La falce - Punizione - L'enigma

Part 7

Chapter 73,797 wordsPublic domain

— Mercoledì o giovedì... Non so più niente; non ho più testa... Basta, son contento che sia tornato. Posso vederlo?

— Credo di sì. È arrivato a mezzodì, si è mutato da capo a piedi, ha desinato, poi è andato un po’ a riposare; ma a quest’ora deve aver fatto il suo sonno. Ehee!... Sente? Vien giù adesso. Ecco qui il suo battistrada.

Tomatis si voltò verso la scala. Tadò scendeva a precipizio, fremendo d’impazienza come al solito. Roberto comparve sul pianerottolo, vide il maestro e gli fece un grazioso saluto.

— Oh, sor Tomatis, che buon vento...

— Buono no! buono no! — brontolò Tomatis, con una crollata di capo.

— Cosa c’è?

— Galosso è a letto, e desidera una sua visita.

— Galosso a letto?!

— Già, da due giorni; ci si è messo dopo una mancanza, una specie di svenimento che lo ha fatto cadere lungo e disteso davanti alla bottega dello speziale. La prima notte è stata cattiva, la seconda pessima; si buttava giù, voleva fuggire, e diceva cose di fuoco, cose da indemoniato, cose che io...

— E che dice il medico?

— Febbre tifoidea benigna.

— E dunque!

— Oh se lei volesse aver la bontà... Scusi, eh! Ambasciator non porta pena...

— Ho capito... Tadò, a casa! Indietro! A cuccia subito!

Tadò faceva il sordo e tirava innanzi, ma Giuseppe lo inseguì nel cortile e lo afferrò per il collare. Roberto e Tomatis si avviarono in fretta in fretta verso Casaletto.

Il buon maestro, tutto trafelato e grondante di sudore, soffiava, gemeva, e di tanto in tanto restava per riprendere e il fiato e il discorso.

— Già, noi corriamo, noi voliamo, ma grazie a Dio non c’è urgenza... Non è un male che il prete ne goda... Tifoidea, non tifo. Questo è il parere del medico... Il qual medico, a dirla schietta, è un vero... veterinario. Del resto Galosso è robusto, forte come un cannone... Ciò che mi spaventa è il delirio. Se lo vedesse! urla come uno spiritato e fa cose fuor d’ogni regola. Alienazione di mente cagionata dalla malattia, si sa, ma pure... Povero diavolo! non ci mancava che questa... Può essere, anzi è probabile che le mie apprensioni siano esagerate... Che se nol fossero... Oh misericordia! Basta, lei vedrà, sentirà...

E Roberto, non sapendo nè che credere nè che pensare, aspettava di vedere e di sentire.

La casa del segretario era nel mezzo del villaggio, e si distingueva tra l’altre per una certa tinta cupa e fantastica: immagine visibile del fantastico umor del padrone.

Mentre Roberto e Tomatis si venivano accostando, la porta si aprì e ne uscì un giovinetto biondo, grasso, impettito; tutto vestito di panno scuriccio, ma senza garbo nè grazia.

— Il medico! — esclamò Tomatis. — Arriviamo proprio a tempo. Dottore, dottore, ci dia le notizie.

— Ammalati ce ne sono parecchi in paese — rispose il dottore, puntando in terra il suo bastoncino; — e tutti piuttosto... ehm!

— Sì, sì, lo sappiamo... Ma Galosso... Come ha trovato il signor Galosso?

— Assai migliora, chi non peggiora.

— Scusi, ma io direi che oggi è meno, molto meno aggravato di ieri.

— La malattia vuol fare il suo corso.

— Ma benignamente, eh? Mantenendosi benigna, come lei mi ha detto e ripetuto.

— Sicuro. Ma badi che la cosa va intesa nel significato relativo non assoluto.

— Come sarebbe a dire?

— Che finchè c’è fiato c’è vita. Riverisco.

Il dottore aveva già scantonato da un poco, che Tomatis guardava ancora da quella parte rodendosi le unghie.

— Ah! — fece poi rabbiosamente — se tu mi ammazzi Galosso... ci riparleremo. E adesso andiamo su, andiamo a fare un po’ di coraggio a quei poverino. Mi raccomando, a volte una parola fa meglio che una medicina.

Pietro Galosso giaceva sulla schiena, in un letto bastardo, in una camera assai sfogata, ma disadorna. Una donnetta smorta e mingherlina, con la gonnella di un colore e la vita di un altro, andava e veniva senza posa, non facendo più rumore di un topolino. Vedendo entrare i due visitatori, rimase un momento come estatica, poi si scosse, avanzò due sedie e sparì.

