La falce - Punizione - L'enigma
Part 4
— Insomma morì come visse, cioè da bestia. Tal sia di lui.
Come a conferma di quanto aveva narrato, Roberto gli porse il foglio. Il chiattaiuolo prima fece un gesto che voleva dire: — Oh che ne devo fare? — Poi lo prese, lo ripiegò con cura e lo mise nel taschino dei calzoni.
— Lo darò a mia figlia — diss’egli. — Susanna legge che è un piacere a sentirla; sa decifrare qualunque rabesco.
— Davvero? — esclamò Roberto.
— Cosa crede? — replicò Michele quasi duramente. — Susanna è una ragazza educata, una ragazza che... Mi dica un po’: lei avrà conosciuta la marchesa Emilia Leonardi di Riverasco?
Per verità Roberto non l’aveva mai sentita mentovare.
— Peccato! — proseguì Michele — lei non ha conosciuto una santa!... Dunque ecco qui: la signora marchesa si rammaricava molto di non aver avuto prole. Ogni volta che incontrava Susanna, sempre la chiamava a sè e la tratteneva con paroline e carezze. Quando poi seppe che mia moglie era andata in paradiso, subito si esibì di prendere Susanna con sè, non come serva, ma per tenerle compagnia in casa e fuori. Accettai senza far complimenti, chè non conveniva privarla di tanta fortuna... Accettai e me ne venni a star qui, solo come un romito. Così mia figlia imparò a leggere, a scrivere, a far di conto, e tant’altre cose. Acquistò delle cognizioni, perchè la sua benefattrice gradiva così. Bisogna anche dire che è piena di giudizio, d’un naturale buono, rispettosa e sottomessa, sicchè l’educarla fu cosa facilissima. In pochi mesi diventò la compagna, direi quasi l’amica della signora marchesa; si volevano bene, vivevano insieme proprio felici... A un tratto, due giorni avanti Natale, la marchesa, che pareva il ritratto della sanità, dovette soccombere a un fiero colpo d’apoplessia; e non aveva ancora pensato a distendere il suo testamento! L’eredità se la pappò tutta un parente alla lontana, che la defunta non aveva mai potuto soffrire. E così buona notte: a mia figlia neanche un legato, neanche un regalo, neanche un ricordo. Del resto...
S’interruppe e si voltò verso l’altra riva: si udivano voci confuse, risa sgangherate, schiocchi insistenti.
— Eccomi! — gridò il chiattaiuolo. — Son qua, sono al mio posto.
— Cosa c’è? — domandò Roberto, che non vedeva ancor niente.
— È il baroccio dei coscritti che tornano dal capoluogo; tutti briachi, già... Dunque dicevo... Hm! Insomma chi è disgraziato lo mordono anche le pecore. Felice notte, signore.
E andò incontro al baroccio che scendeva alla chiatta.
Roberto s’incamminò verso casa. Cominciava appena a farsi notte, ma una civetta capricciosa e impaziente svolazzava da un albero all’altro, battendo e ribattendo il suo fischio.
— Non pare che si beffi di me? — pensava il giovane signore. — Infatti... neanche questa volta la bella Susanna non s’è fatta vedere... È la fenice costei! l’araba fenice.
Che vi sia ciascun lo dice Dove sia nessun lo sa.
XIII.
Verso la fine di luglio il caldo divenne proprio canicolare; in casa si affogava, fuori si avvampava. I contadini bramavano l’acqua da lungo tempo, e l’acqua non veniva. L’aria era tutta un tremolìo abbagliante. La terra aveva perduto ogni alimento, si fendeva largamente nei campi e nei prati, cominciava a screpolare fin nei pantani. L’erbe buone inaridivano, le cattive pullulavano. Le strade e i sentieri erano pieni di polvere. I ramarri e le lucertole godevano gioie ineffabili; le cicale frinivano a distesa, dalla mattina alla sera.
