La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 1 (of 2)

Part 4

Chapter 43,936 wordsPublic domain

E l’accademia vocale, istrumentale e poetica si sciolse, e dai gradi dell’emiciclo discesero matrone e fanciulle; e tutte precorse da famule eleganti, che dovevano apprestare altri seggi, passarono nell’aula delle danze.

L’ora era tarda, l’_inclinatio mediæ noctis_ era già sopravvenuta. Si cominciarono le danze, delle quali era conduttrice l’instancabile Sempronia. Si produssero balli egizj, incessi etruschi, danze argive. La decadenza di quest’arte non era ancora avvenuta; toccava infamarla all’osceno Nerone. Ma allora, tuttavia, segnatamente nella danza argiva, le movenze, gli atteggiamenti, i passi, il girare e l’inclinare delle teste, la flessione delle braccia, il piegar delle dita, tutto si proponeva l’intento di suggerire alle arti plastiche giri di linee elegantissimi e scelti contorni e lievi protervie dissimulate da casti sguardi.

In ultimo comparvero Sempronia e Drusilla in costume di Niso ed Eurialo venuti a gareggiare in mezzo ai giuochi del campo dì Enea; e danzarono accompagnandosi coi _crotali_ che dall’antico Ilio eran passati in eredità alla gente latina. Fremettero a quel ballo audace (primo annuncio di decadenza) i giovani romani, e acuti ardori li investirono allo spettacolo di quei popliti fatali e di quelle pafiche gambe, tradite agli sguardi dalle lievi e brevi tuniche che si alzavano troppo spesso. Ma più di tutti fremette Catilina di forsennata fiamma; e fremette il sedicenne Cetego maledicendo alla beltà materna.

E sangue, scellerato sangue, apprestò quella danza.

V.

L’IRA DI CETEGO.

Come cessò quella danza fatale, cui susseguì un urlo d’applausi baccanti; e intanto che si disponevano a novi balli, novi attraenti côri di alfesibee e alfesibei, Giulio Cesare fermò Catilina.

— E perchè, gli disse, ti aggiri irrequieto e terribile, così che sembri un tigre bramoso?

— Tengo l’averno qui — quegli rispose, premendosi il cuore col pugno serrato.

— Ma e la gloria della donna tua non ti lusinga invece? non ti accomuna agli Dei?

— Sì, tutto che vuoi.... se non vivesse quell’irto cignale di fanciullo che tu vedi or là... in fondo...

— È il figlio di lei. — Impara dunque a sopportarlo.

— Lo tentai; mi feci acuta violenza; ma colui non sopporta me... nè la madre... e un dì fu sì feroce e codardo che la percosse in volto. Però ei deve andar sotterra, e presto.

— Ami tu Aurelia davvero?

Catilina guatò Cesare con lampeggiante pupilla, e:

— Tu me lo chiedi?... Roma, l’Italia, il mondo, tutto che sta in cielo e in terra, manderei in isfacelo io... per questa donna, a me, oltre ogni umano pensiero, dilettissima. E così dicendo, strinse della propria con sì tenace stretta la mano di Cesare, che questi ne diè segno doglioso in un fuggitivo aggrottare del ciglio.

— Senti, Sergio, disse allora Cesare... Io mi propongo di renderti amico e ligio il giovane Tullo, se concedi che in questa istess’ora io gli parli. — Vedi ch’ei sta in profondo abboccamento colla giovanissima Servilia, sorella a Catone; terrestre Ebe che lui infiamma d’amore, come Roma vocifera. Non v’ha macigno che, tocco in sì rovente bragia, a placito nostro tosto non si squagli.

— Hai seco parlato altre volte?

— No.

— Dunque vedo che non lo conosci, se credi ammansarlo. Però, se ci riesci, ti ringrazierò ammirando.

E Cesare, lasciato Catilina, scansando con leggiadria i danzanti côri, s’accostò ai due giovani. Ei non aveva mai parlato nè con l’uno nè con l’altra; inoltre, è quasi ingiunzione di legge, l’aliare disattenti e inconsapevoli e ciechi intorno a due che sieno infervorati in amoroso colloquio. Ma Cesare invece infranse la legge di colpo, e si fermò innanzi ad essi, e li guardò fisso; ma con sì benigna movenza di pupilla, che nè a Servilia nè a Cetego venne in mente di chiamarlo importuno; — e Cesare, inclinatosi tra l’una e l’altra testa:

— Cari colloquj io interrompo, soggiunse, ma contemplandovi invidioso da lungi, sentii la necessità di gratularmi con te, o giovinetto Cetego, che tanto premio ti meritasti; e con te, fanciulla, che Ebe a me sembri: Ebe dalle chiome fragranti di nettare e ambrosia, fidente in costui, il quale mi sembra una promessa di Marte.

