La falce - Punizione - L'enigma
Part 2
— Ehi, ehi! — fece egli a tutta voce, come quando coglieva i ragazzi a manomettere qualche masserizia scolastica. — Chi è che tocca il biliardo? Aspettate, che vi accomodo io!
Entrò nello stanzone, atteggiato comicamente a minaccia, ma invece di vedere quel fatticcione d’un sor segretario, seduto a un tavolino col bicchiere dinanzi, vide un bel signore che si divertiva a far correre le palle.
Tomatis rimase a bocca aperta; lo sconosciuto alzò la testa, guardò, poi sorrise: il buon maestro aveva una di quelle facce fresche e ridenti che piaciono alla prima e mettono di buon umore.
— Caldo eh? — osservò Tomatis, dopo un poco, e tanto per dir qualche cosa.
— Caldo molto.
— Qui però si sta bene.
— Si sta benissimo.
— Non c’è riverbero, ecco; nel cortile il sole non batte che un po’ dopo pranzo; di là da quel murettino, c’è l’orto, la gora del mulino, poi subito le praterie del sindaco. Sicuro... A quel che vedo lei giuoca anche da solo?
— Mi trastullavo... Vuol fare la partita con me?
— Io? Si figuri! Ma c’è un guaio: non so fare.
— Davvero?
— Non so fare; non giuoco che alle carte e un poco ai tarocchi.
Il maestro parlava con la voce e col contegno di uno che per cedere, aspetta e desidera di esser pregato.
— Imparerà — ripigliò lo sconosciuto con brio. Gli mise la stecca in mano e cominciò a insegnargli: — Così: il pollice alto, le altre dita stese; faccia il ponte per bene; e poi miri, miri diritto, miri giusto... Bravo! al primo tiro ha preso la palla. Riesce benissimo, basta che si eserciti.
Intanto il segretario Galosso era comparso sull’uscio, e girava sui giuocatori uno sguardo in cui erano misti la curiosità, la maraviglia e il dispetto. Dopo un poco, vedendo che non si badava a lui, traversò lo stanzone, uscì nel cortile e prese a cercar l’oste e a chiamarlo con voce stentorea.
Baldassarre Baino attendeva a irrigar l’orto, aiutato dalla moglie, un vero gendarme, e frastornato da un suo ragazzetto, vispo assai più del bisogno.
— Presto! — disse il segretario accostandosi. — Che roba è quel signore che giuoca con Tomatis?
— Non so niente, — rispose l’oste; — mi è capitato in casa mezz’ora fa, ha chiesto un bicchier di birra, ha dato un’occhiata alla _Gazzetta di Bornengo_, poi...
— Ehm, pare impossibile!
— Cosa?
— Che non sappiate il suo nome.
— V’ho già detto di no!
— Ma il vostro dovere...
L’oste fece un gesto che voleva dire così chiaramente: — non rompetemi l’anima — che Galosso si crucciò.
— Creanza da mulattiere, — mormorò tra i denti.
— Non vedete che devo badare all’acqua?
— Sì, sì, all’acqua... all’acqua... all’acqua, come se non bastasse quella che mettete nel vino.
Baino fece una spallucciata e tornò ai suoi rigagnoletti.
— A voi — disse Galosso all’ostessa. — Venite via.
— Cosa volete? — chiese ruvidamente colei.
— Eh, per bacco! voglio bere.
Voltò le spalle, tornò nello stanzone, e si pose a sedere in fondo a una tavola, nell’angolo più lontano dal biliardo. L’ostessa lo seguì senza troppa fretta, e gli mise dinanzi una bottiglia e un bicchiere.
Il forestiero e il maestro continuavano la loro partita; il primo largheggiava di norme, di consigli, di esempi; il secondo s’ingegnava di conformarsi, dandosi gagliardamente dell’asino quando sbagliava, facendo un modesto scambietto quando l’azzeccava.
Galosso sogguardava l’uno e l’altro, nero come un calabrone. Gli pareva agro a sopportare che un ignoto, un intruso, il quale nè si era degnato di salutarlo nè mostrava d’accorgersi della sua presenza, gli rubasse il compagno, l’amico indivisibile, forse forse per l’intera serata. Un bell’amico però, che lo lasciava a consumarsi di noia in un canto, per lo stolido gusto di strofinarsi a un damerino.
— Stecca falla! — esclamò a un tratto l’incognito. — Si dice così quando non si batte in pieno la palla, e questa dà un suono come se si scheggiasse. Ha visto come andava torta? Daccapo: prenda bene la mira.
