La falce - Punizione - L'enigma

Part 9

Chapter 93,787 wordsPublic domain

Invitante e convitati cominciarono a godere le vivande con tutto loro comodo, e a discorrere assai pacatamente, senza interrompersi o soverchiarsi a vicenda.

Il misuratore e geometra (un giovanotto tarchiato, dalla faccia barbuta e abbronzita), andato a cercar ventura in America, vi aveva trovato povertà, onde era stato costretto a tornarsi in Piemonte.

— Ecco — diceva, dopo aver raccontato in succinto i suoi casi; — adesso lavoro dalla mattina alla sera: quando avrò raggranellato qualche migliaio di lire, m’imbarcherò di nuovo, e questa volta...

E faceva l’atto di chi afferra checchessia con molta violenza.

— Bravo! — esclamava Tomatis. — Volete acciuffare la fortuna a ogni costo?

Lo speziale (una zucca pelata, con due occhietti come grani di pepe e un bel naso adunco) se la rideva sotto i baffi biondicci.

— Questo si chiama sprecare il tempo, le forze, l’ingegno, i denari, mio buon Roccavilla. La fortuna è femmina; e le femmine sono come i gatti: a chiamarli non vi degnano, a lasciarli stare fanno: gnao! e si fregano intorno... Già, la fortuna è femmina. Anch’io vorrei pigliarla per il ciuffo, come dice il nostro buon Tomatis, ma credo inutile correrle dietro. Tengo gli occhi aperti e aspetto. Ma aspettare non vuol mica dire star lì a grattarsi la pancia! Bisogna ingegnarsi, industriarsi, trovar cose nuove. Io, per esempio, penso ad arricchire la... la...

— La farmacopea — suggerì il maestro.

— La farmacia. Io penso ad arricchire la farmacia di un’utile invenzione. Ecco perchè sto con gli occhi aperti. I segreti della natura sono infiniti, miei buoni signori. Scoprirne uno, qui sta il punto! Scoprirne uno, in uno dei tre regni: animale, vegetale e geologico.

— Minerale — corresse Tomatis.

— Mineralogico. Intanto volete sapere come mi preparo? Studiando lo scibile far... far... farmaceutico dei nostri vecchi. E investigo anche gli errori, i pregiudizi, le superstizioni. Chi sa che io non faccia qualche bella scoperta chimica! Ch’io non ritrovi qualche applicazione nuova di cosa già conosciuta! Certi rimedi non si adoperano più, semplicemente perchè sono usciti di moda. Codesto è un assurdo. Non voglio tornare al brodo di vipera, alla polvere di lucertola, e tanto meno agli amuleti, ma vi faccio osservare che molte sostanze furono prese, lasciate, denigrate, riprese. Lo zucchero, per esempio: prima fu portato alle stelle, poi accusato di produrre lo scorbuto, la malinconia e più specialmente di sciogliere il sangue: ora tutti sappiamo che fa soltanto male alla borsa. Dico bene?

Roberto sorrise; Tomatis diede in una gran risata; ma Roccavilla, che macinava a due palmenti, alzò e scosse le spalle.

— Tutti i gusti son gusti — diss’egli. — Quando non mi sento bene, niente medico e niente medicine: una bella camminata o una buona dormita, vino puro e uova sode, molto vino e molte uova. Disordine tiene il corpo in ordine. Ecco.

— Eh, dille grosse! — esclamò Tomatis.

— Il nostro buon geometra è l’assurdo personificato — susurrò Forastelli.

— Basta girare il mondo — ripigliò Roccavilla, asciugandosi energicamente la barba col tovagliuolo, — basta girare il mondo per vedere a che cosa servono i medici e le medicine. Negli Stati Uniti s’insegna non solo a non cedere, ma a non credere alle malattie: non ci sono malattie, non ci sono mali, non c’è niente. Ecco. Così si finirà per abolire addirittura il dolore.

