La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 1 (of 2)
Part 6
— Catone, con voce profonda: — è vero, disse.
La folla si raddensò allora e strinse più fitto il cerchio intorno alla tribuna donde parlava Cesare.
— Che più? esso continuava, quando dalla casa di Catone sentii l’orrido urlo notturno della battaglia funesta, m’affrettai per fermarla. E, gettatomi nella mischia, supplicai Catilina a partire di là; supplicai Cetego ad entrare nella casa sua; li supplicai colla voce aspra dell’ira che il mio timore e la mia pietà rendeva imperterrita. Tu Clodio, che sei qui, e strenuamente aiutasti l’amico tuo nella lotta sanguinosa; per l’amore dunque che portavi a questo giovinetto, proclama ora al cospetto di quanti son qui la verità delle mie parole.
— La proclamo, gridò Clodio, non iniquo in quel punto; e, volgendosi alla folla, Cesare dice il vero, continuò, credete a lui; Cesare voleva salvar Cetego.
— Sì, voleva salvarlo con pericolo mio, e se io non paravo il ferro di Cetego che già mi era addosso per squarciarmi il petto, oggi io sarei qui al suo posto. E bene sarebbe stato; chè io dispero di eguagliare così santa virtù; ma l’amor della vita è irresistibile nei mortali, onde mi difesi e lui percossi. E non ero nemmeno armato. Ed or datemi venia, o Romani, s’io parlai di me; datemi venia e considerate che lo feci per mostrarvi ch’io non era indegno di pronunciare il compianto sul sacro suo capo. Ma ogni sua lode stia tutta in queste mie esortazioni che ora rivolgo alla eletta schiera dei giovinetti suoi colleghi che, ammirando e ringraziando, qui vedo, e che insieme con lui dalle labbra inspirate di Antioco Scalonita beveste la divina sapienza di Socrate. E Socrate era il Nume del vostro giovinetto collega, e morendo lo nominò. Vogliate dunque, o giovani, imitare l’estinto amico vostro. Senza virtù, ei disse morendo, non si può aspirare ad amar la patria. Con queste parole sacre ei si fece l’elogio da sè stesso. Fate dunque che riviva Cetego in tutti voi, o giovinetti, speranza della patria. Fategli onore imitandolo. E la luminosa ombra sua, là nei beati Elisi, esulterà sapendo che lasciò di sè così forte amore e così profonda traccia nella sua Roma che tanto idolatrò. —
Cesare discese. L’ammirazione della folla compunta era al colmo.
Il convoglio mosse verso il campo di Marte, dove facevasi la sepoltura dei patrizii; i cadaveri della plebe aveano le loro fosse nel campo Esquilino. Il rogo era colà apprestato; chè dopo Silla e negli ultimi cento anni della repubblica, l’inumazione era stata abolita pei ricchi. Il rogo era costrutto di legno di tasso, di pino e di frassino, ed era coperto di rami di cipresso. Il corpo fu unto di nuovo, e dopo che Clodio ebbe alzate le palpebre e dischiusi gli occhi all’estinto e messogli tra i labbri l’obolo onde pagar Caronte, il cadavere fu messo sulla catasta che incendiata lo vestì di fiamme altissime, le quali lo trasmutarono in cenere e in aride ossa, che, lavate poi con latte e vino, furono deposte dentro un’urna funeraria. Gli _ustori_ la consegnarono a Clodio e a tre giovinetti dell’età di Cetego che dovevano deporla nel mausoleo di famiglia, sorgente lungi da Roma in riva al mare, presso Ponte Gatera. Le tombe dei ricchi venivan quasi tutte erette in riva al mare.
Adempiuto a tal rito, il sacrificatore immerse un ramo d’ulivo nell’acqua lustrale, ne asperse gli astanti ad intento di purificazione; finalmente la prefica _princeps: — Ilicet,_ pronunciò ad alta voce, e significava _ire licet_; e un lungo e suonante _vale_ pronunciarono in risposta più migliaja d’astanti che tosto partirono; e Clodio e i tre giovinetti, saliti in cocchio ed abbraccianti l’urna viaggiarono per Ponte Gatera.