— Non ci vedo più — disse Tomatis con voce compunta. — L’anno passato gli occhi mi servivano ancora benissimo, ma adesso... Facciamo accendere?
Il signore guardò verso il cortile, vide che si faceva buio, e andò a prendere il cappello e il bastone che aveva posati sur una sedia.
— Lei viene qui molto spesso? — domandò poi al maestro.
— Tutte le sere.
— Benissimo! Dunque a buon rivederci.
Si voltò verso l’angolo ov’era Galosso, accennò col capo, e se ne andò.
Tomatis posò la stecca, si diede una fregatina di mani e si mise a sedere dirimpetto all’amico. Questi non parlò nè si mosse. Il maestro tirò fuori un mezzo sigaro e lo accese adagino.
— Buttate via quella cicca — brontolò il segretario.
— Me ne date uno intero? — domandò placidamente Tomatis.
— Un corno che v’infili!
— Oh oh! marina torba, stasera!
Galosso battè il pugno sulla tavola.
— Mare in burrasca! — ripetè il maestro, scattando in piedi. — Io vi do la buona notte, sapete.
Il segretario lo agguantò per la giacchetta, tirò forte, lo fece seder di nuovo.
— Fermo! — gridò. — Chi è colui? Come ha nome?
— Come _colui_? — rispose Tomatis, severo. — Volete dire quel signore?
— Alle corte: come si chiama?
— Non lo so.
— Eh bravo! Me ne rallegro moltissimo. Mi rallegro con voi che avete la baldanza di giuocare con... con chi che sia, con un non so chi. State all’erta, sapete, perchè...
— Ma non avete visto com’era ben vestito?
— Appunto! L’abito non fa il monaco, anzi... I birbanti è il loro mestiere di cambiar vestimento. Vestimento e travestimento. Mio padre, buon’anima, raccontava un monte di cose...
Il maestro fece con la bocca un certo atto, come di chi vuol parlare e non trova il verso o pensa ad altro, poi si alzò, balzò fuori e chiamò il figliuoletto dell’oste, che vociava e scavallava in cortile.
— Presto, Gigino, corri, fa di raggiungere quel signore che hai visto qui; guarda che strada prende nell’uscir dal paese. Un bel soldo per te, quando sarai di ritorno. Non ti sviare, sai!...
Gigino scomparve in un lampo.
— Una buona idea, eh? — disse poi Tomatis, rimettendosi a sedere.
— Uhm! cosa volete che sappia far quel bamboccio? — brontolò Galosso.
— È sveglio la sua parte.
— Si farà scorgere.
— Non credo.
— Si farà pigliare a scapaccioni.
— È avvezzo a tutto.
— Dunque, tornando a quel che si diceva, mio padre raccontava d’aver incontrato una volta Rodino, il famoso Rodino, trasfigurato in modo che non l’avrebbe mai riconosciuto, se...
— Eccomi — disse l’oste entrando e buttandosi a sedere sur una panca vicino all’uscio. — E il forestiero?
— Se n’è andato — rispose Tomatis.
— Me l’aspettavo — mormorò Baino.
— Perchè? — chiese Galosso.
— E gli ordini? E la consegna? Possibile che non abbiate indovinato? Ma è un ufficiale, per diana! Uno di quelli che girano l’Italia in borghese per impratichirsi delle strade, dei passaggi, dei ponti, dei fiumi...
— Le zucche! — esclamò Galosso. — Non credo niente. L’avrei capito subito. E poi, di qui alla frontiera c’è un bel tratto...
— Sicuro! — aggiunse Tomatis. — Siamo nel cuore della pianura!
— Bravi! — gridò Baino. — Come se le battaglie si facessero solamente in pianura! Ed è a me che venite a dir questo? A me che sono stato soldato!
— Tornando al forestiero — riprese Tomatis, — più ci penso e più mi par che ricordi qualcuno.
— E chi mai? — domandò Galosso.
— Qui sta il busillis!... Sentite: e non potrebbe essere semplicemente lo sposo della signorina Luvotto?
— Ouf! — fece l’ostessa, che entrava col lume. — Questo poi no!
— Perchè no?
— Non sarebbe una persona adatta: troppo bello, troppo garbato...
— Bello non vuol dir ricco — osservò Baino. — Tonio Luvotto è il primo proprietario del paese.
— Lo era! — esclamò Galosso. — Adesso non lo è più.
— Quattrini e sanità metà della metà — susurrò Tomatis.