Roberto passava molte ore nello studio: il luogo più fresco della casa; leggeva, dormicchiava, suonava, acquerellava, e non usciva più che sul tardi, per fumare un sigaro o per andare a far due chiacchiere al Cavallo Grigio.
Un giorno, mentre si provava a copiare un bel grappolo d’uva lugliola, Tadò, ch’era nella stanza, gli montò a un tratto dietro la seggiola e gli fece dare un urto nel tavolino.
— Ah Tadò! — gridò Roberto. — Giù cattivo! Animo giù!... Ecco, così va bene... E daccapo! Un urtone nel gomito. Vuoi finirla?
E qui bisognò mettersi a tu per tu col bestione. Roberto faceva forza per allontanarlo, per cacciarlo indietro; Tadò contrastava, annaspava, s’appuntellava con le zampe davanti al tavolino, e buttava all’aria ogni cosa.
Seccato, impazientito, Roberto si levò in piedi e, steso il braccio e appuntato l’indice all’uscio, disse imperiosamente:
— Passa via!
Ma Tadò, attribuendo a quel gesto un significato più conforme ai suoi desideri, prese a spiccar salti smisurati, abbaiando e scodinzolando.
— Ho capito, ho capito — disse allora il padrone: — Tu vuoi andare a spasso? Anch’io sono stufo di stare in casa, ma non senti che caldo? Il sole è in leone, caro te. Se si aspettasse più tardi? No! Non sei persuaso? Animo! fa valer le tue ragioni.
Tadò, che ascoltava seduto sulle zampe di dietro, rispose subito con un rantolo lungo e sommesso.
— Bene — riprese Roberto; — ma se tu potessi parlare, eh? Chi sa che cos’hai nella testa! Sei un animale pieno d’intendimento, tu... Del resto voialtri cani la sapete lunga. Ho letto e sentito raccontare cose da far strabiliare... Eh già, avete l’istinto. L’istinto che v’insegna a procacciarvi ciò che vi giova, a fuggir ciò che vi nuoce. È una gran cosa, sapete. Dunque sentiamo. T’è saltato semplicemente il grillo di scorazzare un pochino nei campi, o sei venuto ad avvertirmi che il terremoto sta per mandare in fascio la casa?
Così dicendo Roberto lavava i pennelli, chiudeva la scatola delle tinte, e riordinava i fogli. Com’ebbe finito, uscì piluccando il bel grappolo. Prese da prima la strada maestra, poi voltò in una straducola, che gli parve più fresca; e andò avanti passo passo, senza direzione certa e senza scopo.
Dopo un po’ di tempo, Tadò, che precedeva sbrigliatamente, brandendo la coda, cacciò fuori un palmo di lingua, rallentò il corso, prese a fiutare intorno intorno e a frugacchiare nei fossi.
— Fa caldo, eh? — gli diceva il padrone. — Tant’è, non torno più indietro. Hai voluto fare a modo tuo: questo ti servirà di lezione.
Ben presto anche lui cominciò a provare alla gola una sensazione di asciutto, che si fece prima molesta, poi penosa. Si fermò e cercò di raccapezzarsi. Ecco che, senza accorgersene, era sempre andato verso ponente. Dunque?... Eh per bacco! egli li conosceva quei pioppi che sorgevano là a mancina: la Baraschia passava ai loro piedi, e la chiatta di sant’Antonio era a destra, un duecento passi più in giù.
Roberto fece un atto d’impazienza e di stizza.
— Bisogna che ci sia la calamita da questa parte! — disse tra sè. — Gira di qua, gira di là, vengo sempre a finir qui... Oggi però lascierò stare Michele; non mi avvicinerò nemmeno alla chiatta; cercherò solo un po’ d’acqua chiara...
E andò verso i pioppi.
Vi arrivò tutto molle di sudore. Tadò, che era corso avanti, si tuffò, traversò, s’arrampicò sull’altra riva; e, sentendo la passata di qualche animale, s’allontanò frugolando tra i cespugli.
