La falce - Punizione - L'enigma
Part 3
Dopo s’era buttato alla campagna, continuando a infamarsi di ladronecci e di omicidi. In due anni aveva ucciso quattro persone; fra queste una bellissima ragazza di Riverasco (sua innamorata d’un tempo), ch’egli credeva inclinata a tradirlo. Cercato, ricercato, inseguito, trovava scampo nei boschi, o ricovero presso i contadini, i quali tutti sapevano come non minacciasse mai invano e sempre pagasse a misura di carbone.
Baino e Galosso, secondati dal barocciaio e da due oziosi del paese venuti a bere un bicchiere, avevano poi cominciato ad andar per le lunghe, a diffondersi intorno a certe minuzie oscene e crudeli, e ciò forse a malizia, col fine di sbigottire Roberto; però non avevano fatto altro che noiarlo e spingerlo a ritirarsi un po’ prima del solito.
— Ma come mai ho potuto dimenticar tutto questo! — diceva tra sè, ora che le cose udite gli tornavano in mente fosche e fastidiose.
Ben presto lo assalì la paura d’aver paura: cessò di far schioccare la frusta, e prese a guardare intorno se apparisse qualche figura sospetta, qualche faccia proibita, qualcheduno che rassomigliasse al ritratto di Venturino fatto da Galosso: un giovinastro membruto, di colore ulivigno, con occhi vivi, furbi, feroci, barba e capelli crespi e nerissimi... Un calabrese, anzi un brigante delle Calabrie in tutto e per tutto.
E che fare quando questo accadesse, quando lo vedesse sbucar da una siepe o saltar fuori da un fosso, in carne e ossa, armato fino ai denti?
Che fare, Dio santo?
Frustare il cavallo alla disperata e cercar di fuggire?... Ma, e se colui trovava il modo di contrastargli, d’impedirgli la fuga?
Cedere senz’altro e consegnare quanto avea nelle tasche?... Ah no! Questo no! Anche perchè la sua sommissione, per non dire vigliaccheria, forse non gli avrebbe nemmeno salvata la vita.
Dunque?... Dunque meglio portarsi da uomo, resistere, difendersi, cercar di respingere l’assassino. Respingerlo e sopraffarlo, perdinci! Non aveva forse sentito dire più d’una volta che l’aggredito ha sempre un certo vantaggio sull’aggressore? Quale vantaggio? Non ricordava più, ma questo non era il momento di raziocinare, di beccarsi il cervello: bisognava star sull’avviso e prepararsi a battaglia.
Ecco l’uomo: — O la borsa o la vita! — Finger subito di spaurirsi. Fingere di ubbidire all’intimazione, e lasciarlo venire. Appena a tiro, giù una frustata sul viso, sugli occhi... poi addosso. Coraggio, avanti, a corpo a corpo, alla gagliarda! L’uomo è in terra, disarmato, domato, legato... Sì, anche legato, e perchè no? Con un po’ di fortuna...
La notizia della cattura si sarebbe sparsa in poche ore. I giornali avrebbero riferito il fatto, encomiando il suo ardimento. Immaginava le interpretazioni, le chiacchiere degli amici: la maraviglia e la contentezza dei veri, l’incredulità e il dispetto dei falsi...
Però che imprudenza avventurarsi solo e inerme in luoghi così disabitati! Perchè non aveva condotto Giacomo? Perchè non aveva presa la sua buona rivoltella?
Andava avanti di trotto serrato, sbirciando i tronchi, le macchie, i cespugli; e alla fine si accorse d’entrare in un bosco.
— Ci siamo! — pensò, con un rimescolamento più vivo e più forte.
L’incontro, o per dir meglio, lo scontro, gli parve in quel momento così prossimo, così inevitabile, ch’egli si eresse, strinse i denti, spalancò gli occhi, cercò di tener ferme ed unite tutte le potenze dell’animo.
