La falce - Punizione - L'enigma

Part 12

Chapter 123,545 wordsPublic domain

Appena questo nome si fu gettato a traverso di quelle cupide fantasie, i pensieri molesti arrivarono a furia. Caimi si rizzò bruscamente a sedere: — Eh sì, ora che ci penso, quel poveretto si è sempre mostrato sommesso, devoto alla signora... fino all’avvilimento. E molte volte mi sono anche accorto che soffriva sul serio. Ma, santo Dio, il mondo è pieno di gente che soffre! Siamo nati per questo! Lui poi non ha ragione di lagnarsi. Quando uno vuol vivere tranquillo, non si dà anima e corpo alla signora Spinelli. Basta guardarla negli occhi, diamine! È una di quelle donne che quando hanno nelle mani un cuore lo voltano, lo rivoltano e lo fanno girare come una trottola. Dovevi stare in guardia, caro. La colpa è tua, tutta tua. Non hai ragione di lagnarti, e tanto meno di pigliartela con me. Vediamo un po’: — Ti piace la signora Emma?... Ebbene, piace anche a me. — Dunque avanti! passo di carica. E chi ha più filo, farà più tela... Però, al vederlo così, pativo per lui. È per questo che ho promesso... Adagio un poco: promesso che? Non lo so neppur io. Ho promesso perchè bisognava pur dir qualche cosa. Ho promesso in astratto, perchè se dovevo venire al concreto, eh eh!... Insomma, sgarbatezze non ne ho mai fatte e non ne farò mai. Starò passivo, inerte, fingerò di dormire. Non posso fare altro, amico caro, e tu non puoi pretendere di più. Bada però che con questo potrebbe darsi che io versassi petrolio sul fuoco, e allora... oh allora...

S’era rimesso supino ed aveva già sbadigliato più volte; sbadigliò ancora e poi si addormentò.

* * *

Una scampanellata; un’altra subito più aspra e vibrante. Caimi sobbalzò, si fregò gli occhi, corse ad aprire.

La signora Emma Spinelli era lì, con la mano alzata, pronta a suonare una terza volta.

— Presto! — diss’ella, pestando i piedini. — Cosa faceva? lavorava? dormiva?

E perchè il pittore, ancora trasognato, indugiava a rispondere, ella diede un passo indietro e soggiunse abbassando la voce:

— Lei non è solo!

— Altro! — esclamò Caimi, riscotendosi. — Solo, solissimo. Venga avanti, mi faccia il favore.

La signora scivolò nello studio, fece un largo giro, voltando la testina a destra e a sinistra come un vispo uccellino curioso, poi si lasciò andare sopra una sedia a bracciuoli.

— Bene — diss’ella, guardando sempre intorno. — È bello qui, è elegante; mi piace.... Senta un po’: dunque lei non mi aspettava?

— Oh! siate mille volte benedetta! — mormorò il pittore accostandosi.

— Lei non mi aspettava? Risponda.

— Veramente...

— Bravo!

— Scusi, ma non potevo sapere...

— Doveva indovinare. E il cuore? Non le diceva niente il cuore?

— Sì sì, ma non osavo crederci...

— Meno male: questo l’ha detto bene. Adesso bisogna che io mi giustifichi. Cioè, ch’io giustifichi la mia venuta. Taccia!... Lei sa ch’io dovevo condurre con me mia sorella?

— Io?!

— Eravamo rimasti intesi così.

— Quando?

— Non andiamo a cercar quando. Il fatto è questo: io dovevo venir qui con Elvira. Infatti sono passata per prenderla; ma essa era già uscita con suo marito. Confesso che mi ero dimenticata di avvertirla. Allora ho pensato: Caimi mi aspetta. Perchè credevo ingenuamente che lei mi... che lei ci aspettasse.

— Infatti avevo come un presentimento.

— Zitto! Non dica bugie: io le detesto. E sarei arrivata prima, se sotto i portici (cosa mai mi è venuto in mente di passar sotto i portici!) non mi fossi intoppata in un amico, un amico di casa, che m’ha voluto accompagnare ad ogni costo.

— Enrico Raimondi — disse Caimi, spensieratamente.

La signora Emma si voltò di schianto, gli piantò gli occhi in viso.