— E perchè non farei anch’io un buon bagno? — pensò Roberto. — Come mai non mi è venuto in mente di mandare al diavolo la tinozza di latta e procurarmi tutti i giorni questo igienico ed onesto piacere?... Oggi però non mi sento ben disposto, comincierò domani. Domani provvederò le cose occorrenti, e cercherò un altro luogo: qui c’è poco fondo e troppi ciottoli... Un altro luogo anche più riposto e solitario: vedo lì un viottolino che mi pare assai ben battuto, e non vorrei essere disturbato durante i miei diguazzamenti.
Il viottolino faceva capo a una pozza, nel cui fondo si vedeva scappar fuori, lateralmente dal terreno, una pura e vigorosa scaturigine; la quale, nascondendosi prima sotto un fitto tappeto di crescione, poi riversandosi per un fossatello, andava a sgorgare nel torrente.
Roberto s’ingegnò di attinger l’acqua con una vecchia busta che aveva in tasca: la busta s’immollò e si ruppe; cercò di raccoglierla nella mano: l’acqua spariva tra le dita; volle gettarsene in bocca, come aveva visto fare ai contadini: non riuscì che a inumidirsi scarsamente le labbra e ad annaffiare copiosamente il panciotto.
Perduta ogni speranza di spegnere interamente la sete, andò a gettarsi nell’erba alta e folta, là dove l’ombra gli pareva più opaca. Il sito era ameno e quieto; dalla corrente saliva come un alito refrigerante; egli respirava e si riaveva.
Due cutrettole, che seguivano a sbalzi il filo dell’acqua, si posarono sur una lunga lingua arenosa, e cominciarono a correre su e giù agili e vispe.
Ma dopo un momento, appena preso possesso del luogo, cessarono di mover la coda, rimasero immobili e come imbalsamate, poi: gui gui guit, si dileguarono in un battibaleno.
Roberto voltò la testa per conoscere la cagione del loro spavento, e vide che non era più solo.
Una fanciulla di diciannove o venti anni, piuttosto più che meno, si avanzava verso la fonte con passo franco, con mosse onestamente leggiadre. Vi giunse, empì la brocca, poi si mise a sedere sulla sponda, come per riposare un momento. Ella aveva i capelli castagni, uniti in trecce avvolte e fermate dietro il capo; i contorni del viso, del collo, delle braccia erano quanto mai graziosi e delicati; la veste schietta, alquanto scarsa e d’una foggia che casualmente aveva dell’antico, svelava forme degne d’essere scolpite.
— È Susanna! — pensò Roberto. — Questa è Susanna!
E subitamente il suo cuore si mise a battere come al tempo dei primi convegni d’amore. Il cuore batteva e la mente si oscurava, e in quell’oscurità balenavano immagini e desideri ch’egli avrebbe dovuto cacciare senza più. La fanciulla non s’era avveduta di lui, non lo sapeva presente: giovandosi della sua ignoranza per contemplarla a tutt’agio, egli commetteva forse un’azione indegna d’un uomo onesto.
— Sicuro, eccomi qui appiattato nell’erba, a occhieggiare le gambe d’una bella ragazza come un giovinastro cupido e licenzioso... Vergogna!
Ma non si risolveva a nulla, e continuava a mirare e ad ammirare, cheto cheto, rattenendo il respiro. Dopo un po’ di tempo gli parve di aver troppo indugiato: oramai non poteva più mostrarsi senza far brutta figura. Bisognava star ben nascosto finchè Susanna restava in quel luogo, e, quando si fosse rimessa in cammino, raggiungerla e parlarle.
Eh sì, parlarle, poichè era ben deliberato a non lasciarsi sfuggire l’occasione di far conoscenza.