Tre giorni appresso nel vetusto palazzo di Cesare, che pur sorgeva sul Palatino e dove dimorava la moglie sua, fu dato il convito funerario; e nove giorni più tardi, nel palazzo di Lucullo, il quale era parente dei Cetegi ed era tornato in Roma due giorni prima, fu data, per compire il rito, la grande cena, così detta la _Novendiale_. La cena fu apprestata in Apolline, ch’era la più suntuosa delle aule di Lucullo. — Quando i convitati entrarono, i cori espressero un lugubre canto greco, il celeberrimo canto che già Alessandro aveva fatto comporre da Alchemene citaredo e musico per i funerali di Efestione. Tutti i convitati erano avvolti in un manto nero e stettero in piedi ad ascoltare un compianto che Lucullo disse in greco, perchè era presente il filosofo Antioco Scalonita che non conosceva la lingua del Lazio. Allorchè Lucullo si tacque, una fanciulla tutta velata a bruno ed a cui due altre fanciulle, pure in gramaglia, tenean sollevato il peplo, girò intorno intorno porgendo a ciascuno quel medesimo vaso di pietra murrina che, già deposto presso il cadavere di Cetego, avea contenuto acqua lustrale; e in quel momento era colmo invece di falerno consacrato all’ara di Bacco, e sorseggiato prima dalle rituali labbra delle vergini vestali. Quei vasi di pietra murrina eran stati portati per la prima volta in Roma da Pompeo, e li avea consacrati a Giove Capitolino. Un sol vaso di quella pietra, volendolo la gara ambiziosa dei ricchi sfondati, costava ingenti somme. Quello che allora girava intorno, era costato ottanta talenti, quasi mezzo milione di lire italiane; e in seguito costarono ancora di più. Nerone ne acquistò uno per un milione e mezzo. Il delirio degli acquirenti era generato dall’ignoranza della materia onde constava quella pietra, varia di colori, ma più di rosso e di bianco e di un terzo colore senza nome, ma fiammeggiante e che, lumeggiando gli altri, produceva le tinte dell’arcobaleno. Que’ vasi venivano tratti dall’Oriente e segnatamente dalla Parzia. (_Oriens murrhina mittit; maxime Parthici regni_).
Adempiuto a codesta cerimonia, tutti i convivi svestirono la gramaglia e comparvero in candida toga. Lucullo disse altre parole, e si assisero. Non erano più di dodici, perchè i Romani, eccettuate le grandi solennità pubbliche dove i convitati non si contavano, non amavan di varcare quel numero; e quando non potevano esser dodici, avevano gran cura di trovarsi nel triclinio in numero dispari, di tre, di sette, di nove. Lucullo, il padrone, collocossi, come voleva l’infrangibile costume, sul letto a dritta in capo del desco. Il letto più onorevole essendo quel di mezzo, vi fu messo a sedere il retore Diodato, settantenne, e ciò per omaggio alla sua gran fama, alle sue virtù, alla sua grave età, ed anche per gli obblighi impreteribili dell’ospitalità; vi sedettero Antioco Scalonita, Filone platonico, e Apollonio rodio, venuto a visitar Roma e dove, venerato da tutti, dimorava da più mesi. Essi furono invitati da Lucullo a quella _novendiale_ per essere stati maestri al giovane Cetego. Crasso sedette all’estremità a sinistra insieme con Cicerone e Sallustio. Catone si assise con Cesare, al quale, essendo il più giovane, fu dato l’ultimo posto che era quello dell’estremità a destra.