— Oh! — fece lo speziale — quest’uomo va di assurdità in assurdità!

— Cose che si dicono — osservò malinconicamente il maestro, — cose che si dicono quando si è giovani e in buono stato. Io non posso più ragionare in questo modo...

— Perchè? — disse Roberto. — Avete una cera che incanta.

— Eh sì, ma mi sento debole, stracco... Stamattina mi venne un capogiro ch’ebbi a cadere in terra.

— Mezza dozzina d’uova e due litri, subito — gridò Roccavilla.

— O una revolverata nella testa, che mi pare un mezzo anche più spicciativo.

— Parlo sul serio.

— Anch’io, per bacco! Tanto che domani voglio andare a consultare Fumero.

— A Bornengo? — chiese amichevolmente Roberto. — Bene; vi condurrò io.

Tomatis abbassò la testa e stette un poco sopra sè; poi mise un sospiro e guardò il giovane signore con due occhi languidi, inumiditi.

— Grazie — diss’egli con dolcezza, — tante grazie... Un altro poco di crema? No? Un biscottino? Allora beva alla mia salute. Stasera sono proprio felice. Dica la verità: lei mi ha sempre creduto un insigne babbuino? E lo sono. Ma un babbuino di cuore, un babbuino che le vuole un ben dell’anima. Vedrà... Ho qui un’idea... Un’idea che mi martella, mi martella...

E si picchiava la fronte con la punta dell’indice.

— Avanti! — susurrò Roberto.

— Oibò! Non ci mancherebbe altro!

— Via, ditemi almeno...

— Non posso dir niente, perchè... non so ancor niente. Bisogna dar tempo al tempo, non precipitare le cose. Vedrà vedrà!

S’era oramai alle frutta. Roccavilla aveva tirato a sè un piatto di noci e di nocciuole, e lavorava gagliardamente con le dita e le mascelle; Forastelli si beccava una caciuola fresca e delicata, e parlava parlava, senza accorgersi che nessuno gli dava retta. Tomatis scelse una mela, l’offrì a Roberto, poi ripigliò sotto voce:

— Del resto io non credo niente affatto che sia necessario esser ricchi per vivere felici. Niente vale la pace d’un asilo campestre. La pace, non la solitudine. La solitudine non è buona per nessuno.

— Oh! — fece Roberto. — E il proverbio?

— Che proverbio?

— Meglio soli che mal accompagnati.

— Bravo! E io le rispondo: donna buona vale una corona... Cosa c’è?

La serva, ferma a una certa distanza, accennava che desiderava parlargli. Tomatis si alzò brontolando, si accostò e prese a ripetere forte ciò che l’altra diceva piano.

— Ehee! Rovesciato il bricco! Versato il caffè! Tutto? Oh la sbadata! la sbadatona!... Cosa?... Veder di far senza? Ah questo no! Questo poi no!

E voltate le spalle alla donna, tornò verso la tavola.

— Avete inteso? Questa sbadataccia ha mandato a male il caffè. Be’; anderemo a prenderlo al _Cavallo Grigio_. Volete? Non abbiamo che da traversare diagonalmente la strada. Caffè e liquori; pago io. Poi giuocheremo alle carte, ai tarocchi, al biliardo. Daremo profitto alla vedova, e sarà una carità fiorita. I guadagni scemano, i bisogni crescono. Poveretta! vi so dire che ha proprio l’acqua alla gola.

Così detto, si mosse; e Roberto gli andò dietro. Prima di alzarsi, Forastelli riempì e rivotò ancora una volta il bicchiere; e Roccavilla, che non aveva assaggiati gli amaretti, ne intascò una buona manciata.

XXVII.