Traversò una piantata di pioppi, passò sotto un’oscura volta frondosa, sboccò in una larga radura; e, quando meno se l’aspettava, si trovò di contro la chiatta di sant’Antonio, nera ed immobile sull’acqua pallida e tremula.
X.
Durante l’estate, la corrente della Baraschia si riduce quasi sempre così umile e bassa, che i barconi posano sul fondo, il tavolato congiunge le rive, e la chiatta fa semplicemente da ponte.
La strada vi corre diritta, ma tanto o quanto in pendenza. Roberto ritenne le redini e guardò attorno: così al barlume, vide là a destra un poco di rialto, e su quello, circondata da un riparo fatto con fascine e prunami, una scura casupola, con la scaletta di fuori e tutta addobbata di pampani.
Il chiattaiuolo si avvicinava lentamente, portando una lanterna. Era sulla sessantina, alquanto curvo dalle fatiche e dagli anni, ma vegeto, franco e robusto; aveva gli occhi fortemente incassati, sopracciglia folte e aggrottate, lunghi mustacchi pendenti: una fisonomia austera, ma nel tempo stesso piacente e affettuosa.
— Lei vuol passare? — diss’egli.
— Naturalmente — rispose Roberto.
— Hm!...
— Non si può?
— Altro.
— E dunque?
— Passi, ma stia all’erta.
— Cosa c’è?
— Non ha mai sentito nominare il _Calabrese_?
Roberto saltò a terra.
— L’avete visto?
— Mezz’ora fa era lì, proprio dove lei mette i piedi.
— E adesso?
— E adesso... adesso... Chi sa? forse si sarà rintanato nel macchione...
— Che macchione?
— Il macchione della Vernea, che è folto e profondo. La strada di Casaletto lo rasenta quant’è lungo.
— Ho capito. E allora... Sentiamo: che mi consigliate?
Il chiattaiuolo indugiò un poco a rispondere; intanto il tuono brontolò fioco, indistinto.
— Un consiglio? — riprese poi. — Hm! Dirò... così subito... Insomma Venturino è un diavolo scatenato, un vero Satanasso. Quando lo vedo, penso a quegli altri che ci facevano dannar l’anima laggiù nell’Italia, al tempo del brigantaggio: Ninco Nanco, Crocco, Caruso... tutta una maledetta progenie da capestro... Ero nei cavalleggieri, io... Venturino non mi ha mai dato noia, anzi mi fa l’amico. Mi chiamo Michele Masino: lui mi chiama Michelino. Ma certi amici è meglio perderli che trovarli... Stasera mi diceva: — Guarda, Michelino, sono sprovvisto di tutto, non ho più un soldo; così guai a chi mi dà nelle unghie! — Precise parole. Perciò, quando ho visto lei, ho detto subito: — Qui bisogna dir tutto, in buona coscienza: uomo avvisato, mezzo salvato. E adesso vuol essere accompagnato? Son qua io. Vuol rimanere? Là c’è il mio tugurio; in questa stagione una notte è presto passata.
Roberto si voltò macchinalmente verso la casupola: l’uscio era aperto; una donna andava e veniva in una mezza luce sanguigna.
— Vostra moglie? — chiese a Michele.
— Oh! mia moglie! Sarebbe bene che l’avessi! Ma... è morta quattr’anni fa. Quella è mia figlia che prepara la cena.
Dal luogo dov’era, Roberto non discerneva nè i lineamenti del viso nè la forma del corpo: la figlia del chiattaiuolo poteva essere attempata, contraffatta, brutta come la versiera; egli se la figurò invece giovane e bella; subito, come per incanto, si sentì rinvigorito, rimbaldanzito, novamente pronto ad affrontare il pericolo.
— Animo! — esclamò sorridendo: — qui ci vuol risoluzione e non perdersi in tanti dubbi.
— Cosa pensa di fare? — chiese Michele.
— Tirare avanti.
