La falce - Punizione - L'enigma

Part 11

Chapter 113,794 wordsPublic domain

— Una parola?! Grazie tante!

— Mi perdoni. Pensi che sono una poveretta di campagna, un’ignorante...

— Ma sì! ma sì! Perdono sempre, io. Sono la bontà, la clemenza in persona. Oggi poi... che può essere l’ultimo giorno della mia vita! Lo sapete anche voi, eh? Non si discorre di altro. — Trasse l’orologio, lo guardò al limpido lume della luna, e soggiunse: — C’è tempo, c’è tempo; posso ancora morire e... rimorire!

Susanna si mosse come chi non ha più altro da dire, nè vuol sentir altro; e Roberto le si mise a fianco. Non parlarono per un buon tratto; poi, per un tacito consenso, allentarono il passo.

— Adesso vi ringrazio — disse Roberto, con gran dolcezza.

— Di che cosa?

— Vi siete acquietata, vi siete abbonita, non mi mandate più via. Era tempo, per bacco! Vi ho sempre trovata così fredda, così indifferente, così armata di spine! Mi avete sempre trattato tanto male!

— Questo è troppo! — disse Susanna, quasi parlando a sè stessa.

Roberto la interrogò con lo sguardo.

— È troppo! — ripigliò la fanciulla. — Come parla! L’ho già detto: sono una campagnuola, una povera creatura. Che colpa ne ho io, se...

Le mancò la voce o non osò proseguire.

— Ho parlato per celia — disse Roberto. — Che diavolo!

— Ah lei parla per celia? Se provasse a patir certe pene!

— Che pene?

— Pene di morte, pene che fanno andare il cervello in aria.

— Dite dunque, dite. Su via! Coraggio! Confidatevi in me.

Ella non diè segno d’aver inteso, fece ancora tre o quattro passi, poi si fermò e lo guardò con gli occhi scintillanti.

— Oggi — susurrò, — è stata una giornata trista, terribile. Ho contate le ore a goccie di sangue.

— Che vi è accaduto?

— Si ha un bel dire: non credo, non credo, non voglio credere! Ma quando tutti ripetono la stessa cosa, quando tutti sembrano persuasi... Stasera, in sul vespro, s’è sparsa la voce che lei fosse malato, molto malato. Allora...

— Allora?

— A che serve che lei mi tormenti con tante domande? Sono una sfacciata, ecco tutto.

— Susanna!

— Ero in paese: invece di tornare a casa, son venuta al Fortino. E mi ci sono trattenuta. Perchè... perchè non so più dove io abbia la testa. Ora mio padre mi aspetta, mi cerca, si affanna...

— Non pensate a questo, non temete di nulla: gli parlerò io.

— Lei? Oh Vergine santa!

— E perchè no?

— Non sa niente?

— So che vuol farvi sposare un uomo a cui non volete bene.

— Non basta, non basta!

— E che l’ha maledettamente con me.

— Ecco.

— Ci parleremo, ci spiegheremo.

— Dio faccia che non s’incontri con lui!

— Diamine, che cosa mi dite!

— Parlo sul serio. Voglia Dio che non si vedano più! Mio padre è buono, ha buon cuore, ma è fisso fisso nelle sue idee. Ora poi si è scaldata la testa. Anime nere, maldicenti ce n’è da per tutto. Un non so chi gli ha dato a intendere che io... e che lei... Non posso dirlo, non posso dirlo! Ho già dette tante cose inutili, tante cose cattive, che forse sono peccati. Ho parlato troppo: si vede che non ho più senso di nulla. È uno sgomento. È una gran tribolazione. Mi lasci qui. Torni indietro. Vada via, vada via, vada via, per amore del cielo!

Così detto, si lasciò andare sul ciglione della strada, accanto a un grosso tronco; e, appoggiata a quello la testa, cominciò a piangere a calde lagrime.

Roberto aveva provato un’insolita e fortissima commozione, credendo riconoscere in quella voce, piena d’angoscia e di smarrimento, il suono vero della passione. E adesso che doveva fare? Rispondere abbandonatamente, lì per lì?... Differire, temporeggiare?... Prese a lottare, a lottare per riacquistare la calma, il raziocinio, per trovare quei capi, quei punti che potevano guidarlo a ben giudicare quanto avveniva.

— Susanna! Non v’accorate; a tutto si trova rimedio, a tutto...

Ella si riscosse e alzò la faccia: non discerneva nulla per la velatura del pianto.