L’ebano, il cedro, l’avorio, l’oro e l’argento erano le materie ond’erano contesti e fregiati i triclinj. I cuscini, aspri di gemme, rosseggiavan di porpora a ricami d’oro. Sui tripodi ardevan fiamme diffondenti aromatici odori. E gli uomini assisi a quel triclinio rappresentavano compiutamente la condizione degli ultimi cento anni della repubblica romana, dai quali doveva scaturire tutta quanta la posterità. L’esule sapienza greca, venuta a diffondere in Roma un tal grado di coltura, che attraversando gl’intelletti di Cesare e di Cicerone e di Sallustio, doveva preparare poi il secol d’oro della letteratura latina. Lucullo, stracco di guerre e di vittorie, obeso di ricchezze, reduce dalle spedizioni in Oriente, profondente già il lusso asiatico che doveva corroder Roma e prepararne la decadenza ed apprestare le brache muliebri dell’imberbe Eliogabalo. Catone l’estremo raggio del passato; Cesare la torbida luce del futuro; Pompeo, il trionfo della mediocrità inghirlandata; Cicerone la sapienza onnigena che, circuendo le questioni da tutti i lati, si arresta ognora nel dubbio scientifico e pratico; e s’accosta senza fiducia a tutti i partiti, e non sa a che appigliarsi, e fa ridere di pietà l’ignoranza imperterrita che va dritta come saetta al suo scopo, e s’accampa nelle sedi del genio. Il convivio fu protratto a notte alta. Levate le mense, Lucullo pronunciò un altro discorso nel greco idioma. Il falerno intanto girava in copia, talchè i greci filosofi parean trasmutati in ebriosi Anacreonti; e Cicerone parlava greco, saettando d’obliqui strali intinti d’amabile piacevolezza il Magno Pompeo, che, appena intendendo greco e non sapendolo parlare, faceva umilissima figura in quel simposio, sebbene imperatore laureato; Cesare solo non beveva; eppur s’era assiso accanto al rigido Catone già tutto arrubinato di falerno bevuto a larghe canne. Catone, virtuoso in tutto, solo in ciò eccedeva; Cesare, corrotto, e fallace, e vizioso, e ognora mascherato, quando il voleva, d’iridescenti virtù, in questo solo era irrimproverabile. Ma l’uno doveva morire per la repubblica e non avea timore che i suoi desiderii trapelassero dal sincero lieo; l’altro invece aveva a preparar l’impero, e la tranquilla e cauta linfa doveva mascherare i suoi disegni.
Intanto che i funerei convivi di Lucullo, giocondissimi di falerno più che addolorati per la morte di Cetego, uscivano dall’alto palagio del più ricco allora e più prodigo dei Romani, del prode e grande al pari dei più insigni, del capostipite dei sibariti futuri; e riducevansi alle loro dimore; voci d’ire e d’affanno morale, e imprecazioni furiali, e gemiti e pianti e preghiere udivansi nelle aule dell’eminente Sempronia.
Catilina era uscito dal suo covo di belva e dalle ombre della pineta che facea tetre le sponde di quel tratto del mare Interno; e saputo che Aurelia dimorava presso Sempronia, inaspettato entrò nelle stanze di questa, e inaspettato stette innanzi alla donna che ancora ei voleva, la quale fremette e si alzò alla vista di lui.
— Dunque mi neghi tu, le disse, a quell’atto, Catilina.
— Non io ti nego, no, ma la sventura.
— E tanto amore, e tanto dolore, e tanto sangue sarà stato invano?
— Non fu invano il sangue, pur troppo. Esso ci ha divisi per sempre.
— Osi tu dirlo a me?
— L’ombra di Cetego lo comanda.
— E questo è l’amor tuo?... tu dunque m’ingannavi. Non è amore se non quello che, ardendo indomabile, calca disprezzando tutte le cose umane e divine, se queste gli si oppongono.
— Abbi pietà di me, Catilina; pensa a Roma; pensa alle pubbliche maledizioni, se le nostre mani congiunte avessero a contaminare le are.
Catilina guatò a lungo Aurelia con occhi ardenti che non poterono essere sopportati nè da quelli di lei nè da quelli di Sempronia, la quale era presente, e, a qualche distanza, ritta e immobile e colle ciglia aggrottate, quasi simulacro d’inesorabil diva, guardava e fremeva, e insieme pur temeva e non osava parlare.
Catilina facea sgomento. Tacque assai tempo, tenendo fissi gli occhi a terra, e di tanto in tanto facendo atti che accennavano l’orrenda interna battaglia; poi a un tratto:
— Ebbene, proruppe, sieno dunque placati gli Dei del cielo, e gl’inferni Dei, e i Romani tutti che tanto aborro, e le ombre del tuo sposo primo e del tuo figlio unico, ma tu sii sacrificata a tutti. Sì, tu morirai per mia mano qui, oggi, adesso — ed io mescerò, intermedio questo mio ferro benefico, il solo benefico meco e pietoso, mescerò il tuo sangue col mio, e morirò accanto a te.... e diede in uno scoppio di pianto ineffabile, che sgorgando su quel terribile volto, faceva senso più che se fosse stato sangue; e fu il primo e l’ultimo che versassero gli occhi di Catilina. E pianse Aurelia... e pianse Sempronia... chè Catilina in quel punto era sincero, ed estremo com’era in tutto, l’amore che nutriva per Aurelia era tale che nessun umano concetto arriverebbe a significarlo.
