La falce - Punizione - L'enigma
Part 10
— Ohi! ohi! Questo è un pensiero che mi pesa proprio sull’anima... Adesso capisco perchè ieri sera mi è parso di vedere la Morte secca che si nascondeva dietro il pagliaio! Povero signore! così buono, così...
— Oh! non dico mica che sia spedito!
— E a giorno, un corvaccio nero come il carbone ha fatto tre giri sopra il giardino, poi si è posato in vetta al platano, e chiamava gli altri, come sentisse già l’odore del...
— Zitta! — fece Giuseppe, stando in orecchi. — Ecco il padrone. Sì, sì, è lui che discende... Ah! dimenticavo di dirvi che Giacomo può andar dove vuole...
Roberto si affacciò alla porta:
— E dunque? E questo thè?
— È pronto... Cioè no! Scusi, non mi aveva detto niente. Anzi...
— Tientelo! Dammi... dammi due ciliege in guazzo; poi vado a far due passi. Spicciati, chiappamosche!
Rocco, che non stava mai con le mani in mano, spazzava le foglie presso i sedili alla rustica. Vedendo spuntare il padrone di dietro al palazzetto, si turbò e cercò di svignarsela.
— Alto là! Fermo! — gridò Roberto. — Perchè mi sfuggi? È una bella storia, questa!
— Abbia pazienza. In questi giorni affoghiamo nelle faccende...
— Rocco, le bugie hanno le gambe corte.
— Ma no, creda che...
— Lasciamo andare. Bel tempo, eh?
— San Martino.
— Si vive bene.
— Sì signore. Sul buon del giorno. Ma la mattina!... Ma la sera!... E tra poco la stagione si farà cruda, avremo il gelo, avremo la neve. La campagna è bella d’estate. S’io fossi un signore me ne andrei sempre alla fine d’ottobre.
— Se lo dico! Tu non vedi il momento di rimandarmi a Torino.
Rocco strinse i pugni, tirò giù una filza di imprecazioni contro il destino, contro sè stesso.
— Non ti confondere — ripigliò Roberto, — non c’è nulla di male, ho parlato per celia.
— Lei è troppo buono, non si ricorda più che... Giuraddiana! Mi pentissi tanto dei miei peccati quanto d’averla pregata di venire al Fortino. Ormai è fatta. Ormai è tardi. Lei è qui: e io ho una pena continua al petto... Mi par d’avere un mattone che mi sfonda lo stomaco.
— Eh, ma non mette conto di pigliarla calda!
— Sì signore, lei ragiona benissimo. Una bestialità, una fagiolata, uno sproposito dei più massicci. Eppure non si parla più d’altro. Il paese è sottosopra; diviso in due partiti. Gli uni dicono e sostengono che lei la passerà liscia, gli altri invece che se n’andrà... a rivedere il nonno. Ha capito?
— Figurati!
— E non si parla più d’altro; si fanno perfino scommesse. Queste poi sono porcherie che il sindaco non dovrebbe permettere. Ma a Casaletto non si sa chi comandi. Domenica, in pieno consiglio, Rattonero saltò su a dire che... se mai (scusi, eh!) bisognava poi fare le cose in regola, come devono essere fatte, cioè con onoranza, con cerimonia...
— Ho capito: un mortorio coi fiocchi?
— Gesù e Maria! Ma Garzino gli rispose fuori dei denti; gli disse in faccia ch’era uno sventato, un imprudente, e propose di mandare la banda a fare la serenata dinanzi al Fortino la sera del 15... Insomma si volevano mangiar vivi; cose che a memoria d’uomo in consiglio non erano mai accadute.
Roberto riflettè un poco.
— Non so perchè l’abbiano con me — disse poi: — credo di non aver mai dato dei dispiaceri a nessuno.
— Questo non c’entra! — esclamò Rocco. — Nessuno le vuol male; tutti le vogliono bene, tutti, all’infuori di... Si, dico, eccetto forse...