— Ecco l’illustre infermo! — esclamò Tomatis con un’allegria, una baldanza affatto intempestive. — Ecco l’illustre infermo! Sempre lui, eh! Niente cambiato, niente alterato. Un faccione che pare una luna in quintadecima. Se non fosse il berretto da notte chi direbbe che... Chi direbbe che ha avuta la febbre?

— Se l’ho avuta! — mormorò il povero segretario. — Una febbre da cavallo, a quarantun grado; a quarantadue si crepa...

— Sì, sì, ma adesso è passata — soggiunse Tomatis, mettendosi a sedere. — È passata e non tornerà più. Parliamo d’altro. Che novità?

— Sanguisughe al capo.

— Quando?

— Stasera o domattina.

— Lodato Dio! L’ho detto subito al medico: — O le sanguisughe o un buon salasso. — Ma per persuadere colui ce ne vuole! Speriamo che non sia tardi. Vo’ dire: fortuna che siamo in tempo! La malattia attacca il cervello e ne altera le funzioni, dunque bisogna cercare di sollevare il sistema nervoso e combattere il parossismo. È chiaro come il sole. L’ho detto anche a voi, quando avete cominciato a sentirvi di mala voglia: — Presto un salasso, un emetico, un pediluvio, metodo antico! — Avete voluto fare a modo vostro ed eccovi lì in un fondo di letto.

Galosso ascoltava in silenzio, ma ogni poco chiudeva e riapriva istantaneamente l’occhio sinistro, poi sorrideva con un misto insolito e incomprensibile di mestizia, di rassegnazione, d’ironia. Roberto lo guardava, lo riguardava, e non lo riconosceva più.

La donnetta rientrò pian pianino, in punta di piedi, diede da bere al malato e scivolò via.

— Che roba è?. — ripigliò ruvidamente Tomatis, indicando la tazza rimasta sul comodino. — Limonata? Decotto? Puah! Ecco lì: se mi aveste dato retta quand’era tempo, ora non sareste obbligato a ingollare queste porcherie. Ma non mi vo’ confondere più... siete un testone!

— Oh! — esclamò Roberto, indignato, — ma voi gli parlate in un certo tono...

Il maestro balzò in piedi e andò a guardar dalla finestra; dopo un momento si soffiò il naso una, due, tre volte con un crescendo da far tremare i vetri.

Galosso l’udì, strinse le labbra e ne fece uscire una lunga voce tra il gemito e il grugnito.

— Basta — disse Roberto, — la malattia è superata, presto entrerete in convalescenza...

— Dica in agonia.

— Andiamo, non dite fandonie!

— Ma non me ne importa niente... Oggi a me, domani a te.

Tomatis si riscosse, si riavvicinò prestamente.

— Niente, niente — proseguì il segretario. — Non parlo con voi, parlo col signor Duc. Dicevo?... Ah sì! Dicevo che son bell’e andato. Pazienza!... Facevo il mio bravo conto di vivere ancora qualche annetto, e invece... Facevo il conto senza l’oste, ecco tutto.

Parve colpito dal suono delle ultime parole che gli erano uscite di bocca, guardò con faccia curiosa alle facce degli altri, strizzò l’occhio e susurrò:

— Non parlo mica di Baino...

— Zitto! — interruppe Tomatis angustiato. — Siamo alle solite! Non cominciate a snocciolare scioccherie. Vi potrebbe tornar l’agitazione.

— Che ore sono?

— Cosa v’importa dell’ora? State buono, state quieto...

— Avete un bel dire voi che siete lì, sano come un pesce. Ma... oggi a me, domani a te. Con certe cose non bisogna scherzare. Non scherzar coll’orso, se non vuoi esser morso. Non scherzar con la morte, se non vuoi... se non vuoi... se non vuoi...

Tomatis si voltò a Roberto e gli fece un cenno che voleva dire: — Su, da bravo, mi aiuti un pochino. — Poi esclamò: — A proposito! Non ve l’ho ancor detto? Sor Roberto è stato in montagna.

— In montagna? — ripetè il malato, corrugando la fronte, quasi ignorasse il significato di questa parola. — Perchè in montagna?

— Per divertimento, per mutar aria, non è vero, sor Roberto? Dica cos’ha fatto. Dica dov’è stato.