La vedova di Baino era in cucina, seduta vicino alla tavola, sotto una lucerna attaccata a una pertichetta pendente dal palco. I capelli scuri, fitti e scarmigliati, i grossi orecchini, involti in due brandelli di stoffa nera (come usano le contadine in lutto), facevano apparire ancora più gialla quella faccia annuvolata. Diceva sommessamente le sue divozioni; e di tanto in tanto volgeva sul figliuoletto, accoccolato presso al focolare, uno sguardo esprimente un dolore aspro e dispettoso, e tosto le sillabe sacre morivano tra le labbra come in un sibilo.

Tutt’a un tratto si sentì un calpestìo e un chiasso di voci maschili. La donna si scosse e si alzò in piedi. Tomatis balzò dentro franco e rubizzo; Roberto, Roccavilla e Forastelli entrarono poi con passo più misurato.

— Presto — gridò il maestro — presto, sora Lucia, quattro tazze di caffè: di Moka, di Portorico, di san Domingo... o della Guadalupa, non importa, purchè sia di prima qualità. Facciamoci onore. Intanto noi illumineremo a giorno il _salone_. Ohe, e il biliardo? In che stato è il biliardo?

— Sgombro e pulito — rispose l’ostessa, già tutta affaccendata. — Ieri sera, non avendo più letti, ci ho messo a dormire Rogna, il vetturale.

— Ah! bene bene — ripigliò Tomatis. — Animo! Chi vuol fare una partita?

Passarono nello stanzone. Il maestro corse al biliardo, accese i lumi a bilancia, dispose le palle sul piano; poi, dato di piglio a una stecca, si rivolse a Roberto:

— Ah, le rammento ancora le sue lezioni! Stia attento: uno... due... e tre!

Forastelli e Roccavilla gli fecero l’urlata.

— Cosa c’è? cosa c’è? — domandò Tomatis.

— Avete fatto steccaccia — rispose Roberto.

— Davvero? Come mai? Come sarebbe a dire?... Ah! ho capito, ho capito...

Guardava fissamente le palle bianche e brillanti sul panno stinto e opaco. La sua faccia si fece da prima attonita e seria; poi si compose a una commozione ingenua e profonda... Di subito impallidì, piegò il capo, si abbandonò.

Roccavilla, credendo facesse per celia, ruppe in una sghignazzata. Ma Roberto e Forastelli, grandemente impauriti, accorsero, lo sollevarono; e vedendo che proprio non si reggeva, lo adagiarono sul biliardo.

— Coraggio, coraggio! — diceva lo speziale, sbottonandogli il panciotto, sciogliendogli la cravatta. — Niente! Scherzi del vino. Avete bevuto un po’ troppo... Sono tempacci, mio buon Tomatis; e ci vuol giudizio. Passa, eh? Vi sentite già meglio?

— Mi pare un deliquio, uno svenimento — susurrò Roberto.

— Un deliquio... senza dubbio — rispose Forastelli. — Adesso proveremo a spruzzargli la faccia.

L’ostessa, che entrava col vassoio del caffè, si fermò su due piedi, esterrefatta.

— Acqua! acqua! — gridò più d’uno.

La donna andò e tornò in un lampo.

— Date qui, date qui — disse lo speziale, prendendole il bicchiere. — Avete l’aceto dei quattro ladri? Un po’ d’ammoniaca?

— Ho rhum e marsala — rispose l’ostessa.

— Ecco! — esclamò Roccavilla. — Un bicchierino di rhum, subito. In America...

— Niente — interruppe lo speziale, — niente senza il parere del medico. Andate a chiamarlo.

— Mando Gigino — disse la vedova.

— Vado io! — esclamò Roberto.

— Suole andare a veglia in casa Luvotto... Se mai, troverà anche il parroco...

Il povero Tomatis, disfatto, colore di morte, ansava ansava, e faceva la spuma dalla bocca.

— Ssss! — fece Forastelli, chinandosi e posandogli una mano sul cuore. — A voi, raccomandategli l’anima.

XXVIII.