— Toh! — esclamò. — Come fa a saperlo?

— Eheh! lo immagino.

— Ebbene lei sbaglia. Raimondi non c’entra, non c’entra proprio. Ho detto un amico di casa. In casa nostra non ci viene solamente Raimondi. Potrei aver incontrato Bianchini, o Perlasca, o il tenente Scarano. Che ne sa lei?

— Io non so niente...

— Dunque taccia. Andiamo avanti. Sa come ho fatto per levarmi d’attorno quell’importuno? Sono andata dalla mia sarta. L’altro insisteva; voleva aspettar sotto. Gli dichiarai che avevo da provar tanta roba, e che mi sarei trattenuta Dio sa fino a quando. Non ho fatto altro che salire e discendere. Non l’ho più visto, ma mi rimane tuttavia qualche dubbio che invece d’allontanarsi non m’abbia seguìta!

Caimi tacque; aveva sempre l’immagine di Raimondi fissa nel pensiero.

— Adesso vado via — ripigliò la signora, dopo un momento.

— Oh! — fece il pittore. — E perchè?

— Non sono tranquilla, non sono punto tranquilla.

— Diavolo!...

Ella si alzò, fece alcuni passi verso l’uscio, poi tornò bruscamente indietro.

— Ma guardi! — esclamò. — Me ne andavo senza vedere il suo quadro; il suo capolavoro!

Lo chiamava anch’essa così!

Il pittore la fece sedere sul divano, e girò premurosamente la tela, in modo ch’ella potesse considerarla a tutto suo agio.

La signora diede in una esclamazione di schietta maraviglia; quindi, dopo essere rimasta alquanto assorta nella contemplazione dell’opera, accennò al pittore di sederle vicino e gli fece animatamente alcune osservazioni, le quali provavano ch’ella non difettava affatto nè di sentimento nè di vero gusto d’arte. Caimi beveva la lode; e intanto l’emanazione sottile, soave, fragrante del bellissimo corpo gli penetrava nel cervello insidiosamente, e glielo infocava.

— Dio! — continuava la signora, con sempre maggior entusiasmo. — Che bellezza! Siete un grande artista, Caimi, siete un grande artista. Vi farete onore, ed io ne sarò felice, tanto felice! Lo credete, eh? Come son contenta d’essere venuta! Come son contenta d’essere qui! — La sua voce divenne languida, piena di espressione: — Oh! — mormorò ancora, affissandosi nel giovinetto dipinto. — Com’è bello! Troppo bello! Par vivo. Adesso basta. Lo volti dall’altra parte, lo volti. Ne ho suggezione...

* * *

La mattina dopo, Caimi si svegliò all’ora solita, ma non coi soliti pensieri. L’immagine della signora Spinelli gli tornò subito viva nella mente, non accompagnata però da alcun senso di affetto o di gratitudine: non la odiava nè la disprezzava, gli era divenuta indifferente, affatto indifferente, come non ci fosse tra loro nessuna specie di legame. Anche la faccia smorta di Raimondi fu tosto presente; le sue parole gli risonarono novamente all’orecchio, confuse sì, ma con un significato grave, profondo, quasi minaccioso.

— Oh! — diceva tra sè il pittore, combattendo rabbiosamente l’uggia che lo stringeva. — Alla fin dei conti che diritto ha colui d’occuparsi dei fatti miei? Che cos’è per me? Un compagno di scuola e nulla più. Che cos’è per la signora Spinelli? Un amante? Forse sì, forse no. E poi cosa importa? Perchè mi tormento? Ho avuto ben altre fortune e... Ma non mi sono mai sentito così. Cioè cioè, chi sa? Può darsi che queste fanciullaggini mi siano già passate per la mente altre volte, e che io ne abbia perduto totalmente il ricordo; vero segno che... che sono fanciullaggini. Non voglio rompermi il capo: no, perdio! Quello che è stato è stato: non pensiamoci più... Non pensiamoci più? Presto detto! E se qualcuno volontariamente o involontariamente mi ci facesse pensare?

Questo _qualcuno_ era naturalmente Raimondi, il quale poteva benissimo aver concepito qualche nuovo sospetto, poteva addirittura aver spiato, o fatto spiare, la signora Spinelli e, chi sa? fors’anche sapere ch’ella avea passata un’oretta nel suo studio.