E Roberto prese a raccontare pianamente la sua gita nella fresca e amena valle della Baraschia; interrotto a ogni poco dal buon Tomatis, che domandava schiarimenti sulle strade, sui villaggi, sugli alberghi, e soggiungeva con studiato entusiasmo:

— Per bacco! Se le strade sono comode, se gli alberghi son buoni, ci voglio andare anche io. Ohe, Galosso, volete che ci andiamo insieme? Vi pago il viaggio... Non tutto, eh, perchè non posso. L’andata, ecco; al ritorno ci penserete voi.

Galosso non rispondeva, ma atteggiava la bocca al sorriso; un sorriso non accompagnato da alcun’altra dimostrazione di letizia, e perciò stranamente gelido e sinistro. Dopo un poco cominciò ad accendersi in viso, a rabbruscarsi, a rabbrividire; a un tratto sobbalzò e si rizzò a sedere sul letto.

— Fermo! — gridò Tomatis. — Cosa c’è adesso? No, no, bisogna star caldo, vedere di non scoprirsi... Tornate sotto, da bravo.

Il malato si mirò dattorno lungamente, smarritamente, poi lasciò ricader la testa sul guanciale e sospirò:

— Ah! me lo creda, signor Duc, sto male, molto male.

— Coraggio! — susurrò Roberto. — Domani andrà meglio.

— Domani, domani, domani!... Intanto oggi tocca a me!... Però l’è dura, alla mia età... Poco fa era qui il parroco... Una predica coi fiocchi: — Bisogna rassegnarsi ai voleri di Dio. Questo in cui viviamo è un gran mondaccio, una valle di lagrime. Ah il paradiso! Oh il paradiso! Uh il paradiso! — L’ho lasciato dire e dire e dire, poi gli ho fatta una domanda, ma una domanda!... Adesso non la ricordo più, ma credete voi che abbia saputo rispondere? Storie! Le cose come non le vedo, non le credo. L’uomo crede quello che può, non quello che vuole... L’eternità!? Ah! reverendo, come vuol che faccia a immaginare una cosa che non ha principio nè fine? Questo gli ho detto, e poi ho fatta la mia domanda, ma che domanda! Va là, t’insegno io a canzonare i moribondi!... Senza peccati no, ma senza birbonate sì. Dunque che inferno! Che paradiso! In purgatorio, se mai... Ricordatevi bene... Candida, Candida!... Porta da bere.

La donna si affacciò subito, sgranando tanto d’occhi.

— Badiamo di non fare imprudenze — disse Roberto.

— Per amor del cielo! — esclamò Tomatis.

— Che imprudenze! — gridò Galosso, dimenandosi come un ossesso. — Niente imprudenze! Io non ho più assaggiato il vino da... da un secolo... Vo’ dire da un mese. E non lo assaggierò mai più. Mai più vino, mai più birra, mai più liquori! Però voglio vedervi ancora una volta col bicchiere in mano. Un’ultima volta! È un piacere, è una carità che mi fate!

— Amen! — disse Tomatis, cedendo. — Accettiamo, ma a patto che il vino sia leggiero: un dito d’un vinetto qualunque, tanto per spegnere la sete...

Quando si vide esaudito, il povero segretario agguantò la sua tazza di decotto, l’alzò, e gridando: — Viva noi! — si sbrodolò allegramente la faccia e la camicia.

Dopo ciò, prese a vociare, a smaniare, ad agitarsi. Ora si rasserenava, gongolava, mostrava di riconoscere gli amici, il luogo dove era; ora si rannuvolava, imprecava e diceva cose vane e contro ragione. Di quando in quando buttava le gambe fuor del letto, come per alzarsi, e i due uomini duravano fatica a rattenerlo.

Candida lo guardava con occhi pieni di tenerezza e di dolore, e non si discostava più: a ogni momento bisognava accomodare il guanciale, rassettare le lenzuola, riadagiare e rinvoltare il delirante, bagnargli la bocca.

La luce veniva mancando. Era l’ora che infiacchisce l’animo ai sani; accora, sbigottisce e abbatte gli infermi.

— Lume! — disse Galosso.

Candida accese una candela ch’era sul cassettone.

— Via! — ripigliò il malato. — Levala via. Non vedi che la combatte il vento? Mettila sul tavolino... Così. E adesso dammi da bere. Mi sento ardere; non ne posso più.

La donna si riaccostò e reggendogli la nuca con una mano, gli mise la tazza alla bocca.

Nella strada passò un branco di bestie scalpitanti; passò un vaccaro che cantava a squarciagola. La campana annunziò solennemente il finire del giorno, e tutta la stanza si empì di onde sonore.

