Part 5
— T’inganni, Antao, — disse Alfredo, sorridendo. — Tofa ci ha mandato quanto di meglio produce il paese e lui, alla sua tavola reale, non si fa servire di più! Lascia andare il _canalu_ che non è adatto pei nostri stomachi e le lumache in salsa che sarebbero però squisite, se non fossero state condite con una manata di pimento che ti brucierebbe la gola per una settimana e anche la coscia di scimmia, buonissima ma che rassomiglia troppo ad un membro umano e attacca il resto. Questo pezzo d’elefante lo troverai più saporito della coscia di bue o della gobba dei bisonti e le _atrapas_ surrogheranno benissimo il pane.
— Il pranzo si riduce a modeste proporzioni, ma lo inaffieremo con una zucca di vino di palma. È un liquido che apprezzo quanto il succo del vecchio Noè.
— Accomodiamoci ed intanto faremo i nostri progetti.
— Per andarcene nei paesi di quell’antropofago di Geletè?
— Sì, Antao. Ormai sono deciso e pronto a tutto.
— Purchè il re ci mandi le guide.
— Tofa è uomo di parola e poi abbiamo l’amazzone.
— Vuoi condurla con noi?...
— Certo, Antao. Quella ragazza, che ormai sembra affezionata a noi, può renderci dei preziosi servigi nel suo paese.
— Non ci tradirà?...
— Ha giurato sui suoi _feticci_ e questo giuramento non si rompe in questi paesi. Non credere del resto, che i soldati del Dahomey siano affezionati al loro sanguinario monarca. La paura li tiene soggetti, perchè sanno che basterebbe un sospetto per distruggere dei reggimenti interi, ma appena possono disertare lo fanno.
Le due repubbliche del Grande e del Piccolo Popo sono state formate in gran parte da dahomeni fuggiaschi.
— Prenderemo una scorta armata con noi?...
— No, Antao. Sarebbe pericoloso inoltrarsi in parecchi sui territorio di Geletè. Bisogna evitare qualunque sospetto, giuocare d’astuzia, fingerci negri o nessuno di noi potrebbe giungere ad Abomey.
— Fingerci negri!... — esclamò il portoghese, stupito. — La nostra pelle è troppo bianca, Alfredo, per poterli ingannare.
— Forse che non vi sono dei colori?... —
Il portoghese scoppiò in una clamorosa risata.
— Morte di Nettuno!... Dipingermi da negro!...
— Ti ripugna?...
— No, in fede mia, Alfredo. Rido pensando la brutta figura che noi faremo, imbrattati di nerofumo o di cioccolatto.
— Saremo invece due negri magnifici.
— Ma semi-nudi!...
— Tutt’altro. Saremo vestiti e superbamente, te lo prometto.
— Ma i negri di questi paesi sono quasi nudi, Alfredo.
— È vero ma noi non saremo poveri diavoli di negri.
— Ma che progetto hai?
— Lo saprai a suo tempo. La prudenza mi consiglia di mantenere per ora la più grande segretezza, poichè un solo sospetto può perderci.
Geletè mantiene qui non poche spie e forse siamo già sorvegliati, ma sapremo ingannarle. A te e ad Asseybo dò intanto un incarico.
— E quale?
— Di spargere la voce in città che noi andiamo nel paese degli Ascianti.
— Non ti comprendo.
— Mi comprenderai più tardi. T’incarico poi di acquistare una mezza dozzina di cavalli, delle buone armi, dei viveri e delle casse di merci di provenienza europea. È necessario che si creda che noi andiamo a trafficare con quei popoli al di là del Todji e del Volta. Hai danari?...
— Ho una tratta di tremila sterline da scontare presso la fattoria inglese del signor Smithson.
— Ed io ho un forte deposito presso la fattoria del tuo compatriota Souza.
— Devo mettermi all’opera subito? — chiese Antao, dopo di aver tracannato un ultimo bicchiere di vino di palma.
— È meglio guadagnar tempo. —
S’alzarono e uscirono nel cortile, dove trovarono Asseybo che stava vuotando una terrina di _canalu_, accoccolato presso i cavalli che erano già pronti.
Salirono in arcione e passando attraverso uno squarcio della siepe che circondava l’ampio cortile, s’inoltrarono nella piazza del mercato.
Nel volgersi per appendere la carabina all’arcione, Alfredo vide due negri che si tenevano semi-celati fra i cespugli della siepe e che lo guardavano con particolare attenzione.