— Capaci di tutto, questi amanti sentimentali, questi spasimanti sdilinquiti, capaci di tutto!... Battista! Battista!

Il servitore venne e si fermò sulla soglia.

— Stamattina non vado allo studio — soggiunse il pittore; — forse non esco di casa; però non ci sono per nessuno, ricordati, venisse il Padre Eterno in persona.

— Sì signore.

— E... adesso portami qui la valigia.

— Quale? La piccola o la grossa?

— La piccola, la piccola, diavolo! Vado a Milano. Starò fuori tre o quattro giorni... cinque o sei al più... Senti, portale qui tutt’e due.

Battista uscì, e Caimi si diede una fregatina di mani. L’idea di andarsene, nata lì per lì, accomodava tutto, conciliava il gran bisogno ch’egli sentiva di svago e di riposo, con la necessità di non lasciarsi trovare.

* * *

Durante i preparativi della partenza, Caimi cambiò pensiero.

— Che Milano d’Egitto! Troppo vicino, troppo vicino: non mette conto di muoversi. Perchè non andrei a Parigi? Una diecina di giorni a Parigi? L’amico Rosati mi vedrebbe con tanto piacere!...

E partì per Parigi.

Vi restò due settimane; visitò gli studi di parecchi artisti, frequentò i musei, andò attorno per la città di giorno e di notte, ora solo, ora in allegra compagnia, dimenticò Raimondi, e dimenticò anche più presto e più facilmente la signora Spinelli. (Parigi gli parve pieno di signore Spinelli...). Poi un bel giorno si sentì risvegliar dentro il diavolo dell’arte, e provò una gran bramosia di rivedere il suo quadro e confrontarlo mentalmente con quelli che aveva ammirati e studiati.

Prese congedo da Rosati, dalle nuove conoscenze maschili e femminili, e si rimise in viaggio.

Arrivò a Torino nel pomeriggio di una tepida e chiara giornata di febbraio; trovò il fido Battista che, avvisato da un telegramma, lo aspettava alla stazione.

— Niente di nuovo? — domandò quasi ansiosamente, dandogli la coperta e la valigia.

— Niente, no, signore.

— Sei stato allo studio?

— Sì signore: tutto in regola, tutto all’ordine.

— Venuto nessuno?

— Nessuno.

— Molte lettere?

— Gliele ho spedite a mano a mano che arrivavano.

Benissimo: meglio di così non poteva andare.

Giunto a casa, Caimi si lavò, si mutò e stava per uscire, quando Battista gli porse alcune carte.

— Cosa sono? — chiese il pittore.

— Lei mi aveva detto di non mandar che le lettere, le sole lettere: questa è tutta roba a stampa.

Caimi prese le carte e cominciò a guardarle distrattamente l’una dopo l’altra: erano annunzi, partecipazioni, circolari scadute e senza importanza; alla fine non restò più che una grossa busta listata di nero. Aperse anche quella e lesse:

=Enrico Raimondi= _cessava improvvisamente di vivere oggi..._

Sentì come un vuoto nel capo, un subito mancar del pensiero; sgranò tanto d’occhi in faccia a Battista.

— Già — mormorò il servitore, — questa è arrivata il giorno dopo la sua partenza. Avrei fatto bene a mandargliela, eh?

— Basta; va via.

Battista scomparve.

Caimi cadde sopra una sedia, incrociò le braccia, chinò il capo sul petto. Quanto tempo sia rimasto così, non lo seppe mai. Repentinamente il bisogno di prendere ragguagli, di acquistare notizie, lo punse, lo saettò; diede ancora un’occhiata al foglio funereo, e discese le scale. Mentre usciva in istrada, passava una vettura vuota. L’arrestò con un gran gesto furioso, e vi si cacciò, gettando al vetturino l’indirizzo di Enrico Raimondi.

La giornata finiva quieta e serena; le strade erano piene di gente che andava e veniva. Cammin facendo Caimi guardava a destra, guardava a sinistra, febbrilmente, smarritamente, cercando di mettere in sesto i pensieri.