— Sentiamo.
Rocco si morse la lingua.
— Eccetto pochi, anzi pochissimi. Il paese conta circa mille anime. Ciascuno è padrone di pensarla come crede, non è vero? Dunque supponiamo...
— Presto! Chi sono i miei nemici?
— Non si riscaldi. Non merita la pena. Creda che a conti fatti è meglio lasciar correre.
— Rocco!
— Io non ne conosco che due. Due! E il paese fa più di mille anime.
— Due uomini o due donne?
— Oh le donne! Le donne sono tutte per lei. Specialmente le giovani: pregano, piangono, sospirano, vengono qui a prendere notizie...
— Ah sì? E chi sono queste mie amiche?
— Personalmente non ne conosco che una.
— E chi è?
— È la più bella ragazza del paese.
— Non la vedo mai!
— Perchè viene di buon’ora.
— Tutti i giorni?
— Magari, se potesse! Ma non può. Non può perchè: ehm, c’è chi vigila, chi sta all’erta. E con ragione. A Casaletto e nei contorni tutti sanno che si è incapricciata di lei.
— Di me? Che sciocchezza!
— Eh sì! Ma poverina... Io la compatisco; dice bene il proverbio: amor non ha sapienza.
— Voglio dire: che favola! che fanfaluca!
— Senta, se fosse una fanfaluca, Michele Masino e Bastiano Millo non avrebbero dell’amaro in corpo contro di lei.
Qui Rocco dovette vedere qualche cosa di molto strano negli occhi del padrone, perchè soggiunse subito:
— Per carità! Mi raccomando... Non è il caso di far risentimento, di far provvedimenti. Bastiano è un giovane quieto, un giovane prudente, che o presto o tardi metterà il cuore in pace. Michele è un uomo tutto d’un pezzo, un uomo mezzo salvatico, come dire un africano, ma incapace di torcere un capello a nessuno. Già non bisogna pretendere di pigliarlo pel naso! Non bisogna capitargli innanzi in un cattivo momento, in uno di quei momenti in cui non si scerne più il bianco dal nero...
— Ho capito — disse Roberto, distratto: — starò in guardia.
— Ecco! Bravo! Stia in guardia. Anzi, sa cosa dovrebbe fare? Le parlo col cuore in mano. Sa cosa dovrebbe fare? Ritirarsi in città. Torino è un porto sicuro. Così, mettiamo che in questo paese ci sia un pianeta, un influsso cattivo, lei se ne va fuori tiro. Intanto noi pregheremo il Signore per lei. Penseremo a lei, come se fosse presente...
— Piangi?
— Oibò!... Tutt’altro! Non piango mai, io.
— Francamente: ti pare che io abbia la faccia d’un moribondo?
— Giuraddiana!
— Sì o no?
— Dico che ha una faccia che consola. È tutto bello. Bello, sano e prospero che è un piacere.
— E dunque! — esclamò Roberto, gettando le braccia in aria.
Con questo si mosse rapidamente, entrò in casa, salì e si chiuse nello studio. Sentiva di dover fare qualche cosa e non sapeva che. Aggrottò le ciglia, come chi raccoglie i propri pensieri. — Bada a te! bada a te! — gridò subito la voce interiore. Tutti lo vedevano in brutti termini, quasi in pericolo. Rocco aveva parlato di un pianeta, d’un influsso; dunque credeva anche lui che certi effetti dipendessero da occulte cagioni? Credeva anche lui all’esistenza d’influenze recondite, di forze misteriose, talvolta benigne e propizie, più spesso avverse e maligne?
— Se fosse vero? — pensava. — Se fossimo realmente soggetti ad una turba sterminata di satraponi invisibili, che possono trattarci come noi trattiamo certi piccolissimi insetti? Chi può sapere che idea si fanno di noi le zanzare e le pulci? Non può darsi che per un bacherozzolo, un lombrico, una formica il mio piede rappresenti semplicemente il fato, il destino?... Via, smettiamo di filosofare, e ragioniamo. Che cosa dovrei fare, dato ch’io fossi davvero sull’orlo della fossa?... Eh, potrei far testamento!