— Susanna! Parlate ancora. Dite su... Quando avete cominciato a pensare a me?

— Subito.

— Subito? Cioè?

— Subito dopo il suo arrivo.

— Oh!... Ditemi tutto.

— Non posso, ora non posso!

— Perchè?... Mentre siamo soli, mentre siamo tranquilli... Fatevi animo, fatevi forza.

— Dunque sì... dopo il suo arrivo. Una mattina lei è venuto in paese. Ero in casa di mia cugina: l’ho visto passare e ripassare sotto le finestre... Non si è accorto di nulla, ma io... E basta. Oggi com’oggi non capisco ancora bene quello che mi è accaduto. Una disgrazia, una pazzia, una vergogna... il più gran castigo che Dio possa dare a una povera ragazza. Ecco. E basta, e basta. Adesso mi trovo persa. Vede? Parlo senza rispetto, senza ritegno. È così. Oramai è bell’e finita, non si torna addietro... Sicchè dunque... E lei non pensi più a me... Voglio dire: dimentichi tutto, dimentichi tutto, per i suoi poveri morti!

— Ancora una parola!

— Oh Signore!... Con questo coltello che ho nell’anima! E poi, se non la trovo la parola che significa quello che sento! Se non la trovo!

Questo fu detto con un accento quasi disperato. Roberto, vinto, tacque e le sedette accanto.

Tadò, ch’era corso avanti, tornò e si coricò ai loro piedi.

L’ora era tarda; la notte quieta; la pace delle cose sacra e profonda.

Roberto si sentiva come tramutato in un mondo diverso; non aveva più nessuna memoria del passato, più nessuna idea dell’avvenire.

Ma come gli si snebbiò la mente, ricominciò a parlare a Susanna, ora a modo di chi supplica, ora con frasi tronche, veementi, frammettendo dolcissimi nomi di amore; e alla fine, smarrito di nuovo ogni lume, le cinse la vita con un braccio e appressò le labbra al suo viso.

L’atto fu pronto, ma non colse il segno: poichè essa si voltò ratta, ed egli non sfiorò che i capelli...

Nè l’uno nè l’altra badavano al cane che ringhiava stizzosamente.

— Bravi! — disse tutt’a un tratto una voce secca e vibrata.

Un uomo era là, ritto nel mezzo della strada, come fosse balzato di sotterra.

Roberto e Susanna si levarono in piedi.

— Ho visto — ripigliò l’uomo, senza muoversi, senza fare alcun atto di minaccia. — Ho visto. Per Dio! stavolta vi ci ho chiappati!

— Sentite, Michele, sentite! — cominciò Roberto, alzando la mano verso di lui.

— Niente! Stia indietro, lei! Regolerò poi i conti anche con lei. Adesso voglio mia figlia. Vieni qui, tu. Animo! A chi dico?

Fece un gesto violento; e Roberto vide luccicare lo schioppo.

— Ohe! ohe! — esclamò. — Calma. Non perdiamo la bussola. Adesso vi racconterò... vi dirò tutto.

Il chiattaiuolo proruppe improvvisamente nei più alti, nei più orrendi vituperii.

— Basta! — gridò il giovane signore, indignato. — Vergogna! Contro vostra figlia. Voi che avete i capelli bianchi. Vergogna!

— Oh! — fece dolorosamente Susanna, giungendo le mani. — Non mi fa caso: ci sono avvezza oramai.

Il padre l’udì, fu preso da un tremito convulso, che gli tolse di continuare.

Intanto Roberto era tornato padrone di sè.

— A noi — diss’egli; — facciamola finita. Ho bisogno di parlarvi, ecco.

— Indietro! Non voglio saper niente, non me n’importa niente.

— Vi prego!

— Non scherzo, sa! Ho fatto il soldato... Il mio dovere... e l’onore... l’onore...

— Fermo!

— Faccio uno sproposito! Faccio uno sproposito!

Qui Michele spianò lo schioppo e mirò a mezza vita. L’atto fu così furioso, così istantaneo, che Roberto sentì il freddo della morte; e, per un attimo, vide come protese a sè le larve sinistre dei tre trapassati.

Susanna mise uno strido, si gettò avanti, gli fece scudo con la propria persona.

— Scansati — urlò il chiattaiuolo, fuori di sè, — scansati, o tiro nel mucchio!

Ma mentre indugiava a dar la stretta al grilletto, Roberto, respinta la ragazza, gli si avventò addosso e abbrancò l’arma.

