La falce - Punizione - L'enigma
Part 5
— E divina — aggiunse Tomatis, porgendo la mano al suo intrinseco. — Dunque siamo intesi? Ci raccoglieremo sempre qui, tutti qui... Che bella cosa! Che Cavallo Grigio d’Egitto! Questa diventerà l’osteria dei Quattro amici. Quattro, sempre quattro, cioè tre più uno. Quest’uno è lei, signor Duc. L’ultimo arrivato. Ehi, ehi! ma non sarà mica il primo a partire? Non gli verrà mica lo sghiribizzo d’andarsene via? Vorrei veder questa!
Roberto tentennò mollemente il capo, e fu applaudito come per un bel discorso.
— Ah no! — seguitava a cantare il maestro. — Lasciarci in asso poi no! Lei non è degno di stare in città... Voglio dire: la città non è degna d’averlo. Lei è una brava persona. Ha un cuor tanto fatto... un cuore di Cesare... di Pompeo il Grande. Un gran cuore e una bella mente. Sicuro, una mente lucida, osservatrice. Resti con noi. Qui troverà da studiare e da divertirsi. Lei ha viaggiato... Oh! Creda a me: non fa niente bisogno di andare fin
Nelle orientali Indie felici, Poste di Persia ne’ liti amici
come dice un nostro poeta, per... Dov’ero arrivato?... Ah sì! Lei è un uomo superiore a ogni eccezione; resti con noi, e un bel giorno noi, tutti d’accordo, le procureremo una bella soddisfazione.
— Scommetto che ha già indovinato — disse Galosso.
— Oibò! — esclamò Tomatis. — Come volete che faccia a indovinare? È troppo modesto. Santa Caterina da Siena diceva: «_Quando si parla bene di voi, non si parla di voi_».
— E cosa significa? — chiese Roberto.
— Significa... Ma non gli state tanto a ridosso! Lasciatelo dire.
— Ma cosa volete che io dica? Se non ho ancora capito...
— Faccia un po’ il piacere — ripigliò il segretario. — Com’è possibile che non si sia accorto... Insomma oramai l’abbiamo tutti in tasca, caro lei.
— Ma cosa? Ma chi?
— O bella! Il sindaco presente. E appena sarà andato al diavolo... Lasci fare a noi... Qui in paese tutti ricordano ancora che il suo signor padre è stato nostro consigliere per quattordici anni...
— Tredici più uno — mormorò il maestro.
— Per quattordici o quindici anni, e quindi...
— Giusto, giustissimo! — interruppe l’oste.
— E noti, signor Roberto, che dopo il consiglio sempre veniva a far colazione qui. Sedeva a questa tavola, domandava un brodo caldo, due uova al tegame, vino, frutta e formaggio. Mi pare ancora di vederlo... Povero signore! Non poteva soffrire le mosche, lui. Quando ne trovava nel piatto, non diceva verbo, faceva una smorfia e dava tutto al cane.
— Bei tempi quelli! — sospirò Tomatis. — Bei tempi! Patriottismo, aspirazioni, cose grandi e sublimi. L’indipendenza d’Italia si chiamava un sogno, eppure s’è avverata. Bei tempi.
— Tempi che non torneranno più — gemette Galosso, con le lagrime agli occhi, — mai più, mai più...
— Torneranno, torneranno — disse Baino, con la voce alterata anche lui. — Li faremo tornare noi, noi quattro. Ma bisogna tenersi uniti.
— Viva l’unità! — gridò Tomatis, rianimandosi.
— L’unità è fatta — disse Galosso; — e cosa fatta capo ha. Pensiamo a noi, pensiamo all’avvenire e... e concludiamo.
Baino diè di piglio alle due bottiglie, le pesò, le scrollò, le depose.
— Vuote — diss’egli. — Farò portare del mio...
— Niente, niente, niente! — gridarono, a una voce, Galosso e Tomatis. — Concludiamo.
— È fatto — disse Baino. — Siamo uniti.
— Per sempre? — domandò Tomatis.
— Per l’eternità — rispose l’oste.
— Per l’eternità? Cosa diavolo?
— Avete paura di morire?
— Che! Niente paura... Solo vorrei sapere, vorrei essere proprio sicuro...
— Che c’è un’altra vita? — susurrò Galosso.
— Questo me l’hanno detto e ripetuto quando ero ragazzo; i preti ne parlano sempre; e i galantuomini ci credono, o fanno come se ci credessero. No, no, lasciamo andare.
— E dunque? — disse Roberto.