Sorrise a Cesare Servilia d’ineffabile sorriso, pur tacendo, l’animo grato le brillò nella pupilla: e Cetego li fissò pure, ma di uno sguardo involontariamente fiero; chè natura gli aveva per tal modo modellato il fortissimo ciglio, che mal poteva atteggiarsi a dolci movenze: e codesta fierezza, che pareva dovesse renderlo inamabile alle donne, era quella appunto che le traeva a sè, dominandole, e sovente anche involontarie.

— Belle parole tu ne dici, o Cesare, esclamò poi... ma se son belle pronunciate da te, ben migliori sarebbero, e a me più profittevoli, se venissero dalla scellerata mia madre, e dall’inflessibile fratello di costei.

— Nè tua madre è scellerata, nè inflessibile è Catone. Però, se lo concedi, vorrei per poco trattenermi teco.

Dopo queste parole, Servilia essendo stata invitata a nove danze, Cetego s’alzò, e:

— Sono con te, soggiunse; ma già ti avviso che tu alimenti impossibili speranze. Non c’è altro che il ferro, nè altra dea che Nemesi a cui mi affidi.

Cesare precedette, recandosi sopra un terrazzo del giardino pensile. Cetego il seguiva; ma il giovinetto Clodio gli si attraversò allora dicendogli:

— Che vuol Cesare da te?

— Lo saprai.

— Bada che i miei servi son pronti.

— A che i servi? Basto io solo in ogni modo.

— No, Cetego. Colui ha sempre seguaci numerosi di notte. Provvedi a te.

— Ora attendi. Tosto ritorno.

Il palazzo di Sempronia sorgeva sovra un dei più alti declivi del monte Palatino. Dal terrazzo ove Cesare erasi recato, vedevasi gran parte della sottoposta Roma, quella segnatamente che da porta Romanula si estendeva fino alle stazioni dei municipj. Nereggiavano sull’azzurro cielo in gigantesche proporzioni la basilica Porcia e la Opima e la Fulvia Emilia; illuminate dalla luna, potevansi contar le colonne del tempio degli Dei Penati e di quello di Castore e Polluce e della curia Ostilia. Cesare, a guisa di chi vagheggia un latifondo cui sospira di possedere, osservò, prima di parlare a Cetego, quella maestà romana accresciuta dalla notte e dal cielo profondo e dai confini indeterminati pel giuoco delle tenebre in contrasto colle varie ed ampie macchie bianche della luce lunare. — E questa posò sulle figure di Cesare e di Cetego, tagliando il viso di quest’ultimo, di maniera che la parte inferiore era in ombra, spiccando netta la superiore, la quale pareva uscire, come di soppiatto e sospettosa, da una selva densissima di capegli a larghe anella, che, al par di quelli che si vedono nel busto di Lucio Vero, aveano la loro radice a mezza fronte, e insieme coi sopraccigli congiungentisi fitti all’inizio della linea nasale, davano un aspetto terribilmente fantastico a quella testa giovanile, cui Cesare artista ed esploratore di caratteri guardò a lungo; e in guardarla, parea pensasse: Or vedo che le mie saran parole al vento.

— Dimmi, o Cetego, entrò primo a parlar Giulio Cesare, hai tu fiducia in me?

— Più di quella ch’io ho in altri, perchè tu sei il più giovane di quanti hanno già qualche fama in Roma.

— E non per altra ragione?

— Sì, anche pel tuo ingegno, come assicura il greco Armodio; e perchè sei il primo nel cogliere il bersaglio col pilo; e perchè sei il solo che freni il cavallo pancia a terra tenendo le braccia intrecciate dietro le terga.

— E non per altro?

— Altro non so di te... Ma della giovinezza in fuori... nessuna tua virtù mi aggiunge fiducia... perchè quelle che ti ho accennate, se saranno utili a te, temo possan riuscire dannosissime agli altri.

— Sebbene tu mi dica ingiuria, pure mi congratulo teco che in sì giovane età parli, se non con senno verace, certo con tutte le apparenze e le scaltrezze di un senno che par fatto d’esperienza.

— Chi rimane orfano ancor fanciullo, impara assai prima degli altri a vivere e a giudicare degli uomini. Io poi non ebbi che affanni e dolori atroci nella casa mia... Mio padre morì trentenne... e ancor ne ignoro il come.