— Sei matto! — diss’egli a tutta voce. — Voglio tua figlia, io. La sposo, capisci, la sposo.

Michele rimase un momento immobile, come impietrato, poi scagliò lontano lo schioppo, e si levò rispettosamente il cappello. Susanna vacillava con le mani sugli occhi, trasognata, abbagliata...

Nel silenzio ampio, solenne, rimbombavano i tocchi d’un orologio: la prima metà della notte terminava in quel punto.

PUNIZIONE

Gustavo Caimi posò la tavolozza, si alzò, indietreggiò lentamente con gli occhi fissi sul suo dipinto.

— Mi par finito — diceva tra sè, — mi par proprio finito... Ma sarà poi vero? Non ci vedo più, non capisco più niente. Bisognerebbe che io avessi la forza di stare una settimana senza mettere i piedi qui dentro, almeno una settimana...

Il quadro rappresentava al naturale un giovane gentiluomo vestito alla foggia del 1650: farsetto nero, calzoni neri, calze e scarpe pur nere, tutto quanto guernito di merletti stupendi. Appoggiato al davanzale d’una finestra, guardava nella strada; l’atteggiamento significava il concetto dell’artista; lo significava ancor più chiaramente l’aria del volto, in cui si leggeva un’aspettazione appassionata, speranzosa, dolcissima. Il fondo era una camera con alcova, piena d’ombra e di mistero. Il disegno, franco e corretto, appariva assai diverso da quello comune a molti artisti del giorno d’oggi: disegno timido a un tempo e sprezzato, incerto insieme e angoloso. Il colore era condotto sapientemente, largamente; ogni cosa eseguita secondo la sua natura e la sua importanza: la carne, fresca e soda, pareva veramente vivificata dal sangue; i capelli sembravano morbidi e lisci; le stoffe pieghevoli e cedevoli al tatto. L’aria diafana, fine, avvolgeva la figura, circolava per tutta la stanza.

I pittori Landi e Guabelli, lo scultore Ricolfi, amici intimi di Caimi, avevano già pronunziato scolpitamente la parola: «_Capolavoro_».

— Non hai mai fatto una cosa più bella, più nobile — diceva Landi: — è fino e forte, è chiaro e intonato, è antico ed è moderno. Non c’è un neo a pagarlo un milione...

— C’è qualche cosa che annunzia il caposcuola — aggiungeva Guabelli. — E tant’è, l’hai da mandare a Parigi, questo quadro, l’hai da mandare. Farà onore all’arte italiana. Manderò anch’io; manderemo insieme.

— Velasquez, Velasquez — sentenziava lo scultore, lisciandosi la barbetta caprina. — Ma un Velasquez raccolto, misurato, ponderato... come dire un Velasquez olandese.

Caimi credeva, assaporava gli encomi; ma un po’ per vero amor del perfetto e per isquisitezza di gusto, un po’ per ostentazione, si mostrava sempre incontentabile, e continuava a rifinire, ad accarezzare l’opera sua.

Ma quel giorno era sazio, stufo, ne aveva veramente fino ai capelli.

Pulì la tavolozza, lavò i pennelli, cominciò ad assestare lo studio, ch’era tutto sottosopra. Assestare significava anche abbellire, poichè veniva via via cacciando in uno stanzino attiguo molte cose utili sì, ma disadorne; mettendone in mostra altre inutili, ma decorative.

Di tanto in tanto girava l’occhio intorno con vivo compiacimento; o andava a porsi davanti a un grande specchio incorniciato d’ebano, e contemplava sorridendo la sua bella testa ricciuta, la strana fisonomia improntata di sensualità e di gaiezza, che tanto ricorda quella d’un giovane fauno.

Aveva cavato da una vecchia cassapanca un bel piviale di raso bianco, ricamato a fioroni di vaghissimi colori, e stava cercando il modo di farlo figurare, quando il campanello tintinnì timidamente.

Il pittore andò ad aprire. Si trovò davanti un giovane pallido, magretto, di statura traente al piccolo, ma ben disposto della persona e molto elegantemente vestito.

— Disturbo? — susurrò, togliendosi cortesemente il cappello.

— No no, niente affatto — rispose Caimi. — Oggi non ho modello. Vieni avanti.

— Passavo qui sotto e mi prese il desiderio di salire... Ho sentito tanto a parlare del tuo bel quadro! Temevo che tu l’avessi già spedito...

— No, guarda, è ancor lì.