La parola gli parve comica, e si cacciò a ridere; ma il suo riso suonò così stonato, che si chetò subito, e guardò intorno con un senso di terror vago.
— Ragioniamo, ragioniamo. In tutti i momenti della vita la morte è possibile... Il far testamento non l’ha mai affrettata a nessuno. Per conseguenza...
Sedette al tavolino e si mise a riflettere, stringendosi con le mani la fronte e le tempia. Non aveva parenti prossimi, nè amici bisognosi: poteva disporre delle cose sue come gli pareva e piaceva.
Prese un foglio e si mise a scrivere velocemente. S’infervorò via via, e venne in una sorta d’ebrietà intellettuale.
Ecco sì, bisognava far presto; correva ineluttabilmente alla fine; si sentiva come incamminato sopra una china dove non riuscirebbe a fermarsi. Non rimpiangeva il passato. Sperava di lasciar desiderio di sè. In grazia sua, per volontà sua, Michele e Susanna divenivano non ricchi, ma agiati...
Cessò di scrivere. Delle visioni passavano e svanivano senza interruzione.
Egli se n’era andato, egli era morto. Padre e figlia venivano ad abitare il Fortino. Giravano in qua e in là, in su e in giù, da per tutto. Immaginava la maraviglia, la gioia, la commozione, la gratitudine. Susanna prendeva a tavola il posto già occupato da lui; prendeva la camera; prendeva il letto...
A questo punto gli parve che il sangue piombasse d’un tratto al cuore e d’un tratto risalisse al cervello: gli si annebbiò la mente, gli si annebbiò la vista.
Si scosse e stracciò il foglio.
XXX.
«... _Je m’imagine que tous les étages de la maison terrestre sont occupés: sous l’eau les poissons, l’homme sur le pont du navire, au-dessus des voiles les oiseaux, au-dessus des ailes les morts._
«_Les poissons ne voient l’homme que lorsque l’hameçon du pêcheur les tire hors de l’eau; pour eux, voir l’homme, c’est mourir. Nous aussi, c’est en mourant que nous voyons les morts. — Et qui sait si, quand nous mourons, ce ne sont pas les morts qui nous pêchent, si les maladies, les passions, les suicides ne sont pas les hameçons des habitants d’une zone supérieure, si une bataille n’est pas un bon coup de filet?_
«_En attendant_...».
Roberto sbadigliò, chiuse l’opuscolo e lo posò sul tavolino che stava accanto al letto.
— Sicuro! _Les manifestations des esprits_, bel titolo, attraente, promettente... Ma continuerò domani... Se sarò vivo. Ehi! oggi ne abbiamo 13! Siam lì!...
Spense il lume e si cacciò sotto le coperte. Cominciò a velar l’occhio, si smarrì in un breve sopore, ma tutt’a un tratto si risentì e riebbe il pensiero:
— Ne abbiamo 13... Se domattina Giuseppe mi trovasse qui stecchito, freddo come un marmo?! Una sincope, un vizio organico, un accidente qualunque... Perchè no? E posso anche cadere in letargo!
Si sentì correre un brivido nella persona, pensando alla possibilità di essere creduto morto, chiuso nella cassa, portato al camposanto.
— Ecco quel che avrei dovuto fare! Lasciare qualche ordine, qualche prescrizione per la mia sepoltura. Bastava una riga. Non ho saputo nè prevedere nè provvedere. Se muoio, i Degioanni si pappano tutto il mio. E siamo appena parenti! E non li ho mai potuti soffrire!... E a Susanna? A Susanna niente, e per tante ragioni. Non credo affatto affatto ch’ella pensi a me. Ciance! Mi hanno veduto andare alla chiatta, l’hanno veduta venire al Fortino, ed ecco fatto! Succede qui come in città: un giovinotto ed una signora si fanno vedere insieme un paio di volte, e tutto il bel mondo parla, e tutto il bel mondo ride. Cretini!