Qui Cetego stette muto un istante, poi ripigliò:

— Sventuratissimo colui che nacque da madre bellissima, la quale, giovane tuttora, vede crescersi innanzi, quasi assiduo rimbrotto, un figliuolo di tale apparenza ed aitanza e forza, che minaccia di farla parer vecchia innanzi tempo.

— Ami tu la madre tua?

— No.

— E perchè?

— Per corrispondere all’odio suo...

— E come puoi credere ch’ella t’odii?...

— Insultando alla propria fama, ella insulta alla mia... però mi odia...

— In che modo insulta alla propria fama?... Il suo nome echeggia dovunque in suon di lode...

— E di che lode mi parli tu?... mal t’infingi, o Cesare... e concedi troppa importanza al fatto che nella vita mi precorri di sette anni. Ma pensa che la mente mia è forte e scaltrita, come è virilmente muscoloso codesto mio braccio gladiatorio. Guarda, o Cesare — e squassò al chiaro di luna il suo braccio dritto, di sì poderosa apparenza, che se allora vi fosse stato il dinamometro, esso ne avrebbe di tratto oltrepassato la misura.

— Se la densità delle braccia fosse espressione d’intelletto..... Ercole sarebbe Apollo..... Ajace avrebbe cantato Ilio invece di Omero.... Burro, il gladiatore, tuonerebbe dai rostri come Tullio.....

— Degli altri io non so... Ben di me so questo... che mi sento uscito d’adolescenza, e, precorrendo natura un buon tratto, or mi trovo compiuto sì di fuori che di dentro e nel corpo e nell’animo al par di chicchessia... E guai a chi s’attentasse insultarmi.

— Lode a te, o Cetego; ch’egli mi sembra sii stato battuto all’incude, dove già stridette il ferro di Mario. Or se tu sarai quel che or sembri, Roma dovrà gloriarsi del nome tuo.

Queste cose diceva Cesare; ma nell’intimo provò in quel punto per Cetego la stessa inesplicabile avversione che Silla aveva sentita per lui; ma Silla aveva palesato quel che Cesare dissimulò con arte profondamente lusinghiera, intanto che a Cetego porgeva la mano, la quale non fu respinta, ma nemmeno accolta dall’arcigno fanciullo che tosto soggiunse:

— Non posso stringere la mano che stringe quella di Catilina. — Anche di ciò mi loderai, o Cesare?

— Ammiro la tua sincerità selvaggia, non l’errore del tuo giudizio...

— Io detesto Catilina, assassino e fratricida. E tu, Cesare, ti contamini della sua velenosa dimestichezza.

— Tu non lo conosci; nè conosci i fatti che detesti. — Ti do tempo sette anni a darmi ragione.

— Nè sette, nè settanta. Odio quell’uomo, e l’odio mio è fatto disprezzo. Però da questo punto, guaj se egli s’attenta di riporre il piede nella casa degli avi miei. Sulla soglia di quella io farò di lui quel ch’ei fece di Gratidiano in riva al Tevere. Lo giuro ai numi dell’Averno; ad essi consacro il suo capo scellerato.

— Ma dimmi, o Cetego, hai tu il diritto di vietare alla madre tua di venir sposa a quell’uomo che più le piace?

— Ne ho la volontà, se non ne ho il diritto; se poi tu parli di Catilina, anche il diritto è con me.

— E credi che Aurelia tua madre debba obbedire a te, quasi a padrone?

— Non a me padrone, ma più che a padrone, al tiranno _onore_. E in forza di questo io comando nella casa dei Cetegi.

— E Servilia? Non pensi a Servilia?

— È a lei che penso, e se Catone mi è avverso, non è già perchè io sia Cetego, ma perchè sono il figlio dell’amante di Catilina.

— E se io parlassi, e se Catone non opponesse più l’inesorabile sua parola ai desideri tuoi... e se la divina Servilia diventasse tua moglie.... allora, pago di te stesso, non ti placheresti con tua madre, col suo marito futuro?...

— Marito futuro? Ma chi è, ma chi ha ad essere costui?

— Non andare in escandescenze, o giovinetto; e giacchè ti credi già degno della toga virile, fa che a me non sembri di soverchio la tua pretesta. Or su, dêssi far senno e provvedere al tuo avvenire, pel quale già temo.

— Altri piuttosto dee tremar per il proprio.