La mattina dopo, alle otto e tre quarti, il sindaco, accompagnato dagli assessori e seguìto da un codazzo di curiosi, entrò al _Cavallo Grigio_, girellò da per tutto, guardò e riguardò il biliardo, poi prese a interrogare l’ostessa. Costei per un buon poco rispose con voce fiacca, come sonnolenta, e facendo spallucce; ma a un tratto aprì la bocca e lasciò andare:

— Ah! lei crede proprio che il maestro sia morto d’un colpo d’accidente? Ma niente affatto! È morto perchè doveva morire, perchè non poteva farne a meno. Quello che è scritto lassù non si scancella, non c’è modo di scansarlo. E lui, Tomatis, aveva l’appuntamento. Non capisce? Sì signore: l’appuntamento. Voglio dire così che il mio uomo, buon’anima, e Galosso e Tomatis e il signor Duc, qui in questa stanza, a dì tanti del mese di agosto, hanno fatto l’accordo, si son data la gran promessa di trovarsi tutti insieme nell’altro mondo.

Vi furono degli Ah! degli Oh! degli Uh! I presenti si guardavano l’un con l’altro maravigliati.

— Una scommessa, eh? — No, non una scommessa, come dire una convenzione. — Euh! ma è grossa! — Cose da matti. — Io già non la bevo. — Neanche io. — Come volete che quattro persone sensate, giudiziose... Oibò! — Eh, caro mio, dove entra il bere, esce il sapere. — Diavolo! volete dire che fossero in cimberli? — E perchè no? — Ha ragione la vedova: quello che si scrive in cielo non si scansa. — Bisogna star preparati. — A chi tocca, tocca. — Zitti! sentiamo cosa dice il vecchio Lardone. — Oh Dio, racconta un caso simile accaduto cinquant’anni fa. — E il sindaco? — Strapazza la vedova, che vuol dare a intender fandonie.

Queste e molte altre consimili parole formavano un susurro, un brusìo, che, uscendo dall’osteria, si propagava prestamente e largamente all’intorno.

Un’ora dopo, la piazza e le strade erano seminate di crocchi: il fatto andava per le bocche di tutti, esagerato e aggravato in cento maniere.

Il giorno seguente, durante l’accompagnamento del defunto alla chiesa e al luogo del suo ultimo riposo, la gente non guardava che Roberto, non parlava che di lui.

Era un uomo destinato a sparire fra pochi giorni o fra poche ore o fra pochi minuti. Poveretto, chi sa che tremarella! Che batticuore!

Il venerando Lardone diceva a Roccavilla, che marciava al suo fianco:

— Quel signore lì mi fa ritornar giovane; mi ricorda il tempo in cui s’impiccava ancora al capoluogo. Già. Si vedeva la carretta venire avanti adagio adagio, come dire col passo della morte; e dentro, tra il prete e il boia, un poveraccio scamiciato, color della cenere, che stralunava, e chiudendo le sue manacce, faceva Gesù, Gesù, Gesù. Ma a quei tempi, chi ammazzava doveva essere ammazzato. Il castigo di uno serviva d’esempio a tutti. Già. Ma per adesso...

— Per adesso — rispondeva Roccavilla: — chi vuol giustizia, bisogna che vada in America. Ecco.

A parlar veramente, Roberto non aveva affatto l’aspetto d’un uomo condotto all’estremo supplizio, ma bensì di chi segue il feretro di una persona amata e stimata, d’un caro amico. Un amico sì, povero Tomatis, forse il più leale, il più disinteressato che avesse avuto mai. Ne restava privo proprio nel momento in cui, avendolo finalmente conosciuto, si disponeva ad affidarsi a lui, a lasciarsi guidare da lui.

Aveva ancora la sua immagine negli occhi, la sua voce negli orecchi: l’immagine aggrandita, nobilitata, gli incuteva rispetto; la voce suonava dolce e armoniosa nell’intimo del cuore.

Venuto il momento supremo, la gente si raffittì, si serrò intorno alla fossa e al gruppo che vi stava vicino, gruppo composto delle persone più ragguardevoli del paese e dei più stretti parenti del morto.