Si cominciò a discutere: l’oste e sua moglie sapevano da buona fonte che ultimamente Antonio Luvotto aveva guadagnato forte in un’impresa, di modo che poteva dare una dote da principessa alla figlia; il maestro e il segretario avevano da fonte sicura che il sindaco scapitava ogni dì più, anche perchè voleva trionfare alla splendida e passare per il re di Casaletto.
In questo mentre Gigino rientrò saltabeccando.
— E dunque? — chiese il maestro.
— Oh l’ho acchiappato! — rispose il monello. — L’ho acchiappato mentre entrava dalla tabaccaia.
— Per comprare dei sigari, eh?
— No.
— Come no?
— Per comprare delle sigarette.
— E poi?
— Poi è uscito. Arrivato in fondo al paese ha preso a destra. Io gli tenni dietro pian piano, come faccio quando voglio appioppare un cazzotto a un compagno; ma quando ho capito che andava al Fortino...
Il segretario, l’oste, l’ostessa dettero in un oh! di gran maraviglia.
— Ma guarda! — esclamò il maestro. — È il signor Duc, il signor Roberto Duc! L’avevo detto io che mi ricordava qualcuno! Somiglia a suo padre, per bacco! Somiglia al babbo in tutto e per tutto.
VII.
Roberto tornava bel bello verso casa. Appena uscito di Casaletto, aveva provato un certo ribrezzo a inoltrarsi nella strada fosca e tortuosa; ma ben presto i suoi occhi s’erano assuefatti all’oscurità. Ci vide meglio e si rassicurò; un calpestìo, che si sentì dietro le spalle, lo rallegrò. I passi erano piccoli e presti: voltandosi non discerneva che un’ombra. Un fanciullo, forse? Amava meglio immaginare una fanciulla, anzi una bella fanciulla, alla cui difesa si sarebbe slanciato in caso di pericolo. Che pericolo?
Fantasticò un poco, poi rise di sè. Che balordaggini! Che romanticherie! Come in certe cose era rimasto ragazzo! Cacciò da sè cotesti vani pensieri, alzò gli occhi verso tramontana, verso Torino, e si maravigliò quasi di non scorgere nessun chiarore, nessun riflesso dei lumi sparsi a centinaia per le strade e per le piazze. — Ecco — disse tra sè: — non vedo più nulla, non so più nulla, sono come in capo al mondo, agli ultimi confini della terra!... A quest’ora Dompè e Di Pagno sono già al Club; Pradis è al caffè di Parigi che finisce di desinare; e Lorenzati?... Con Domitilla, naturalmente. Non li invidio. Cosa avranno detto di me, della mia partenza improvvisa? Niente forse. Crederanno di vedermi tornar domani, o doman l’altro. Invece... Adagio un po’: oggi è martedì, sono io certo di rimanere fino a sabato?...
Per il momento era pago di aver saputo fare un atto energico, pronto, di cui non si credeva più capace, tanto si sentiva svogliato e infiacchito. Prima di arrivare a casa si confermò ancora nel proposito di resistere gagliardamente alla noia, che prima o poi l’avrebbe assalito; e di prolungare quanto poteva la sua dimora in campagna.
Come fu in camera, l’idea di spogliarsi e d’entrare nel gran letto a padiglione (che gli pareva aver qualche cosa d’un catafalco) destò in lui un nuovo senso di freddo e d’avversione: ma fece uno sforzo sopra sè stesso, si vinse, si coricò.
Tornò la luce. L’aura mattutina agitava leggermente le cime degli alberi, susurrava fra il fogliame. Le passere saltellavano sui rami, svolazzavano sul tetto, s’inseguivano in giro, si posavano in terra per azzuffarsi o per accoppiarsi. Un bel maschio ardente e sbadato, andò a cacciarsi dentro una persiana, e, non potendo riscappare sul momento, prese a frullare e a stridire alla disperata. Roberto, svegliato di colpo, alzò il capo dal guanciale e si mirò dattorno: sul palco v’era come una sfumatura di giallo, sul pavimento una sfumatura d’azzurro; s’indovinava il cielo sereno, il sole possente. Si rammentò che la sera prima aveva fatto dire al capo maestro di Casaletto che venisse di buon’ora; si vestì in fretta, e discese.
L’uomo aspettava in cortile, discorrendo con Rocco. Stabilirono subito di restaurar bene il palazzetto; non penarono molto a convenire nel prezzo e nelle altre condizioni del lavoro; ma discutendo i miglioramenti che si potevano fare al resto del fabbricato, non trovarono più la via d’intendersi. La mattinata passò senza che Roberto se ne accorgesse: egli sentì suonar mezzogiorno quando credeva fossero appena le dieci.