— Solo?
— Solo e inerme... Cioè no! Fatemi il piacere: imprestatemi un falcetto, un’accetta, un randello...
Michele corrugò la fronte, pensò; poi, appesa la lanterna a un palo, si avviò verso casa.
Tornò di lì a un momento, maneggiando un lungo schioppo.
— Ecco — diss’egli, — è ancor quello che mi ha lasciato mio padre. Una buon’arma. Per diana se è buona! Non fa cecca mai, neanche d’inverno. La canna è di quelle che si chiamavano _Lazarine_; è tutto dire. Adesso non se ne vedono più. Non l’ho mai voluto imprestare a nessuno... ma a lei... in questo frangente... Insomma lo tenga, se ne serva a suo piacere.
— Ve lo riporterò domani...
— A suo comodo.
— Domani, domani... Se però quel demonio non mi prende a tradimento.
— Stia in guardia.
— In ogni caso vi lascio in pegno il mio orologio, il portafogli...
— No in pegno, in custodia.
In quel momento l’ombra femminile comparve sull’uscio. Roberto disse forte:
— Buona sera! — e risalì speditamente nel legno.
Il cavallino brioso balzò avanti, la ghiaia sgrigliolò sotto le ruote, il tavolato risonò cupamente; poi una viva folata di tramontana portò via ogni rumore.
— Attenzione! — mormorò tra i denti Michele, piantandosi in mezzo alla chiatta.
Il tuono minacciò ancora, da lontano... Il vento agitò di nuovo le frasche... Un ciottolo si staccò dalla riva, rotolò, diede un tonfo... Un uccellino, ghermito nel sonno da un rapace notturno, si dolse e tacque...
Il chiattaiuolo ascoltava senza fiatare, senza batter occhio.
Dopo qualche tempo crollò il capo, fece un gran respirone, e tornò passo passo verso la casa.
Dalla soglia, al lume d’una lucerna che ardeva sul desco, vide sua figlia in ginocchio, col capo devotamente chino sul petto.
— Ah! — fec’egli — bene, bene, prega pure... Non so chi sia, ma mi ha l’aria d’un bravo signore. Non è stato affrontato finora, e, se Dio vuole, non lo sarà più; oltre il macchione la strada è libera... Adesso vediamo: cosa mi dai da mangiare?
XI.
La mattina dopo, Roberto si svegliò assai presto, ma invece di alzarsi, stette ancora un poco in letto a rimuginare su ciò che gli era successo la sera innanzi. Che sera strana! Che moltiplicità di sensazioni! Che matta alternativa di audacie e di timori! No, non si sarebbe mai creduto così instabile, così leggiero! Se il buon chiattaiuolo non gli avesse dato il modo di difendersi, chi sa per qual trafila d’impressioni sarebbe ancora passato prima di giungere a casa! Invece, appena voltate le spalle alla chiatta, s’era sentito pienamente rassicurato e rasserenato. Che galantuomo quel Michele Masino! S’era esibito d’accompagnarlo con tanta spontaneità! Gli aveva offerto così bonariamente di alloggiarlo nella sua casetta! In contraccambio egli non l’aveva neppure ringraziato! Era però sempre a tempo. Quel giorno stesso, riportandogli l’arma, avrebbe cercato di rimediare al mal fatto con l’offerta d’un dono.
Che dono?... Uno schioppo a due canne nuovo e moderno? Ehm! Michele pareva così innamorato del suo vecchio archibuso, che forse non l’avrebbe nemmeno gradito. Un orologio d’argento? Un bel cappello? Dei panni da inverno?... Ma che cappello! Che panni! Denaro. Sicuro, era molto più semplice e più opportuno soccorrerlo di denari sì ch’egli potesse procacciarsi quanto gli mancava.