— Tu sarai padrone nella casa tua. Io farò in modo che l’intero asse paterno venga tosto nelle tue mani; nè altri ti debba più governare. Questo ottenendo, come puoi tu pretendere che altri debba essere tuo schiavo?

— Non m’importa nè d’asse paterno, nè di libertà, nè di padronanza, nè d’altro; quel che ho detto, ripeto, e quel che voglio, esser deve. Intanto, io ti prego, o Cesare, di riferire a Catilina, che se questa notte pensasse mai di toccar la soglia della casa dove io sto.... là si fermerebbe cadavere, nel proprio sangue immerso.....

— Ti credetti acciajo da Mario... Or non mi sembri che zanna da tigre. Però ti rinselva, e fa la tua strage se ti riesce. E Cesare, senz’altre parole e senza saluto, lasciò Cetego sul terrazzo.

Le danze proseguivano. Cesare attraversò le sale, venne a Catilina, e:

— Nulla c’è a fare.

— Ben te lo dissi.

— Or devi star sull’avviso, o Sergio. Colui ha propositi di sangue, se tu non rinunci a Drusilla, se non rinunci a metter piede nella casa dei Cetegi.

— Quando così si vuole, quasi urlò Catilina allora, domani ella sarà mia sposa... e stanotte dormirò nella casa dei Cetegi. E lui, lui stesso padrone ultimo dell’antico palagio, getterò dalla torre che guarda Tevere; e lunge lo scaglierò, come Pirro fece d’Astianatte, ed Ercole di Lica. Lo giuro ai numi.

— Lascia i numi lassù, e a te provvedi. Ma le aule si vuotano, chè l’ora del _conticinium_ è presta. Che pensi di fare or tu? Attendere il _diluculum_, o uscir tosto?

— Uscir tosto, e in modo che Cetego se n’accorga. Spesso lo vidi in colloquio con Clodio, il quale mi guatava bieco. Vo’ vedere se avran l’audacia di seguirmi.

— Attenditi il peggio, o Sergio.

— Ho braccia strenue e daga sotto la toga, com’è mio costume di portar sempre; e una siepe di giovani indebitati che strappai sovente alle ugne dell’usurajo.

— Ed io verrò teco.

— No, piuttosto veglia in disparte, e governa le fila non osservato.

— Sia. Ma or vedo là Catone. Voglio parlargli; e mi par che stia levando dal seggio la sorella Servilia. Colui affetta di non tener cocchio, a pompa d’austerità e ad imitazione dell’arcavolo; — così il piè leggiadro di lei dee inzaccherarsi, per la stranezza fraterna, nel fango tiberino. — Ma ciò mi dà il pretesto di farmi loro compagno lungo la via, sì che Cetego ne sia disciolto. Vo’ sentire quel che di costui pensa Catone. È affar di breve ora. Dalla casa di Catone, ritornando, terrò la via più dritta e più breve... Tu, se ti rechi al palagio d’Aurelia o al tuo, fa di fermarti in veduta della via Sacra.

E Cesare lasciò Catilina, e volando a Catone, che già pareva partirsi con Servilia, e prevenendo Cetego che veloce le si accostava:

— Or esco teco, o Catone, se me lo concedi, che di grave affare ho a intrattenerti. E prima ti supplico ad attender qui un istante, che del breve indugio mi darà venia Servilia tua; Servilia, raggio del cielo.

Catone non disse nè sì, nè no. Ammiccò del viso alla sorella, quasi a dire: che tedio!... pur si dee aspettare.

E Cesare cercò allora di Sempronia, che erasi ritratta con Aurelia, la quale tutta affannosa, le stava parlando.

— O Aurelia, Cesare le disse; vengo per ammonirti di non ti staccar mai per questa notte dal fianco di Sempronia.

— E che altro avvenne? Oh parla. Io tremo ancora dei feroci propositi di Sergio. E Cetego mi fulminava or ora con sanguigna pupilla. O Dei!... — e Aurelia cadde in ginocchio, e aggiunse palma a palma, e protese lo sguardo in alto e pronunciò preghiere.

— Circondati di calma, o Aurelia, esclamò Cesare, e in me ti affida. Ed or salvete, o donne.

Così le lasciò, venne a Catone e del braccio sostenendo Servilia tra la folla che si accalcava agli esiti del palagio, passò innanzi a Cetego fermatosi per salutar Servilia, la quale gli rivolse un lungo sguardo, da cui parevano uscir parole chiarissime di rimprovero amaro e di cocente desiderio.

VI.

AURELIA E CATILINA.