Dopo desinare, entrò nel vecchio studio di suo padre: un’assai bella stanza circondata torno torno di scaffali, alti fin quasi al palco e pieni di libri; ne prese uno a caso: era _Le Progrès_ di Edmond About. Non lo conosceva. Andò a distendersi sopra una poltrona a sdraio, ricoperta di tela d’America, ampia e comoda come un letto; aprì il libro al capitolo nono: _Les villes et les campagnes_, dov’era un pezzetto di carta, un segno posto forse del babbo; lesse attentamente una dozzina di pagine, ne saltò altre venti, trovò le parole: «_Désirez-vous vivre longtemps? Vivez à la campagne. Vous plaît-il vous marier pour vous? La campagne! Avoir des enfants sains et robustes? La campagne! Suivre sans distraction dans les livres, les revues et les journaux, le mouvement de l’esprit humain? La campagne!_»
Chiuse gli occhi per meditare... e non li riaprì che dopo un’ora buona.
Si sentiva bisogno di aria e di moto; prese il cappello, il bastone e uscì.
— Vorrei andare un po’ a spasso — disse a Giacomo, che incontrò nel cortile. — Quanto c’è di qui alla Baraschia?
— Vuol andare al ponte nuovo, alla chiatta di sant’Antonio, o alla palancola lunga?
— Dove si sia.
— Il ponte è lontano; di qui al ponte ci saranno tre miglia. La chiatta e la palancola invece... Eh sì, faccia conto, che tanto all’una come all’altra, poco più poco meno, ci sarà... ci sarà...
— Non importa; domando così per curiosità.
— Vengo a mostrarle la strada...
— No, no, voglio vedere se so ritrovarla. Non dirmi niente.
Il giovinotto girò l’occhio intorno, poi fece un fischio.
Un grosso cane, che stava accucciato a piè del pagliaio, balzò fuori e si scosse; aveva un testone arruffato e barbuto; gli occhi nascosti tra il pelo lungo, ruvido, misto di bruno e di grigio.
Giacomo gli andò incontro e lo afferrò per il collare.
— Prenda almeno Tadò per compagnia — diss’egli, con l’accento d’un padre che chiede un impiego per il suo figliuolo. — È una buona bestia.
— Ma è brutto assai.
— Brutto sì, e anche testardo. Accidenti! se è testardo! Ma se vedesse come si ficca nei pruni, come si butta nell’acqua, e come sente la passata della lepre! Adesso non si può, la caccia è proibita, ma quando sarà aperta... Ah! quando sarà aperta...
— È vero — pensò Roberto, — potrò anche andare a caccia... Se mi fermerò...
— Dunque non vuole il mio cane?
— Sì, sì. Come si chiama? Cadeau?
— Tadò, signore. Su, Tadò, va col signore.
Il cane ubbidì al gesto imperioso del contadino, seguì Roberto adagio adagio, quasi sospettosamente, fino alla strada; là si fermò, levò il muso, fiutò l’aria, e scappò indietro verso il pagliaio.
Giacomo lo sgridò, lo minacciò, finse di volerlo pigliare a sassate.
— No, no! — diceva Roberto. — Povera bestia! lascialo stare, lascialo stare...
— Vede! — esclamò Giacomo, alla fine, — adesso ha capito. Se lo dico! Non gli manca che la parola. Su, Tadò, va col signore.
Tadò rimase ancora un momento a guatare il giovane, con una zampa sospesa e dimenando timidamente la coda, poi si mosse, raggiunse Roberto, e gli si mise alle calcagna.
— Povero Tadò — diceva rincamminandosi il nuovo padrone, — abbi pazienza; la pace, la felicità non sono cose di questo mondo. Ma noi faremo conoscenza, diventeremo amici. Per cominciare, stasera ti farò servire una zuppa coi fiocchi; nessun cane dei dintorni potrà vantarsi d’aver assaggiata l’eguale. Insomma t’invito a cena, ecco. Sei contento?
Tadò si fermava ancora ogni tanto e girava la testa verso il Fortino; dopo un poco cominciò a trotterellare, a balzellare; alla fine lasciò la strada e prese a scorrere un campo di stoppie.