Poi vi fu un silenzio quasi sepolcrale.

Galosso supino, col capo abbandonato, con le ginocchia un po’ sollevate, brancicava nel vuoto e stravolgeva in qua e in là gli occhi spalancati; dopo un poco li fissò sull’uscio semiaperto e disse prima piano, poi forte:

— Avanti!... Avanti!

Gli astanti si voltarono e non videro alcuno.

In un subito il misero balzò a sedere con un viso lieto e premuroso, con le braccia aperte, come a una persona aspettata e desiderata; poi fece cenno a Candida di approssimare una sedia, l’offrì garbatamente all’amico invisibile, e prese a interrogare e a rispondere brevemente, ma sempre con molta significazione di affetto.

A notte chiusa, Roberto e Tomatis si alzarono, offrirono i loro servigi alla donna, e si ingegnarono ancora d’infonder coraggio nel malato con parole di speranza e con atti amorevoli. Galosso continuava a farneticare, dimenando le mani come un predicatore; ma quando li vide avviati, li richiamò e additò loro la sedia con la quale stava parlando.

— Come! — diss’egli con voce ferma e severa. — E a Baino niente? Neanche un saluto al nostro buon Baino, che è venuto a pigliarmi?

XX.

La mattina di poi, appena alzato, Roberto chiamò il servitore e gli ordinò d’andar subito a prendere notizie dal signor segretario. Ma dopo un momento cambiò idea: — Perchè non farei una passeggiatina fino a Casaletto? — Si fece dare un bicchiere di latte, e s’incamminò passo innanzi passo.

S’era destato con la mente riposata e serena. I tristi pensieri che gliel’avevano ingombrata e funestata la sera prima, dopo la visita fatta al povero Galosso, erano svaniti coi sogni della notte.

Considerando l’età, la robustezza dell’infermo si sentiva pieno di sicurtà e di fiducia. S’immaginava di rivedere il medico per l’appunto dove l’aveva veduto il giorno prima; lo interrogava, e quello gli rispondeva:

— Buone nuove, il pericolo è passato, abbiamo un miglioramento insperato, inesplicabile.

Egli saliva, si rallegrava col malato, con la donna, con Tomatis e poi...

La giornata era così bella! Una di quelle giornate in cui si campa volentieri, in cui il cuore si allarga alla speranza, a mille speranze, e l’avvenire si dischiude ampio, color di rosa, tutto popolato di larve ridenti.

— E poi farò un bel giro pei campi — pensava Roberto. — Una piccola perlustrazione fino alla chiatta. È un secolo che non vedo nessuno. Non so più niente di niente...

E in pochi momenti il desiderio di sapere si fece vivo, intenso, divenne bramosia: di modo che, giunto dove una viottola corre a destra le praterie verso la Baraschia, fu lì lì per svoltare. Si raffrenò e si contentò di allungare il passo.

Il villaggio aveva il suo aspetto ordinario: s’udiva lo strepito del mulino e il martellamento del fabbro; il custode della scuola metteva un affisso alla cantonata; sotto il portico del comune vi era il solito crocchio in cui si commentava il giornale.

Passando davanti al forno, Roberto sentì l’odore appetitoso del pan fresco; odore, che si cambiò in lezzo di marmitta e in puzzo d’olio fritto nella vicinanza d’altre botteghe. Arrivato presso la casa del segretario, alzò gli occhi alla finestra, e la vide aperta.

— Ecco — disse tra sè, — si muta l’aria alla camera, segno che il malato sta meglio.

Ma non appena ebbe pensate queste parole, ne risentì come uno spavento.

— E se invece... Oh, non è possibile! Diavolo! da ieri sera... Non è possibile, non è possibile.

Combattè, respinse l’idea nera che s’affacciava alla mente, e si accostò alla porta.

Era chiusa.

Picchiò prima con le nocche delle dita, poi col martello. A quel suono risposero di dentro pianti e lamenti, e dopo un poco giunse Tomatis disfatto, stravolto, verde come un ramarro.

— Ah! — singhiozzò con voce soffocata. — Però ha sentito anche lei, eh? Tifoidea benigna. Un corno! Fulminante doveva dire quell’asino birbone!... E adesso venga su, venga a vedere, venga a vedere.

XXI.

Quattro interminabili giorni di pioggia dirotta e continua.