— Vorrei esser sicuro di ritrovarvi...
— Nella valle di Giosafatte, il dì del giudizio? E perchè no? Fisseremo l’ora e il punto, tutto.
L’oste pigliò il maestro per una manica, lo tirò a sè:
— Sentite, Tomatis, voi siete il più vecchio, voi partirete il primo...
— Gli anni non contano — interruppe Tomatis, liberandosi con una stratta. — Oggi a me, domani a te, o viceversa. Storie! Ricordatevi bene: non bisogna mai far pronostici, mai e poi mai!... Or via... Torniamo da capo. Dunque ecco qui: noi dobbiamo promettere...
— Noi dobbiamo giurare — corresse Galosso.
— Noi dobbiamo giurare di non dividerci più. Ora supponiamo che uno di noi se ne vada al mondo di là, gli altri, nel termine di...
— Adagio — esclamò Baino. — Prima d’impegnarsi, sarà bene stabilire esattamente tutte le condizioni.
— Avanti, avanti! — disse Galosso. — Nel termine di quindici giorni, va bene?
— Diavolo! mi pare un po’ poco! — osservò Roberto, ridendo.
— E la famiglia? E gli affari? — disse Baino, impensierito.
— Un mese? — ripigliò Galosso. — Quaranta giorni?
— Tre mesi — rispose Roberto; — mettiamo tre mesi. State tranquilli, quello che arriverà prima in paradiso, non si annoierà di certo: tante cose da vedere, tanta gente da salutare, tanti santi da riverire...
— Bene — disse Tomatis; — ora gioverà il ricapitolare brevemente ciò che dicemmo sin qui.
— Perchè? — esclamò Galosso. — È una cosa tanto semplice, tanto naturale...
— Ho detto: brevemente, ricapitolare brevemente. Non volete? Tiriamo via... Dunque siamo intesi? Se uno di noi muore, gli altri non lo lascieranno solo lassù, o laggiù, più di tre mesi. È chiaro?
— Come la luce del sole — rispose Roberto.
— Non occorre altro — aggiunse Galosso.
— E birba chi manca! — gridò Baino, stendendo la destra.
Una delle bottiglie, urtata nel collo, cadde sulla tavola, e rotolò verso l’orlo; Galosso allungò le mani per fermarla e buttò giù anche l’altra: tutte e due scoppiarono in terra.
— Ecco — disse Roberto: — unite in vita, unite in morte!
Ma Galosso, Tomatis e Baino si guardavano in viso l’un con l’altro, pallidi e sbalorditi. In quel silenzio mortale, s’udiva russar l’ostessa, addormentata sur un panchetto in cucina. I minuti volavano. Alla fine il maestro alzò lentamente il capo, fissò gli occhi sulla parete di fronte e, senza saper più quel che si dicesse, articolò:
— _Mane, Techel, Phares._
XV.
Il cielo si veniva rischiarando languidamente; la nebbietta cenerognola che ricopriva la pianura, mossa da una leggiera brezza che alitava da levante, cominciava a dileguarsi: ma il silenzio era ancor vasto, la quiete solenne.
A un tratto si sentì un colpo, poi un altro; e, dopo un breve intervallo, altri ancora, vicini, lontani, da ogni parte.
La caccia era aperta.
In alto passavano ad ali tese piccole ombre spaventate e fuggenti; altre si spiccavano dagli alberi, frullavano dai cespugli, schizzavano fuori dai solchi.
I cacciatori, a brigatelle, a coppie, o soli, tenevano dietro studiosamente ai loro bracchi, con gli schioppi in pronto.
Il chiarore andava gradatamente crescendo; e alla fine il sole si affacciò all’orizzonte, sfavillante e maestoso, e prese a salire nell’aria pura, sulla distesa dei campi luccicanti di rugiada. La piena luce raddoppiò l’alacrità degli uomini, l’ardore e la ferocia dei cani: si udivano chiamate, fischi, latrati, guaiti, mille voci confuse e indistinte; le schioppettate spesseggiavano, il selvaggiume cadeva o s’involava.
Ma il cielo si faceva smagliante, i raggi cocenti. Via via che il caldo diveniva più intenso, i cacciatori s’inoltravano nei boschi, entravano nelle cascine, nei casolari, cercavano le osterie.
Gli spari diradarono, e verso mezzogiorno cessarono affatto.
I poveri animali che vagolavano sgominati nei campi di stoppie, di trifoglio, di granturco, si posavano, si raccoglievano, si rintanavano; credevano ritornata la pace, e quella non era che un’effimera tregua; credevano l’aspra persecuzione finita, e, ahimè, non faceva che incominciare!