Ma qui si trovò in un altro imbarazzo: non doveva far le cose con gretteria, ma non voleva neppure mostrarsi troppo largo ed esagerato donatore. Vedeva il chiattaiuolo intascare la sommerella, ridendo sotto i baffi; e, partito lui, dire poi alla figlia: — Poh! quel buon signore deve avere avuto una bella paura! — E magari si fosse limitato a far questa osservazione in famiglia, ma chi sa se non l’avrebbe poi ripetuta ad altre persone, spargendo a suo carico voci punto gloriose. Bisognava andar cauto, e far sì che il compenso fosse adeguato al servizio.
Mentre si vestiva, gli venne un pensiero: — Interrogherò destramente il mio uomo, e mi regolerò secondo le sue risposte.
Scese nel salotto per far colazione.
La posta era arrivata, il giornale era già sulla tavola. Giuseppe entrò col vassoio, e gli domandò come avesse passata la notte.
— Bene — rispose Roberto, servendosi.
— Son contento, ma n’ero sicuro; infatti così ho risposto a chi mi ha chiesto di lei.
— Se c’è stato qualcuno a cercare di me, hai fatto male a non avvertirmi.
— No, non a cercar di lei, ma a domandar sue nuove. Era ancor presto. E poi, si tratta d’una persona che lei non conosce. Perchè qui è un po’ come a Torino: tutti conosciamo il Re e la Corte, ma essi non conoscono noi. I contadini e le contadine...
— Ma com’è possibile che una persona che non ho mai visto...
— Non dico questo: l’avrà vista e anche guardata, perchè merita la pena. E come! L’avrà anche guardata, ma non al Fortino, ch’io sappia. Quand’essa viene, lei è ancor sempre a letto.
— Ma insomma si può saper chi è?
— Sì signore. È una bella ragazza, fresca come una rosa, bianca e linda come il bucato. Infatti la chiamano la _Marchesina_. Però è figlia d’un pover’uomo, che fa il pescatore e traghetta la gente dall’una all’altra riva di non so più che acqua.
— La Baraschia forse?
— Sarà benissimo.
— E viene qui spesso?
— L’uomo? No signore.
— La ragazza, la ragazza!
— La ragazza sì, di tanto in tanto, a vendere le trote.
— Basta, va pure.
Il servitore ritornò in cucina. Roberto continuò a centellare il suo caffè e latte con gli occhi sul giornale. — Dunque la figlia di Michele veniva al Fortino? Be’, questa era una cosa semplice e ovvia, non c’era da farsene maraviglia... Quella mattina aveva domandato di lui? Sì, ma come? Incidentalmente, mentre spacciava i suoi pesci? Oppure era venuta apposta per sapere com’egli avesse compiuta la gita?... E se mai, era il padre che l’aveva mandata? O non aveva invece ubbidito a un impulso pietoso e gentile?
Giuseppe poi l’aveva chiamata _bella_. Così per modo di parlare? O perchè era tale davvero?
Tutto questo avrebbe voluto sapere, ma non parendogli conveniente richiamare e interrogare il servitore, guardava fissamente in un punto, e or sorrideva, ora aggrottava le ciglia e increspava la fronte, come chi agita nella mente diversi pensieri.
Intanto Tadò ustolava a destra; la gatta miagolava a sinistra; le galline giravano intorno irrequiete, allungando il collo e arruffando le piume.
Dopo un poco, Roberto s’impazientì, si alzò e, attraversando un altro salotto, si affacciò all’uscio che metteva in giardino. Le rondini, che avevano i nidi sotto il terrazzino, andavano e venivano senza posa, e così vicine ch’egli sentiva nel viso il ventolino delle loro ali.
Si ritrasse subito perchè lo seccavano anche le rondini.
— Sicuro — pensava, risalendo in camera, — compenserò il padre, ma perchè non offrirei un piccolo pegno di gratitudine anche alla figlia? Essa si è pur disturbata per venir a veder se ero incolume!