«Ma guarda, non ci pensavo! Farei un bel servizio a quella poverina, lasciandole anche solo un legato, un ricordo! Dio santo, parrebbe una rimunerazione, un compenso! Mi figuro le chiacchiere, le infamità... No! Io non devo macchiare la sua riputazione, fare fango del suo onore. Fortuna che non ho ancora scritto niente! E son pur pazzo a tormentarmi con queste ideacce! Comincio ad abusar eccessivamente della mia fantasia. Che dappoco! Che pulcin bagnato! Sicuro: un pulcin bagnato, _une poule mouillée_. Dormiamo, dormiamo, dormiamo.
Stese le membra, e si sforzò di star quieto nella giacitura in cui si trovava.
A poco a poco le immagini si offuscarono, presero ad apparire e sparire a vicenda; le palpebre gli si fecero gravi, le chiuse, si addormentò.
Ma nel sonno le idee seguirono la medesima via. Ecco che gli pareva di trovarsi in un luogo orrido e deserto, sotto un balenìo da fine del mondo. Laggiù laggiù il vento mulinava la sabbia, e la sabbia si agglomerava, diventava una donna. Susanna! Egli le correva dietro come un disperato, e inciampava in una pietra sepolcrale, poi in un’altra, in un’altra. Finalmente, quando meno se lo aspettava, si trovava a fronte a fronte con la forma fuggente.
Essa era tutta d’un bianco di neve.
Le parlava e non rispondeva; le porgeva un foglio (il suo testamento) e non levava la mano a pigliarlo. Però la mano era sempre lì. Si chinava per baciarla, e non c’era verso di poterla afferrare.
Voleva gridare; ma dal vedere al non vedere Susanna s’era già trasformata. Il sognante si figurava d’indietreggiare dinanzi a tre fratelli della Misericordia, coperti di loro cappe nere, colla buffa calata sul viso, del quale solo gli occhi apparivano per due buchi tondi. A quegli occhi riconosceva Baino, Galosso e Tomatis. I tre spettri mettevano la destra sull’anca e alzavano la sinistra con l’indice teso verso il cielo.
Solo allora egli si accorgeva d’essere in fondo a un’acqua morta e melmosa. Un amo penzolava a quattro dita dal suo viso. Voleva chiuder la bocca, ed invece l’apriva: l’uncinetto di acciaio scorreva giù giù per la gola e gli si ficcava nel cuore. Si storceva per liberarsi, ma poi si abbandonava e si lasciava tirar su, follemente desideroso di veder chi l’aveva preso. E l’ascensione si prolungava nel tempo, nel vacuo, nel buio...
Alle sette e mezzo, Giuseppe salì pian pianino, si accostò trepidando all’uscio del padrone, stette a sentire, e poi ridiscese.
Il fittaiuolo e la sua famiglia aspettavano a piè della scala.
— È vivo — disse il servitore: — va, viene e canta come un rosignuolo.
Rocco fece un gran respirone e uscì coi figliuoli; Giovanna rimase e si lasciò andare sur una cassapanca, ch’era lì presso.
— Eh, poveri noi!...
— Non avete capito? — esclamò Giuseppe. — Ho detto che sta benone.
— Per adesso. Ma io non son niente tranquilla. Tadò ha mugolato tutta la notte.
— Abbaiava alla luna.
— Le bestie la sanno più lunga di noi.
— Eh via! Non fate l’uccello del malaugurio.
— Io non faccio niente, io. Ma ho un batticuore, un batticuore. Darei la Mora, che è la più bella vacca della nostra stalla, perchè oggi fosse già domani.
