La falce - Punizione - L'enigma

Part 8

Chapter 83,890 wordsPublic domain

Il maestro Tomatis, che stava a chiacchera con la tabaccaina, gli balzò incontro facendogli festa.

— Oh come sono mai contento di rivederla! È un secolo... Bravo! Ma bravo? Cosa desidera? Sigari toscani, romani, Virginia, Cavour... Chieda e domandi, c’è d’ogni ben di Dio. Non è vero, Vittoria? D’ogni ben di Dio. Eh, ma lei non fuma che sigarette! Ciascuno ha i suoi gusti. Bene, bene, faccia la sua compra, poi discorreremo.

E infatti ricominciò appena furono in istrada.

— È venuto a piedi? Oh si vede! Madonna santa, com’è conciato! Deve avere camminato di molto. È stato alla Baraschia? Un mezzo mare, eh? Ha visto la chiatta? Sarà sfasciata, distrutta? No! Meno male, temevo... Sarà armata in va e viene? Nemmeno? Si capisce. Questa è una inondazione; una vera inondazione.

Tacque un momento, poi soggiunse tristamente:

— Ah! se Baino e Galosso avessero almeno potuto veder questo!

— Buona notte — disse Roberto, porgendogli la mano.

— Come? — esclamò il maestro, trattenendolo. — Mi pianta così? È ancor tanto presto. Non ha mica fretta? E dunque? Animo, gradisca un bicchierino. Non sto lontano, sa. Lei vede il _Cavallo Grigio_?... Bene, un trar di pietra più in là, in faccia alla casa della levatrice.

— Grazie, grazie — ripeteva Roberto, nervoso; — vi prego a dispensarmi. Oggi non me la sento... Oggi è giornataccia.

— Amen! — mormorò Tomatis, non senza un po’ di stizza; — mi permetta almeno d’accompagnarla fino in fondo al paese...

Passata l’ultima casa, il maestro si arrestò e guardò in su.

— Ecco! — esclamò. — A poco a poco il cielo torna sereno.

— Hm! — fece Roberto — mi pare invece che ricominci a spruzzolare.

— Niente, niente! Vedrà domattina. Stia tranquillo... L’inverno è ancora lontano... Lei non pensa mica a partire?

— Per ora no.

— Bene! Lei ha da restar con noi fin dopo l’estate di san Martino.

— Vale a dire?

— Eh! L’estate di san Martino dura tre giorni e un pochino.

— Dunque dovrei restar qui fino alla metà di novembre?

— Bravo! Lei mi capisce per aria, lei! Il nostro affare scade appunto il 14 a sera.

— Il nostro affare?

— Il nostro affare... Cioè il patto, la convenzione...

Nel proferir queste parole la voce del maestro tremava sensibilmente.

Roberto gettò le braccia in aria.

— Oh santo Dio! — gridò. — Ma finiamola una volta. Come fa a prender sul serio queste baggianate? Vergogna! Una persona istruita, un uomo colto, un maestro!

Tomatis aveva fatto un passo addietro, sbarrando tanto d’occhi.

— Oh oh! — fece poi. — Misericordia! Lei piglia fuoco come uno zolfino. Parlo per celia, io, non per davvero. Galosso sì... Galosso aveva perduto tutto il suo spirito, era stato assalito da una fissazione mortale... tanto che Baino gli appariva in visione. Ma io... Oibò! Del resto altro è il parlar di morte, altro è il morire. Diamine! E poi non creda che io provi un gran gusto a rinvangar certe cose. È un discorso che mi va poco a genio, sa.

— E dunque non facciamolo più.

— Non facciamolo più. Così l’intendo. Birba chi manca...

Roberto fece un rapido gesto di saluto, e voltò le spalle.

Tomatis, tacque un momento, poi riaperse la bocca con impeto:

— Sor Roberto...

— Cosa c’è?

— Caso mai non si sentisse bene...

— Grazie a Dio...

— In caso dei casi, mandi a chiamar il dottor Fumero.

— Bene!

— A Bornengo.

— Benissimo!!

— Via del Quartiere, numero 7, piano nobile.

— Ottimamente!!!

XXIII.

_All’Ill.mo signor Roberto Duc._

S. M.

_Casaletto, 15 ottobre._

_Ill.mo Signore_,

L’altra sera ci siamo separati in un modo un po’ diverso dal solito; temo ch’Ella mi abbia preso a noia, e non oso più venire al Fortino.