Roberto, uscito di buonissima ora con Giacomo e Tadò, tornò a casa verso le undici con due misere quaglie nella carniera, affamato, assetato e tutto molle di sudore e di guazza.
— Grazie tante — rispose a Giacomo, che gli domandava se volesse cacciare ancora dopo pranzo; — ne ho avuto abbastanza. Va tu, se vuoi, e buon divertimento.
A vero dire egli non aveva mai sentita una gran passione per la caccia: buon esercizio, bel passatempo, ma che non meritava nè diligenza nè fatica. Eh no, non metteva conto di alzarsi sulla prim’alba, e camminare ore ed ore attraverso i solchi, sotto la sferza del sole, per far barbaramente la guerra alle più timide ed innocue bestiole di questo mondo! Innocue? Utili, utili, anzi utilissime, perchè assidue distruggitrici d’insetti. Sicuro! Si ricordava di aver letto, non sapeva più se in un libro o in un giornale, che l’autorità avrebbe dovuto proibire assolutamente la caccia delle quaglie, poichè ognuna di esse vale non meno di cinquanta lire, chè appunto di tanto fa aumentar la raccolta con la sua presenza nei campi. Egli ne aveva preso una coppia, dato all’agricoltura un danno di cento lire: per quel giorno bastava.
E poi voleva anche esser libero di sè; desinare, riposare, e fare una passeggiatina per il fresco fino alla chiatta.
Egli continuava ad andarvi di frequente, vale a dire quasi tutti i giorni; si poneva a sedere accanto a Michele, or sur un arginetto, ora sur un tronco rovesciato, cominciava a parlare di cose diverse e leggiere, faceva cadere il discorso sulle guerre dell’Indipendenza o sulle campagne contro i briganti, e mentre il veterano narrava, contemplava Susanna.
Era un piacere intenso e soave il vedere quella cara e forte creatura andare e venire dalla casupola all’orticello. Ella rispondeva ai suoi saluti, alle sue parole, ma però sempre un po’ alla lontana. Di tanto in tanto volgeva pure gli occhi verso di lui, e lo guardava quasi furtivamente, aggrottando le ciglia. Era compiacimento o era fastidio? Gioiva di vedersi vagheggiata o se ne adontava? Come chiarirsi?... Roberto sentiva in lei qualche cosa che non sapeva spiegare; ma che ora gli piaceva, ora lo indispettiva, e talvolta gli incuteva perfino una certa temenza. Egli l’ammirava per lo più serenamente, come avrebbe ammirato una bella pianta, un bel fiore, ma a volte soffriva nel vederla così franca, così indifferente; avrebbe voluto avere su di lei qualche autorità, qualche potere, e chiamarla, parlarle, tenerla lì non fosse che un momento... Allora, preso da un’impazienza vana e puerile, alzava subitamente la voce, accentuava le parole, ampliava o rafforzava i suoi gesti, s’ingegnava di attirare e di fermare la sua attenzione. Ma Susanna, senza pur mostrarlo, non si lasciava pigliare in nessun modo.
Egli cercava bensì di piacerle, d’entrarle in grazia, di farsela amica, ma ripeteva continuamente a sè stesso che tra loro non ci poteva nè ci doveva essere alcun legame. No, no, invaghirsi di Susanna significava rinunziare alla tranquillità, alla pace di cui godeva in quei giorni, e gettarsi deliberatamente in un pelago d’inquietudini, di delusioni, di arrabbiature, e fors’anche di rimorsi. L’idea di parlarle volgarmente d’amore, destava in lui un senso di viva e sincera ripugnanza, tanto ella pareva riguardata in tutto e di condotta irreprensibile, tanto il suo aspetto attestava il candore dell’animo, un’alta e pacata stima di sè.
— Ma! — pensava pur talora. — Chi sa? L’apparenza inganna. Può darsi benissimo che a Casaletto, a Riverasco, o altrove viva qualche bel giovinotto, padrone del suo cuore e destinato a diventare o prima o poi suo marito. E allora?... Così sia.
E invece di combattere e di respingere il dubbio, lo accoglieva; cercava, raziocinando, di mutarlo in certezza, poi concludeva: — Ecco, così sarebbe finita, e finita nel miglior modo possibile, cioè prima d’incominciare.
Quand’egli, asciugato e rivestito, discese nel salotto da pranzo, trovò sulla tavola, oltre al solito giornale, anche una lettera.