Calata la cassa nel fondo, il sindaco gittò la prima terra, e diede la vanga a Roberto. Questi rifece quello che aveva veduto fare, poi piegò la fronte, affissò lo sguardo nella buca, che si veniva empiendo, e rimase immobile.

Quando tutto fu finito, la folla uscì dal camposanto, ma invece di sciogliersi, di tornare verso il paese, indugiava ronzando e fremendo, come quando spera o desidera di essere scossa da qualche cosa di straordinario.

Luvotto, Forastelli, Lardone, Roccavilla, fermi presso al cancello, guardavano curiosamente Roberto, sempre curvo sulla terra bruna che copriva l’amico.

— Cosa diavolo fa? — diceva Luvotto. — Piange? Prega?

— Pare una statua — osservava Forastelli.

— Già, la statua d’un santo — aggiungeva Lardone; — un santo guerriero, un martire della Legione Tebea. Però non vorrei trovarmi nei suoi piedi. Già. E vi dico che non bisogna lasciarlo solo. Non si sa mai.

— Giusta, giusta! — esclamò Roccavilla. — Non si sa mai. La disperazione manda il cervello a processione. In tutti i naufragi c’è chi si ammazza per paura di morire. Ecco. Mi ricordo che, trovandomi sul... sul... sur un bastimento americano...

— Ma io non voglio grattacapi — interruppe il sindaco, — non voglio scandali. Storie! Stasera arriva il cavaliere Cucchietti, lo sposo di mia figlia. Non voglio seccature, non voglio malinconie. Adesso glielo dico: — Signor Duc, faccia tanto il piacere, non rompa le tasche.

— Oh glielo dico fuori dei denti!... Fermi tutti. Zitti. Parlo io.

E andò bravamente incontro a Roberto, che veniva avanti a passo lento, guardando le lapidi e le croci.

— Signor Duc, bramerei di parlarle da solo a solo; con suo comodo, però, con suo comodo.

— In che posso servirla? — chiese Roberto, facendosi scorrere la mano sugli occhi, come per rimuovere una nebbia, una scurità che gli stava dinanzi.

— Signor Duc...

— Eccomi qui, dica pure.

— Eh, corpo della luna!... Si faccia coraggio.

Passata la soglia del camposanto, Roberto prese a sinistra, per cercare la scorciatoia che taglia diritto alla strada di Bornengo e quindi al Fortino.

L’aveva appena trovata, quando si sentì dietro le spalle un — ohohopp! — che pareva diretto a lui. Si voltò e vide, a una certa distanza, lo speziale che trottava trottava per raggiungerlo.

— Come mi seccano tutti costoro! — pensò Roberto, fermandosi malvolentieri.

— Un momento! un momento! un momentino! — diceva Forastelli, accostandosi. — Amerei dirle una parola.

— Anche lei?

— Anch’io, sì signore. Cosa vuole? Casaletto è il paese delle chiacchiere. Assurdità e superstizione. Ma la superstizione non mi spaventa. Me ne valgo, la metto a profitto. Lei faccia lo stesso.. Diamine! è giovane, di complessione robusta... E poi lasci fare a me. Stamattina, sfogliando un libro antico, ho trovato l’indicazione di certi ingredienti e delle loro dosi per fare un composto contro l’umor nero; un composto, direi quasi, esilarante. Senta, lo vuol provare? Una cucchiaiata ogni due ore. Non può far male e può far bene. Sarebbe una scoperta, sa. Su via! Coraggio! Io non credo niente, parola d’onore. Tant’è, adesso vado a casa e apro una sottoscrizione per un banchetto da offrirsi _All’egregio signor Roberto Duc_, appena... appena passato il pericolo. Va bene così?

— A meraviglia — rispose Roberto che non aveva capito, nè si curava di capire.

— Vada franco, eh! Niente paura.

E si separarono.