Frugò in una cassettina ove teneva gli spilloni da cravatta, i bottoni gemelli, gioie e gingilli: vi prese un anellino d’oro, che portava qualche volta nel mignolo, e lo ripose in una scatoletta, fra un po’ di cotone, dicendo tra sè: — È poco, ma pregherò la _Marchesina_ di accettare il buon cuore...
L’idea gli parve così bella e gentile, che per metterla più presto a effetto volle desinar prima del solito.
Quando fu attaccato, montò nel calessino, e non solamente si mise accanto lo schioppo che doveva riportare, ma nascose sotto il cuscino la sua rivoltella, per non trovarsi disarmato al ritorno.
Dal Fortino alla chiatta di sant’Antonio la strada scorre facile e piana in un aperto e benedetto terreno, nel quale i campi e i prati paiono orti e giardini.
Il vago spettacolo campestre, illuminato da un limpido sole, il profumo di verdura e di fiori, la quiete solenne componevano a soave mestizia il cuore di Roberto. Perfino il macchione della Vernea aveva in quell’ora qualche cosa di lieto e di ameno: pareva più fatto per servir di momentaneo nido agli amanti, che per dar ricetto ai banditi.
Arrivato alla chiatta, Roberto smontò. Michele uscì tosto dalla casupola e gli si fece incontro salutando garbatamente, ma senz’ombra di servilità o d’affettazione.
— Ecco — diss’egli, porgendo a Roberto l’orologio e il portafogli: — qui c’è quanto mi ha consegnato ieri sera.
Roberto, a sua volta, gli restituì lo schioppo: poi si guardarono in viso sorridendo, come per confermare la conoscenza.
— Dunque è andata bene? — riprese il chiattaiuolo. — Nessun affronto, nessun dispiacere...
— Niente! — esclamò Roberto. — Non ho visto un’anima. Del resto ero pronto. In grazia vostra...
— Stamattina — interruppe Michele, dopo aver appoggiato lo schioppo a un tronco, — sono passati di qui i carabinieri. Non erano ancora le sei. Io ero seduto là su quell’arginetto e rassettavo un bertovello. Il maresciallo mi vede e mi dice: — Notizie? — Rispondo: — Dove volete che vada a pescarle? Datemene voi, se ne avete. — Ma che le pare? Faccio il chiattaiuolo, io; non la spia e neanche lo sbirro. I birboni tocca a loro a scovarli, che Sua Maestà li paga proprio per questo.
Roberto squadrava il chiattaiuolo e diceva tra sè: — Veste pulitamente, ma nè più nè meno come gli altri campagnuoli: posso, senza soggezione, offrirgli denaro per comprar reti da pesca, munizione da caccia o che altro gli sarà più di piacere.
— Ora — — continuò forte, — mi dovete dire se posso far qualche cosa per voi, qualche cosetta. Parlate pure.
Michele lo considerò un momento e tentennò il capo.
— Scusate — soggiunse Roberto, — ma non avreste per caso un impegno, un debituccio che vi scomoda pagare? Convengo che la domanda è un poco indiscreta...
— Dovevo quindici lire allo speziale di Casaletto e gliele ho date ieri mattina.
— Bene, tanto meglio. Io però non posso dir così. Io ho un obbligo con voi; un obbligo grosso... Posso quasi dire che vi devo la vita.
A queste parole Michele dette in una gran risata.
— Ci vuol altro! Ci vuol altro! Tiri via, non dica fandonie, per carità... La ringrazio tanto, ma... Hm! con l’aiuto di Dio mi guadagno il pane lavorando, e non ho mai chiesto un soldo a nessuno.
Roberto, un po’ sconcertato, volle scusarsi dicendo che non pretendeva di fargli l’elemosina, nè voleva sapere dei fatti suoi, ma il chiattaiuolo alzò la voce:
— Finiamola con queste storie! Sì signore, vivo nei boschi come un orso, ma conosco i miei doveri verso Dio, verso il prossimo e verso me stesso. Dunque non occorre altro.