— Bisogna armarsi di pazienza e aspettare. Questo è un affare commerciale, sto per dire un pagamento, una cambiale che scade a una cert’ora. Passata la mezzanotte, possiamo cantare vittoria. Ma prima no. Io per me, se fossi il padrone, oggi non mi esporrei in nessun modo. Starei in casa, starei a letto, ben coperto, quieto quieto; e non prenderei altro che uova. Come Napoleone. In tutto il mangiativo ci può essere veleno, ma nelle uova no.
— Giusta! E perchè non ha mandato a chiamare il medico? Tenerlo qui, in una giornata come questa! Io pregherei; io avrei la corona in mano; io farei un bel voto...
— Cosa volete? Io dico così che il mio padrone ha un coraggio da mille lire. Pacifico lui! Canta da tenore. Sentite sentite!
Stettero un momento in attenzione, poi la donna si alzò e si fece all’uscio.
— Ecco la Boscarina — diss’ella, — che viene a veder cosa c’è di nuovo; ecco anche Pron. Quello è mandato dal sindaco. In paese sono tutti curiosi di sapere come va a finire la faccenda. Oggi sarà una vera processione; e domani...
— Via! — susurrò Giuseppe, voltandosi verso la scala. — Ecco il padrone.
Roberto si era svegliato a giorno chiaro, e aveva penato alcun poco a separare le vane e fugaci visioni del sonno dalle memorie della realtà e dalle sensazioni esistenti; ma passati quei primi momenti, strigate e riordinate le idee, aveva provato un misto di sentimenti indefinibili e nuovi. Non voleva cercare donde ciò provenisse, nè trarne alcuna conclusione.
— Illusione? Presentimento? Speranza? Non fa niente. Sarà quel che Dio vorrà. La mia vita è tutta piena di contradizioni: ieri ero un uomo finito, oggi mi par di rinascere. La giornata è splendida: dunque
Non curiamo l’incerto domani Se quest’oggi ci è dato goder.
Giuseppe lo aspettava da basso, insolitamente pronto e cerimonioso.
— Oh oh! Alzato presto stamattina, il signor Roberto! Mi rallegro, buon segno...
— Orsù! — disse il padrone, — dammi da colazione e corri ad attaccare... Che hai? Cosa c’è?
— Per me... Son qui per ubbidire, io. Ma non le pare che... Sì, dico, oggi, proprio oggi!
— Spiegati.
— Uomo a cavallo (scusi, neh!) sepoltura aperta.
— T’ho detto d’attaccare, non d’insellare.
— Eh, sì signore, ma...
— Basta.
Roberto fece una bella trottata fino a Bornengo, e tornò a casa sano e salvo, verso mezzodì.
Dopo desinare uscì in cortile. Si sentiva rifocillato e tranquillo, disposto alla confidenza e all’abbandono.
Chiamò il fittaiuolo, i due giovani, e volle giuocare allegramente alle bocce.
Uomini, donne, ragazzi, a due, a tre per volta, passavano davanti al portone, rallentando il passo, guardando sott’occhio nel cortile, come chi vuol vedere senza dare sospetto.
Alcuni venivano avanti pian piano, con fare sbadato, gettando piede innanzi a piede, e andavano a confabulare con Giovanna, seduta sull’uscio. Altri, più sfrontati e indiscreti, si avvicinavano con passo franco ai giuocatori, si piantavano lì come per assistere alla giuocata, e intanto andavano occhiando e sbirciando il giovane signore.
Ma Roberto si divertiva sinceramente, e non badava a loro nè punto nè poco.
Fatte diverse partite, salutò in giro ed entrò in casa. Salito in camera, si spolverò, si lavò, e, non sapendo che fare, si distese sul letto. Lo trovò singolarmente morbido e soffice.
Provava sempre in sè stesso un contento che non sapeva spiegare, si sentiva in un ben essere pieno e perfetto.
— Insomma — diceva tra sè, — non mi riconosco più. Sono quasi felice, ed è un gran dire. Purchè non sia un bagliore che poi mi lasci più al buio di prima...