Era quel capo scarico di Renzo Lorenzati che gli chiedeva se non avesse ancor finito di piantar cavoli, e minacciava di capitargli addosso fra breve tempo, con una numerosa, bizzarra e sollazzevole compagnia.
— Già — pensò Roberto, mettendosi subito di cattivo umore, — capacissimo, lui, di arrivarsene qui con Dompè, con Di Pagno, con Domitilla e compagnia bella. Una cara improvvisata. Non ci mancherebbe altro! Non ho nessuna, nessunissima premura di rivederli e di riabbracciarli. Dunque... dunque bisogna risponder subito e in modo da tenerli lontani. Non voglio seccatori, io...
Ci pensò su durante tutto il desinare, e prima e dopo il sonno. Sdegnando ogni menzogna e ogni sotterfugio, e non avendo ragioni da mettere innanzi, decise di manifestare semplicemente e fermamente il suo vivo desiderio di essere lasciato in pace. Andò nello studio e si pose a tavolino.
Scriveva da pochi minuti, quando udì Giovanna chiamar Giacomo, prima a voce alta, poi strillente, poi angosciata.
Si alzò conturbato e si affacciò alla finestra che dava sul cortile. La donna continuava a scalmanarsi; Rocco, Giuseppe, Felice accorrevano per sapere che diavolo avesse.
— Cosa c’è? Cosa c’è? — esclamò anche il padrone. E discese senza aspettar risposta.
Ma come fu in basso, vide Giovanna alzare le braccia e andare incontro al figlio, che veniva dal frutteto, senza troppa fretta, dando dei bei morsi a una mela.
— Cosa fai? — gridò la madre. — Perchè non rispondi?
— Faccio merenda — rispose il giovane. — M’avete chiamato?
— È un’ora che ti chiamo, gnocco! Guarda, guarda come siamo tutti spaventati.
— Per me no! — disse Rocco. — Cos’è stato?
— Ma non hai capito?
— Niente! Nessuno ha capito niente, non è vero, sor Roberto?
— Stavo in pena per lui, ecco — ripigliò Giovanna. — Stavo in pena per questo mammalucco. Adesso mi passa, ma che spavento!... Sapete che son dovuta andare a Casaletto per parlare al mugnaio? Bene; dopo sbrigata la faccenda, mi sono fermata un momentino in piazza con la Marconetta, la Boscarina e Menica Gorla. È così che ho visto passare prima il medico tutto frettoloso, poi il parroco tutto scombussolato. Si seppe subito che correvano ad assistere un cacciatore che si era fatto male in mezzo alla campagna. Lì su quel subito non pensai a niente, ma appena per istrada mi ricordai... Ohi! ohi! quando sono uscita Giacomo voleva andare all’aspetto dei colombacci nel boschetto del Bricco. Sarà andato? Se il moribondo fosse lui? Il dottore e il prete correvano giust’appunto da quella parte... Maria Santissima! Che spavento ho avuto!
— Ma no! — disse Giacomo con un’alzata di spalla. — Prima di tutto ho cambiato idea, e poi... e poi non bisogna aver paura. Certe cose accadono solamente a chi non sa maneggiar l’arma.
— Ma cosa vai cercando? — esclamò Rocco. — Se non sai ancora chi sia il ferito. Giuraddiana!
— Eh, lo immagino! Qualche cacciatore di fuorivia. Tutta gente malpratica...
— E batti lì! Se ti dico... aspetta almeno d’aver sentito il nome...
Allora Felice si offrì di dare una corsa fino al paese per raccogliere informazioni, ma suo padre lo mandò invece a condurre le bestie alla pastura.
Roberto tornò nello studio. Quand’ebbe finito di scrivere, alzò gli occhi verso l’occidente e vide ch’era ormai tardi per andare alla chiatta. Aspettò con impazienza che la cena fosse all’ordine, poi mangiò svogliatamente, rifiutò il caffè, e uscì in fretta e in furia, quasi temesse di mancare ad un appuntamento.
Camminando verso Casaletto, sentiva le ossa gravi e fiaccate dallo strapazzo di quella mattina, e per giunta un fastidio, un’inquietudine, un’apprensione ch’egli attribuiva semplicemente alla lettera di Lorenzati.
— Che rompiscatole! Mi ha guastata tutta la giornata. Eh, ma gli ho scritto di buon inchiostro... E se non basta, riscriverò.
Il vecchio castello di Casaletto torreggiava là a sinistra, tramezzo agli alberi frondosi. La spera del sole rimaneva già dietro: così era tutto contornato da una gran luce vaporosa, che talora con vivissimi raggi penetrava per le feritoie e per le fessure dei muri diruti.
Roberto guardava con la testa per aria, e non si accorgeva che Galosso e Tomatis gli venivano incontro parlando e gesticolando. Quando furono poco distanti, si fermarono e lo salutarono con voce sommessa e in aria compunta.
— Lei sa già tutto? — disse poi il maestro, accostandosi.
— Vi ripeto che non sa niente! — brontolò il segretario.
— Sa già tutto, vi dico; io giudico dalla cera.
— So che è accaduta una disgrazia — disse Roberto.
— Vedete! — esclamò Tomatis trionfante, rivolgendosi all’amico.
— Ma non so chi sia il ferito — soggiunse Roberto.
— Il ferito? — gridò Tomatis. — Poveri noi! Dica pure il morto. Da prima era corsa voce che Baino fosse soltanto ferito, ma poi...
— Baino!? — esclamò Roberto colpito. — L’oste del _Cavallo Grigio_? Dio santo! ma come mai...
— Baino, Baino, Baino — ripeteva il maestro. — Il nostro povero Baldassare... stamattina... s’è ammazzato stamattina...
Roberto frantese:
— Come! — disse egli. — Un suicidio?
— No, signore — rispose Tomatis: — un caso, un accidente...
— E perchè no? — interruppe Galosso. — Si è ucciso da sè, l’uccisione di sè stesso si chiama suicidio.
— Per amor del cielo! — replicò il maestro. — Suicidio è la morte volontaria che l’uomo dà al proprio corpo. Volontaria, capite! Ora noi sappiamo benissimo che Baino non aveva nessuna, nessunissima volontà di morire.
— Questo lo dite voi, ma... ma in sostanza io non ci vedo chiaro.
— Siamo alle solite! Sospettate sempre di tutto.
— Oh, oh! Come c’entra ora questo discorso? Siete voi che...
— Chetatevi! Finitela! — gridò Roberto con tono autorevole, battendo a terra il bastone.
Il maestro e il segretario si scostarono un poco, mortificati. Continuarono però ad accompagnare il giovane signore, che tornava lentamente a casa.
— Via — disse Roberto dopo un momento, — raccontatemi un po’ meglio come andò il fatto. Ancora non mi è riuscito di raccapezzar niente.
Tomatis fece ancora due passi e mormorò:
— Se vuol sentire quello che so, eccomi pronto a dirglielo.
— Sentiamo.
— Lei sa chi è Stefano Pron?
— No davvero.
— È la guardia campestre. Dunque oggi, un po’ prima del tocco, Stefano Pron traversava il Campaccio; quand’è nel mezzo, vede a poca distanza, a piè d’un gelso, un uomo immobile, in una positura stranissima. Va più direttamente verso di lui, lo riconosce, lo chiama: — Ohe Baino! — Niente. Si accosta, lo tocca: è freddo!... La guardia e tutti quelli che hanno poi visto il cadavere argomentano così: Baino ha voluto arrampicarsi sul gelso, attaccandosi a un certo ramo che gli pendeva sulla testa; non lo potendo arrivare con le mani, ha capovolto lo schioppo e cercato di piegarlo col calcio; i cani erano alzati; un ramoscello si ficcò tra i grilletti, e boum!... Guardi, sor Roberto, la botta è entrata nella fontanella della gola ed è corsa giù fin nel basso ventre; palpando si sente il piombo raccolto, chiuso come in un sacchetto. Brrr! sudo freddo a pensarci...
Non parlarono più per un tratto, fin davanti al portone del Fortino.
— Sentite — disse Roberto, — l’osteria è chiusa; forse non sapete dove passar la serata: volete favorirmi?
Galosso e Tomatis si voltarono subito a lui con quel ringraziare che accetta, e lo seguirono nel salotto terreno.
— Cosa posso offrirvi? — riprese Roberto. — Vino? Liquori?
— Vino no! — esclamò il maestro.
— E neanche liquori! — aggiunse il segretario.
— Prenderemo il caffè; una buona tazza di caffè rimette lo stomaco.
Vi fu un altro silenzio. Tomatis e Galosso giravano gli occhi in qua e in là, fregandosi le ginocchia.
Giuseppe entrò col lume, lo posò sulla tavola e si ritirò.
— Mah! — sospirò Tomatis.
— Povero diavolo! — disse Roberto.