— Lo dicevo io, — diss’egli, volgendosi verso Antao. — La nostra presenza in Porto Novo è stata già notata dalle spie di Geletè o di Kalani e siamo sorvegliati.
— Di già?...
— Sì, Antao, ma saremo più furbi di quelle spie. Separiamoci e questa sera ci ritroveremo alla capanna concessaci da Tofa. —
Si strinsero la mano e si separarono.
Alfredo lasciò che il compagno ed Asseybo si allontanassero verso il quartiere di Sadogo, poi ripassò dinanzi alla dimora reale, lanciando un rapido sguardo verso la siepe.
S’accorse subito che una delle spie era scomparsa.
— Va dietro Antao, — mormorò, — e questo seguirà me, ma vi assicuro che vi faremo correre. Vedremo se ci seguirete fino alle frontiere degli Ascianti. —
Risalì il quartiere di Deguè, poi quello d’Odja e di Bocu mantenendo il cavallo al passo, si recò alla fattoria di Souza a ritirare una somma ingente, poi assoldati due schiavi visitò parecchie fattorie europee facendo degli acquisti, quindi verso sera fece ritorno alla capanna con quattro casse contenenti gli oggetti comperati.
Antao e Asseybo vi erano di già e stavano accomodando un numero ragguardevole di pacchi, di cassette e di barilotti contenenti viveri, armi, munizioni e oggetti di scambio ricercati dalle popolazioni negre dell’interno, mentre gli schiavi concessi a loro dal re stavano abbeverando mezza dozzina di ottimi cavalli che erano stati radunati nel cortile e che dovevano servire alla spedizione.
— Hai sparso la voce che noi andiamo nel paese degli Ascianti? — chiese Alfredo.
— Credo che lo sappiano perfino i ragazzi, — rispose Antao, ridendo.
— Benissimo. Ora possiamo cenare e riposarci. —
CAPITOLO VIII.
La carovana
L’indomani, allo spuntare dell’alba, Alfredo dava il comando della partenza, dopo d’aver lasciato un ricco regalo a Tofa per compensarlo dell’ospitalità e delle sue premure.
La carovana si componeva dei due bianchi, del loro servo, dei due dahomeni che erano giunti nella notte da Katenau e di sei cavalli carichi di casse e di pacchi ma tutti di piccola dimensione, onde non imbarazzare gli animali nelle marce attraverso le folte foreste dell’interno.
I due dahomeni, ai quali era stato affidato l’incarico di occuparsi dei cavalli recanti il bagaglio della spedizione, erano due negri di alta statura, dall’aspetto intelligente, d’una robustezza a tutta prova, due uomini insomma che dovevano rendere dei preziosi servigi nelle selvagge regioni del loro paese.
Avevano accettato di buon grado di assumersi la pericolosa missione di condurre i due bianchi nel Dahomey e si erano mostrati soddisfattissimi delle promesse fatte dai loro nuovi padroni; di renderli cioè più tardi liberi, con un buon gruzzolo di denaro e delle armi.
Prima che il sole s’alzasse dietro i grandi boschi dell’oriente, la carovana si trovava già lontana da Porto Novo, diretta al piccolo gruppo di capanne dove era stata lasciata l’amazzone, essendo intenzione di Alfredo di condurre con sè anche la giovane negra, sulla cui affezione sapeva ormai di poter contare completamente.
Nessuna spia pareva che li avesse seguiti, non avendo scorto alcun negro nè lontano, nè vicino, sul sentiero che percorrevano. Il capo però non si illudeva e conoscendo la prudenza e l’agilità di quei selvaggi figli dei boschi, era più che certo di essere stato seguito, quantunque nulla indicasse che in realtà lo si tenesse d’occhio.
— Temi sempre? — chiese ad un tratto Antao, vedendo l’amico volgersi di frequente indietro.
— Sì, — rispose Alfredo.
— Pure non si vede nessuno.
— Sul sentiero è vero, ma nei boschi?... Se noi li frugassimo troveremmo di certo qualcuno di quegli spioni. I negri sono caparbii e poi i dahomeni hanno troppa paura di Geletè, ma noi li stancheremo.
— Andiamo verso la frontiera degli Ascianti?...
— Sì, Antao, ed entreremo nel Dahomey attraversando la regione dei Krepi o dei Togo. La frontiera del sud deve essere guardata dagli uomini di Kalani.