Aurelia, tutta in lagrime, si gettò allora ai piedi di Catilina, e:
— Abbi pace, gli disse. Tu mi hai vinta. Io sarò tua per sempre. Solo concedimi otto giorni di abluzioni lustrali, ond’io possa placare i numi. Io lascio Roma; nell’avita mia villa mi reco lungo il mare — tu la conosci. Là saremo sposi, e tosto darem le vele ai venti; — e Roma ci dimentichi e il mondo. Se tanto, come vedo, tu mi ami, a che grandezza, a che potenza vuoi aspirar tu? A tutte cose l’amore sorvola indomato. Tu lo hai detto.
Di tratto a Catilina tramutossi il volto: un raggio di gioia guizzò negli occhi suoi, e:
— Ben lo sapevo. Non potevi tu essere mendace meco. Ora io ti lascio, o donna. Solo io voglio assaporare questi momenti di gioja suprema, che nemmeno gli dei possono aver maggiore; nè Giove, l’onnipotente re del cielo. Addio, Aurelia; fra otto giorni ci rivedremo al mare. Addio, Sempronia. Grandi, immortali cose noi dovevamo intraprendere. Ma Aurelia mi fa disprezzatore d’ogni grandezza e d’ogni potenza divina ed umana. Addio — e partì.
E Sergio Catilina uscì; e lentissimo, assaporando un orgoglioso gaudio, per le profferte ultime di Aurelia e le ginocchia di lei piegate, vagò lunga ora per le vie di Roma; e poscia risalì alle proprie case, donde, fatti aggiogare al carro due ardenti poledri, ritornò a Nettuno, che non molto distava dalle ville d’Aurelia; ritornò alla fittissima sua pineta bruna; e nel centro di quella fe’ consacrare un’ara a Venere, che tutta precinse di mirti e imbalsamò di fiori e al sommo vi depose un vaso di marmo pario, nel quale, apertasi col proprio ferro una vena, fece piovere molta onda di sangue, e fu sangue votivo — e per otto giorni colà stette, leggendo e rileggendo, nelle ore diurne, la fedeltà di Penelope nel greco d’Omero, e in Esiodo l’estremo sacrificio della moglie entusiasta di Capaneo; e dormendo le notti abbandonato alla nuda terra.
Aurelia lasciò Roma; condusse con sè la casa tutta, le ancelle, gli schiavi, e rifiutò di essere accompagnata da Sempronia che le si profferse. Venne alla sua villa in riva al mare. Si purificò; e per otto dì, sparso il capo di cenere, stette innanzi all’effigie dell’estinto marito e alla toga insanguinata del figlio. Ella amava Catilina d’un amore inesplicabile; ma forse più per essere stata attratta nel vortice violento del forsennato amore di lui, e per lo sgomento ond’erane oppressa, che per elezione spontanea del cuore. Perdurando nella purificazione e nel pianto penitente, pur era di continuo esagitata da pensieri in assidua lotta tra loro. Le notti aveva insonni; e se appena appena per la stanchezza del corpo, le si chiudevano le palpebre, svegliavasi di colpo esterrefatta; e vedeva l’ombra del marito e la più feroce ombra del figlio; e gemeva e gettavasi in ginocchio e protendeva le braccia orando, non sapeva a quali numi.
Ella considerava come, per Catilina, fosse disprezzata e insultata da tutte le dame romane, invidiosissime della sua beltà, in confronto della quale reggeva la sola di Sempronia; sapeva come la maggior parte di quelle dame fossero assiepate d’amanti non amati e non temuti, a’ quali, nel fuggitivo delirio, concedevano ogni favore; ma la minore avvenenza e il non esser insigni in arte nessuna, com’ella era, le circuiva di opportuna e complice oscurità, la quale facevale beate e trionfanti, pur tra il lezzo dei peccati che ad esse dovevan comandare il rimorso e il pubblico vitupero a Roma. E misurava tutta la propria sventura, e si disperava e tremava in aspettando Catilina. E sorse l’ottavo giorno. Certissimamente ei sarebbe venuto. Inorridì Aurelia a quel pensiero, e, stata immobile davanti all’effigie del marito e baciata e ribaciata la toga di Cetego, e guardato a lungo il cielo, quasi avesse voluto penetrare i regni superni a interrogar gli Dei; a un tratto, fermato un proposito, chiamò e fece chiamare le ancelle e i servi e gli schiavi quanti eran là a sè d’intorno; e:
— Preparatevi a partir tutti per Roma in sull’istante. Io rimango qui sola.