— Raimondi è morto — diceva tra sè; — questo è certo, non posso aver dubbio, non posso credere a un errore, è impossibile che si tratti d’un altro, che si tratti d’un omonimo. È finita, è morto... Sì, ma come? È questo ch’io voglio sapere, è questo, è questo!

La vettura rallentò il corso, si fermò. Il pittore saltò a terra, entrò sotto il portone, andò rapidamente fino al cortile e tornò indietro pian piano. Che fare adesso, che fare? Rivolgersi al portinaio? Salire addirittura al quartierino abitato dal defunto? Gli pareva di dover prendere una decisione d’un’estrema gravità.

— Scusi — disse accostandosi un vecchio, che aveva sulla schiena un vistoso rilievo: — chi cerca? Il portinaio sono io.

— Cerco... cerco il signor Enrico Raimondi.

— Ah!... Ma il signor Raimondi non sta più qui. È al camposanto da quindici giorni. Non lo sapeva? Possibile che non lo sapesse? Oh questa è bella! Eppure l’hanno messo sulla gazzetta. Si figuri un po’ se non l’hanno messo! Mettono tutti quelli che muoiono, ricchi e poveri, grandi e piccini... — S’interruppe per rivolgersi ad una donnetta di mezza età, che passava con una sporta. — Sora Zita, ha sentito? Questo signore vorrebbe parlare col signor Raimondi!

— Oh! — fece colei, fermandosi su due piedi. — Ma guardi! Vorrebbe parlargli, e lui non c’è più. Se n’è proprio andato, sa. La mattina del 5, entrando nella stanza per svegliarlo, Tom l’ha trovato freddo. Tom era il suo domestico. Lo chiamano tutti così, ma il suo vero nome è Tomaso, Tomaso Poirino...

— E poi? — disse Caimi, che avrebbe voluto incalzare di domande quei due e non poteva quasi fiatare.

— Eh! — riprese il portinaio. — Tom è uscito sulla scala ed ha chiesto aiuto. Io sono salito subito...

— E che cosa avete visto?

— Ho visto... quello che aveva già visto Tom. Dopo sono corso in farmacia a cercare un medico.

— E il medico?

— Ha trovato che non c’era più niente da fare.

— Ma avrà visitato il corpo, avrà scoperta la causa...

— La causa? — gridò la donna. — La causa della morte? La rottura d’una vena dentro lo stomaco. Il medico l’ha detto chiaro e tondo con me; ed io sono stata contenta. Sa perchè? Perchè così ho potuto sbugiardare quelli che assicuravano che si era avvelenato, che si era tirato un colpo nella testa...

— Grazie! — susurrò Caimi, voltando le spalle e tornando prestamente alla vettura. Comprendeva adesso quanto dianzi avesse paventato di sentirsi dire: — Il signor Raimondi non è morto, si è ammazzato. — E non avrebbe avuto bisogno di chieder altro: che mai poteva spingere quell’infelice a togliersi la vita, se non la certezza del tradimento di colei ch’egli idolatrava? Ma invece la morte era avvenuta per legge di natura: dunque rimpianto sì, ma non rimorso; l’affanno, che lo stringeva alla gola, scemava e svaniva.

La donnetta gli si era messa al fianco.

— Povero signor Raimondi! — diceva con la sua voce strillente. — Ma non stava bene da un pezzo, sa. Senta, la sera prima io l’ho incontrato proprio qui dove siamo. Era giallo come un limone e pareva non potesse reggersi in piedi. Oh come m’ha fatto pena! Avrà avuto anche i suoi fastidi, i suoi dispiaceri... Però se c’era uno al mondo che potesse vivere tranquillo, quello era lui: lui ricco, lui giovane e bel giovane. Mica tanto bello, simpatico. Guardi: questa casa è grande, sa, è un vero paese; e ce ne sono delle donne, vecchie e giovani, padrone e serve: ebbene, non ne conosco una che non si sentisse grillare il cuore quando lo vedeva; non una, signore!

* * *

Caimi rivide il suo quadro e ne fu contentissimo: c’era disegno, colore, rilievo, era veramente l’opera vigorosa e gentile, l’opera di prim’ordine che aveva immaginata; ma non gli andava più a genio l’espressione del viso, troppo leziosa, troppo lasciva. Diavolo, contrastava così stranamente con l’austerità dell’abito, con l’ombrosità misteriosa del fondo! Come mai non se n’era accorto?