Roberto leggeva o disegnava nel suo studio; passeggiava nelle stanze terrene; saliva a strologare il tempo da un abbaino, di dove non scorgeva che aria torba, solcata da miriadi di piccole strie inclinate e lucenti; e di quando in quando scendeva pure a sentir le chiacchiere dei contadini raccolti sotto la tettoia.

Correvano brutte notizie. La pioggia cadeva strabocchevole specialmente dalla parte delle montagne; i fossati e i torrentelli recavano troppo ampio tributo di acque alla Baraschia e ne accrescevano spaventosamente la furia. La corrente scendeva a precipizio dall’alta valle, devastando i coltivati, portando via le piante e gli armenti, rapinando per ogni dove. Venendo su Riverasco con potentissimo urto, aveva abbattuta la porta detta della Maghelona e gran parte delle mura; il ponte minacciava rovina; il sobborgo della Madonna era allagato, e l’antica chiesa aveva l’acqua fin sopra gli altari.

Anche il lento, il placido Gamberetto aveva rotto in più luoghi, inondando largamente i campi tra Casaletto e Bornengo: il servizio postale era sospeso, e non si sapeva più nulla degli abitanti della cascina La Torrazza, con i quali non si poteva più comunicare.

— Ecco — diceva Giovanna, — la Baraschia è sempre in bestia, il Gamberetto non ha finito d’alzare; questo è proprio un secondo diluvio.

— Niente paura — brontolava Rocco, da buon filosofo, — dopo un tempo ne viene un altro. Giuraddiana!

— Già, già — ripigliava la moglie, — vedrete che la Baraschia e il Gamberetto si congiungeranno qui al Fortino, dove siamo noi.

— E noi andremo in barca! — esclamava Giacomo.

— Bisognerebbe averla la barca! — osservava Felice.

— Abbiamo il tinone che è grosso come un bastimento.

— Zitto, zitto, mammalucco — susurrava la madre. — Con l’acqua non si scherza; strascina via tutto: case, bestie, cristiani... Menica Gorla ha visto passare tre vacche e due buoi ancora legati alla mangiatoia.

— Ma Stefano Pron ha visto ben altro! — gridava Felice. — Ha visto una culla con dentro un bambino; un bambino che gemeva, vagiva, strillava...

— L’ha detto a te? — chiedeva Giacomo.

— L’ha detto a me.

— Quando?

— Ieri sera.

— To’, e ieri mattina parlava d’un gatto!

— E ci sarà stato anche un gatto! Un gatto e un bambino. Non è mica impossibile? Dica lei, sor padrone...

Il padrone ascoltava, taceva e pensava.

Pensava quasi continuamente al chiattaiuolo e a sua figlia. Durante il giorno, sempre li immaginava sani e salvi, rifugiati in luogo sicuro; ma sul far della notte cominciava a turbarsi, sentiva vergogna di trovarsi così fidatamente, così mollemente ricoverato, mentre la fantasia gli rappresentava Michele e Susanna ora derelitti nella loro casuccia assediata dai cavalloni spumanti che minacciavano d’ingoiarla, ora ritti come due spettri in mezzo alla chiatta sconquassata, abbandonati alla commossa superficie dell’acqua.

Quando era a letto, i vari rumori della notte tempestosa aggravavano la sua inquietezza, rendevano anche più tetri tutti i suoi pensieri. Si rivoltolava lungamente prima di prender sonno, poi non aveva altro che sogni stravaganti e paurosi; si destava di sobbalzo, come all’annunzio di una sciagura imminente, inevitabile, e gli pareva davvero di sentire la romba delle acque irrompenti, strida e urli di morte in lontananza.

Venuto il giorno chiaro, si quietava di nuovo, si rinfrancava, tornava a fare assegnamento certo sull’avvedutezza, sulla prudenza e sul coraggio del chiattaiuolo:

— Eh, diavolo! Michele non è uomo da lasciarsi cogliere dalla piena. D’ora in poi non mi voglio più confondere, non mi voglio più angustiare...

La mattina del quinto giorno il diluvio divenne pioggia, una pioggerella cheta e minuta, che verso il tocco cessò. I nuvoli cominciarono ad alzarsi e a diradare, lasciando più qua e più là trasparire il sereno sbiadito e sfumato, e la spera del sole velata, offuscata, priva di ogni possanza.

Roberto prese il cappello, il bastone e s’avviò verso la Baraschia. Si avviò in fretta, ma ben presto gli convenne rallentare il passo.