Invece di richiamarlo, Roberto lo seguì; si sentiva nelle membra un vigore, una pieghevolezza veramente giovanili; andava franco, saltando i fossi senza considerar la larghezza, passando tra i rovi senza badare alle spine, contento quando si presentava l’opportunità di mettere alla prova la sua forza o la sua destrezza. Era in una di quelle ore, anzi di quelle giornate felici, in cui la vita è insolitamente facile e lieta, lo spirito aperto alle impressioni più pure, l’occhio acuto, l’orecchio fine; una di quelle giornate in cui pare che una mano onnipotente vada ravvivando intorno tutti i colori, svegliando tutte le armonie, rianimando gli esseri, abbellendo le cose, spargendo abbondantemente la gioia e la pace.
— Ecco — pensava: — l’altro ieri avevo dentro un disgusto, una molestia che nessuna cosa bastava a calmare; oggi mi par di rinascere! Perchè non potrei tirar avanti così, godendo giorno per giorno quel po’ di bene che mi è dato godere, senza rodermi l’anima, senza pascermi più oltre d’illusioni e di sogni?
Cammina, cammina, si trovò finalmente dove la campagna cominciava a imboschirsi; e il terreno diventando arido, disuguale, sabbioso, mostrava non lontano il torrente che egli voleva rivedere.
Seguendo un sentieruolo, che serpeggiava tra alte macchie spinose, giunse sul greto e vide, in mezzo a un largo letto di ghiaia e di rena, scorrer rapida e limpida l’onda della Baraschia.
Egli andò a sedere sur un isolotto, una piccola oasi vestita d’un’erba fine, fitta, morbida come il velluto; e di là alzò gli occhi verso l’occidente, al sole che già già toccava le cime degli alberi ond’era coperta la riva opposta.
Sì, quelli erano realmente i luoghi che aveva amato nella sua infanzia e nella sua adolescenza, al tempo delle gioie più sane e più pure. Egli li aveva abbandonati per vivere laggiù nella gran città, triste e caliginosa d’inverno, afosa e puzzolente d’estate, uggiosa in ogni tempo per il frastuono assordante dei tranvai e delle carrozze, per l’andirivieni affollato, per il contatto quotidiano e inevitabile con ogni sorta di gente.
Tadò, accovacciato in una positura da sfinge, guardava fissamente il padrone, movendo appena appena la coda.
— To’! — fece Roberto, chiamandolo e cominciando ad accarezzarlo. — Sei brutto, sai, proprio brutto... ma simpatico. In città ti avrei forse a schifo, qui ti voglio bene. Ti voglio bene come a tutto ciò che mi sta intorno. Ho buttata via la mia boria di cittadino; mai ai miei giorni non mi sono sentito così semplice e buono... E le zanzare lo sanno: guarda come mi succhiano, guarda come accorrono da tutte le parti! Che importa a loro che io appartenga al Club, alla Società delle corse, al Circolo degli artisti? Ch’io abbia gusti aristocratici e viva dei miei redditi? Non vedono in me che una creatura mortale, destinata a provveder loro la cena. Non vedono che questo, e hanno ragione. In realtà che cosa conto io nell’universo mondo? Nulla più di quella povera talpa che dianzi tu hai stritolata coi denti. Parlo sempre a te, animal quadrupede, perchè m’hai tutta l’aria d’intendere. Un giorno me n’andrò anch’io... Ehi! ehi! Adesso basta! Giù... cuccia giù!
Respinse il cane, che si andava facendo indiscreto, si mise supino, e continuò a pensare alla morte, ma senza alcun raccapriccio.
— Me ne andrò anch’io... Verrà un giorno in cui, o repentinamente o gradatamente, gli spiriti vitali mi abbandoneranno; il mio corpo sarà subito preda delle forze chimiche che avrà intorno; queste, senza il mio permesso, anzi senza ch’io c’entri più per nulla, me lo trasformeranno adagino adagino in gas acido carbonico, in azoto, in ammoniaca, in chi sa quante altre sostanze solide, liquide o aeriformi. Questa roba, salvo il vero, si diffonderà nell’aria, per comodo di chi vorrà respirarla; o s’infiltrerà nel terreno e nutrirà le radici. Tutto andrà disperso, nulla andrà perduto. Tutto cambia nel mondo, cambierò anch’io; finirò come un animale, una pianta, una cosa qualunque; finirò come il lenzuolo in cui sarò avvolto, come la cassa in cui sarò chiuso. E così sia... ma il più tardi possibile!
VIII.