Vi fu un silenzio. Roberto teneva la mano in tasca e palpava la scatoletta destinata alla ragazza.
— E vostra figlia? — diss’egli finalmente. — Che fa di bello vostra figlia?
— È andata a Riverasco a far le provviste. Qui, come lei vede, non ci sono botteghe e mangiare bisogna.
— Non avete paura che s’incontri nel _Calabrese_?
Michele pensò un poco, poi contrasse le sopracciglia, dando ai suoi occhi chiari una molto fiera guardatura.
— Il _Calabrese_ sa che Susanna è mia figlia — diss’egli, — e che con me non si scherza.
— Dunque a rivederci — mormorò Roberto, rimontando nel legno e ripigliando le redini.
— A rivederla... Ah, un momento! Scusi tanto, ma lei mi deve ancor cinque soldi: i soldi del passo che non ha pagato ier sera.
XII.
Tre giorni dopo, aprendo il giornale, Roberto cadde inaspettatamente su queste parole:
_I particolari dell’arresto e della morte del bandito Venturino Mauro._
Come! Il _Calabrese_ arrestato? Il _Calabrese_ morto? Ma dove? Ma quando?
E lesse avidamente.
Riverasco, 20 luglio.
«Verso le ore 14,30 arrivava in Riverasco la notizia che il famigerato Venturino Mauro era stato arrestato. Chi sia Venturino Mauro lo sanno già i lettori della nostra gazzetta. È un assassino che...»
Roberto saltò senz’altro una trentina di righe, tutta la biografia, e venne al fatto.
«Il suo arresto fu operato oggi in circostanze tragiche. La Polizia aveva avuto sentore che egli, lasciato il piano, si aggirava nel Morsetto, luogo alpestre a un’oretta da Riverasco; sei carabinieri, quattro in divisa e due in borghese, furono spediti in perlustrazione. Pare che il Venturino, che si trovava realmente in un’osteriuccia, avvisato dell’arrivo dei carabinieri, si desse alla fuga. I carabinieri si posero sulle sue orme e lo scoprirono nel fondo di una piccola valle; allora un carabiniere, l’appuntato Tamietti, a gran corsa si slanciò su di lui tagliandogli la strada. Il bandito, senza scomporsi, estrasse la rivoltella e ne sparò due colpi sul bravo agente. I colpi andarono a vuoto, e mentre il carabiniere si slanciava su di lui, incespicò e cadde a terra presso il bandito. Fu fortuna che sopraggiungessero gli altri carabinieri, contro i quali il Venturino rivolse i suoi colpi, seguitando a sparare altre quattro rivoltellate. A questo punto i carabinieri, vistisi in pericolo, puntarono il Venturino alla loro volta e spararono. Il Venturino fu ferito alle braccia e al volto, e prima di darsi vinto cercò ancora di salvarsi fuggendo. Mentre fuggiva, brandendo lo stile, cadde a terra mandando urli di dolore. Fu raccolto, adagiato sopra una scala e portato all’ospedale. Qui lo ricevettero e curarono i dottori Ciaudano e Vegetti, ma subito ne presagirono la morte vicina. Una palla di vetterly gli aveva perforato il torace, entrando dalla schiena ed uscendogli dal petto. Non parlò e non volle parlare; domandava solo agli astanti che lo finissero in fretta.
«Si recarono al suo letto il giudice istruttore, il procuratore del Re, ma non fu possibile strappargli una sola parola; alle 20,30 moriva in seguito alla ferita toccata nel petto.
«Spogliatolo, gli si rinvennero indosso, negli abiti sanguinolenti, L. 7,80, un piccolo coltello, un taccuino con un nome e un grosso rosario.
«Era vestito di frustagno; intorno alla vita aveva una cintura di cuoio, da cui pendevano uno stile, un coltello e la rivoltella.