Alcune ancelle le si fecero intorno, come sospettando una sventura, e:
— E perchè ne rimandi così, o padrona benefica?
— Non vi rimando. Sol vi prego di precedermi — lasciatemi sola qui. Ve lo impongo; e lo disse in modo che nessuno più si oppose, e al liberto che sopraintendeva alle domestiche faccende:
— Fa che si apra la porta massima del palagio, e stia aperta; e si aprano le altre porte; e tutte rimangano spalancate insieme a quelle che conducono a questa mia stanza. Che non intervenga inciampo; e nessun uomo, nessuna donna non odasi più sotto a questo tetto; e il più profondo silenzio lo circondi, prima che la clessidra segni passato il _diluculo._
E tutti partirono e il silenzio circondò l’alto palagio, e soltanto udivansi le onde del mare flagellar le rive. Passarono le ore della _mane ad meridiem_; e da lunge a confondersi col mugghio marino s’udì un rumor cupo di ruote, e di lì a poco il fischio d’un flagello equino e uno scalpito affrettato di cavalli. Era Catilina che da Nettuno veniva rapidissimo ed esultante, governando egli stesso le briglie.
E fu innanzi all’alta porta, che trovò spalancata e senza ostiarii. Non ci pensò. Svoltò allora e girò nell’interno recinto e balzò dal cocchio, lasciando le redini all’auriga. Fatti alcuni passi e non vedendo comparir nessuno (chè di solito, come ognora vedevasi nei palagi dei ricchi patrizii, una folla di servi ingombrava gli atrii interni), stette sopra di sè un istante, e percorrendo gli atrii e le stanze terrene anteriori e non scorgendo anima nata, si sentì tutto cosparso di un sudore gelato; e penetrò nelle stanze più interne, e di porta in porta venne a quella di Aurelia.
Ella giaceva sul proprio letto, immersa in un lago di sangue. Vedevasi a terra una daga. Aurelia era avvolta nel peplo: nella sinistra teneva la toga di Cetego; nella destra un papiro che parea stringere colle dita irrigidite.
Catilina levò il papiro, lo scorse, e queste parole vi lesse: — _Morii per placare le ombre del mio marito Cetego e di Cetego mio figlio. Vivi e purga la tua fama._
Catilina mandò un gemito che non può essere narrato.
In quel punto anch’esso poteva comandare la pietà.
IX.
SEMPRONIA E CATILINA.
Sempronia aveva lasciato Roma alcuni giorni dopo Aurelia, e recossi, correndo il tepido maggio, alla sontuosa sua villa, sorgente tra Nettuno e Ponte Gatera, tre _miliarie_ da quella d’Aurelia. Allorchè questa lasciò Roma sì d’improvviso, mostrando nell’aspetto un affanno che parea provocare il turbamento mentale, e stette invincibile nel respingere le profferte di Sempronia di accompagnarla, essa temette il peggio, senza tuttavia osare di attraversare con violenza i desiderii di Aurelia, che nella profondità del suo dolore diceva di voler vivere in solitudine. Ma la molta casa di Drusilla ripartendo per Roma, così avendo comandato la padrona, e le ancelle e i servi e il maggiordomo, sospettando fosse per succedere qualche sventura, credettero opportuno prender la via che da Ponte Gatera passava innanzi alla casa di Sempronia, per avvisare qualche servo di lei onde a corso sforzato si recasse a Roma a darle avviso di tutto, non potendo essi altrettanto per la lentezza delle cavalcature. E così fecero; e avendovi trovato Sempronia stessa, la misero in tale apprensione, ch’ella partì senza por tempo in mezzo, e a velocissimo corso venne a Ponte Gatera troppo tardi, ma pure non inutilmente.