Cominciava a disporsi, a preparare le prime parole, quando udì frascheggiare sull’altra riva. Era Tadò che tornava. Per bacco, egli non aveva pensato a Tadò! Scoperto il nascondiglio in un attimo, il cane gli sarebbe corso addosso latrando e menando la coda... Non pose tempo in mezzo e balzò in piedi.
La fanciulla non fiatò e non si mosse, ma il bell’incarnato del suo viso divenne istantaneamente più vivo.
Roberto si levò il cappello.
Ella chinò la faccia sul busto e aprì la bocca al sorriso.
— Scusate — disse il giovane signore: — potete darmi un po’ d’acqua? Ho un’arsione che non ne posso più.
— Vuol bere a garganella? — chiese la fanciulla, alzandosi e tirando su la brocca. — L’acqua pare più fresca e leva meglio la sete.
— Ah sì! E come si fa? Io non sono pratico.
Ella rispose che bere a garganella voleva dir bere senza accostare il vaso alle labbra, ma sostenendolo in aria e versando l’acqua in bocca senza ripigliare il respiro.
— Per bacco! — esclamò Roberto, ridendo. — Ma è un affar serio, un affar complicato; io non ci arriverò mai. Da brava, lasciatemi bere... come ho sempre bevuto.
— Ecco — diss’ella porgendogli la brocca e dando un passo addietro: — si serva pure.
Quando Roberto si fu dissetato, mormorò galantemente alcune parole, ch’ella troncò incamminandosi.
— Susanna...
Ella si voltò senza scomporsi, punto maravigliata di sentirsi chiamare per nome.
— Susanna... ancora una parola...
— Dica; ma badi che mio padre mi aspetta.
— Lo sapete eh, che sono stato più volte alla chiatta?... Ho sempre domandato di voi. Non vi avevo mai vista nè conosciuta, eppure... Ma d’ora in poi, quando verrete al Fortino...
— Non verrò più al Fortino.
— Diavolo! E perchè?
— La Baraschia non mena più pesci.
— Peccato! Allora... Sentite, Susanna, sentite!
— Felice notte, signore.
XIV.
— Buona sera — disse garbatamente Tomatis.
— Buona sera — rispose seccamente Galosso.
Giungevano l’uno dalla destra, l’altro dalla sinistra, e s’incontravano proprio davanti all’uscio del Cavallo Grigio. Il segretario entrò il primo, traversò la cucina senza aprir bocca, e passò nello stanzone. Il maestro invece si accostò all’oste, che stava strofinando il suo schioppo nel vano della finestra.
— Ci prepariamo, ci prepariamo — diss’egli. — È domani che si apre la caccia, eh?
— Domani, domani — rispose Baino.
— E... da che parte contate d’andare?
— Non so ancora. Un’annata cattiva come questa neanche i vecchi se la ricordano: nè quaglie, nè lepri, niente di niente. E poi... ve l’ho detto eh, che m’hanno rubato Drapò? Se trovo il ladro!... Ma intanto sono senza cane... Nel Campaccio però ci son molte tortore, e si raccolgono tutte sui noci che stanno in fondo, verso il boschetto. Finirò per andar lì. Monterò sur un gelso, che sia a tiro; mi nasconderò tra le foglie, e... pan! pan!
Galosso, stufo di star solo, si agitava, sbuffava e batteva il pugno sulla tavola.
— Vengooo! — gridarono contemporaneamente Tomatis dalla cucina e l’ostessa dal cortile.
Il maestro entrò nello stanzone, fece un inchino, spiccò un saltetto, e si mise a sedere di fronte all’amico.
L’ostessa venne più adagio, strascicando le ciabatte e ravviandosi il fazzoletto sul seno.
— Cosa comandano? Carte o tarocchi?
— Le carte — rispose Tomatis.
— I tarocchi — vociò Galosso.
— Volete i tarocchi? — riprese il maestro. — E va bene. Lucia, portate pure i tarocchi.
— Niente — replicò il segretario. — Nè una cosa nè l’altra. Lasciate stare. Non ho voglia di rompermi la testa, stasera. Lasciate stare.