Chiuse gli occhi, ebbe un ribollimento di pensieri, e istantaneamente si ricordò d’una conferenza sentita parecchi anni prima a Parigi. L’oratore era un illustre medico inglese; il tema: _«La morte è sì o no dolorosa?»_ Non vi aveva mai più pensato, e adesso gli tornavano in mente, per ordine, i punti principali.
— La morte — aveva detto il medico — non è che un semplice atto vegetativo. L’inaridirsi delle correnti nervose equivale a un vero appassimento: l’uomo finisce come una pianta, come un fiore. Il momento supremo è preparato da una sequenza, da un’infinità di altri momenti coordinati e cooperanti. L’ammalato entra, nel maggior numero dei casi, in uno stato affatto sconosciuto a chi è sano: è un languore, un assopimento, un annientamento graduale di ogni sensibilità e di ogni forza, che lo rende ora inconscio, ora indifferente. Tutti coloro che fanno professione di assistere i moribondi: medici, preti, monache, infermieri, sanno che in generale le agonie sono placide e serene. La morte non solo non è per niente più penosa della nascita, ma può essere anche piacevole. Sì, anche piacevole: tutti i pseudomorti, vale a dire tutti coloro che avventuratamente hanno potuto far ritorno dagli estremi confini della vita, sono concordi nell’affermare che l’andata è piana, comoda, facile: un viaggetto di piacere e nulla più.
L’inglese, ottimista e umorista, aveva rallegrato l’uditorio, raccontando come un suo connazionale, salvato mentre annegava, fosse poi diventato acerrimo nemico di colui ch’era venuto a rompergli il corso delle sensazioni paradisiache.
Esaminate partitamente, diligentemente le varie forme dell’asfissia, dichiarandole tutte amabili o dilettevoli o voluttuose, il medico aveva concluso citando due versi latini, il cui senso press’a poco era questo: «Gli Dei hanno nascosto agli uomini le delizie della morte, affinchè continuino a sopportare pazientemente la vita»; e con due altri versi d’un vecchio poeta francese:
Agoniser est un plaisir extrême Et rendre l’âme est la volupté même.
— Oh! guarda — pensò Roberto, — me la sono rammentata tutta la dissertazione, punto per punto, perfino i versi! Come mai ho fatto a ritenere tanta roba? Dove l’avevo riposta? Non sapevo, non mi ero mai accorto d’avere una memoria così tenace, una memoria di ferro. Il cervello è un magazzino maraviglioso... Ohe! E se questa lucidità di mente, questo fermento di vigore fossero poi fenomeni morbosi, sintomi di mal augurio!... Già: il canto del cigno. Ch’io sia proprio tanto vicino a gustare _le plaisir extrême_?
Saltò giù dal letto e si trovò all’oscuro: anche quel giorno era passato. Andò nello studio, prese un volume al tasto, e discese nei salotto. Trovò il lume, trovò il fuoco acceso. Giuseppe mise in tavola e gli augurò sommessamente buon appetito.
Roberto mangiò di voglia, lasciò sparecchiare, poi riprese il libro. Era la _Storia di Napoleone_ di P. M. Laurent de l’Ardèche, illustrata da Orazio Vernet. Una mano, tanto ardita quanto inesperta, aveva colorito alla maledetta le principali battaglie: fuoco, fumo, sangue, e un guazzabuglio di divise gialle, rosse, verdi, turchine.
Egli si crucciò, poi si ricordò: con quel libro s’era baloccato per anni, gli anni della sua infanzia e della sua fanciullezza; l’aveva maneggiato, scartabellato, deturpato, e non ne conosceva una riga! Cominciò a sfogliarlo, poi a leggere continuatamente, con crescente attenzione.
Il tempo passava.