Fra occupazioni leggiere, fra semplici svaghi, in uno stato di quiete e di abituale serenità, Roberto vide finire la prima settimana. Cominciò non solo ad avvezzarsi a quella vita, ma ad assaporarne i piaceri. Si levava di buon’ora, faceva colazione nel salotto terreno, con l’uscio e le finestre spalancate. Entrava l’aria fresca, entrava il sole vivificante, entrava il cane, entrava la gatta; le galline si affollavano chiocciando e brontolando sulla soglia, poi sguizzavan dentro alla spicciolata. Il padrone distribuiva pane inzuppato nel latte ai quadrupedi, briciole ai volatili; con pochissimo gusto del buon Giuseppe, a cui toccava far scomparire le traccie dell’invasione.
Data una guardata a quanto si andava facendo per risarcire il palazzetto e la cascina, Roberto passeggiava lungamente in giardino, leggendo il giornale, e soffermandosi di quando in quando per odorare un fiore o per osservare una pianta, una chiocciola, un insetto. Desinava a mezzogiorno, faceva un sonnellino, un po’ di merenda, poi vagolava per la campagna fin dopo il tramonto.
Passata così la giornata nella massima pace, la sera andava a veglia al _Cavallo Grigio_. Vi trovava infallibilmente Galosso e Tomatis, i quali stavano insieme più che potevano, come amici confidentissimi, ma non facevano altro che bisticciarsi.
Il comico ripetersi dei loro contrasti, l’arguzia saporita di certi ragionamenti, la novità stessa del gergo paesano, divertivano molto il giovane signore, a cui spesso pareva d’assistere a una commediola o ad una farsa del buon tempo antico.
Verso la fine della seconda settimana, Roberto mandò Giuseppe in città, con l’ordine di portargli lo schioppo e gli attrezzi venatori, l’occorrente per dipingere all’acquerello, un ottimo violino, che non aveva toccato da anni, e alcune altre cose lasciate nella fretta della partenza e per l’incertezza dell’avvenire.
Desiderando anche di ampliare le sue cognizioni corografiche, comprò un buon cavallino alla fiera di Bornengo; fece rimettere a nuovo un calessino, che aveva appartenuto a suo padre, e cominciò ad andare a diporto per i villaggi e per le cittadelle circonvicine.
Un giorno, fatto attaccare subito dopo il sonnello pomeridiano, trottò allegramente fino a Riverasco, e vi arrivò così accaldato e così impolverato, che decise di non tornare al Fortino per la strada maestra, ma per un’altra meno battuta e assai più ombrosa, che egli credeva di conoscere. Aveva passata la Baraschia sul ponte nuovo, l’avrebbe ripassata sulla chiatta di sant’Antonio, oppure anche a guado.
Ma l’uomo propone e Dio dispone: egli non s’era forse allontanato un mezzo miglio dalla antica cittaduccia, quando si vide impigliato in una rete di straducole tutte strette, dubbie e intricate così che non trovava più la via di uscirne.
Alla fine, dopo una quantità di giri e di rigiri, potè sgusciar fuori da quel laberinto; ma il sole era scomparso, e dopo l’afa e l’ardore insopportabile della giornata, s’ammontavano per aria nuvoloni densi e cenerognoli, che s’infuocavano e si spegnevano ad ogni momento. Sotto quel cielo, la campagna deserta aveva un non so che di lugubre e di sinistro.
Roberto non sentiva un alito all’intorno; per rinfrancarsi, per scacciare certe fantasie che cominciavano a molestarlo, dava ogni poco una forte frustata al cavallo. A un tratto si ricordò, si riscosse: — Perdio! Mauro Venturino, detto il _Calabrese_, si aggirava per l’appunto in quei luoghi...
IX.
La notizia della ricomparsa del _Calabrese_ (che tutti credevano rifugiato in Francia da più di un mese) era stata portata al _Cavallo Grigio_ la sera prima da un barocciaio venuto ad albergare.
L’oste, il segretario, il maestro, avevano poi fatto a gara nel dare a Roberto le informazioni più curiose e più truci.
Mauro Venturino, nato fuori di legittimo matrimonio, e abbandonato dai suoi, aveva cominciato a rubare di quando in quando e poco per volta ai possidenti di Riverasco, di Casaletto, di Bornengo e d’altre terre vicine, facendosi via via sempre più audace, finchè, colto in flagrante mentre tentava un furto assai grave, era stato bastonato e lasciato per morto. Appena guarito, il giorno stesso il cui era uscito dall’ospedale, aveva trovato il modo di freddare con una coltellata il suo percussore.