Enrico Raimondi si avvicinò al cavalletto.

— Bello! — esclamò. — Bellissimo! Per quel poco che me ne intendo, mi pare una gran cosa.

Caimi rispose con un brontolìo inarticolato, che si poteva prendere per un ringraziamento, ma che significava invece impazienza repressa e sazietà di lodi. Soggiunse poi, dopo un momento:

— E tu... che cosa fai? Scherma e cavallo, eh?

— Scherma e cavallo — rispose Raimondi.

— E la sera in società?

— E la sera in società.

— Stanotte ti sarai divertito?

— All’Accademia?... No.

— Come no? È stato un gran bel ballo! Io sono rimasto quasi sino alla fine. E anche tu, se non isbaglio?

Raimondi non rispose: guardava fissamente Caimi, come per leggergli nel pensiero. Questi non badava a lui: aveva raccolto fogli, stampe, disegni sparsi sulla tavola e li ordinava dentro una cartella. Vi fu un silenzio che si prolungò, divenne fastidioso. Il giovane signore si accostò all’artista in atto di prender congedo.

— Te ne vai? — disse Caimi, tiepidamente.

— Me ne vado.

— Dunque... a rivederci.

E si strinsero la mano. Raimondi fece alcuni passi, poi si fermò.

— Ero venuto per chiederti un favore — diss’egli piano; — ma vedo che non è il momento.

Caimi, rivolto a lui, aspettava che si spiegasse. Raimondi aperse le labbra, poi accennò che non poteva, e barcollò leggermente.

— Tu non ti senti bene — esclamò il pittore. — Che cos’hai?

Il giovane oppose all’abbattimento che lo invadeva un impeto palese di volontà: stette un istante con i denti stretti, le sopracciglia aggrottate, poi mormorò:

— Niente, niente... È il solito dolore. C’è della intermittenza nelle pulsazioni del cuore. Mi passa, mi passa subito...

— Dicevi?

— Dicevo ch’ero venuto per chiederti un favore.

— Parla, parla pure liberamente. Se posso, figurati! Solamente ti avverto che in questi giorni sono anch’io un po’... un poco alle strette. Capisci?

— Non si tratta di denaro — disse Raimondi, sorridendo lievemente.

— Se non si tratta di denaro, la va benone.

— No no, ne ho assai più di quanto mi bisogna. Vorrei non aver un soldo, vorrei esser povero, e non trovarmi... nello stato in cui mi trovo.

— Ma guarda! chi l’avrebbe detto!... Però, se non ti spieghi...

— Mi spiegherò, mi spiegherò... Ma non è facile. Ti assicuro che non è facile. Prima di tutto ti devo fare una domanda. Una domanda che forse ti farà ridere. Non importa. Me lo auguro, anzi. Ridi, ridi pure di me: ti ringrazio e vado via contento.

— Calma, calma! Sei un poco agitato, un poco nervoso. Mettiti a sedere e raccontami tutto. Hai avuto che dire con qualcheduno? C’è un duello per aria?

Raimondi arrossì, poi ridiventò pallido come un morto, e rispose con voce appena intelligibile:

— No no, niente di tutto questo, niente di tutto questo.

— E dunque?

— Dimmi la verità: tu sei... tu vuoi bene alla signora Spinelli?

Caimi, stupefatto, restò a bocca aperta. Raimondi gli afferrò la mano, ripetè con forza:

— Dimmi la verità, dimmi la verità.

— La verità, soltanto la verità, tutta la verità?

— Parlo sul serio, sai.

— Oh santo Dio! Cosa vuoi che ti dica? Distinguo, ecco, distinguo: se intendi dire che mi è simpatica, che mi piace, sta bene; ma se intendi...

— Ti domando se ne sei innamorato.

— Innamorato? Per tua regola, non lo sono stato mai.

— Però le fai la corte.

— Questo non vuol dir niente.

Il viso di Raimondi cambiò ancora.

