che furono, Servilia affrettò il passo così che parea volasse; e le ancelle sebben tutte giovani, la seguivano con lena affannata. Spirava il vento crepuscolare e svolazzavano i veli a quelle fanciulle. Servilia era sempre innanzi all’altre, e a lei svolazzava, crepitando, la vesta azzurro-stellata. Parevan le _Ore in ritardo_ che s’affrettassero a raggiungere il sole che stava per sorgere fra pochi istanti.

E giunsero innanzi alla casa di Cetego nel punto che Cesare, soverchiando colla sua voce squillante e già imperatoria il frastuono orrendo:

— Sospendete i brandi, gridava; vi scongiuro per Giove che di là vi guata e par che accenni di fulminarvi. Sospendete i brandi, ho detto; e tu parti, o Catilina, e tu entra nelle tue case, o Cetego.

— Non sarà mai ch’io mi parta di qui senza entrare nella casa d’Aurelia, chè di Aurelia è la casa e non di costui.

— Nè quest’uomo di sangue entrerà mai a contaminare la dimora degli avi miei. Lo giuro.

— Parti dunque, o scellerato, gridò allora a Catilina l’imberbe Clodio scelleratissimo.

— Parti, o Catilina, gridò medesimamente il gladiatore che primo colla sua millanteria aveva suscitato la pugna.

Catilina sentendosi così insultato da uno schiavo, non ebbe più ritegno, e gli si gettò addosso. La lotta era orribile.

Ma Cesare accorse, e percosse di tal forza il cranio del gladiatore, che quello fu visto procumbere tosto al suolo, come il toro virgiliano sotto al cesto d’Entello.

Allora Cetego che amava quel suo fedelissimo schiavo, già tanto caro al padre, si avventò furibondo su Cesare che si scansò, percuotendo nel tempo stesso il braccio del giovane; e accorreva Catilina in soccorso di Cesare, e un nugolo di servi da una parte e dall’altra si azzuffarono in orrenda miscela. Mandava acute strida Aurelia dall’alto del cocchio. Sempronia, la virago Sempronia, eccitava i proprj servi a difendere Catilina. Servilia domandava ad alta voce Cetego, che non sentiva più nessuno. E la pugna continuava; e Cesare, Cesare stesso in quel punto più valoroso che assennato, armato la sinistra della sua verga, la destra di una daga che aveva raccolta da terra, faceva strage a destra e a sinistra, invulnerato sempre. Ma nel turbinío della mischia, Catilina cercava sempre di Cetego, e Cetego di Catilina; ond’essi si trovarono ancora dirimpetto e si azzuffarono. Ci fu un punto che Cesare era rimasto solo, chè tutti gli eran caduti d’intorno; e allora s’accorse di Servilia che a gran voce continuava a chiamar Cetego, e vedendo Cesare, passò imperterrita sopra i cadaveri e:

— Salvami Cetego, o Cesare, gli gridava; tu lo puoi.

— Non lo posso.

— Ah spietato!

— No.

— Ahi, Catilina gli è sopra.

— Pietà, Catilina, gridava Aurelia.

Ma la daga di Catilina penetrò in quel punto nel petto di Cetego, e questi cadde colla daga infissa.

In questo istante affannato e cupo giungeva sul luogo Catone, il quale, saputo di Servilia uscita, accorse là sospettando; e in mezzo a tutti quanti, alla caduta di Cetego fatti immobili e muti, stette muto anch’esso, e vide Aurelia balzar dal cocchio e accostarsi al figlio e inginocchiarsi e piegarglisi sopra.

— No, madre, va. Io scendo a trovare l’ombra del padre mio. Va. — Io ti consacro ai numi dell’Averno.

E in quest’istante, volendo i servi estrargli la daga dal petto:

— No, disse, la vita ne uscirebbe tosto col sangue. Rammento Epaminonda. Ma prima di morire ho bisogno di dir parole a tutti.

Aurelia, sempre in ginocchio, rigate di largo pianto le guancie, guardava il cielo.

— Romani, quanti siete qui: io muojo e appena ho varcato il sesto e decimo anno. Catilina, uccidendo me, si tolse dinanzi colui che certo gli avrebbe vietato di assassinar la patria, ch’egli ha in animo di ferire, come già fece con Gratidiano e col fratel suo. O Catone, che or vedo qui, a un morto puoi credere, giacchè a me vivo non credesti mai. Ma la tua sapienza fu inutile per me, chè non giungesti a comprendere qual anima forte si celava dentro a questo corpo. Io idolatrava questa mia Roma, al par di te e più di te, o Catone, sebbene così giovane; e la idolatrava come si fa con chi, piagato già da orrende sventure, pur ci accorgiamo che il fato gliene prepara di irreparabili. I suoi assassini vivono tutti, ed io muojo, io che forse l’avrei salvata. Giovane io sono, ma molte cose io vidi e previdi e so e prevedo. Cassandra era giovane. — In questa patria mia infelicissima, tutta infestata di ambiziosi, di fedifraghi, di concussatori, di ladri, di traditori, di meretrici uomini e donne, io muojo incontaminato; il peccato non mi toccò; e così io mi serbavo, perchè senza la virtù dell’animo e senza il corpo fortificato dalla fisica virtù, nessuno potrà aspirare ad amar la patria ed a salvarla; il maestro mio, parlandomi di Socrate, mi disvelava tutta la sapienza di quell’Uomo Nume. Ed ecco perchè mi percuotesti a morte, tu primo, o Cesare. Tu mi temevi, e tu, non so con qual potenza furiale, mi fiaccasti il fortissimo braccio, che poi non resse a quel di colui che là mi guata; e certo ei sarebbe caduto primo, se tu non eri, o Cesare.

E tacque; e Servilia, neppur trattenuta da Catone, gli si accostò allora, singhiozzando e tentando indarno di parlare.

— Non piangere, Servilia, esclamò Cetego. Va, va in pace. — Tre lustri tu conti appena, e Venere ti colmò dei suoi doni. Va. — Altri ti ameranno; altri amerai tu.

Catone trasse indietro Servilia.

E Cetego, dopo un istante, si squarciò la tunica e se la strappò di dosso.

A quell’atto inconcepibile, gli astanti strinsero il cerchio.

Ed egli si trasse la daga, e dal petto balzò il sangue a fiotti. Allora ei v’intrise la tunica e ve la inzuppò: — poi si alzò con uno sforzo sovranaturale e, fatti alcuni passi barcollando, si collocò in modo da poterla sbattere di quanta forza aveva sul volto a Catilina, che tutti trattennero dal precipitarsi sul moribondo; e il sangue quasi minuta pioggia spruzzò d’intorno ad aspergere quanti eran là presso; e il volto di Catilina non avea parte che non fosse insanguinata e faceva orrore la luce degli occhi suoi guizzante in quella tinta.

Cetego cadde col capo indietro e là giacque.

Sorgeva il sole.

VIII.

MORTE D’AURELIA.

Sempronia, previdente per Drusilla Aurelia, che, sempre in ginocchio e immobile, stava là sul campo funesto, collo sguardo intento ed attonito e senza espressione; la fece portare nel proprio cocchio, e senza che quella volesse o non volesse, seco la trasse e ricoverolla nel proprio palagio.

Catilina salì nel cocchio d’Aurelia e, strappate le redini all’auriga, sferzò egli stesso i cavalli e involossi e, fermatosi in riva del vicino lago di Giuturna presso al tempio di Castore e Polluce, lago sacro, discese, e tutto vi si deterse, quasi a scongiurare gli avversi numi e il fato, e l’orrore che, pure ad onta dell’animo efferato, avealo invaso sentendosi e vedendosi intriso di tanto sangue. Si ritrasse poscia all’avita casa sul Palatino; donde, rimandato il cocchio d’Aurelia, uscì nel proprio qualche tempo dopo e sollecitò i cavalli fino a Nettuno, vico in riva al mare, dove tenea sontuosa villa ed ampio agro e lungo tratto di terra aspro di fittissima pineta. Ai coloni, ai servi, agli schiavi ingiunse con minaccia di morte, nessuno osasse por piede in quella selva; e là ei si ridusse, affrettando passi in assidua irrequietudine, e giacendo sulla nuda terra e mandando urli di disperazione. I coloni e i servi lo udivan esterrefatti, quasi una fiera s’aggirasse colà, e sentivan sovente il nome di Aurelia cupamente echeggiato nella calma della notte.

Sbollita l’ira contro Cetego, dopo la morte di lui; inorridito di avere ucciso il figlio di Aurelia, per la quale egli ardeva di erinnico amore; pensando che dessa lo avrebbe respinto da sè, e in olocausto dell’estinto e per timore dei Romani che certo avrebbero fatto segno di pubbliche contumelie la donna che si fosse sposata all’uccisore del proprio figlio; fu investito dal terrore d’averla perduta per sempre; onde i gemiti, e gli urli, e il rifiutato cibo, e la barba lasciata crescere in disordine selvaggio.