Lucia voltò bruscamente le spalle e se ne andò in cucina. Il segretario cacciò fuori la pipa come avrebbe cacciato fuori una pistola, e cominciò a calcarvi dentro il tabacco.
— Ehi! — disse il maestro dopo un poco, ponendo il pollice della destra sulle labbra con la mano e il gomito sollevati. — Ma questo sì?
— Questo sì — rispose Galosso. — Arrabbio di sete.
E tornò a tempestar sulla tavola.
S’udì un brontolìo aspro e minaccioso, poi l’ostessa rientrò come una molla scoccata, attenendosi all’uscio; si capì che aveva scansato un calcio o un pugno mandatole dietro dal dolce marito.
— Se vi coglieva, poveretta voi! — disse benevolmente Tomatis. — Cosa c’è? Tempo brutto anche di là, no?
— E come! — rispose Lucia. — Questo è il secondo: prima di cena m’ha già dato un punzone che mi ha fatto perdere il fiato.
— Ma anche voi, vedete, anche voi... Dalla mattina alla sera la voce in aria, e qualche volta le mani.
— Non è vero. Dunque cosa comandano?
— Birra — rispose Tomatis.
— Vino — grugnì Galosso.
— Come si fa? — disse Lucia. — Su, da bravi, si mettano d’accordo.
— Oh Dio! — esclamò Tomatis. — Non c’è bisogno: birra a me, vino a lui. Ecco tutto.
— Io non posso soffrirla la birra — borbottò Galosso. — Mi fa nausea perfino l’odore.
— Non è che questo? Andrò a bere sotto la pergola.
— Vi farete pungere...
— Da chi?
— Dalle vespe.
— Meglio cento vespe che un sol calabrone!
— Ah sì! E chi sarebbe sto calabrone? Io, eh? E voi, sapete cosa siete voi?
— Chetatevi! Sempre le furie...
— Sapete cosa siete?
— Andiamo, andiamo; non capite che parlo per celia?
— Siete un... un... un...
E chi sa qual epiteto avrebbe inventato l’iracondo Galosso, se proprio in quel punto non fossero entrati l’oste col lume, e Roberto Duc seguito dal suo servitore.
Roberto ricambiò con disinvoltura il saluto ossequioso dei presenti, poi tolse dalle mani di Giuseppe due bottiglie e le posò sulla tavola. Tomatis e Galosso si chinarono a esaminarle: erano singolarmente grosse e panciute, coperte di ragnateli e di terriccia.
— Dunque? — disse Roberto, dopo aver fatto cenno al servitore che se ne andasse. — Cosa vi pare?
— Roba vecchia — mormorò il maestro, — roba veneranda.
— Il turacciolo è sano — osservò l’oste.
— Sanissimo — confermò il segretario. — Ma non si può giudicare senza assaggiare. Un cavatappi, presto!
— Un momento, un momento! — esclamò Roberto, mettendosi a sedere. — La provenienza, per bacco! Non volete sapere donde provengono? È una cosa curiosa. State a sentire. Stamane, uno degli uomini che adesso stanno riattando la mia cantina, mi venne ad avvisare che in un certo punto il muro pareva molto leggiero. Andai a vedere. Infatti i colpi di martello suonavano come su corpo vuoto. Io pensavo: che sarà? Il capomaestro, il fittaiuolo, i muratori, i contadini, chi diceva una cosa, chi ne diceva un’altra. Alla fine cadde un mattone, si trovò un vano, e in fondo al vano queste due vecchiette.
Galosso e Tomatis guardavano intentamente Baino, che lavorava col cavatappi. Lucia aveva già portato i bicchieri.
— Attenti! — disse Tomatis, tenendo una mano in aria con le dita tese e allargate, — Adesso vedremo con chi abbiamo da fare...
L’oste mescè bellamente un liquido chiaro e scolorito, che parve anche privo d’ogni forza e d’ogni aroma.