— Ma che sventato, però! — saltò su Galosso. — Che imprudente! Patrito, il più vecchio cacciatore del paese, mi diceva quest’oggi che Baino è sempre stato così; e guai ammonirlo, guai aprir bocca! Dava sulla voce, entrava in bestia...
— Eh via! — fece Tomatis. — Adesso è morto...
— Chi l’avrebbe detto ieri sera? — esclamò Roberto. — Era tranquillo, era allegro... Poveri noi, cos’è mai la vita!
A quelle parole Galosso fece un viso così arcigno e increspò tanto le ciglia che le lagrime, già in pelle in pelle, sgorgarono giù per le gote.
Allora Tomatis si mise a ridere, a ridere d’un riso convulso, d’un riso a scosse che gli faceva saltellare la pancetta come fosse andato di trotto.
— Eh, eh, eh! sor Roberto, lei forse non ricorda più il patto d’amicizia, il patto solenne? Non ricorda più quello che abbiamo giurato? Se uno di noi manca ai vivi, gli altri... eccetera, eccetera. Se fossimo superstiziosi, eh? Dica un po’, se fossimo superstiziosi?...
XVI.
L’ora della messa grande a Casaletto; i cristiani sono tutti in chiesa, sulla piazza non son rimasti che i cani: tre o quattro cagnuzzi da pagliaio che balzellano e si rincorrono con la coda in aria, e un cane da caccia, di razza non troppo fine, ma dall’aspetto serio e mansueto. Questo, sdraiato nell’ombra del murettino che separa la piazza dall’orto della canonica, fissa gli occhi lucenti sulla gran porta nera che si è chiusa dietro al padrone, e rizza le orecchie ogni volta che la vede riaprirsi. Ma può ben aspettare: la messa è appena in principio, e il padrone non uscirà certo prima della fine.
Entrando, Roberto s’è fermato a destra, presso la pila dell’acqua benedetta. Susanna è in ginocchio a sinistra; il viso, per essere abbassato e la chiesa un po’ buia, è in ombra, ma i lineamenti generali e l’atteggiamento la distinguono da tutte le donne che stanno all’intorno.
Il giovane signore non volge mai il capo per quel verso, ma solo l’occhio o la coda dell’occhio: bada a non farsi scorgere dai contadini che ha ai fianchi e alle spalle, poichè la sola idea che qualcuno possa attribuirgli intenzioni men che oneste, lo muove a sdegno. Dà pure, di quando in quando, qualche occhiata obliqua ai suoi vicini, studiandosi di indovinare i loro pensieri. Alcuni guardano in aria, balordi, melensi, come se ignorassero perfino d’essere al mondo; altri parlano sommessamente dei loro affari; i più bisbigliano le preghiere che sono stati ammaestrati a recitar da bambini, colla mente alla siccità ostinata, alla moglie infermiccia, alla mucca pregna, alla zappa cui bisogna cambiare il manico. Nessuno occhieggia Susanna.
La messa fu eterna. Roberto impaziente, nervoso, uscì il primo. Tadò gli corse subito alle gambe, poi via festosamente attraverso la piazza. Ma il padrone lo richiamò, e ristette per veder passare la gente.
Uscirono prima gli uomini, poi più lentamente le donne. Susanna venne tra le ultime, ma non sola, come Roberto s’immaginava e sperava. Ella aveva a diritta una ragazza bianca, rossa e pienotta, a sinistra un giovane vestito con semplicità e con decenza. Alto di persona e largo di spalle, non aveva nel portamento e nei movimenti quella lentezza pesante che è propria delle persone avvezze alle fatiche di campagna. I contadini lo salutavano, ed egli rispondeva, ora portando la destra alla fronte, ora con un semplice chinar di testa e un sorriso. Arrivato a una casuccia piccola, ma pulita, posta quasi dirimpetto alla chiesa, aprì l’uscio e condusse dentro le donne.
— Lo dicevo io! — pensava Roberto. — C’era da aspettarsela. Siamo giusti, perchè non dovrebbe aver un... L’hanno tutte. Adesso mi spiego quel suo fare riguardoso, contegnoso... Sfido! L’amico era andato a fare il soldato. L’amico o lo sposo? Sarà tutt’uno, m’immagino. Benissimo. Evviva! Affretteremo le nozze...
Provava un’amarezza viva, profonda, affatto inattesa; avrebbe voluto andar via subito, andar lontano, e stava lì inchiodato, solo ed astratto, in mezzo ai gruppetti e ai capannelli di cui era piena la piazza.