Cesare accompagnava Servilia, sorreggendola del braccio, con eleganza molle che non pareva promettere il futuro mangiator d’erbe condite in olio guasto. Eppure la futura cortesìa resa alla agreste cordialità degli abitanti del cisalpino villaggio, aveva un nesso con quella eleganza comandata dall’eccezionale istante e dalle braccia olimpiche della attraente Servilia. Accanto al giovane Cesare, col Cesare già tenuto in Roma nelle sfere dove la dea Voluptas avvolgeva la gioventù delle sue rosee nubi, veniva Catone, chiuso in sè, severo, col capo basso, tutto ad angoli e a cateti, come il teorema di Pitagora. E a lui disse Cesare:

— Catone, mi son proposto di commuovere la tua sapienza che ha tre lustri più della mia e accenna alla natura del diamante, la quale taglia e non si lascia mai tagliare.

— Parla, o Giulio.

— Puoi tu permettere, o Catone, che in codesta già tanto infelice e contaminatissima Roma, debba avvenire una scena turpe di sangue, essendone provocatori e volendone essere autori uomini della classe più insigne, e pur essi insigni di qualche virtù?

— Non so nè a chi accenni, nè a che; però parla più chiaro.

— Chiaro io ti parlerò, e così che me ne farai rimprovero. Concedi adunque, e tosto, che Cetego impalmi Servilia.

Catone lo guardò senza rispondere. Servilia accennava a Cesare di non proseguire.

— Tu avresti dovuto parlarmi di questo fuor della vista e dell’udito di costei; pur ti ringrazio d’aver fallito alla più volgare prudenza, perchè di tal modo parlerò una volta sola invece di due.

— Fu dunque alta prudenza la mia e profonda cognizione dell’indole di Catone se omisi i riguardi che ai mezzi uomini si concedono. E Servilia, se è tua sorella, deve essere di tal tempra da non isgomentarsi di cosa nessuna, e avere il diritto di sapere ciò che la riguarda.

— E lo sappia.

— Perchè dunque tu, suo tutore saviissimo, le contendi la sua felicità suprema?

— E in che fai tu consistere la felicità?

— Nel conseguimento dei propri desiderii.

— Va bene. Ma qual tempo tu concedi ai desiderii, perchè debbano considerarsi atti di ragione e di salute, e non già di esaltazione e di febbre?

— Non occorre il tempo per giudicar della ragionevolezza del desiderio. Cetego, giovane ricco e patrizio, ama Servilia adolescente, beltà meravigliosa, sorella di Catone. Se qui non trovi la ragione compagna dell’affetto, dove la cerchi tu?

— La cerco nella durabilità del contento. Ma Cetego sarà figliastro dell’aborrito Catilina, onde tu già vedi quanti guai futuri. Ma anche senza di questo, Cetego è tal tempra che riesce insopportabile a me, che voi tutti, pel mio rigore, chiamate insoffribile. E costei, questa fanciulla, questa bizzarra creatura, per la _forma decòra_ impasto d’Ebe, come espressero le tue parole, ma pur anco impasto di Nemesi e di Lubenzia, come io ne so, mal verrebbe opportuna a colui che tiene la cervice di porfido e il cuor più duro della cervice, e aspira già al dominio e ad essere inesorabile con tutto e con tutti, pur non varcando i tre lustri che di un anno solo. Però se Giove lo fulminasse, lo giuro a te, o Cesare, io farei ecatombi a Giove. Se Cetego vivrà, tutti saremo schiavi... tutti, e tu pure, o Cesare giovinetto, che io non amo per la stessa causa onde aborro colui... Ma tu hai i capelli di seta e la pelle lucente, quasi argilla di Cipro, onde lusingandomi che Venere possa assassinar Marte, ancor ti sopporto. Tu non potrai mai negare la sincerità del mio labbro.

— Ti ringrazio, o Catone, che tu mi stimi oltre il valore. Ma di ciò sarà giudice il tempo. Ora, solo mi preme che tu veda la sincerità onde mi faccio intermediario fra te e Cetego. Io desidero stornar delitti, e tu vuoi alimentarli; però non so bene qual più valga del tuo senno maturo o del mio che gl’inconsapevoli potrebber credere acerbo.