— Ehm! — fece Galosso, dopo averlo odorato. — Ma sarà poi vino?
— E cosa volete che sia? — disse Baino.
— Cosa volete che sia? — ripetè con maggior forza Tomatis.
— Così a prima vista si direbbe gazosa — susurrò l’ostessa.
— Non dite sciocchezze — bofonchiò Galosso. — La gazosa a quel tempo non era ancora inventata.
— Di grazia, a che tempo? — domandò il maestro.
— Al tempo... dei tempi.
— Già. Oh già, già. Ma precisate un po’ se potete.
— Potrei, potrei... ma non voglio.
Discutevano così vanamente, puerilmente, combattuti dalla bramosia di gustare il liquore misterioso e dall’apprensione d’un possibile errore.
Vedendo che nessuno si serviva, Roberto prese un bicchiere, gustò, fece col capo un atto di consenso e lo vuotò in due sorsi.
— Ebbene, ebbene, ebbene? — chiesero tutti con gran curiosità.
— Poh! non c’è male — rispose Roberto.
— Davvero? — disse Tomatis. — E che vino è?
— Chi lo sa!
Baino assaggiò, meditò, sentenziò:
— Vin di Sardegna.
— Sicilia, Sicilia — mormorò Galosso, annusando più che assaggiando.
— Spagna! Io dico Spagna! — esclamò Tomatis, dopo aver sentito il sapore. — Oh mi ricordo benissimo! Ne ho bevuto l’anno passato, quando monsignor Bodrero, per sua bontà, m’invitò a pranzo. Mi ricordo benissimo: alle frutta egli si voltò a un servitore e gli accennò che portasse una certa bottiglia, e...
— Era vin di Sicilia — interruppe il segretario.
— O questa è curiosa! Cosa volete sapere voi che non eravate presente?
— Me l’ha detto il sindaco.
— Ma se non c’era neanche lui!
— Sì che c’era.
— No che non c’era!
— Basta, basta! — esclamò Roberto, imponendo silenzio. — Cosa andate a cercare? Spagna o Sicilia o Sardegna, fatto sta che è bevibile.
— Dunque beviamolo — disse Tomatis, sorbendo adagino adagino.
— L’importante è che non sia veleno — barbugliò Galosso.
A queste parole, Roberto, Tomatis e Baino dettero in una gran risata.
— Heheh! — fece il segretario impermalito. — Non c’è da fidarsi. Alla fin dei conti questo è un liquido molto... molto stagionato; e scoperto in una casa antica. In fatto di veleni gli antichi non scherzavano, ne avevano dei potentissimi. Queste sono cose conosciute, cose che si leggono nei libri...
— Ma io — gridò il maestro, — non ho mai letto che i veleni s’imbottigliassero come il vin santo, nè che si tenessero al fresco in cantina!
— Eh diavolo! — soggiunse Roberto, fingendosi offeso. — E poi non discendo mica dai Borgia, per quanto io sappia!
Galosso protestò subito calorosamente che non aveva nessuna intenzione di far ingiuria nè al signor Duc nè alla sua spettabile famiglia. E, a conferma, buttò giù due bicchieri l’un dietro l’altro.
L’oste e il maestro seguirono coraggiosamente e reiteratamente il suo esempio.
D’improvviso Tomatis balzò nel mezzo della stanza, alzò prima un ginocchio, poi l’altro, fino al mento, e tornò al suo posto dandosi una fregatina di mani.
— Cosa c’è? — chiese Galosso.
— Eh niente, niente.
— Dite su: v’ha già dato alla testa?
— No, ma non vorrei abusare, non vorrei eccedere...
— Oh oh oh! Un bevitore esercitato, un beone...
— Un beone io? Dite un ubbriacone, addirittura! No, no, sto sempre nei limiti, io. Ed è appunto per questo che... Sentite, supponiamo che questa roba così buona, invece che a bicchieri si dovesse bere a bicchierini, a bicchierini da rosolio, per esempio, e capirete che...