— Come? — esclamò. — Non vuol dir niente? Ma vuol dir tutto! Perdonami se ti parlo a questo modo, in questo tono, ma non misuro più le cose. Lo vedi, eh, che non misuro più le cose? Ma poichè ho cominciato, lasciami finire. Ti dico ciò che mi pesa, ciò che mi punge. Sarà quel che sarà. Ci conosciamo da tanto tempo! Siamo stati a scuola insieme; allora eravamo amici, molto amici, poi a poco a poco il destino ci ha separati. Separati no, dico male, ci siamo sempre veduti, ma... Via, la vita è la vita. Però non c’è stato nulla di violento tra di noi, nulla d’amaro. Tu ti sei messo a lavorare; io sono rimasto uno sfaccendato. Tu sei celebre, oramai; io invece... Lasciami dire, lasciami dire. È la pura verità. E non mi hai in nessuna considerazione. Voi altri uomini di ingegno siete tutti così: disprezzate i mediocri, perchè la natura non li ha favoriti. Non ridete d’un guercio, d’un gobbo, d’uno sciancato, e ridete spesso spietatamente di noi! Ma non è colpa nostra se... Lasciami parlare, lasciami sfogare: dopo sarò più tranquillo... Vedi, io sento la mia disgrazia, e questo è terribile. Dio sa se vorrei distinguermi, segnalarmi, levarmi a volo... ma ho le ali spennate. E l’è dura. In conclusione: tu sei infinitamente più ricco e più felice di me.

— Non capisco.

— Tu hai tante cose, io non ne ho che una, una sola, e vivo torturato dal timore di perderla. Se la perdessi...

Gli mancò la voce. Si mise a camminare nervosamente su e giù, a capo chino; a un tratto andò a guardare uno studio a pastello appiccato al muro, e rimase immobile.

Caimi, sdraiato sul divano, tentennava il capo con un misto di compassione, di rammarico, di tedio. Alla fine si alzò, e andò a mettere una mano sulla spalla del giovane.

— Cos’hai? Piangi?

Non ho che un sentimento — mormorò Raimondi con voce spenta; — non ho che il mio amore per la signora Spinelli. Questo solo mi attacca alla vita, questo solo... Se io vi dovessi rinunziare, non so cosa farei...

— Andiamo, andiamo! Adesso basta, diavolo! Bisogna essere uomini... sopra tutto quando si tratta di donne. Credi a me, non mette conto di perdere la testa. No, per bacco! E poi... poichè ti dico che non sono innamorato...

— La tua parola, che non sei innamorato!

— La mia parola.

Raimondi si voltò, stese le braccia al collo dell’amico.

— Grazie! — esclamò poi, con tale effusione, che il pittore, per un momento, si sentì sinceramente commosso. — Grazie! Hai ragione; adesso basta. Cosa vuoi? Sono un bambino, un pazzo, un imbecille. Sei anni, vedi: le voglio bene da sei anni! Non ho mai avuto la forza di allontanarmi, mai. Sono d’una debolezza indegna, umiliante: una vera vigliaccheria. E la signora lo sa: sa che può far di me tutto quel che vuole, e naturalmente... Non ch’ella sia cattiva, ma è donna, terribilmente donna; e quando ha qualcun altro vicino, se la gode nel vedermi patire. Ieri sera, per esempio, c’eri tu; e mi ha fatto dannar l’anima. È per questo che sono venuto. Sono qui per pregarti di non secondarla nei suoi capricci...

— Ma sì, ma sì, ma se ho capita! E sta bene, farò quel che potrò. Non posso promettere di più. È chiaro, eh? O non andarci nel mondo, o far quel che fanno tutti; non c’è via di mezzo. Se avessi saputo, se avessi potuto prevedere, non mi sarei lasciato presentare... Quel che è fatto è fatto; adesso non posso sfuggirla senza passar per ineducato.

— Ma certo, ma certo! Ed io non voglio questo, non lo voglio per nessun conto. E poi non sei già solo: sono parecchi quelli che le ronzano d’intorno. Però mi pareva che ultimamente tu ti fossi fatto più assiduo con lei... Insomma basta, basta, basta! Scusami, perdonami e... e non dimenticare quello che ti ho detto.

— E come vuoi ch’io dimentichi...

— Siamo intesi, siamo intesi. E stasera che fai? Vieni al Regio?

— Forse sì, forse no. Vedrò più tardi.

— Ci rivedremo presto, eh? Vuoi?

— Figurati!

* * *

Rimasto solo, il pittore aprì un armadietto, prese una boccia, si versò un bicchierino di rhum e lo vuotò in un sorso. Questo lo disponeva a riflettere. Dopo di che si buttò di nuovo a giacere sul divano, con le mani dietro la nuca.

— Ouf! — fece egli, gonfiando le gote e mettendo un lungo soffio. — Che parole, che gesti, che scena! Non mi ha lasciato quasi aprir bocca, ed è andato via contento. _Siamo intesi, siamo intesi_... No, caro; non si può, così da un momento all’altro, voltar le spalle a una donna, perchè salta il ticchio a un amico di dichiararsi cotto di lei. Non si può, non si può, non si può!... Voltar le spalle alla signora Emma Spinelli? Fossi matto!