Eppure non può credere quanto io desideri di ritrovarmi con Lei! Non mi vergogno a dirlo, dal giorno in cui Galosso è passato all’altra vita, non ho più avuto un momento di vera allegria. Quando la S. V. Ill.ma tornerà in città, io resterò solo come un cane. Pensando a questo, mi ricordo della sensazione che provavo da bambino, quando mia madre, dopo avermi coricato, se ne andava col lume. Ora mi rannicchiavo, ora balzavo a sedere sul letto; tendevo gli orecchi, e tutt’a un tratto vi mettevo dentro le punte dei due indici; chiudevo gli occhi per non vedere il lupo, il babau o le streghe, e li spalancavo subito perchè mi si gelava il sangue.

L’idea della sua partenza risveglia in me non solo la memoria delle mie paure infantili, e di certi terrori che mi assalirono in circostanze speciali, ma anche tristi presentimenti e pensieri penosi, che mi ronzano intorno come uno sciame di mosconi arrabbiati. Qui lei potrebbe, dire: — Che allocco! Cosa importa a me delle sue fantasticaggini! Voglio spendere il mio tempo dove e come mi piace. — E avrebbe non una, ma diecimila ragioni.

Contuttociò io faccio un cuor risoluto, e la prego e la riprego di rimanere al Fortino fino alla metà del mese venturo. Ouf! Ecco fatto! Lo scrivere questo mi ha proprio sollevato: mi pare d’aver dato sfogo a un affare di grande, di suprema importanza. Qui lei fa una spallata e pensa: — Ma è matto! — Ebbene no, non ho mai avuta la mente tanto lucida come in questi giorni; e non sono niente contento, stavo meglio quando l’avevo più ottusa. Torniamo all’argomento.

Oramai il caldo se n’è andato, il freddo non è ancora venuto: cosa vuole di più? Questa è la vera stagione di stare in campagna. A mio parere Ella è nata per viverci tutto l’anno. Ho notato che contempla spesso e volentieri la infinita grandezza della natura. In città vi sono troppe case e troppe cose fra la natura e noi, non le pare?

Lei ha la mente osservatrice, e questo è il più gran baluardo contro alla noia. E se mai l’aiuterò anch’io a combatterla, nella misura delle mie deboli forze. Metterò a sua disposizione la mia conoscenza delle cose di questo paese, acquistata gradatamente e non senza fatica. Prometto di divertirla. Vi saranno giorni in cui le parrà d’aver letto, che so io? una novella del buon tempo antico; sere in cui le parrà di essere stato al teatro.

Tempo fa anch’io andavo a caccia; ho poi lasciato, perchè mi si era intenerito il cuore in modo straordinario.

Se l’animale, a cui sparavo, restava lì sul colpo, lo raccoglievo, lo intascavo e tiravo via tranquillo; ma se lo vedevo svolazzare, dibattersi, soffrire, ahimè! non mi bastava più l’animo nè di pigliarlo, nè di finirlo, e cominciavo a imprecare contro a me stesso, a far atti di compassione, a dire parole di scusa. Così non porto più che l’ombrello od il bastone.

Torniamo a bomba, torniamo agli anni in cui ero appassionato per questo barbaro spasso. Al presente ci sono cinque cacciatori a Casaletto, allora erano almeno una dozzina. Spesse volte si usciva tutti insieme. Trovato un bel campo di stoppie o di trifoglio, si cominciava a cacciare. I miei compagni si mettevano a girellare, fischiavano una schioppettata qui, un’altra là, e passavano oltre.

— To’ to’ — dicevo io alla mia fida cagnetta — hai visto che bel lavoro? Ora tocca a noi. Rifacciamoci da capo, e attenzione. — E mi rimettevo in cerca, adagino adagino, calcando e ricalcando tutte le orme, passando e ripassando in tutti i solchi, senza tralasciare nè un cespuglietto nè una piota. Frugato diligentemente il primo campo, entravo in un altro; e a farla corta, e senza vantarmi, empivo quasi sempre la carniera proprio là dove i miei amici credevano di non aver lasciato più nulla.

Questo per dire che anche nei luoghi più esplorati, c’è sempre da riesplorare.

Io per me non credo sia necessario andare oltremonte od oltremare, navigare sotto l’ardente linea o verso il freddo polo, per vedere cose nuove.

Chi piglia diletto nell’informarsi dei costumi della gente e nel filosofare sulla virtù e sui vizi, e gode indagarne le cause e gli effetti, troverà dappertutto pascolo abbondante alla sua curiosità.