E intanto il cadavere di Cetego fu trasportato nella sua casa; il giovane Clodio, non avendo Cetego nessun parente in Roma nè prossimo nè lontano che gli chiudesse gli occhi e la bocca, come voleva il rito, adempì al funebre ufficio, chiamandolo ad alta voce e più volte per nome, quasi tentando di richiamarlo in vita, così pure richiedendo la consuetudine; e il cadavere fu lavato e profumato dai _pollinctori_, e poscia venne esposto nel vestibolo della casa coi piedi rivolti verso la porta; e un vaso d’iridescente murrina colmo di acqua lustrale fu posto vicino al capo dell’estinto, che tutta Roma accorse per vedere; e gli accorsi, segnatamente le donne, si aspergevano di quell’onda per purificarsi.

Tre giorni stette esposto così, dopo i quali preceduto da suonatori di flauto accompagnanti le nenie, e dalle piangenti prefiche, da donne bianco-vestite e redimite il capo di corone, da una folla d’amici e conoscenti, tutti guidati dai _designatori_ portanti torcie, e tutti cogli occhi fissi sull’_arcimimo_, il quale procedeva accanto alla lettiga dov’era il cadavere e portava una maschera che ne ritraeva le fattezze; perchè Cetego era patrizio e avea il diritto dei ritratti (_jus imaginum_) accanto al feretro; i _vespilloni_ recavano i busti del padre e degli avi suoi. Il convoglio attraversò il Foro, dove si fermò, e qui il giovinetto Clodio, salito sulla tribuna, ne recitò la laudazione; il più virtuoso dei giovanetti, il solo forse in tutta Roma che fosse senza labe, doveva essere lodato da colui che, già perverso e soltanto amato da Cetego perchè dissimulatore seco, dovea poi recare al colmo la scelleraggine romana. Ma Catone, conoscitore di Clodio, salì anch’esso dopo lui la tribuna, quasi a placar l’estinto avendo la coscienza della propria virtù; e Catone discese in mezzo ai gemiti degli astanti; e il convoglio stava per procedere quando Cesare, attraversato il Foro, improvvisamente, con meraviglia di tutti, salì la tribuna. I cittadini ch’erano accorsi nella notte della lotta funesta, e assistendo alla morte di Cetego, avean sentite le sue parole estreme accusanti Cesare qual prima cagione della morte sua, bisbigliarono al primo e quasi furono per prorompere in tumulto alla comparsa inattesa di colui pel quale Cetego era morto; ma il giovane Cesare, girato intorno lo sguardo imperterrito e pieno di una calma sicura e fidente che conquideva, comandò il silenzio e parlò:

— O Romani, o Roma tutta, chè vedo il Foro non bastare a contenere quanti ella aduna di cittadini nobili e grandi e virtuosi e pietosi. Voi avete bisbigliato al mio primo apparire; e il bisbiglio mi parve fosse per tramutarsi in contumelia. Nè io mi lagno. Una voce mendace corse per tutto ad accusar me della morte di questo più che sacro tra i giovanetti mortali onde Roma, s’ei fosse vissuto, sarebbe stata ancor più gloriosa e più forte; e, quel che meglio era da invocarsi, la gloria e la forza sua, per virtù dell’anima divina che infiammava queste strenue membra che qui giacciono senza vita, non avrebbero mai più avuto da temere gl’invidiosi fati che a tanta gloria e a tanta forza or vorrebbero far guerra, aiutati dagli scelleratissimi che, non idolatrando che l’utile proprio, vedrebbero senza turbamento messa tutta a soqquadro la sacra patria. Se questo io penso e dico e solennemente proclamo, poteva io volere la morte di questo giovane, che primo io compresi ed additai ad altri? _Promessa di Marte_ io lo chiamai, e con questa lode che la verità e la giustizia mi dettavano, io tentai di trattenerlo, deviando la bollente ira sua da propositi non degni di lui. Tutto quello che per me si poteva io feci a stornare l’orrenda sciagura che, preveduta da me, pur troppo, venne. Io supplicai Catone, il virtuoso Catone, a conceder la mano di Servilia a Cetego, perchè nel soddisfacimento del desiderio amoroso, ogni ira svanisse e il sacro giovane fosse conservato a Roma. Catone è qui; Catone conobbe dopo di me il grande animo di Cetego; Catone or ora vi comandò le lagrime. Ed egli non sa mentire. Interrogate or dunque lui se quel ch’io dico è il vero.