— Quante storie! — interruppe Galosso. — Io non mi sono mai sentito così bene.
— Anch’io, per diana! — gridò l’oste, servendo intorno.
Quando la prima bottiglia fu vuota, Roberto accennò a Baino di sturare la seconda. E seguitarono a mescere e rimescere senza verun riguardo. Parlavano tutti insieme; andavano tutti d’accordo nel lodare il buon liquore; e tutti, chi più chi meno, cominciavano ad avvertire i primi sintomi dell’ebrietà. Ma era una ebrietà lene e gentile. Il liquido sottile mordeva e blandiva il palato; bruciava e lusingava la gola; ungeva, a guisa d’olio finissimo, i perni e le girelle del pensiero; moveva il meccanismo della parola; diffondeva per tutte le fibre uno spirito arcano. E l’anima anch’essa godeva come il corpo: partecipando ai suoi moti, alle sue vibrazioni, ai suoi scatti; si alleggeriva, si aggrandiva, s’infervorava; e tutto questo era delizioso oltre ogni dire.
Tomatis, di sua natura assai posato e flemmatico, si ringalluzzì tutto e acquistò una parlantina viva e simpatica.
Galosso, di maniere così bisbetiche e d’indole tanto burbera che in paese gli avevano messo il soprannome di Pietro-Muso, si addolcì, si esilarò, e cominciò anche lui a chiacchierare come una donnicciuola e a gesticolare come un burattino.
Baino, un omaccio con cui non sempre si poteva discorrere, cianciava, gestiva, beveva con un garbo molle e riposato, che aveva un non so che d’infantile.
Roberto, alla cortesia e benignità naturali, aggiungeva quella sera una longanimità, una pazienza mirabile: dava retta a tutti, sorrideva di tutto, tollerava modi insolitamente famigliari; e non mostrava d’accorgersi che mani indiscrete e d’una nettezza un po’ dubbia si posavano a ogni momento sulle sue, e gli palpavano le braccia, e gli brancicavano i panni.
— Viva il signor Duc! — esclamava Baino, ex-soldato e patriotta. — E viva l’Italia!
— Viva il signor Duc e viva il suo vino! — diceva invece Galosso, con gli occhi scintillanti e la faccia piena di contrazioni gioiose.
— Ecco — così ragionava Tomatis, alzando il bicchiere e opponendolo al lume: — chi volesse parlare un po’ bene, dovrebbe dire che il signor Duc ha ritrovato il nettare, cioè il vino scelto, il vino di bottiglia, lo sciampagna di Giove e degli altri Dei!... Ma più che un vino, io credo che noi stiamo bevendo un... un... Eh, giurabbacco, aiutatemi voi! Signor Duc, mi raccomando: lei le sa queste cose. Noi stiamo bevendo un...?
Roberto si strinse nelle spalle.
Il buon maestro raggrinzò la fronte, torse gli occhi, battè le nocche sulla tavola, e poi ripigliò trionfante:
— Io credo che noi stiamo bevendo un liquor magico, propriamente magico; ciò che i pagani chiamavano un filtro... anzi, un elisire...
— L’Elisir di lunga vita — suggerì Baino.
— L’Elisir d’amore — disse Roberto.
— L’Elisir d’amicizia! — esclamò Tomatis, che brillava tutto. — Poichè noi siamo amici, noi. Viva l’Elisir degli amici! Peccato non averne una brenta.
— Bravo! — gridarono tutti. — Bravissimo!
— Io spero — disse Baino, commosso — che continuerete a onorarmi, a onorarmi sempre... di giorno e di notte.
— Ma sempre, ma sempre! — rispose Tomatis, levandosi in piedi. — Questo d’ora in poi sarà il luogo sacro, il tempio dell’amicizia.
— L’amicizia è una cosa veramente straordinaria — osservò Galosso.