Chi volesse conoscere minutamente due miglia (per lungo e per largo) del proprio paese, dovrebbe mettere la mente in moto assai più di tanti statisti, economisti, letterati, scienziati, filosofi che vanno di qua e di là con la persona, per vedere come si governa, si traffica, si studia e si passa questa grama vita in molte parti dell’orbe sublunare.

Casaletto non è che un villaggio, un povero villaggetto, ma chi potesse penetrare in certe case e in certi cuori, scoprirebbe strani segreti, e troverebbe materia per più d’un volume.

A che cercar lontano, quando ogni palmo della terra che abbiamo sotto i piedi è un piccolo mondo? Ma bisogna aprir bene gli occhi, imparare a vedere, a osservare. Dico bene? Non è questo un ragionare a filo di logica? Non è parlare in punta di forchetta?

I sette savi della Grecia...

Madonna santa, che pappolata!

Mi abbia per iscusato, e mi creda sempre, con profondo ossequio

_Suo dev.mo e umil.mo_ maestro PONZIO TOMATIS.

_Al maestro Ponzio Tomatis a Casaletto._

_Dal Fortino, 16 ottobre._

_Caro Tomatis_,

Il figlio del mio fittaiuolo ha preso una beccaccia grossa come una gallina. Spero che la compassione non v’impedirà di venirla a mangiare domani a mezzodì. Vi stringe cordialmente la mano

_Il vostro dev.mo_

R. DUC.

XXIV.

— Il caffè — disse Roberto al servitore; poi soggiunse, rivolgendosi a Tomatis. — Mi pare che si potrebbe prenderlo in giardino, non è vero?

Uscirono e si avviarono verso la tavola e i sedili alla rustica, posti al piede d’un gran platano decrepito. Intorno intorno piovevano le foglie gialle, spiccate dai rami come da migliaia di piccole mani invisibili.

— Dica un po’ — esclamò il maestro, quando si furono messi a sedere: — quei tre o quattro fatterelli che le ho raccontato pranzando, non ricordano forse le burle e le piacevolezze che si leggono nei libri del Boccaccio, e di altri antichi novellieri?... Lei non è mai stato a veglia (scusi) in una stalla? Ah! lì sì che c’è da divertirsi! Sopra tutto se il luogo è grande, e se vi sono giovinotti e ragazze in buon numero. Si canta, si salta, si balla... e, quando c’è qualcuno che sa parlare e dir le novelle, si ride o si piange. Alle volte è un soldato in congedo, ma più spesso un vecchio o una vecchia. Simone Falco, che è morto l’anno passato di ottantotto anni e sette mesi, era famoso. Bisognava, per esempio, sentirgli raccontare la storia di Giulio e Giulietta, che aveva appresa dal suo nonno, grande di età...

Giuseppe venne a posare il vassoio sulla tavola; e Roberto domandò al maestro se il caffè gli piaceva dolce o amaro.

— Piuttosto dolce — rispose Tomatis. — Ecco, così va bene; tante grazie... Lei non la conosce, eh?

— Cosa?

— La storia di Giulio e Giulietta?

Roberto crollò il capo.

Tomatis vuotò e posò la chicchera, poi ripigliò:

— Una cosa da far spiritare i cani e piangere le pietre.

— Sentiamo.

— Non voglio noiarla, non voglio empirle la testa con altre chiacchiere...

— Ma che! Avanti, avanti.

Il maestro chinò il viso per raccogliere un poco i pensieri, poi cominciò:

— Oh! deve dunque sapere che un pezzo fa, Giulio Cesa, gran cavaliere, teneva molti poderi a Casaletto; anche il castello era suo. Essendo in età di venticinque anni e avendo veduta a una festa una damigella di casa Raynaldi (casa onorata), e piaciutagli sommamente, la domandò in matrimonio. La damigella si chiamava Giulietta: aveva quindici anni manco finiti, capelli biondi come oro filato, occhi neri neri che pareano more, gote fiorite di colore rosato, voce dolce come quella dell’usignuolo... E pare che fosse anche vispa la sua parte. Appena concluso il parentado, Giulio fece avvertire i congiunti e gli amici che all’indomani a mezzogiorno, restassero serviti di venire al castello, a far conoscenza con la sposa. A mezzogiorno gli invitati c’erano tutti; e, quando comparve Giulietta, s’alzò un vero frastuono di congratulazioni e di acclamazioni; poi mentre si aspettava l’ora di andare a tavola, gli uni facevano a rubarsela, gli altri complimentavano calorosamente i genitori che avevano dato al mondo quel fior di bellezza. Dopo pranzo, giacchè la stagione era buona e la giornata splendida, si uscì all’aperto. Le persone mature di anni e di senno si raccolsero a confabulare sotto la pergola; i giovanotti e le ragazze cominciarono a giuocare a mosca cieca, poi a fare a rimpiattino, poi a fare ad acchiapparsi, correndo in qua e in là alla fanciullesca, all’impazzata. Giulio teneva a fianco la sua fidanzata, e sognava tutti i beni e tutte le grazie che possono fare l’uomo felice in questo mondo, e beato nell’altro. Che è che non è, Giulietta, preso il contrattempo in cui lo sposo coglieva una rosa, spiccò un salto e fuggì verso il castello. Giulio la inseguì, la raggiunse; ma ella gli sguizzò di mano e, trovando la porta spalancata, entrò e volò su per lo scalone.