Non pensò d’attribuire il fatto ad un mutamento avvenuto nel suo intimo, credette d’aver commesso un’incongruenza, uno sbaglio a cui si poteva rimediare in poco d’ora. Non si trattava che di modificare pianamente, destramente, qualche linea. Incominciò con animo pacato e tranquillo. Incontrò difficoltà che non aveva previste. S’imbrogliò, cancellò, poi si arrapinò lungamente per rimettere le cose nello stato di prima. Il giorno appresso continuò a guastare per modo, che alla fine dovette raschiar via tutta quanta la testa. Mandò Battista a cercare il giovanotto che gli aveva servito da modello. Questi era stato condannato per furto la settimana avanti. Che fare? Si circondò di studi e di disegni cavati dal naturale, e si rimise al lavoro.

La forma prima, l’abbozzo era sempre mirabile; sciupava tutto appena cominciava a cercar l’espressione. Sulla tela, a un viso arcigno succedeva un viso torvo, poi uno convulso, e uno spiritato, e quello d’un uomo condotto al patibolo: mai mai il viso bello, mestamente sereno sul quale aveva fermato il pensiero. Che fare? Che fare? Pregare un amico di lasciarsi ritrarre? Altre volte, per altre figure, aveva ricorso a tale espediente con somma utilità; ma ora non sapeva a chi rivolgersi, non conosceva nessuno i cui lineamenti rispondessero neppur alla lontana a quelli ideati. Caimi crollava il capo e sospirava: — Ah se Raimondi fosse ancor vivo!

Raimondi, Raimondi!... Pensava spesso e volentieri a lui; sentiva come palpitare in fondo al cuore qualche cosa di lui, penetrata non sapeva come. Era una commozione acuta ed intensa, una commozione non provata da gran tempo, non provata forse mai. Gli pareva talora che un’essenza arcana e vibrante palesasse la presenza dell’amico in quel luogo: era un’impressione da prima blanda e leggiera, che lo occupava tutto a poco a poco, che lo infiammava e si mutava in tormento. Era lì, era lì, lo sentiva, ma non lo vedeva; e non solo non riusciva a rappresentarlo, a effigiarlo, ma neppure a immaginarlo vivo, in atto di agire e di parlare...

E lavorava indefessamente, duramente, tutto il giorno, tutti i giorni, levandosi dal cavalletto soltanto per prender un boccone, o quando non ci vedeva proprio più. La sera andava a letto presto e non gli si faceva mai giorno per l’impazienza di ritrovarsi davanti al suo quadro. Le gioie del lavoro hanno del divino; però egli non provava alcun gaudio: dipingendo gemeva, imprecava, si rammaricava quasi incessantemente. In certi momenti si cacciava le mani nei capelli e dava una giravolta, non sapendo più che si fare. I dubbi crescevano, lo travagliavano crudelmente. Avrebbe potuto mostrare l’opera sua a qualche collega, ma l’idea sola di scegliere un consigliere, un censore, gli metteva spavento. Così se la passava tutto il tempo da sè, chiuso nel suo studio, senza aprire a chi picchiava o suonava.

* * *

Una mattina, mentre saliva le scale, si sentì chiamare dal basso; si sporse: Landi e Ricolfi gli accennavano di aspettare.

— Insomma non ti si vede più! — gridò il primo, arrivandogli accanto.

— Si può sapere che cos’è successo? — domandò l’altro, raggiungendoli sull’ultima branca.

Caimi rispose che non era successo niente, che non aveva niente, assolutamente niente. I due artisti entrarono con lui nello studio, andarono diviato al cavalletto.

Il pittore li vide restar come pietrificati; ma invece di accostarsi, voltò loro le spalle, trasse il temperino e si mise a scrostare una vecchia tavolozza, fischiettando fra’ denti.

Vi fu un lungo silenzio. Poi Landi susurrò:

— Hai fatto qualche cambiamento, eh?

— Già — rispose Caimi, laconico.

— Mi pare che n’abbia fatti parecchi — soggiunse Ricolfi. — Bene, bene...