— Saremo costretti a fare un viaggio lungo.
— Quando avremo attraversato le lagune del Piccolo e del Grande Popo viaggieremo rapidamente. Per ora non dobbiamo mostrare d’aver fretta, per non destare sospetti nelle spie che ci seguono, ma quando avremo la certezza di averle stancate o rassicurate sulla nostra direzione, lancieremo i cavalli al galoppo dall’alba al tramonto. Toh!... Hai udito?...
— Un fischio in mezzo al bosco?...
— Sì, Antao. È un richiamo dei negri che ci seguono.
— È vero padrone, — confermò Asseybo. — Solamente quelli del Dahomey sanno fischiare in tale modo.
— Come manderei volentieri una palla nel cranio di quegli spioni. È noioso viaggiare sapendosi seguiti da persone che possono giuocarci delle brutte sorprese.
— Oh!... Delle sorprese ce ne prepareranno, ma sapremo evitarle. Non oseranno però assalirci direttamente, credi a me. Hanno troppa paura dei fucili degli uomini bianchi. Orsù, al galoppo e cerchiamo di mantenerli lontani finchè andiamo a prendere l’amazzone. —
I piccoli ma vivaci cavalli, eccitati dai cavalieri e dai due schiavi partirono al galoppo, sfilando in mezzo alle folte foreste che si estendevano ai due lati del sentiero.
Tre quarti d’ora dopo la carovana giungeva al piccolo villaggio che ospitava la povera negra. Questa nel vedere ricomparire Alfredo ed il portoghese manifestò la più sincera contentezza e apprendendo che la conducevano con loro, si dichiarò pronta a mettersi in sella, quantunque le sue dolorose ferite non avessero ancora cominciato a cicatrizzarsi.
Alfredo si guardò bene però dall’accettare quell’offerta, che poteva costare la vita alla coraggiosa ragazza.
Fece acquisto di nuovi cavalli, fece improvvisare una comoda barella stendendovi sopra un materassino acquistato a Porto Novo, la fece legare ai due animali posti l’uno dietro l’altro, e dopo d’aver disinfettate e fasciate nuovamente le ferite, fece adagiare la negra. Per colmo di precauzione la fece riparare da un’arcata di grandi foglie di banano per preservarla dai colpi di sole, i quali, come già fu detto, sono pericolosissimi in quelle regioni.
A mezzodì, dopo una modesta refezione, la carovana abbandonava l’ospitale villaggio, e attraversato a guado l’Ouzme, scendeva verso le umide e malsane regioni della costa, per girare le sponde settentrionali della grande laguna di Nokue e raggiungere quindi le rive del canale costiere che si prolunga fino al lago di Togo.
Il caldo era intenso, ma le foreste erano fitte e proteggevano la carovana dai raggi solari. Regnava però sotto quei grandi alberi, di cui alcuni avevano delle proporzioni smisurate, un’aria da serra calda che faceva zampillare il sudore da tutti i pori, quantunque i due bianchi si fossero sbarazzati di buona parte delle loro vesti.
Pure che potenza di vegetazione fra quella temperatura ardente!... Dappertutto si slanciavano in alto tronchi d’ogni dimensione e d’ogni tinta, che confondevano poi i loro rami e le loro foglie smisurate a cinquanta, a sessanta e perfino a cento piedi dal suolo.
Miriadi di liane, formanti splendidi festoni e di piante arrampicanti adorne di grappoli di fiori esalanti penetranti profumi, li avvolgevano, salendo fino alle più alte cime, per poi ridiscendere e quindi risalire di nuovo.
Di sotto a quelle piante colossali, altre ne erano spuntate occupando tutti i più piccoli tratti di terreno, confondendo i loro rami od i loro tronchi. Meno vivificate dall’aria e dal sole, si erano mantenute tuttavia ad altezze più modeste, formando una selva inferiore, la quale intercettava completamente i pochi raggi che potevano penetrare attraverso la prima vôlta di verzura.
Strani rumori echeggiavano in mezzo a quegli oscuri recessi della doppia foresta, dovuti per lo più alle numerose tribù di scimmie che l’abitavano. Di tratto in tratto era uno scoppio di formidabili urla che risuonavano come degli _hu-u!_... lanciati dalle scimmie _mangabe_, le quali posseggono tali polmoni da fare udire i loro concerti a parecchi chilometri di distanza; od uno scoppio di ruggiti paurosi che si sarebbero potuti scambiare per quelli emessi da una banda di leoni in furore, e che invece erano lanciati dai cinocefali, bruttissimi e pericolosissimi quadrumani; oppure erano urla lamentevoli, tristi, o grida acute, o latrati, o strida prolungate dovute ai colobo orsini, od ai satanassi, od ai cefi, scimmie molto comuni nelle folte foreste della Costa d’Avorio.
La carovana però non s’inquietava di tutti quei concerti scordati e proseguiva la sua marcia sfilando in mezzo a sentieri strettissimi aperti fra boschi e che Asseybo conosceva, essendosi più volte già recato nelle piccole repubbliche del Grande e del Piccolo Popo.
La regione che attraversava era deserta, essendo la Costa d’Avorio poco popolata in proporzione alla sua immensa estensione ed anche perchè i popoli si sono tutti addensati in prossimità del mare, per tenersi lontani dalle irruzioni che i dahomeni fanno annualmente per provvedersi di prigionieri da trucidare nelle feste del sangue.
Qualche piccolo gruppo di capanne talora appariva, ma nascosto nel più folto della grande foresta e lontano dal sentiero. Quelle piccole abitazioni di paglia o di foglie erano per lo più situate in prossimità dei macchioni delle palme d’elais o dei banani o dei cocchi, piante che somministrano il necessario per vivere a quei frugali abitanti.
Verso le 4 la carovana, che aveva marciato costantemente, giungeva in mezzo ad una vera foresta di bellissimi alberi che portavano dei grappoli di frutta della forma d’un cetriolo.
— Ecco qui una foresta che farebbe la fortuna d’una tribù di negri, — disse Alfredo, che cavalcava a fianco di Antao.
— Cosa sono queste piante?... — chiese il portoghese.
— Noci di calla o meglio _bassè_, come qui si chiamano.
— Ho udito parlare delle proprietà sorprendenti di quelle frutta, ma non so cosa siano.
— Sono noci molto pregiate infatti e che sono oggetto d’un grande commercio in queste regioni. Quelle capsule legnose contengono dieci o dodici frutta di color rosso e grosse come le nostre castagne le quali, dopo raccolte, si mettono in ceste ripiene di foglie per conservarle fresche a lungo.
— Ma che proprietà hanno?
— Della coca del Perù, poichè masticandole conservano meravigliosamente le forze agli uomini che intraprendono dei lunghi e faticosi viaggi. Ci sono dei negri che con poche di quelle frutta vivono dieci e perfino quindici giorni, senza indebolirsi per la mancanza d’altri cibi.
— Sono eccellenti?
— Sono d’un sapore amaro ma non sgradevole. So che anche in Europa si cominciano ad adoperare per fare delle infusioni che chiamano liquori di noce di kalla invece di galla o di calla come chiamansi qui.
— E quei bellissimi arbusti, d’aspetto grazioso che sorgono laggiù, cosa sono?...
— Platanieri, delle altre piante che sono molto pregiate qui. Somministrano delle frutta buonissime e sostanziose e dalla corteccia abbruciata i negri ricavano una potassa che serve a fare del sapone pregiato.
Anche le foglie sono adoperate per conservare le provvigioni, avendo la proprietà di tenere lontani i topi i quali sono così numerosi nei villaggi dei negri.
— E troveremo anche dei _baobab_?... Sono impaziente di vedere quei colossi delle foreste.
— Ne vedrai delle centinaia, Antao. Qui sono abbastanza comuni. —
In quell’istante un grido strano, che terminava in un fischio acuto e che si poteva tradurre per un _uiff_ prolungato, echeggiò nel più folto della foresta, due o trecento passi più innanzi.
I cavalli, colpiti da un improvviso terrore, si erano subito arrestati, mandando dei sordi nitriti e serrandosi gli uni addosso agli altri.
— Cosa c’è? — chiese Antao, senza però manifestare alcuna apprensione.
— C’è, — rispose Alfredo che aveva staccata rapidamente la carabina sospesa agli arcioni, — che abbiamo un vicino pericoloso, mio caro.
— Delle scimmie?...
— Peggio, Antao: un rinoceronte.
— Morte di Nettuno!... Si dice che simili animali sono formidabili.
— Preferirei trovarmi dinanzi ad una coppia di leoni che ad uno di quei massicci ed invulnerabili animalacci. Hanno una pelle così grossa, da sfidare le palle delle migliori carabine.
— Pure non possiamo arrestarci qui.
— Andremo innanzi a dispetto di quel disturbatore, Antao. Asseybo!...
— Padrone, cosa desideri? — chiese il servo che era disceso da cavallo e che si era inoltrato nella foresta, per cercare di scoprire il pericoloso animale.
— Lo vedi?...
— No padrone e credo che siamo stati corbellati.
— Cosa vuoi dire?
— Che quel grido non era d’un rinoceronte.
— Morte di Giove!... — esclamò Antao. — Questa è strana!...
— Spiegati, Asseybo, — disse Alfredo.
— Dico che qualcuno ha voluto imitare il grido del rinoceronte.
— Ma a quale scopo?...
— Forse per spaventarci. Se l’animale ci fosse, a quest’ora avrebbe caricata la nostra carovana.
— Credo che tu abbia ragione, — disse il cacciatore, che era diventato pensieroso. — Tu hai cacciato più volte i rinoceronti e sei in grado di conoscere meglio di me il loro grido.
— Sì e ti dico che quell’_uiff_ è stato imitato molto bene.
— Che sia stato qualche segnale? — chiese Antao.
— È possibile, — rispose Alfredo. — La conclusione è questa: noi siamo seguiti.
— Da chi?...
— Dalle spie di Kalani.
— Morte di Urano!... Ancora?... Sono come le mignatte quelle canaglie.
— Bah!... Si stancheranno. Andiamo innanzi e teniamo pronte le armi. —
La carovana riprese le mosse, quantunque il sole scendesse rapidamente e l’oscurità cominciasse ad addensarsi sotto le foreste.
Non era prudente accamparsi in piena selva con delle spie alle calcagna e forse dei feroci animali vicini e Asseybo voleva condurre il padrone in un luogo scoperto, in una radura. I cavalli si erano tranquillizzati, tanto più che quel grido non si era più ripetuto ed avanzavano rapidamente, come se fossero impazienti di lasciare quei folti macchioni che potevano celare delle insidie.
Già i carnivori cominciavano a lasciare i loro covi per cominciare le loro caccie notturne e si facevano udire, facendo tremare i poveri animali. Di tratto in tratto, nelle macchie più fitte, dove la luce morente dell’astro diurno più non penetrava, si udivano dei sibili lamentevoli lanciati forse dai grossi serpenti pitoni, od i sordi miagolii dei servai o gatti delle selve, grandi distruttori di selvaggina; o le rauche urla dei sanguinari leopardi o le stridule e beffarde risa delle iene macchiate o brune o le urla lamentevoli, tristi, paurose, dei lupi striati, animali che si avvicinano molto agli sciacalli, ma che hanno anche molto del lupo.
Crescendo l’oscurità, Alfredo raddoppiava le sue precauzioni, avendo da temere gli uomini e le fiere. Asseybo si era messo alla testa della carovana, Antao si era collocato presso la lettiga dell’amazzone per essere pronto a difenderla ed il cacciatore si era messo alla coda coi due dahomeni i quali erano stati armati di ottimi fucili, avendo detto di sapere adoperare le armi da fuoco.
Alle otto, quando nell’aria cominciavano a svolazzare quei brutti cinonitteri delle palme o cani notturni, la carovana lasciava i macchioni e giungeva in mezzo ad una vasta radura dove s’innalzava un gruppo di colossali sicomori.
— Possiamo accamparci con piena sicurezza, — disse Alfredo. — Se qualcuno cercherà d’avvicinarsi, potremo facilmente scorgerlo.
I cavalli furono radunati attorno ai sicomori, le casse scaricate e disposte all’ingiro onde nel caso d’un attacco servissero da barricata e le tende rizzate, mentre i due dahomeni accendevano due falò per tenere lontane le fiere e per allestire la cena.
CAPITOLO IX.
L’assalto notturno dei leoni
Alfredo, da uomo prudente e che conosce la vita dei boschi, dopo d’aver cenato e di aver visitate le ferite dell’amazzone le quali ormai si cicatrizzavano rapidamente, fece legare i cavalli attorno ad un palo infisso profondamente nel suolo per impedire che si sbandassero e che cadessero sotto i denti delle iene, poi in compagnia d’Antao battè le alte erbe della radura per un vasto tratto, volendo essere certo che non si nascondessero animali pericolosi.
Rassicurato da quelle precauzioni indispensabili per coloro che s’accampano in mezzo alle selvagge foreste dell’Africa che sono pullulanti di fiere, fece radunare una catasta di legna secca per mantenere i fuochi accesi, poi stabilì i quarti di guardia. Asseybo ed un dahomeno furono incaricati della prima veglia che doveva durare fino alla mezzanotte, Alfredo ed Antao s’incaricarono della seconda che doveva prolungarsi fino alle tre del mattino ed il secondo dahomeno dell’ultima, la più breve e la meno pericolosa, usando le fiere rintanarsi ai primi albori.
Asseybo ed il suo compagno, fatto il giro del gigantesco gruppo dei sicomori e ravvivati i fuochi, si sedettero alle due estremità del campo col fucile fra le ginocchia, aprendo per bene gli occhi e tendendo accuratamente gli orecchi.
Un silenzio assoluto regnava sotto la grande e tenebrosa foresta, i cui alberi pareva che formassero una massa impenetrabile. Solamente di quando in quando un soffio d’aria che spirava dalla costa, faceva stormire lievemente le grandi foglie piumate dei palmizi, dei cocchi e dei datteri spinosi, producendo un sussurrìo strano che si perdeva rapidamente in lontananza.
Quel silenzio non doveva però durare molto. Dietro le alte cime della foresta cominciava a diffondersi nel cielo una luce pallida, annunciante l’imminente comparsa dell’astro notturno e le fiere non dovevano tardare a lasciare i loro covi per cominciare le loro sanguinose stragi.
Ad un tratto uno scoppio di risa sgangherate, risuona fra l’oscura massa degli alberi. È un riso stridulo, che ha qualche cosa di beffardo e di atroce e che somiglia a quello d’un negro in delirio. Lo ha lanciato la iena striata, la più codarda ma la più avida e la più lurida delle fiere.
Quello scroscio non è ancora cessato, che da un’altra parte della foresta s’alza un concerto di urla lugubri, lamentevoli, monotone. Sembra che sotto la cupa ombra di quei giganteschi vegetali, due dozzine di persone vengano spietatamente martirizzate.
Quel gridìo assordante cessa per pochi istanti; poi un urlo più prolungato echeggia solo e tosto vi fanno coro gli altri, più acuti, più strazianti. Sono gli sciacalli che si chiamano e che si radunano per recarsi a cacciare le inoffensive antilopi.
Poi s’odono dei sibili acuti, dei latrati ora sommessi ed ora strepitosi, delle urla, altri scrosci di risa, quindi uno scricchiolìo di rami, uno spostarsi di fronde, un susurrìo di foglie secche precipitosamente calpestate. La tenebrosa foresta pochi istanti prima così tranquilla, così silenziosa, pare che ora siasi ridestata.
D’improvviso un ruggito potente, assordante come un colpo di tuono, che pare faccia tremare perfino le foglie degli alberi e le erbe della radura, scoppia.
Quella voce formidabile che fa rimbombare la foresta e che annuncia, in colui che l’ha emessa, una forza strapotente, ottiene un effetto immediato. Tutte le altre urla cessano di botto e più nessun rumore turba il silenzio della notte.
Il re delle foreste si è fatto udire e tutte le altre fiere, grandi o piccole, audaci o codarde, si sono affrettate a lasciare il campo al terribile predatore.
Asseybo ed il dahomeno, che fino allora non si erano mossi, non ignorando che nè le iene, nè gli sciacalli, nè i lupi striati, nè i servai avrebbero osato assalirli, udendo quel ruggito che annunciava la presenza d’un leone, s’erano alzati, gettando degli sguardi inquieti verso gli alberi.
— Cattivo vicino, — disse il dahomeno, avvicinandosi ad Asseybo.
— Preferirei una banda di iene macchiate, — rispose il servo. — Fortunatamente i fuochi sono accesi e il predatore non oserà assalirci, per ora. —
Un altro ruggito, più potente e più prolungato del primo, rintronò da un’altra parte della foresta, a cui subito rispose il primo.
— Sono due, — disse il dahomeno, la cui voce tremava. — La cosa è grave.
— È vero, — rispose Asseybo, che del pari non era tranquillo. — Vi è un leone ed una leonessa e sono certo di non ingannarmi.
— Che sia il caso di svegliare il padrone?...