— Qual senno tu abbi non so; ben so che di raggiante intelletto ti fe’ dono l’arcavola tua. — Ma verrà giorno che mi giudicherai; e questa Servilia, al cospetto della quale, pel grande amore appunto ch’io ho per lei, ora sembro crudele, mi chiamerà pietosissimo invece e salvatore suo. Non so se Cetego vivrà, perchè i violenti trovan sempre morte innanzi tempo, ma s’egli mai avesse a vivere vita completa, avventurati coloro che si saranno involati al suo dominio. Ricordati, o Giulio, di queste mie parole.... e salve. La mia dimora mi attende, e il _diluculo_ è presto. Catone il censore, la gloria della casa nostra, nacque là in quel cadente palagio, dove io nacqui e costei e il fratello mio, che pure io amo di profondo amore, e pei quali, dopo questa mia cara Roma, che sarà eterna, tutto io darei. Inflessibile mi credete, e lo sono, e comprendo gli affanni di questa giovinetta amante non scaltrita; ma a chi più costi la mia inflessibilità, tu lo considera, o Cesare, guardando le mie lagrime, che a dispetto mi prorompono dagli occhi. E guardami tu, o Servilia, e perdona alla mia crudeltà, perchè è fatta d’amore. Salve, Cesare.

Catone andò innanzi; Servilia, salutando, guardò Cesare con lunghissimo sguardo, e in esso v’era l’amore per Cetego, amore che parea presentire la morte; e v’era, nel tempo stesso, il primo vaghissimo afflato di un affetto novo, che, per arcani processi, spuntava allora allora dall’inconsapevole cuore.

Cesare, rimasto solo, nel silenzio della notte, rimeditando la figura tutta di Servilia, quasi pittore che volesse colorire un ritratto senza guardar altro e non fidandosi che dell’abilità della mano interprete della tenace memoria, dimenticossi della moglie pur giovine e bella, in quei giorni primaverili ridottasi a Tivoli per usufruire aure più salubri: se ne dimenticò e pensò a Servilia, e considerando quella grazia soave e quella greca gentilezza di forme, e quella pelle pastosa e fragrante quasi fosse migliaccio e mandorla insieme; e quell’occhio ineffabile dove il lampo dell’intelletto parea asperso di voluttà, sentì gli assalti d’una voluttà eccedente, la quale essendo per la prima volta _cesarea_, toccava un ideale non comprensibile se non da chi alla natura di un poeta concitato al sublime confederasse le effervescenze di faunina protervia; la quale appunto si rivelava nel labbro tumido del giovinetto Giulio. Assorto in tali pensieri, progredì la via.

Il palagio di Catone, poco oltre il simulacro di Venere Claucina e le taberne argentarie, prospettava la _via Sacra_ tra il foro Pescatorio e il tempio di Giano superiore.

Cesare, sostato un istante, sentì un lontano suono di voci e grida. Accelerò il passo. Ei non aveva daga, chè quando non militava avea per costume di non portar mai armi. Venne a’ primi limiti della via Sacra. Protese l’orecchio, sentì suon di ferri, e apponendosi al vero, accorse. Or che cosa era avvenuto?

Catilina, prima di lasciar la casa di Sempronia, erasi recato presso di lei, per levare Aurelia e accompagnarla, in cocchio, al palagio dei Cetegi — chè Cesare non gli aveva detto nulla di quanto avea raccomandato ad Aurelia stessa.

— Le aule si vanno vuotando, e tu rimani, Aurelia? così le disse Catilina con una blandizie d’accento, che parea venire da tutt’altro apparato di voce.

— E che?... Cesare mi pregò di non staccarmi dal peplo di Sempronia.

— Ringrazio Cesare del pietoso consiglio, e più dell’averlo taciuto a me, chè ben sapeva l’avrei respinto. Ma la moglie di Sergio Catilina non deve involarsi a pericolo nessuno. Pensa, Aurelia, che io testè giurai a Cesare che domani innanzi all’ara noi saremmo consacrati marito e moglie. Or quel che io giurai a Cesare puoi tu giurarlo a me?

Aurelia taceva...

— Puoi tu giurarlo a me? ripeteva Sergio quasi ruggendo.

— Giuralo, disse ad Aurelia la virago Sempronia.

Aurelia si scosse e:

— Non è bisogno che nè tu, nè questi mi sollecitiate. Quel che già dissi, esser deve. Quest’uomo fortissimo sarà il marito mio. — Lo giuro ai numi — e già lo è, senza che un’ara splenda d’inutile fiamma. Prendi, o Sergio, e stringi la mia nella tua mano; basti quest’atto per attestare a tutti ch’è indissolubile il nodo.

A tali parole il volto di Catilina raggiò d’insolita luce, baciò in fronte Aurelia, baciò sulle gote Sempronia.