Lo guardavano tutti e due fissamente, sbalorditi e contristati. Dopo qualche altra fredda parola lo lasciarono solo. Allora Caimi si mosse. girellò un momento qua e là, giunse davanti al quadro. Come l’aveva ridotto! Perchè? Non sapeva. Non sapeva più nulla, adesso. Una voce gli diceva nel cuore: — Ecco, questa era l’opera tua più eccellente... Tu non salirai mai più a simile altezza, mai più! — A un tratto grosse lagrime amare gli oscurarono davanti ed intorno ogni cosa; e poichè aveva ancora in mano la piccola lama appuntata, stese il braccio, la piantò nella tela e cominciò a squarciare senza pietà.

L’ENIGMA

Ero al Circolo, nella sala detta degli Artisti; stavo sfogliando l’ultimo volume dell’_Art pour tous_, e prendevo di tanto in tanto qualche noterella.

L’amico Palmieri entrò e mi venne accanto.

— Cosa guardi di bello? Ah! l’_Art_. Un’ottima pubblicazione, non è vero? Sono abbonato da anni.

Si mise a sedere vicino a me, in capo alla tavola, e sbadigliò mollemente.

— E dunque, — gli dissi, — hai fatto qualche nuovo acquisto?

— No — rispose Palmieri freddamente: — per il momento non faccio acquisti.

— E come mai?

— Non faccio acquisti; non compro più arazzi, nè quadri, nè stampe... sopra tutto non voglio più mobili.

— Oh! e perchè?

— Perchè non ho più chi sappia nè riparare nè restaurare.

Carlo Palmieri è un signore molto per bene, di antica e ricca famiglia, amantissimo delle Belle Arti; tutto ciò che ad esse si riferisce gli sta tanto a cuore che la sua palazzina è un modello di buon gusto; ma... è pure un raccoglitore; a mio parere, il tipo del raccoglitore di anticaglie, vale a dire l’uomo più geloso, ombroso e mutabile del mondo: ora gioviale, espansivo, ora nero come un calabrone; oggi disposto a mostrare tutti i suoi tesori a chiunque ne lo richieda, domani pronto a negare l’adito in casa sua a un potentato, a un imperatore.

Restò pensoso un momento, poi ripigliò:

— Si ripara una cosa raccomodandola, ridandole alla meglio l’apparenza di prima; si restaura rinnovandola in parte, rendendole lustro, forza e vita... Senti, tu non hai conosciuto Marco Bonadeo?

Accennai di no.

— Volevo ben dire! Tu non vieni mai a trovarmi e quindi non sai... Quello era un bravo restauratore! Rispettava sempre religiosamente le parti sane, prendeva tutte le cautele per rifare le guaste: legno vecchio, ma non tarlato, per poter intagliare con finezza figure, ornati, caratteri, qualunque sia disegno; quando il lavoro era compiuto, simulava qua e là qualche bucherello, ristuccato con cura, ma in modo che si vedesse; lasciava che i metalli si ossidassero, acquistassero quel velamento naturale che il tempo imprime sulle pitture, sulle medaglie, su tante altre cose, e che chiamasi patina; poi li ripuliva o non li ripuliva, secondo i casi. Insomma, nelle sue mani ogni rifacimento prendeva subito magicamente l’antico. E che imitatore prodigioso! Sto per dire che avrebbe potuto emulare il sarto cinese.

Mi lesse in viso ch’io non sapevo la storia del sarto cinese, e proseguì piacevolmente:

— Un ufficiale della nostra marina, trovandosi in non so che porto del Celeste Impero, macchiò d’olio o d’untume certi calzoni che gli stavano a pennello, e questo proprio alla vigilia d’un ricevimento solenne o d’una parata. Che fare? Manda in tutta fretta per un sarto e glie ne commette un altro paio, raccomandando _la più scrupolosa esattezza_. Il buon cinese si mette una mano al petto, fa un profondo inchino, e se ne va. La mattina dopo, l’ufficiale aveva due paia di calzoni talmente uguali che non distingueva più i vecchi dai nuovi: la stoffa, il taglio, la misura, le macchie, tutto a puntino. Era uno stupore a vedersi!

Qui l’amico accese una sigaretta, fumò un poco, e intanto si rannuvolò.