Giuseppe girava per la cucina, mettendo le mani qua e là, armeggiando senza proposito. Di quando in quando apriva pianamente l’uscio del salotto, e dava una guardata. Come vide che il fuoco s’andava spegnendo, entrò, avvicinò i tizzi, ravviò i carboni e aggiunse due pezzi di legno.
Vi fu un silenzio.
A un tratto Roberto alzò gli occhi: Giuseppe pallido e tutto sgomento, guardava fissamente la finestra che risponde in cortile.
— Cosa c’è? Cos’è stato?
— Ho intravvisto una faccia — disse il servitore con voce tremante. — Lì fuori c’è qualcuno che ci guarda; qualcuno che aspetta.
— Rocco forse, o Giacomo, o Giovanna.
— Eh! no signore... Piuttosto... ecco... dico... m’è parso il maestro.
— Ah ah ah! Nientemeno!
— Lei ride, lei se la ride, ma io...
— Figurati! Lo credo, lo credo perchè me lo dici tu.
Qui Roberto chiuse il libro, accese una sigaretta e si alzò.
— Cosa fa? cosa fa? — domandò Giuseppe ansiosamente.
— Oh bella! — rispose il padrone, andando all’uscio. — Mi voglio sincerare.
— Posso aver traveduto, sa; sono certo di aver traveduto... Perchè poi... Misericordia!
— Va bene, non importa, prendo una boccata d’aria.
— Senta — balbettava il buon Giuseppe, inchiodato presso al camino: — vado io, se mai... Che diavolo! Però si guardi, neh! Sor padrone? Signor Roberto? Aspetti un momento; mi faccia il piacere... Oh santo Dio!
La notte era serena, l’aria sottile; dove batteva la luna, ogni cosa si poteva distinguere quasi come di giorno.
Una forma femminile andava lentamente verso il portone.
Roberto chiamò due volte: — Giovanna? Giovanna? — benchè non riconoscesse nè il portamento nè la statura.
Invece di rispondere o di fermarsi, la figura affrettò il passo, entrò nell’ombra, disparve sotto la tettoia.
Passarono alcuni momenti.
— Tadò, qua! — disse Roberto.
Il cane gli corse alle gambe con un mugolio flebile, che somigliava al gemere d’una persona.
— Su! Vieni, andiamo dietro al fantasma... Vieni, Tadò, vieni...
Così dicendo attraversò il cortile, si affacciò al portone, guardò a destra e a sinistra. Di repente sentì una vampa nel petto.
— Susanna! Siete voi?
La fanciulla si ritirava pian piano lunghesso il muro, come per non essere veduta.
— Susanna! — ripetè Roberto avvicinandosi. — Siete voi? Siete proprio voi?
Ella si fermò e rispose:
— Sì signore... Sono venuta a trovare Giovanna.
— A quest’ora! E come mai?
— Eh, lo so che è tardi!
— Non volete favorirmi? Non volete prendere qualche cosa? So che venite qui di tanto in tanto. Non ho mai avuto la fortuna di...
— Grazie! Felice notte.
— Mi permetterete almeno di accompagnarvi?
— No no no! Non permetto ch’ella s’incomodi.
— Ma io non posso, non voglio lasciarvi andar via così. Diavolo! Non è più ora da cristiani questa. Potete far qualche brutto incontro: imbattervi in un vagabondo, in un disertore, in un bandito. So che siete coraggiosa, molto coraggiosa, ma...
— Torni indietro, torni indietro.
— Ebbene farò come volete, ma... vi seguirò da lontano. Ecco, mi terrò a rispettosa distanza...
— Torni indietro, mi faccia la carità!
E si scostò impetuosamente.
Roberto si risentì.
— E va bene! — esclamò. — Fate come vi piace. Non voglio noiarvi, io. Non voglio imporvi la mia compagnia. Fate pure come vi piace.
— Signor Duc — mormorò la fanciulla, voltandosi, — non si offenda per così poco.
— Più che il fatto mi offende il modo, vedete.
— Una parola scappata...