«L’arresto ha prodotto in Riverasco un’ottima impressione; la popolazione resta ora tranquillata, ed è entusiasta verso i carabinieri, i quali si meritano davvero un bravo».
Roberto passò oltre e percorse tutto il giornale; ma la lettera del corrispondente di Riverasco aveva fermata la sua fantasia: vi tornò, la rilesse e fu assalito da mille pensieri. Non aveva conosciuto il bandito, solo paventato di conoscerlo, eppure bastava perchè non potesse più considerarlo come un estraneo. Dimenticava l’ansietà, il turbamento, l’apprensione di quella tal sera, e rammentava soltanto che aveva desiderato di fare quello che avevano poi fatto i carabinieri. Bel gusto! Bel vanto! Sempre fanciullo! Sempre incorreggibilmente romantico e fanciullo!
Immaginava. — Vedeva lo sciagurato andar qua e là fuggiascamente, senza modo di vivere, ridotto alla disperazione. Lo vedeva scendere per un viottolo scosceso, in un luogo ombroso e celato, e buttarsi sull’erba molle ancor di rugiada. — Qui non sarò visto... qui potrò riposarmi, ripigliar fiato. — No! Ecco là i carabinieri! Due, quattro, sei... Egli è in piedi, pronto a vender cara una vita divenuta oramai insopportabile. Un ultimo sforzo, un tentativo disperato di fuga: e tosto grida, spari, bestemmie, polvere e fumo. Il _Calabrese_ è in terra, ferito e vinto. Lo portano via sur una scala, una ruvida scala a piuoli (perchè, Dio santo! non procurargli un carretto, una barella?); ogni passo è un gemito, un’imprecazione, un lamento; ogni sosta una pozza di sangue.
Lo rivedeva all’ospedale, che brancicava convulsamente il lenzuolo; faceva la bava come un cane arrabbiato; implorava, con un filo di voce, il colpo di grazia...
Tutto il giorno si funestò con questi tristi pensieri; tutto il giorno lo squallido spettro passò e ripassò davanti ai suoi occhi; verso sera, preso dall’uggia, si mise in tasca il giornale e si avviò verso la chiatta.
Arrivato al torrente, travide fra gli alberi, a diritta, un non so che bianco che veniva lentamente alla volta sua. Fissò gli occhi da quella parte e distinse il chiattaiuolo scamiciato, con una vanga in spalla. Gli diede una voce. Michele si toccò il cappello, allungò il passo, e, quando fu vicino, piantò rabbiosamente la vanga in un mucchio di rena.
— Cosa c’è? — chiese Roberto. — Siete di cattivo umore?
— Eh altro! S’immagini che ho dovuto fare il becchino!
— Come mai?
— Boh, porcheria! Erano due giorni che sentivo l’aria ammorbata, e non sapevo che fosse; creda, un fetor di cadavere. Mezz’ora fa mi viene in mente di frugar sotto i barconi. Sa cos’ho trovato? Un cagnaccio morto da chi sa che tempo. L’ho sotterrato laggiù appiè d’un pioppo. Ma non è un’infamità? Ogni tanto ricevo di questi regali: cani, gatti, porci, galline, conigli... tutte le bestie che muoiono di malattia da Riverasco ad andar su su fino al Morsetto, fino a Montalto, vengono a sbarcar qui gonfie e marciose. Accidenti a chi le getta! Ci vuol tanto a fare una buca e a buttarci dentro le vostre carogne? Razza di sporcaccioni, non sapete che prima di tutto è proibito, e poi che l’acqua va rispettata?
Dibattè i pugni in aria, verso gli inquinatori lontani, si rasciugò il sudore e si chetò.
Allora Roberto gli raccontò estesamente la morte del _Calabrese_, non trascurando i particolari più rilevanti.
Michele stette a sentire con molta attenzione e come curioso di simili storie, poi diede una scrollata di testa e mormorò tra i denti: