La falce - Punizione - L'enigma

Part 1

Chapter 13,826 wordsPublic domain

EDOARDO CALANDRA

LA FALCE

PUNIZIONE — L’ENIGMA

TORINO-ROMA CASA EDITRICE NAZIONALE ROUX E VIARENGO 1902

PROPRIETÀ LETTERARIA

(2457)

LA FALCE

I.

Giuseppe si accostò in punta di piedi all’uscio che metteva nella stanza del padrone, e stette in ascolto.

— Dorme — susurrò poi.

— Dorme? — disse Rocco Fea, ritto in mezzo all’anticamera, col cappello tra le mani. — Pazienza, aspetterò.

— Ve l’avevo detto — riprese il servitore. — Dopo mezzogiorno dorme sempre un paio d’ore.

— Un paio d’ore? Oh povero me! Allora non potrò ripartire che a sera... Un paio d’ore! Come si fa?...

— Zitto! Si muove, cammina... Sì, sì, cammina. Adesso posso picchiare.

Ma in quella l’uscio si aprì.

— Cosa c’è? — domandò Roberto Duc, affacciandosi appena.

— C’è il suo fittaiuolo che vorrebbe parlarle — rispose Giuseppe. — Dice che ha fretta.

— Fretta no! — esclamò Rocco. — Non ho mai detto questo!

— Avanti! — interruppe Roberto, rientrando subito ed avanzandosi verso la sua scrivania.

Rocco diede un’ultima pulita al cappello, una ultima occhiata agli scarponi inverosimilmente lucidi, e seguì il padrone.

Come furono di fronte, durarono un tratto a guardarsi, immobili e sorridenti: il signore, alto e ben formato, con il viso delicato e piacente, reso singolarmente espressivo dal contrasto fra la capigliatura folta ma già brizzolata, e le sopracciglia e i baffi d’una nerezza corvina; il contadino, basso, tarchiato, con la faccia tutta rasa ed abbronzata, mansueta insieme e gioconda.

— Lei riposava, eh? — disse Rocco. — Ed io, bestia, l’ho disturbata.

— M’ero appena appisolato — rispose Roberto, sedendo. — E così, tutti bene al Fortino?

— Tutti bene; il più malato sono io.

— E la campagna? Come va la campagna?

— È un po’ indietro, ma promette bene.

— Come vanno gli affari a Casaletto?

— Non c’è malaccio. La gente mormora forte del sindaco, ed anche un po’ del parroco. Cose solite. Adesso le darò nuove di tutti.

E cominciò subito a parlare di quel che era accaduto nel paese in quegli ultimi mesi: il tale è morto, il tale altro ha preso moglie, quello ha una lite, quell’altro ha vinto una causa...

Roberto lo ascoltava distrattamente, sfiorandosi con una mano la fronte e indicando con l’altra, a quando a quando, una seggiola. Ma Rocco, tutto infatuato nel suo discorso, non ci badava.

— Ma non hai camminato? — gli domandò il padrone, un po’ impazientito. — Non sei stanco?

— Stanco? No, signore. Niente affatto. Ma non gliel’ho ancor detto? Noialtri abbiamo licenziato il procaccino e messa su carrozza. Sicuro! la carrozza da Casaletto a Bornengo, tutti i giorni; e passa proprio davanti al Fortino. Da Bornengo a Torino c’è il vapore, sicchè vede... Ma io le dico tante cose, e lei le nuove della città non me le dà.

— Che nuove vuoi che io ti dia?

— Giusto! E poi già non capirei niente...

Tacque, aggrottò le ciglia, si levò di tasca un pacchetto e lo mise garbatamente davanti al padrone.

Questi chiese:

— Quanto mi dai?

— Giuraddiana! — esclamò Rocco. — Quel che le è dovuto.

Roberto prese un foglietto, vi scrisse due righe, firmò e lo porse al contadino.

— Eccoti la ricevuta.

— Così, senza riscontrare la moneta?

— Eh diavolo! ti conosco.

— Il conto l’ho fatto e tornava esattamente. Guardi: ci devono essere due biglietti da mille, quattro da cinquecento, sei da...

— Va bene, va bene; vedrò più tardi. Se mai ti scriverò.

Così dicendo, Roberto tirò a sè un cassetto, vi lasciò cadere il pacco, richiuse e si alzò.

— Comandi — disse Rocco, ripigliando il cappello, che aveva posato sull’angolo della scrivania.

Il giovane signore riflettè un poco.

— No — mormorò poi; — niente per ora. State sani, state allegri, e... pensate qualche volta al vostro padrone.

Rocco alzò bruscamente le braccia.

— Si figuri! — esclamò. — Si figuri se non ci pensiamo! Non passa giorno che non si parli di lei. Di lei e dei suoi. Alla sera la mia donna prega sempre per quelli che non ci sono più: il babbo, la mamma, lo zio Alfredo, la zia Felicita, i nonni... Prega per tutti, insomma. Del resto è sempre stato così; i miei vengono al mondo già bell’e affezionati alla casa. Non so se lei sappia che il padre di mio padre è nato al Fortino, e forse forse...

S’interruppe per prendere con le sue la mano che il padrone gli porgeva.

Vi fu un silenzio. Roberto sorrideva benevolmente. Rocco lo guardava fisso, tentennando il capo, stringendo le labbra; a un tratto esclamò con una voce che sarebbe parsa ruvida, se non fosse venuta come un gemito di fondo al cuore:

— Giuraddiana! Perchè non viene mai a trovarci?

— Ci verrei volentieri — rispose Roberto. — Ma, santo Dio!... Già, voialtri mi credete libero, disoccupato; credete ch’io non sappia come passar la giornata? Invece sono sempre in faccende... Sicuro, sempre in faccende... Ma sta tranquillo: una bella mattina capito laggiù, quando meno ve lo pensate, e allora... Guai a voi se non trovo tutto in ordine!

— Senta — ripigliò il contadino, con un sorriso tra timido e fine: — il suo babbo, buon’anima, veniva a Casaletto tre o quattro volte al mese, in qualunque stagione, piovesse o nevicasse. Era nostro consigliere, e son certo che non ha mancato a una seduta in quindici anni. Morto lui, abbiamo nominato lei, come era naturale. Ma lei... lei non s’è mai fatto vivo. Io ho sempre detto e sostenuto che la lettera di partecipazione era andata perduta; ma gli altri... a dirla schietta... Parlo dei più insolenti, dei più screanzati...

Roberto si sentì venire le fiamme al viso.

— No, no — diss’egli — ho ricevuta la lettera, l’ho ricevuta subito. Prima di accettare la carica, volevo pensarci su... E poi speravo anche di poter dare una scappata e ringraziare a voce. Ho indugiato, ho indugiato, e alla fine... Insomma ho torto; è stata una dimenticanza imperdonabile. Tu hai difeso una causa sballata, caro il mio Rocco! Ti ringrazio e t’incarico formalmente di far le mie scuse.

— Volentieri. E a chi le devo fare?

— Al sindaco, ai consiglieri, so assai!

— Il nostro sindaco è Tonio Luvotto, assessori Rattonero e Garzino.

— Benissimo. Farai le mie scuse a questi bravi signori.

— Se avrò occasione di vederli, eh?

— Naturalmente.

— Torniamo a noi: quando ci onorerà di una sua visita? Risoluzione!

— Presto, va tranquillo.

— Oh badi che la prendo in parola! Posso dirlo alla mia donna, ai miei figliuoli? Sì! Son contento. Ah, se lei volesse venire di festa, ed avvertirci anche un po’ prima!

— Perchè?

— Per poterla ricevere come si merita.

— Vale a dire a torsolate?

— Gesù e Maria! Con la banda, signor Roberto! Con la banda e coi mortaletti!

— Siamo intesi: vi avvertirò otto giorni prima. Va bene così? Adesso va a mangiare, mio buon Rocco, che ne devi aver bisogno.

— Eh, non dico di no: sono tuttavia digiuno!

— Giuseppe penserà a cavarti la fame.

Rocco si avviò verso l’uscio. Giunto su la soglia, si voltò indietro verso il padrone, alzò il braccio e disse con tono lento e solenne:

— Si ricordi!... l’ho preso in parola.

II.

Rimasto solo, Roberto si riadagiò sul canapè, si mise a leggere, e dopo un poco cominciò a velare gli occhi. Di repente ebbe uno scotimento in tutta la persona, come se avesse accostato un dito alla macchina elettrica e ricevuta una gagliarda scintilla. Si rizzò a sedere: chi l’aveva toccato? chi aveva parlato? Egli stesso inconsciamente; o si trattava d’una di quelle allucinazioni fugaci e confuse che precedono od accompagnano il sonno?

«Bisogna mutar vita.» — Ecco le parole che gli ronzavano ancora all’orecchio. Ecco l’idea che da qualche giorno oscillava nel suo cervello.

In addietro, quando era preso dall’uggia, congiunta a un principio di tristezza e d’avversione alle persone ed alle cose che gli stavano intorno, faceva le valigie e se ne andava. Ma allora si sentiva stimolato a moversi da una sovrabbondanza di vita interiore quasi tormentosa; dal bisogno di raccapezzarsi, d’indagare se il mondo era veramente quale lo immaginava.

Credendosi ingenuamente destinato a un grande e luminoso avvenire, viaggiava come per farglisi incontro. Credendosi atto a compiere eccellenti e memorabili cose, e non bastandogli la pazienza di attendere le occasioni, andava come i cavalieri del buon tempo antico, a cercarle in paesi lontani. Trascorreva di luogo in luogo, finchè gli duravano la voglia e i quattrini, poi ritornava. Ritornava e si ritrovava quello di prima, non migliorato nè ritemprato: aveva mirato troppo in alto per poter cogliere giusto; aveva aspirato al sublime e disprezzato il buono e il proficuo.

Poi, pur continuando a stimarsi fornito di non comune ingegno e di molto cuore, aveva tenuto per fermo di essere stato trascurato dai suoi e troppo mal diretto nella prima educazione. Le cose non riescono mai secondo l’intenzione o il desiderio, dunque perchè lottare, perchè affaticarsi? E si era scoraggito e dato senza ritegno ad una vita vana e scapestrata, consumando rapidamente e scioccamente la miglior parte della sua fortuna.

Così addio nobili ardori, lieti presentimenti, lusinghiere speranze! Egli era venuto perdendo l’una dopo l’altra tutte le sue illusioni; aveva sentito crescere e inasprirsi la sfiducia nel proprio destino; e nascere una fiacchezza, un mal essere, che attribuiva ad una lenta diminuzione delle forze vitali, ad una malattia di languore insidiosa ed inevitabile.

— Diavolo! — diceva tra sè — possibile ch’io debba finire così?

Ed ecco che, quando meno se lo aspettava, tornava a provare confuse ripercussioni di sentimenti già avuti. Sentiva come allentarsi mille piccoli ed occulti legami; le abitudini di cui era schiavo perdevano del loro vigore; gli entrava addosso un’attività sana e gioconda, l’attività di chi sta per riacquistare una libertà se non perduta, gravemente e da lungo tempo menomata; gli pareva sopratutto d’essere giunto ad un punto determinato, decisivo: ad una voltata, per dir così, nel cammino della vita, passata la quale, avrebbe perduto di vista il tratto percorso, e scoperto un nuovo e più ampio orizzonte.

III.

Come fu stufo di passeggiare, si rivestì e uscì di casa. Era l’ora in cui soleva andare al Club, ove s’ingegnava di uccidere quanto più tempo poteva, scorrendo i giornali o chiacchierando cogli amici. Quel giorno non aveva voglia di veder nessuno, ma di star sopra sè, raccolto nei suoi pensieri.

Si avviò a lenti passi verso il Valentino. Continuava a riandare i vari casi della sua vita e pigliava materia a umiliarsi; di tanto in tanto scoteva la testa, e, come per giustificarsi, diceva tra sè: — La mia sola colpa è d’aver fatto troppi disegni che non miravano a un fine determinato, di non essermi prefisso uno scopo chiaro e preciso. Santo Dio! non è dato a tutti di salvare la patria, di scoprire l’America, di innamorare una regina... Era destinato ch’io vivessi mondanamente e anche un po’ scioperatamente. Più ci penso e più mi persuado che i fatalisti hanno ragione. Infatti io ho sempre creduto a una forza ignota e irresistibile che agisce sugli uomini e sugli avvenimenti...

Una voce aspra e misteriosa lo smentiva sull’atto: — Che! tu non hai mai creduto a niente. Pensare, per te è sempre stata la più inutile e la più ingrata delle fatiche. Bada però che d’ora in poi non sarà più così...

Giunto al Valentino, entrò nel parco, vagò per i viali, poi si lasciò andar seduto sopra una panca, sulla riva del Po. La giornata era bellissima, la scena grandiosa e ridente. Egli prima rimase come incantato, poi si sentì come avvolto in una nebbia di reminiscenze confuse. Non gli pareva più di essere nè a Torino nè in Italia, bensì in qualche luogo lontano. Ma dove? Sulle rive del Reno? No. Le colline che aveva davanti gli rammentavano, con le loro curve armoniose e gentili, con il loro verde variato e pomposo, un assai lungo soggiorno ch’egli aveva fatto in un piccolo villaggio del Bosforo; e cominciò a frugar nei ripostigli della memoria per ritrovarne il nome. Vanamente però; intanto continuava a girar lo sguardo sulla magnifica veduta, fermandolo ora sur un punto, or sur un altro.

Come la vista doveva spaziare da quella cima che signoreggiava alteramente su tutte le altre! Come doveva esser dolce mettersi pian pianino per quella stradicciuola appena visibile, che voltava sul declivio e spariva in una valletta riposta! Che quiete, che pace, in quella minuscola villa, tutta bianca di sole, eretta sul fianco d’un ameno ed erboso pendìo! Chi sa che vita placida e riposata conducevano coloro che l’abitavano! Ci sono pure quaggiù anime buone che sanno accontentarsi del poco e del semplice. Mirando le molli e fresche forme d’un bosco, che rivestiva da solo tutto un poggio, Roberto sentiva un’intensa bramosia d’immergersi in quella morbidezza verde, come in una dolce acqua tranquilla. Non poteva più staccar l’occhio dal grande spettacolo, e non si saziava di goderne, quasi fosse la prima volta che vi faceva attenzione; comprendeva alla fine che le bellezze create dalla natura non possono, ad un animo nato a sentirle, divenir mai per abitudine indifferenti.

Intanto il sol cadente lo feriva alle spalle, lo inondava di luce, ma invece di abbattere per troppo calore le membra, pareva che vi infondesse novello vigore. Davanti a lui, le ville grandiose di vetusto aspetto e di storiche ricordanze, le eleganti casine apparecchiate all’ozio e al riposo dei cittadini, le umili casupole, le pendici coperte di viti, e i campi e i giardini e i boschetti, tutto si veniva velando d’un pulviscolo d’oro, fra il quale i vetri avevano lampi e bagliori.

Al basso, le acque del fiume qua riflettevano l’azzurro limpido dei cielo, là si tingevano di smeraldo e di porpora, o si rompevano in larghe, lucidissime squame d’argento. La vaghezza del luogo e dell’ora vinceva veramente ogni aspettativa, superava ogni eloquenza di descrizione.

Scomparso il sole, Roberto si alzò e tornò verso casa. Ora si sentiva addosso un’irrequietezza acuta e molesta. Andava cercando col pensiero qualche cosa importante per applicarvelo subito, e non la trovava; più nulla stimolava i suoi desideri, più nulla lo allettava con lusinghe e speranze di piacer vivo. L’idea di ritrovarsi con gli amici, con le amiche lo seccava, lo infastidiva. Tutto gli appariva moralmente e materialmente cambiato. Da quando? Perchè? Che importava! La cosa stava così; era inutile stillarsi il cervello per saperne di più. Tutto gli appariva cambiato: la strada, la casa, la porta, le scale che conosceva da anni, avevano preso un nuovo aspetto, l’aspetto straniero e sbiadito di ciò che si sta per lasciare.

Rientrato in casa, sedette alla scrivania e si ammucchiò dinanzi tutto il denaro di cui poteva disporre. Ahimè! vide subito che c’era poco da stare allegro.

L’idea di dare semplicemente una scappata a Parigi o a Berlino non lo invogliava; avrebbe voluto andar più lontano di quel che non fosse mai andato, e per maggior tempo. E allora?... A un tratto gli tornarono in mente le parole di Rocco: — Perchè non viene mai a trovarci? — Vi rispose con una spallucciata. Ma le parole tornarono ancora, e non già con quell’accento di rustica preghiera con cui erano state proferite, ma con un suono persuasivo e gentile, che induceva una certa speranza di pace.

Roberto fantasticò assai la sera e la notte. La mattina dopo si levò di buon’ora; dispose le cose sue in modo da poter prolungare l’assenza a piacimento; prese con sè Giuseppe, cameriere, cocchiere e all’occasione anche cuoco, e partì per il Fortino.

IV.

La villa detta il Fortino sorge in mezzo alla pianura, discosta un miglio da Casaletto e forse tre da Bornengo. Essa può aver preso il suo nome da un’antica opera di fortificazione campale di cui non è rimasto vestigio, o semplicemente- dall’aspetto saldo e disadorno del piccolo palazzo, assai bene elevato sulla casa rustica che lo fiancheggia a destra, e sugli alberi del giardino affollati a sinistra. Questo giardino non è molto grande nè molto signorile, ma è quieto ed ombroso; al di là del muro di cinta si estendono, fin dove arriva lo sguardo, i campi ed i prati.

Roberto, partito da Torino col treno delle nove e quaranta, arrivò a Bornengo verso le undici, e continuò il suo viaggetto in calesse. In quell’ora Rocco stava in un campo, a un tiro di schioppo da casa, e badava agli opranti che mietevano. A un tratto sente un legno che si viene avvicinando, si volta a guardar sulla strada, crede di travedere, poi grida:

— È lui! Il padrone! Il nostro padrone!

E gli corre incontro con l’agilità e la leggerezza d’un bufalo.

— Piano! — diceva Roberto, ridendo. — Son qui. Sta tranquillo. Non torno mica indietro, sai...

Il fittaiuolo si mise di fianco al calesse, che seguitò più adagio.

— Giuraddiana! Chi poteva immaginare... Son proprio contento... Ma perchè non dir niente? Perchè non dir niente?

— T’ho fatto un’improvvisata.

— Eh sì, un’improvvisata... un’improvvisata...

E continuò ora a rallegrarsi, ora a rammaricarsi, soffiando come un mantice, finchè non giunsero al cancello dell’ombroso ed angusto viale, che conduce con breve tratto al palazzetto. Il cancello era serrato.

— Vede! — esclamò Rocco. — Se m’avesse avvisato, avrebbe trovato aperto! La chiave è in casa, appiccata al chiodetto. Adesso le tocca fare il giro per il cortile... che non è spazzato, ch’è pieno d’ingombri.

— Non ti confondere — rispose il padrone, accennando al vetturino di tirare avanti e di voltar nel portone. — Non ti confondere; sbarcherò dove potrò.

Mentre Roberto saltava dal calesse a terra, Giovanna, la moglie di Rocco, sbucò di casa col riso sulle labbra e strofinandosi gagliardamente le mani col grembiale. I suoi due figliuoli, Giacomo e Felice, balzarono fuor della stalla con dipinta sul viso una viva e sincera premura.

Tutti, giovani e vecchi, corsero al palazzetto, e si diedero con fretta grandissima a spalancare usci e finestre, a sgombrare, sbrattare, ripulire.

Intanto Roberto faceva un giro intorno alla vecchia abitazione, che non aveva più visto da anni. La prima impressione, entrando in cortile, era stata sgradevole; la seconda fu dolorosa. I muri erano largamente anneriti dall’umido, chiazzati d’un verde viscido e cupo, pieni da cima a fondo di scrostature e di crepe. La cinta pareva avesse sofferto un assalto, e che in questo si fossero rimessi in uso gli antichissimi arieti, tante erano le spaccature e le breccie, tanto minacciava rovina in ogni sua parte.

Roberto voltò le spalle e s’inoltrò nel giardino. Peggio che peggio! Nei viali non si vedeva più che qualche rimasuglio di ghiaia; le panchine erano tutte sconquassate e muscose; i vasi dei fiori sbreccati od infranti. Mancavano parecchi degli alberi più annosi; altri si mostravano ridotti a poveri tronchi inclinati, spogli di ramoscelli e di foglie, invasi dalla borraccina, consunti dal tempo, dall’umido, da migliaia d’insetti. Ben presto, se nessuno pensava ad abbatterli e a farne suo pro, avrebbero finito col distendersi in terra e infracidire, trasformandosi a poco a poco in una semplice gibbosità del terreno, destinata a rifondersi nell’immenso crogiuolo.

— Ohimè! — diceva Roberto tra sè, — invecchiano e muoiono anche le cose. Quella è una stamberga, non più una casa; questo è un prunaio, non più un giardino. Bisogna riparare, bisogna ripiantare... Ho fatto bene a venire, ma avrò poi la pazienza di rimanere finchè sarà necessario?

Mentre tornava a passo lento verso il cortile, sentì arrivarsi all’orecchio un’onda di suono confuso, indistinto, ma che pure aveva un non so che di festoso. Guardò l’orologio. — Mezzo giorno! Già così tardi? La mattina era passata in un attimo. E gli pareva anche d’avere appetito. Un bel caso! A Torino andava sempre a tavola così malvolentieri!

Giovanna usciva dal palazzetto, cacciando fuori un mucchio di pattume.

— Guardi — diss’ella, agitando la granata, — si direbbe che non abbiamo spazzato da un anno! Eppure creda che tutte le settimane...

Il padrone la chetò con un gesto.

— Senti, Giovanna, io vorrei mangiare un boccone. M’immagino che a Casaletto ci sarà un albergo, un’osteria...

— Sì, signore; c’è il _Cavallo Grigio_. Ma l’avverto che oggi non troverà carne.

— Be’, non importa; troverò uova, burro, formaggio...

— Se si contenta... senza correre fin là...

— Brava! Dammi tu qualche cosa.

— Resti servito.

V.

Roberto mangiò gustosamente, in una stanza pulita ed ariosa, dov’era un grande armadio, un focolare all’antica, e dove gli utensili di rame, disposti con bell’ordine, tappezzavano una intera parete. Dall’uscio e dalle finestre aperte entravano frequenti folate d’aria calda ma pura. Non s’udiva altro che il rumore dei piatti messi o levati dalla donna, e quello che faceva una gatta, la quale allattava i suoi miccini in una cesta presso all’armadio.

Quando si fu rifocillato, diede un’occhiata alla stalla, al granaio, al fienile, e prese nota delle riparazioni più urgenti. Alla fine entrò nel palazzetto e visitò bel bello tutte le stanze. Trovò presso a poco quello che si aspettava: i parati pendevano a brandelli rasente ai muri, le imposte non combaciavano, gli usci non andavano più a modo, mancavano alcune suppellettili quasi necessarie, v’era copia d’altre inutili od ingombranti. Egli decise di occupare una stanza assai grande, la sola ancor fornita di tutto l’occorrente, e nella quale il puzzo di muffa e di rinserrato pareva men grave che nelle altre.

Quella era stata la camera da sposi di suo padre e di sua madre; egli pure vi aveva dormito, prima in una culla, poi in un lettino posto accanto al gran letto matrimoniale. Ed ecco che gli tornò alla memoria l’età innocente passata coi suoi, le dolcezze di studi graditi, i lavori geniali, i colloqui amorevoli: tante stelle splendenti in un bel cielo puro e sereno.

Poi era rimasto solo del tutto, libero di sè, esposto ai mille pericoli che sogliono circondare la gioventù nelle città. E allora... Ma no! non voleva pensar più al passato; non voleva nè commuoversi nè rattristarsi.

Chiuse l’uscio e si affacciò al terrazzino. Aveva sotto il piccolo giardino cupo, selvatico, e già pieno d’ombra; sopra un bell’azzurro glorioso e infinito; davanti l’ampiezza ubertosa ed irrigua del piano, non limitata che dalla catena delle Alpi.

Quante volte non si era trovato in quel luogo, a quell’ora, in compagnia del babbo e della mamma!

Chiuse gli occhi per immaginare liberamente, fortemente; sperando quasi di ravvivare la sensazione della loro presenza. Fu invano. Non sentì risuscitare nulla intorno a sè, ma gli entrò in cuore una tenerezza così soave, così ricreatrice, ch’egli disse quasi a voce alta:

— Dio! come sono contento d’essere venuto!

VI.

L’osteria del _Cavallo Grigio_ è posta nella più bella strada di Casaletto; l’architettura è molto semplice, anzi semplicissima, ma nel mezzo della facciata, tra l’uscio e il portone, si vede effigiato una specie d’ippopotamo di color ferrigno, pomellato di bianco, focosamente eretto di contro a un esile stalliere, tutto giallo; il quale, alzando enfaticamente le braccia, par che esclami le parole scritte per l’appunto al di sopra: «_Oh berechen caval_».

Entrando, si trova prima una stanzuccia nera e affumicata: la cucina; poi uno stanzone assai sfogato, nel quale si mangia, si giuoca e sopratutto si beve; v’è un uscio a vetri, che mette in cortile, una grossa stufa, tre o quattro fra tavole e tavolini, e un vecchio curioso biliardo, una cosa da museo, che i frequentatori sono assuefatti a veder sempre coperto, e spesso ingombro di ceste, fagotti, ciarpe od attrezzi.

Ora avvenne che sul principio d’una bella sera, il maestro Ponzio Tomatis entrò nell’osteria, certo di trovarvi già il segretario Pietro Galosso, col quale soleva bere un bicchiere e far la partita alle carte. Dalla soglia della cucina dava un’occhiata per vedere se vi fosse l’oste o l’ostessa, quando sentì il tac tac secco di due palle d’avorio che cozzavano insieme.