Il nome chiamò, suscitò l’immagine. La signora Emma gli apparve subito, gli apparve tutta, colle attrattive sue proprie, dolcemente ed ardentemente inclinata ad amare...

E dire che v’era stato un tempo in cui usava rispondere a chi gli domandava il suo parere: — Peuh, sì, è una bella signora... come ce ne sono tante! — Ed ecco che un giorno, essendosi per caso imbattuto in lei a una svolta, s’era sentito subitamente sopraffare da un intenso desiderio di occuparsi di lei e di occupare lei di sè. Allora aveva incominciato a frequentare i luoghi ove sapeva di trovarla, studiandosi di farle intendere perchè vi andava, ma senza avvicinarsi, senza attaccar corrispondenza di sorta. Egli, che non aveva suggezione di alcuno, spesso si compiaceva nel parer rattenuto, timido, riguardoso. Una tal sera, la sala della casa Morelli d’Iviglio era piena di persone e lieta di svariati ragionamenti. La signora Spinelli osservava il ritratto della padrona di casa, opera novella di Giacomo Grosso; vari signori le facevano corona, e discutevano intorno alla rassomiglianza senza trovar la via d’intendersi. Ad un punto ella si spiccò da loro, andò dritta dritta a Caimi, che la stava contemplando a distanza, e lo pregò di dare il suo giudizio.

La conoscenza personale era fatta.

Presto fu fissato che l’artista potesse andare in casa Spinelli una volta la settimana, non di più; ma siccome vivevano mondanamente tutti e due, ed appartenevano alla stessa società, avevano agio di trovarsi al passeggio, al teatro, ai balli, ai pranzi, alle conversazioni, in visita, nelle chiese... e talora nei musei. Caimi faceva la sua corte regolarmente, pacatamente, senza furia, senza gelosie, senza abbandonarsi mai. Egli girava intorno al paradiso terrestre pian pianino, con le mani in tasca, dando di tempo in tempo un’occhiatina sopra la siepe per vagheggiare i bei fiori e le bellissime frutta, ma senza indagare se la porta fosse chiusa o soltanto accostata. Era temenza, calcolo, astuzia, capriccio? Un po’ di tutto, forse. Egli non sapeva ancora fino a che punto l’amabile signora potesse confermare la sua riputazione di donna leggiera, capace di singolari ed ardite fantasie; di più era di quei tali che — beati loro! — non dubitano mai di sè stessi, sanno padroneggiarsi, e trovar nell’attesa un misto di dolce e di amaro che stimola ed accende i loro appetiti.

* * *

Però, da qualche giorno, pareva a Caimi ch’ella si venisse cambiando: si mostrava nervosa, irritabile; parlando con lui, passava da un tono dolce ad un tono brusco senza ragione, senza transizioni; aveva certi scatti curiosi, certi alti e bassi che si potevano attribuire tanto ad una natura stravagante e bisbetica, quanto ad un pensiero nascosto, ad un dispetto che la rodesse. Chi sa? Questo significava forse ch’ella cominciava ad annoiarsi, e ch’era venuto il momento di mutar registro. Alla festa di ballo della notte passata, ella lo aveva accolto e trattato freddamente fino a una cert’ora; poi lo aveva chiamato a sè, e lo aveva voluto vicino, come se la sua presenza le fosse divenuta subitamente indispensabile. Al momento di separarsi (a piè dello scalone, mentre i servitori chiamavano le carrozze, e i cavalli entravano nell’atrio scalpitando, impennandosi, facendo un fracasso indiavolato), egli le aveva domandato come al solito: — Quando ci rivedremo? — Non aveva ricevuta altra risposta che una stretta di mano, ma così significativa, così elettrica, così promettente, che gli si era come propagata dal braccio a tutta la persona, mettendogli un brivido fin nei capelli.

— Che donna, che donna! — pensava egli, sempre lungo disteso sul suo divano; e, chiudendo gli occhi, sentiva ancora il busto tepido e flessuoso stringersi e dilatarsi sotto il suo braccio; poi, astraendosi dai ricordi del ballo, immaginava di tener avvinghiata la bella persona, tutta libera e tutta sua, e susurrava parole d’amore, e porgeva le labbra...

Ma... e Raimondi?