Roberto aveva già fatto non so quanta strada, quando tutt’a un tratto gli tornarono in mente le parole: — Niente paura. — Voltò indietro il viso: lo speziale non si vedeva più.

— Niente paura!? E come c’entra la paura? Cos’ha voluto dire quello stivale?... Oh santo Dio! Ora che ci ripenso, è la storia del patto che si è divulgata. Questi signori mi vedono spacciato. Che imbecilli! Però, bisogna dire che la faccenda prende un aspetto curioso. Caspita! prima Baino, poi Galosso, poi Tomatis... E va bene. Io farò il possibile per non seguirli. Della campagna ne ho fino ai capelli, e perciò domani... Adagio. Non vorrei che si credesse, che si dicesse... No! Non tornerò in città che alla fine del mese... Niente paura, eh? Vi farò veder io se ho paura!

Arrivando a casa, scorse Giuseppe, Giovanna e Felice in un canto del cortile, stretti insieme in gran colloquio: comprese subito che al Fortino si ripeteva segretamente quanto si diceva già apertamente in paese.

Ben presto poi si avvide che il servitore lo guardava sottecchi, con un misto di curiosità, di compassione, d’ironia; ma però lo serviva con una puntualità e con uno zelo affatto insoliti in lui.

— Eh già — diceva Roberto tra sè, — mi vede finito, perduto, e non vuole amareggiarmi questi ultimi giorni. Per di più egli pensa che, invece di morire in sul colpo come Baino e Tomatis, posso ammalare come Galosso, e aver agio a ricompensare chi mi avrà assistito.

Rocco e Giovanna lo scansavano, temendo forse di non poter celare la loro angustia. Giacomo invece andava a caccia quasi ogni giorno, e nell’uscire chiamava sempre Tadò con voce fortissima, o con certi fischi che bucavano gli orecchi.

Una mattina, Roberto si affacciò alla finestra.

— Giacomo!

— Signore?

— Dove vai?

— Contavo d’andare fino agli stagni di Vernasca.

— Aspetta. Vengo anch’io.

— Bravo, sor Roberto! Stavolta mi ha capito... Perchè se ne sta sempre lì ad ammuffire?... Mi fa pena. E poi a che serve? Bisogna muoversi, bisogna distrarsi...

E così cominciarono a far camminate lunghe, strapazzose, stando fuori dalla mattina alla sera. Più che a dar dietro alle beccacce e ai beccaccini, Roberto si divertiva a scrutare il cuore del suo giovane compagno. Giacomo ora entrava in apprensione, pareva temer del tempo, dei luoghi, di tutto, e abbondava in cautele e in riguardi; ora invece ficcava addosso al padrone due occhi bramosi, esprimenti una cupidigia contenuta ed ardente, e diceva parole o faceva atti di maraviglia, considerando la portata dello schioppo, la comodità del cartucciere, l’utilità degli stivaloni da padule.

— Ho capito — pensava Roberto, filosoficamente. — Tu mi vedi già agli estremi, eh? E vuoi una memoria? Va pur là che sei un solenne frecciatore anche tu!

Una sera, rientrando in casa, trovò il parroco che lo spettava. — Eh! eh! era uscito col breviario, come al solito, ed ecco che, quasi senza accorgersene, gettando piede innanzi a piede, era venuto fino al Fortino. Cospetto! Allora non aveva potuto resistere al desiderio di fare una visitina al signor Duc, una così brava persona, figlio del primo benefattore della parrocchia di Casaletto!

Il prete si fermò pochi minuti: accettò il vermut, offrì una presa, ammirò il luogo, ringraziò e promise di ritornare. — Cospetto! Adesso poi che aveva rotto il ghiaccio...

E tornò infatti, due giorni dopo, alla medesima ora.

Anche questa volta parlò di cose diverse e leggiere, come per atto di semplice conversazione; ma Roberto sentiva ch’era venuto con deliberato proposito, per fargli un discorso serio e lungamente pensato, che poi non gli bastava l’animo d’incominciare.