Dai prati e dai campi allagati sgorgavano sulla strada innumerabili rigagnoli, che empiendola di fango e di pozzanghere, la rendevano tutta malagevole e, in certe parti più basse, pressochè impraticabile. A tendere l’orecchio, si sentiva un rumorìo ampio e incessante, prodotto da tutte le acque che gorgogliando, strosciando, sbraitando fuggivano alla china per l’estesa campagna. Le rondini erano tutte fuggite. Le passere, posate con l’ali basse sulle vette degli alberi e sui ramoscelli spogliati, aspettavano bisbigliando che l’aria asciugasse loro le piume. L’erbe piegate o coricate, le fronde impregnate e pendenti, parevano stanche, spossate dall’aspra lotta sostenuta in quei giorni.

Piede innanzi piede, affondando spesso a mezza gamba, Roberto arrivò ad una specie di lago giallastro e melmoso, fatto dalla Baraschia, che traboccava da quella parte con abbondanza e con impeto; a due tiri di schioppo, nel filone della corrente, passavano tronchi travolti, rami schiantati, mucchi di foglie e di strame, mille cose morte ed informi. La chiatta era sull’altra riva, vuota ed inoperosa; dalla casupola, biancheggiante tra gli alberi, si alzava una colonnetta di fumo cerulo.

Contemplando quel tenue indizio di vita sotto quel cielo mesto, in mezzo a quella campagna stranamente disertata, Roberto si sentì immalinconire l’anima così amaramente, che durò fatica a tenere le lacrime. Ah! gli pareva una cosa tanto ingiusta, tanto crudele che Susanna, nata forse per vivere agiatamente, signorilmente, dovesse abitare quella meschina catapecchia!... Di chi era la colpa? Di nessuno. Il destino voleva così, e bisognava rassegnarsi... Intanto essa era là, dall’altra parte di quel torbido pelago, simbolo di tutti gli ostacoli reali o immaginari che separavano le loro esistenze... Quando l’avrebbe riveduta? Chi sa! Forse mai più. Perchè? Non sapeva. Una voce gli susurrava dentro: — Tu non avrai mai la facoltà d’operare secondo che ti detta la ragione, secondo che ti detta il cuore. Volere è potere. Ma tu non potrai mai. La tua volontà è volubile, variabile, stanca, e si piega al più leggiero soffio di vento...

Laggiù, sul tetto della casupola, la piccola colonna di fumo ondeggiava, vacillava, si torceva, come se anch’essa fosse alle prese con una forza occulta e nemica.

XXII.

Avanzava un’ora circa di giorno; e Roberto invece di tornare direttamente al Fortino volle passare dal villaggio; aveva bisogno di veder gente, bisogno di parlare con qualcheduno, quasi per persuadersi che non era circondato da una solitudine desolata e senza limiti, che non era rimasto unico superstite sulla terra.

Dietro le sue spalle il cielo si veniva sgombrando pigramente; di fronte, la nuvolaglia biancobigia si spandeva, si riuniva, girava per il campo immenso, trasfigurandosi in mille maniere.

Arrivato al piccolo camposanto di Casaletto, dove riposavano le spoglie mortali di Baino e di Galosso, prima si soffermò, poi si avvicinò pianamente al cancello; questo pareva chiuso e non era; mentre egli vi si appoggiava, come per concentrarsi in sè stesso ed evocare pietosamente le immagini dei suoi due conoscenti, girò, cigolando, sui cardini e si aprì.

— Grazie tante, la non s’incomodi — mormorò Roberto, indietreggiando con un certo ribrezzo. — Un’altra volta se mai... Oggi non rispondo ancora all’invito.

E tirò di lungo.

Sotto il portico del comune, stavano a crocchio le persone più ragguardevoli del paese. Vedendo passare Roberto, lo salutarono garbatamente; e il sindaco gli domandò se veniva per prendere la posta. Il giovane signore crollò il capo.

— Meno male — ripigliò Antonio Luvotto; — perchè manca anche quest’oggi. Niente lettere, niente giornali. Siamo assolutamente al buio di tutto quel che avviene in Italia. Anzi nel mondo. È una cosa incredibile. Il papa potrebbe essere andato tra’ più, e noi...

— E perchè il papa? — interruppe il parroco. — Perchè proprio il papa e non qualche altro? Sì, dico, qualche altro gran potentato?

— Oh bella! Perchè il papa è vecchio.

— Caro mio, la morte non guarda in bocca.

— Vero — osservò un altro; — oggi in figura, domani in sepoltura.

— Evviva l’allegria! — pensò Roberto; e traversata la strada, entrò nella bottega dirimpetto.