«Il giovane le gridò dietro: — Oh la cattiva! Aspetta aspetta, che ti accomodo io! — E lesto come un gatto, per una scaletta segreta e per certi andirivieni, giunse alla stanza ove credeva si fosse serrata. La stanza era vuota. Mentre si mirava dattorno, gli parve di sentir sbattere un uscio su in alto. Salì al secondo piano, guardò da per tutto, non vide anima viva: — Be’, lasciamola stare, sbucherà fuori quando ne avrà voglia. Donna pregata nega, ma trascurata prega. — E scese senza più. I signori Raynaldi cercavano giusto di lui per prendere commiato: il sole già baciava la cima del monte, rimaneva ben poco del giorno, e le strade erano malagevoli, fangose, niente affatto sicure. Non c’era che ridire, ma bisognava scovare quella cervellina. Il babbo e la mamma la chiamano ad alta voce; non risponde. Dice Giulio: — Sapete com’è? Ella è scesa per lo scalone, mentr’io salivo per la scaletta. — Sì, sì, ma e poi? — domandano gli altri. — Eh! sarà uscita sulla spianata dalla porta di ponente. — Ma e poi? ma e poi? E si fanno congetture, s’interrogano i servitori, il giardiniere, si va a vedere nelle case vicine; cerca di qua, cerca di là, gira e rigira: Giulietta non c’è in nessun luogo. La gente si guardava l’un l’altro, senza saper che si dire, quando arriva il maestro di casa, tutto affannato, che era corso a cercar nuove intorno: — Gli zingari! gli zingari! — Che? — Che? Che? — Sì signori, una carovana di zingari ha traversato Casaletto mezz’ora fa. — Gli uomini si armano in fretta e in furia; gli zingari sono inseguiti, acchiappati, malmenati, perquisiti: Giulietta non si trova. A farla corta, le ricerche furono continuate tutta la notte, in tutto il villaggio, alla disperata; il giorno dopo si esplorarono i contorni; alla fine si scrisse in varie parti, ma non se n’ebbe mai la più piccola notizia. Pensi quale dovette essere il crepacuore di quei poveri genitori! Giulio Cesa, consumato dentro, fuggì dal castello e non tornò più.

Tomatis si fermò, pensò ancora; quindi riprese abbassando e allentando la voce:

— In processo di tempo i beni di Casaletto passarono in proprietà del conte Filippo d’Ariè, il quale prendeva quel tanto che fruttavano i terreni, ma non si faceva vedere nè punto nè poco. Il castello, un pezzo d’antichità che avrebbe avuto bisogno di grandi e continue riparazioni, in pochi anni si guastò per modo che non teneva più insieme, e non rimaneva saldo altro che quella muraglia che si vede ritta sino ad oggi. Il custode informò il conte; e un bel giorno il conte incaricò il suo segretario di scegliere e far trasportare in città le suppellettili di valore, e mettere il resto sotto una tettoia, per venderlo al maggiore e migliore offerente. Antiquari, rigattieri, ebrei, sfaccendati piovvero al castello da tutte le parti. La vendita andava a vele gonfie; il monte delle masserizie diminuiva rapidamente; ogni cosa trovava issofatto il suo compratore. Una cassa di legno, di forma assai elegante e tutta intagliata a basso rilievo, ferì la fantasia d’un ricco signore di Bornengo, che la volle e ne sborsò il prezzo. Ma mentre la sollevavano per porla sopra un carro, colui che faceva gli interessi del conte vide ch’era serrata, e ben serrata, e diede l’ordine di cercare la chiave. Vattel’a pesca! Quella cassa era sempre stata in una stanzaccia disabitata dell’ultimo piano, e il custode non s’era mai curato di sapere che cosa contenesse. I presenti si strinsero intorno; chi aveva un’idea e chi un’altra; finalmente si pensò di mandare per il fabbro. Il fabbro venne, guardò, riguardò, e incominciò ad adoperare i suoi ferruzzi; di tanto in tanto tentennava il capo, e diceva: — C’è il segreto, c’è il segreto. — Infatti, dal vedere al non vedere: cricch! s’udì lo scatto d’una molla, e alzato il coperchio, guarnito internamente di lamine e spranghe, si trovò... Eh, lei ha già capito!

— Ci vuol poco — disse Roberto.

— Si trovò Giulietta rigida, secca, stirata... come le mummie del museo di Torino. Sicchè dunque ella aveva pagato con la vita una bambinata, un capriccio innocente. Che vuole? io immagino, io vedo quella poverina, accesa, ilare in viso, salire lesta lesta, balzare nella stanzaccia, correre alla cassa, aprirla, adagiarsi. Chi mi ritrova è bravo! Ma il piombar del coperchio, l’urto del gomito (o la necessità del destino) fanno giuocare il serrame, e l’arnese che un giorno ha contenuto il corredo d’una giovane sposa, diventa istantaneamente la tomba di un’altra.

— Bravo! ma bravo! — esclamò Roberto. — Ma sono tutte di questo gusto le storielle che mi volete narrare?

— Eh, questo è un mondo di miserie, caro lei; le disgrazie sono più frequenti che le fortune. Io giudico da quel che vedo. A Casaletto, per modo d’esempio, nessuno è felice, nessuno è contento, nessuno vive in pace. Il sindaco è dissestato, l’assessore Rattonero ha perduto il figlio in Africa, l’assessore Garzino ha un braccio paralitico, il conciliatore giorni sono è stato bastonato di santa ragione; perfino Michele Masino, che vive nei boschi...

— Ebbene?

— Non voglio andar per le lunghe.

— Sentiamo: cos’ha Michele Masino?

— Ha i suoi fastidi anche lui.

— Che fastidi?

— Come? Non sa niente? Michele vorrebbe dar la sua figliuola a un giovanotto qui del paese, ma la figliuola non vuole...

— E perchè?

— Euh! a star dietro a tutti i _si dice_ c’è da perdere la testa.

— Già.

— Può aver dato il suo cuore a un altro... Oppure, avendo ricevuto una buona educazione, non se la sente di sposare un contadino; l’educazione, si sa, è una seconda natura. Comunque sia, io li compiango tutti: padre, figlia e spasimante. L’altra sera sono stato casualmente presente a una scena, che mi ha fatto paura e pietà. Dubito che la faccenda voglia andare a finir male. Miserie, caro signor Roberto, miserie umane.

Roberto accese una sigaretta e buttò lontano il fiammifero. Tomatis guardò l’orologio.

— Basta — diss’egli, — lei mi ha fatto passare una giornata deliziosa, indimenticabile...

Roberto fumava, guardando le nuvole. Una frondicella appassita venne a cadere sulla tavola. Il maestro la prese e scorse un bruco tanto somigliante alla foglia sulla quale era posato, che ci volevano proprio i suoi occhi per distinguerlo; e vi era poi tanto appiccicato sopra, che non si smuoveva neanche a scuoterla.

— Ecco — osservò Tomatis, tanto per dir qualche cosa: — se quest’insetto fosse morto o dormisse della grossa, sarebbe caduto senz’altro... Dunque è vivo, è desto, ma assorto... così assorto in qualche dolce pensiero, che nulla vede e nulla sente attorno di sè.

XXV.

Vi fu un seguito di giornate temperate ed uguali. La terra si estendeva libera e bruna, sotto un bel cielo d’un azzurro lucente e gentile, corso di vene come un marmo; gli alberi rosseggianti e gialleggianti a varie tinte, si alleggerivano dolcemente, continuamente. Lo spettacolo dei lavoratori sparsi nei campi aveva qualche cosa di forte e di antico; i mucchi di gramigna, che bruciavano e fumicavano più qua e più là, animavano i luoghi dove pure non si vedeva nessuno.

Roberto usciva subito dopo il desinare, ora a piedi ora nel calessino, e si avviava verso Casaletto; a un certo punto trovava infallibilmente Tomatis, e lo prendeva con sè.

Il buon maestro si lasciava guidare dal compagno, senza fare osservazioni avventate o domande indiscrete; senza cercare perchè non voltasse mai a man destra, cioè verso ponente, cioè verso la Baraschia. Dava le notizie che aveva pescate in paese, poi soggiungeva a mezza voce, tranquillamente:

— La barca è sempre arenata. Lei sa cosa voglio dire?... Stamattina ho incontrato Bastiano: pareva un cane bastonato... Michele ha la luna a rovescio: fa paura... Susanna fa pena: non viene neanche più a messa. Miserie! miserie!

Roberto aggrottava le ciglia, tentennava il capo, ma non articolava sillaba.

Più tardi, arrivato a casa, cominciava a rimuginare sopra quel che aveva inteso:

— Cosa diavolo vuole da me costui? Perchè insiste? Perchè fa sempre la medesima storia? Che abbia indovinato i miei sentimenti? Se non mi ci raccapezzo nemmeno io! Che la ragazza gli abbia fatto qualche confidenza? Non è possibile, a quest’ora sarebbe già uscito dalle generali, sarebbe già venuto a qualche conclusione. Non credo che voglia fare nè il politico nè il mezzano... Oh! io l’ho per un galantomone, questo rustico pedagogo; lo stimo, gli voglio bene... Però che direbbero i miei antichi amici, se vedessero come vivo, e con chi! Tant’è, li lascierei dire. Non invidio più i loro passatempi. Ah no, per Dio!... Ma perchè Susanna non vuole sposar quel Bastiano?

Ben presto scoprì un non so che di nuovo nelle maniere del maestro: una giocondità pensata, raccolta, diversa dalla solita; un fare di chi si è prefisso uno scopo, e sa che per conseguirlo ci vuol tatto e finezza. Lo vedeva atteggiare spesso e volentieri la bocca al sorriso, e far gesti ora con una mano ora con l’altra, come se ragionasse tra sè.

— Cose grosse? — gli chiedeva, voltandosi.

— Eh!? — faceva Tomatis sorpreso, per prendere tempo a rispondere.

— Cose grosse? Cose serie?

— Niente, niente; faloticherie, idee gotiche, sciocchezze che passano per la testa...

Un giorno però, mentre correvamo nel calessino sulla via di Vernasca, il maestro scappò a dire:

— Poh! Non sarebbe più naturale che invece di questo vecchio macacco, lei avesse accanto una bella moglietta?

Un’altra volta poi pregò Roberto di mostrargli il palazzetto, di cui non conosceva che il terreno. Vide tutto dalla cima al fondo, mormorando di continuo: — Che peccato! che peccato! — Finchè il padrone, impazientito, gli chiese cosa volesse dire.

— Voglio dire che questa è una reggia, caro signor Roberto; gran peccato che manchi ancor la regina!

XXVI.

Era sull’abbuiare; Roberto e Tomatis tornavano dalla passeggiata, l’un dinanzi e l’altro dietro per la strettezza e la mala condizione del viottolino. Tutti e due stavano sopra pensiero: ma a un certo punto, alzando il viso, il maestro vide a poca distanza il crocicchio dove avevano a dividersi.

— Sor Roberto! — esclamò, con l’accento di chi prende una pronta risoluzione: — Lei mi deve fare un piacere.

— Sentiamo — rispose Roberto, senza voltarsi.

— Gradisca... Accetti... Venga domani sera a celebrare, a festeggiare l’Ognissanti con me.

— Volentieri.

— Oh bravo! sarà un grandissimo favore. Senta... non le farò nè un pranzo nè una cena, ma un piatto di buon cuore non le mancherà di sicuro. In casa di noi povera gente quando c’è un piatto di buon cuore, c’è tutto, eh?

Infatti, la sera dopo, Roberto trovò in casa del maestro un’accoglienza non solo cordiale, ma rumorosa.

Lo speziale Forastelli, il misuratore e geometra Roccavilla, venuti per fargli onore e compagnia, lo acclamarono lungamente, indiscretamente all’arrivo. Il giovane signore, che non aveva l’animo agli scherzi e all’allegria, quasi quasi si dolse d’aver accettato l’invito: ma poi, quando costoro si furono chetati, quando fu messa in tavola la cena, ed ebbe gustato il limpido vino bianco che Tomatis aveva cavato fuori in quell’occasione, si riconfortò e si rasserenò.

La stanzetta era assai bene illuminata dalla gran lucerna posta in mezzo alla tavola, e dal buon fuoco che ardeva nel caminetto; la fiamma guizzava e riluceva sur una vetrina di contro, tutta piena di uccelli impagliati, dando loro una strana parvenza di vita.