Sapendo che il palagio doveva esser vuoto, non provò, anche per il diverso affetto che nutriva per Aurelia, quell’orrido sgomento onde Catilina era stato colpito; pure attraversò gli atrii tremebonda; con respiro affannato mise il piede nella stanza d’Aurelia; vide, guardò, mandò un gemito, s’accostò al letto insanguinato, toccò la fronte ad Aurelia, chiamò ad alta voce Catilina, che, in ginocchio accanto al letto, stringeva nella propria una mano della estinta, sulla quale teneva impresso il labbro; onde, perdurando la immobilità di lui e il profondo silenzio, pareva che il bacio estremo della disperazione si fosse come pietrificato su di essa.
Sempronia lo chiamò ancora; ed ei si scosse, e alzò la testa, e guardò colei attonito e a lungo. Pareva non la ravvisasse. E Sempronia scôrse allora il papiro, e, non opponendosi Catilina, lo lesse, e:
— Scuotiti, o Sergio: te lo dice una donna che pure è sopraffatta dal dolore.
E ciò dicendo, si gettò a sedere, e pareva non potesse più proseguire; pur si fece forza, e accostatasi a Catilina:
— Sorgi, le ripetè. Parla. Ho bisogno di sentire una voce che risponda alla mia. Sventurato sei tu; sventuratissimo. Io ti comprendo appieno. Ma sorgi in ogni modo; e, vivendo per la gloria, glorifica la donna tua, che morendo (già tutto indovino senza saperlo) si divise in due, dandosi in olocausto al figlio, e legando a te il più sviscerato amore espresso da queste parole immortali. Però avventuroso ancora io ti reputo, o Sergio, pur nelle più acute fitte del tuo non comparabile dolore.
Catilina si alzò, e senza parlare, ma con uno sguardo pieno di significazione, strinse la mano di Sempronia.
— Vivrò, soggiunse poi: Aurelia me lo comanda. Sarei sacrilego se non la obbedissi con religione. Purgherò la mia fama, sebbene io sia stato più sventurato che colpevole.
— E quest’alta donna che per amor tuo compì il grande atto romano, sia l’assidua inspiratrice di ogni tua opera futura. Però, giura qui sul suo sacro capo, che salverai Roma, strappandola alle mani che ora la stanno sbranando.
— Sì Aurelia, ripetè allora gemendo Catilina e torcendo il capo perchè gli ripugnava che Sempronia vedesse il suo pianto; lo giuro sul tuo capo. Consacro la mia vita a Roma; e s’io l’addurrò a grandezza e potenza imperitura! e se gli Dei concederanno che io ne diventi l’arbitro, ajutatori miei quanti Romani aspirano al grande intento, a te dedicherò un tempio, e sarà il tempio della _Diva Aurelia_; e le donne romane andranno in quel recinto a ricevere da te consigli di fortissima virtù.
— E i numi ti saranno propizj, soggiungeva Sempronia; molti si accostarono a noi in questi giorni, me esortatrice; ed altre donne insigni che irresistibilmente inducono i giovani più nobili e generosi all’alta impresa; e a me attrassi Fulvia, e per lei Quinto Curio, al quale se falliscono intelletto e cuore, bene soccorre la sterminata opulenza onde faremo uso, se la fortuna comanderà di venire al ferro e alla strage; e mandai lettera a Cetego lo zio, perchè tosto ritorni a Roma, che sdegnato lasciò; ora che, ereditando tutte le ricchezze dei Cetegi, accumulate per tre secoli, con esse farà paga l’ira sua e completerà il suo senno e renderà invincibile il braccio e te farà grande e immortale, o Catilina. Tu che fosti capace di così indomabile amore, immense cose farai — ed io assegnerò a fortuna il perpetuare Aurelia tua, infiammandoti ognora delle sue estreme parole.
Catilina guardò Sempronia a lungo, chinò il capo e tacque.
Le trame della famosa congiura, i ricordi della quale dovevano stancare più di venti secoli, erano state gettate da tempo, anzi un tentativo era già stato fatto ma interno, per cui quella congiura ebbe due fasi. Catilina, profondissimo scrutatore di menti e di cuori, avendo penetrato l’ambizione di Sempronia, la quale, non che uscire affatto dall’indole muliebre, e per il genere e per la forza espansiva, sarebbe stata eccedente ed eccezionale anche in un uomo forte, credette bene di metterla a parte de’ proprj disegni, sembrandogli che le attrattive di quella donna fossero per riuscire onnipotenti sugli animi dei più caldi fra i giovani romani, e così fu.