— Ecco — diceva tra sè, quando colui se ne fu andato, — ecco un altro che vede in me un condannato, un moribondo; e viene per iscarico di coscienza, per ispirarmi qualche santo pensiero... E sopra tutto perchè al momento opportuno io mi ricordi di lui e della sua parrocchia.

Intanto un’idea, che stava appiattata cheta cheta in un cantuccio della mente, cominciava a levarsi di tanto in tanto, a farsi innanzi nera e sgarbata: — E se fosse vero? Se costoro pronosticassero giusto? Eh, tutto è possibile al mondo!

XXIX.

Uno stormo di corvi passava sopra il palazzetto, gracchiando sgangheratamente.

Roberto si svegliò, aprì gli occhi, riconobbe il suo letto, la sua camera, ma sentì pure come una scossa al cuore, una chiamata interna che gli disse: — Bada a te! Pensa ai casi tuoi!

— Eh, lo so — mormorò fra i denti, — lo so che la scadenza è vicina... Quanti ne abbiamo quest’oggi? Non voglio saperlo. Non voglio pensare. Non voglio seccarmi. Oh per Dio!

E voltò il viso al muro.

Ma non si potè più riaddormentare. Aveva dei brividi, dei dolori per tutta la persona. Si rimise supino, e cominciò a palpeggiarsi il viso, il petto, i fianchi; cercando e ricercando le ossa sotto la pelle e sotto i muscoli; immaginando il suo corpo prima sformato, disfatto, brulicante di animaluzzi, poi consunto a poco a poco e ridotto uno scheletro. Brr! che raccapriccio!

Queste idee lo assalivano ogni mattina, e per un buon poco lo occupavano tutto, lasciandogli addosso, per il resto della giornata, come il terrore di qualche cosa d’oscuro e di minaccioso che gli stesse sopra.

La gracchiata malaugurosa continuava: i corvi si erano buttati nel giardino.

Roberto saltò dal letto, e vestitosi a mezzo, andò a guardarsi nello specchio. — Non c’era dubbio: la campagna, l’aria salubre, la vita regolata tenuta in quei mesi l’avevano effettivamente ringiovanito.

— Sicuro! — pensò. — Ma a che serve? Anche il povero Tomatis pareva sano come un pesce, e poi... servitor suo! È il caso del compianto La Palisse:

Un quart d’heure avant sa mort Il était encore en vie.

Due picchiettini all’uscio.

— Avanti!

Giuseppe entrò, squadrò ben bene il padrone per accertarsi che si reggeva, poi susurrò:

— Giacomo è all’ordine.

— Può andarsene in pace. Oggi sto a casa. Oggi mi riposo... Cosa fai lì sull’uscio? Perchè mi guardi così?

— Lei ha mal di capo, eh?

— Niente affatto! Un reuma, se mai; un reuma alla schiena che non mi lascia vivere.

— Ahi!

— Cosa?

— Niente. Scusi... Vuole il caffè?

— No.

— Un po’ di brodo?

— Noo!

— Una limonata?

— Nooo!

— Un fomento di camomilla?

— Va via, va via, non mi seccare!

Giuseppe disparve.

Giovanna, ritta in mezzo al cortile, teneva con la sinistra il manico d’un paiuolo e spargeva con la destra dell’intriso di crusca, gridando con voce acuta:

— Ani ani ani...

Subitamente lasciò star le anitre e si accostò a Giuseppe; il quale, ponendosi l’indice in croce sulle labbra e con una grande significazione di tutto il volto, le accennava di tacere.

— Ohimè! — esclamò la donna. — Cos’è stato?

— Il padrone non si sente bene — rispose il servitore, — il padrone ha il reumatico dalla testa ai piedi.

— Oh Vergine!

— Rifiata a stento, casca da tutte le parti... Ma sia per non detto, eh!

Giovanna fece gli occhi rossi: