La Costa d'Avorio

Part 6

Chapter 63,746 wordsPublic domain

— Aspettiamo ancora. Forse non si sono accorti della nostra presenza.

— Non tarderanno a scoprirci. Hanno un odorato troppo acuto.

— Silenzio ed aspettiamo. —

I due ruggiti erano echeggiati ad un chilometro dall’accampamento, ma un chilometro è un passo per quelle fiere che hanno uno slancio poderoso. In pochi istanti potevano mostrarsi sul margine della foresta.

Passarono pochi minuti, poi i due ruggiti si fecero nuovamente udire più potenti, più formidabili ed anche più vicini.

Ormai non vi era più da dubitare: le due fiere s’avvicinavano rapidamente, forse attratte dai due falò che fiammeggiavano sotto i folti rami dei sicomori.

Asseybo ed il dahomeno avevano armate le due carabine e si erano riparati dietro alle casse, per mettersi al coperto da un repentino assalto, quando udirono la voce del padrone.

Alfredo, svegliato bruscamente da quei ruggiti, era strisciato fuori della tenda, seguìto da Antao.

— Dei leoni? — aveva chiesto.

— Sì, padrone, — rispose Asseybo.

— Che il diavolo se li porti, — disse Antao. — Potevano lasciarmi dormire tranquillo.

— Si vedono? — chiese Alfredo.

— No padrone, ma non devono essere lontani.

— Che i dahomeni s’incarichino di tener fermi i cavalli e noi penseremo a quei predatori. —

Fece stringere il cerchio formato dalle casse, vi si misero dietro tutti e tre ed attesero, con calma, la comparsa dei re delle selve.

I cavalli, già svegliati da quei ruggiti, avevano cominciato a dare segni di viva inquietitudine. Scalpitavano, nitrivano e cercavano di spezzare i legami per fuggire dalla parte opposta, non obbedendo più alla voce ed alle carezze dei due dahomeni.

Anche la giovane negra si era accorta della vicinanza delle formidabili fiere ed aveva cercato d’alzarsi, ma vedendo i due bianchi in armi, si era tranquillizzata conoscendo per esperienza il loro coraggio e la loro valentìa.

I ruggiti erano ricominciati destando tutti gli echi della foresta e venivano da due parti opposte. Pareva che il maschio e la femmina si fossero accordati per assalire il campo in due diverse direzioni.

— A me il leone che rugge alla mia destra, — disse Alfredo, con voce tranquilla. — A te la leonessa, ma non far fuoco se non quando sei sicuro dei tuoi colpi.

— Costringerò i miei nervi a stare tranquilli, — rispose Antao. — Che strana impressione mi fanno questi due animali!... Si direbbe che quando ruggono mi fanno tremare il cuore.

— Sii calmo, Antao. Con simili fiere si giuoca la vita.

— Lo sarò, poichè non ho proprio nessuna voglia di finire nel ventre della leonessa.

— Scherzi?... Buon segno, amico mio. L’uomo che ride dinanzi alla morte non ha paura.

— Paura non ne ho, te lo giuro, ma sono i nervi che pare abbiano una voglia folle di battere una marcia indiavolata.

— Taci!...

— Morte di Nettuno!... che vocione!... M’ha rintronato gli orecchi!...

— Eccoli!... —

Dopo un ruggito più formidabile dei primi, una massa oscura si era slanciata, con un salto immenso, fuori da un macchione di fitti cespugli ed erasi fermata nella radura, esponendosi ai pallidi raggi della luna.

Era un superbo leone dal corpo robusto, dalla testa grossa, dalla lunga criniera oscura e dal pelame fulvo, uno di quegli animali che posseggono una tale forza da balzare sopra una siepe portandosi in bocca una giovenca.

S’arrestò un istante, cogli sguardi fissi sui fuochi che ardevano sotto la fosca ombra dei sicomori e sferzandosi i fianchi colla lunga coda terminante in un fiocco, poi lanciò il suo formidabile ruggito di combattimento che parve una sfida gittata ai cacciatori.

Quasi subito la leonessa, che non doveva trovarsi lontana, fece a sua volta la comparsa, spiccando una volata di parecchi metri ed arrestandosi a quindici o venti passi dal maschio.

— Morte di Giove e di Saturno!... — esclamò Antao. — Sono belli da vedersi, ma fanno tremare le gambe.

— Una carabina di ricambio, — disse Alfredo ai dahomeni, senza volgersi. — Aspetta, Antao. —

Alzò lentamente la carabina mirando con grande attenzione ed approfittando dell’immobilità del leone, fece fuoco a sessanta metri di distanza.

La nuvola di fumo non si era ancora dissipata, che si vide il leone spiccare un salto in aria, poi precipitarsi verso l’accampamento con impeto irresistibile.

Asseybo ed Antao si erano prontamente voltati puntando le armi, senza curarsi della leonessa che si preparava ad assalirli, ma il cacciatore, con un rapido colpo d’occhio, aveva tutto veduto.

— No, fermi!... — urlò. — Badate alla leonessa!... —

Aveva afferrata rapidamente la carabina di ricambio che gli porgeva uno dei dahomeni e l’aveva puntata.

Il leone, che doveva essere stato ferito, ma non gravemente, forse s’accorse del pericolo che correva, poichè invece di scagliarsi contro le casse, dietro le quali si teneva riparato il cacciatore, col suo ultimo slancio cercò di piombare addosso ai cavalli che si dibattevano furiosamente per fuggire.

Aveva però trovato un nemico degno di lui. Alfredo, senza staccare l’arma dalla spalla, aveva fatto mezzo giro, facendo fuoco a soli sei passi.

La palla, meglio diretta della prima, andò a fracassare la spina dorsale del predatore, il quale, arrestato quasi di volo, andò a cadere in mezzo ad uno dei falò.

Con pochi colpi di zampe disperse i tizzoni spegnendoli, ma la morte lo colse e si distese in mezzo alla brace, arrosolandosi le carni e spandendo all’intorno un nauseante odore di bruciaticcio.

La femmina intanto, resa furiosa per la morte del compagno, si era scagliata contro Antao ed Asseybo.

Sfuggì alla palla del secondo e andò ad urtare le casse con tale furia, da rovesciarle le une addosso alle altre. Già stava per gettarsi contro i due uomini che erano rimasti senza difesa, ma Antao in quel supremo istante aveva saputo imporre un momento di calma ai suoi nervi.

Vedendo la fiera cadere a due soli passi, le aveva scaricata contro la carabina, mentre uno dei dahomeni la percuoteva poderosamente con un grosso tizzone ardente, coprendola di scintille.

Ferita forse gravemente e spaventata da quella pioggia di fuoco, fece un rapido voltafaccia, attraversò la radura a gran balzi e scomparve nella foresta salutata da altri due colpi di fucile, ma i proiettili non parve giungessero a destinazione.

— Morte di Giove!... — esclamò Antao. — Un momento di esitazione e la mia zucca sarebbe a quest’ora fra le mascelle di quell’indemoniata bestia.

— E faccio i miei elogi al tuo sangue freddo, — disse Alfredo, che aveva tremato per l’amico. — Un cacciatore di professione avrebbe mancato al colpo o si sarebbe dato alla fuga.

— Ci tenevo alla mia pelle, — rispose Antao, sorridendo. — Per bacco!... Che salti e che attacco!... E dove sarà fuggita la leonessa?... Le ho scaricata la carabina nella bocca, ma credo di averle solamente fracassata una mascella.

— Sarà tornata al suo covo.

— Che non ci assalga più?...

— Non oserà ritornare.

— Se nella sua ritirata incontrasse almeno le spie e si rifacesse coi polpacci di quelle!...

— Si saranno messe in salvo sugli alberi fino dai primi ruggiti.

— Ma il tuo leone si cuoce, Alfredo. Mi rincresce perdere la sua pelle.

— Ormai è rovinata. Lascia che si cucini e riprendiamo il sonno.

— Sarà un po’ difficile riaddormentarsi. Ho ancora i nervi scombussolati.

— Si calmeranno, Antao. Orsù, cacciati sotto la tenda. —

I due bianchi, certi ormai di non venire più disturbati, riguadagnarono i loro giacigli di fresche erbe, mentre Asseybo ed il dahomeno rizzavano nuovamente le casse e riaccendevano il falò spento dal leone.

Il rimanente della notte passò tranquillo. Solamente verso le due del mattino alcune iene osarono avvicinarsi furtivamente al campo, attirate dall’odore che aveva sparso il leone nell’arrostirsi l’addome sui tizzoni, ma bastò un colpo di fucile per costringerle a riguadagnare la foresta.

[Illustrazione: ... si vide il leone spiccare un salto in aria, poi precipitarsi.... (Pag. 63).]

All’indomani, un’ora dopo il sorger del sole, la carovana si rimetteva in cammino, impaziente di lasciare quelle pericolose foreste e di giungere nelle bassure erbose.

Alle 8 del mattino, dopo avere attraversato a guado un grosso corso d’acqua che serve di scarico al lago Tschibe che trovasi nel cuore del Dahomey, giungeva sulle sponde occidentali della grande laguna di Nokue chiamata anche Dennana e proseguiva verso il sud per raggiungere il canale costiero che passa fra Whydah e la borgatella di Avrekete.

Cominciavano di già i terreni paludosi, quei terreni saturi d’acqua marina corrotta dai paletuvieri, da avanzi di vegetali d’ogni specie e che esalano quei miasmi carichi di febbre, così fatali agli europei che soggiornano per qualche tempo in quelle regioni.

Non si scorgevano che radi gruppi di alberi, per lo più di cocchi, piante che non possono crescere lontane dall’aria marina, ma invece giganteggiavano le canne e le erbe palustri le quali talora raggiungevano altezze incredibili, tali da coprire interamente cavalli e cavalieri.

Il terreno cedeva facilmente sotto i piedi della carovana, ma Alfredo contava di attraversare rapidamente quella regione pericolosa per sottrarre il portoghese, non ancora acclimatizzato, alle perniciose influenze di quei miasmi. Non voleva fare che una semplice punta nei paesi del Piccolo e del Grande Popo per meglio ingannare le spie che lo seguivano, e quindi risalire le frontiere orientali degli Ascianti e riguadagnare i grandi boschi dell’interno, più pericolosi pei loro abitanti a quattro zampe, ma più salubri.

Alla sera si accampavano sulle sponde del canale, in uno spazio scoperto da ogni erba palustre per non venir sorpresi dalle spie e per non subire l’assalto dei numerosi serpenti che pullulano in quegli umidi terreni.

La notte però fu tormentosa. Malgrado i fuochi accesi attorno al campo con erbe fresche per produrre nuvoloni di fumo, veri battaglioni di moscherini sanguinarii e spietati invasero le tende, gettandosi con rabbia inaudita sulle carni dei poveri accampati.

Sono incredibili le torture che fanno soffrire quei piccoli insetti. Le nostre zanzare, in loro paragone, sono nulla. Vi sono moscherini che vi succhiano il sangue fino che scoppiano e che pare vi strappino la pelle pezzetto a pezzetto; delle mosche quasi invisibili che dalle dieci del mattino alle tre pomeridiane non si lasciano vedere, ma che poi vi piombano addosso a sciami, producendovi delle punture dolorosissime; altre, chiamate _ibolai_, che hanno dei pungiglioni così acuti da passarvi i calzoni e che pare vi forino la pelle con ago infuocato, ma che però non vi fanno soffrire che pochi istanti; ma ve ne sono poi altre ancora che vi succhiano il sangue e che poi lasciano nell’invisibile ferita chissà quale veleno, che vi fa soffrire ventiquattro ore senza tregua.

Antao, non abituato a tutti quei morsi, battagliò inutilmente tutta la notte contro quei nemici quasi invisibili, borbottando come un ossesso e solamente verso l’alba potè gustare un po’ di sonno, dopo però di essersi unto il viso e le mani con olio d’elais per calmare i dolori.

Il giorno seguente la carovana, che si teneva sulla sponda interna del canale, passava al largo di Godomè e poco dopo di Whydah una delle più importanti città della Costa d’Oro, tenuta da un cabecero del re di Dahomey e verso il mezzodì, dopo una rapidissima marcia, attraversato l’importante corso d’acqua che chiamasi Mono e che pare abbia le sue sorgenti nelle lontane regioni del Borgu il quale trovasi a settentrione del paese dei Krepi, varcava le frontiere della repubblica dei Popos.

CAPITOLO X.

La repubblica dei Popos

La repubblica dei Popos, formata dal Grande e Piccolo Popo è uno staterello che occupa una porzione della Costa d’Avorio compresa fra Whydah all’est e la regione dei Togo all’ovest, lungo il canale costiero che unisce le due lagune di Nokue e di Togo.

Questa repubblichetta, sfuggita miracolosamente ai potenti vicini, è di formazione quasi recente, poichè non conta che sessanta o settant’anni di esistenza. Verso il 1815, alcuni minalotos d’Elmina, stanchi della crudele tirannia di alcuni capi della Costa d’Oro, emigrarono verso la foce del Mono, fondando successivamente le cittadelle di Grande e Piccolo Popo, di Sabbe, di Aguè, di Abananquen e d’Abanakwe spingendosi fino a Porto Seguro e sulle rive della laguna dei Togo, aiutati da non pochi dahomeni che avevano abbandonato il loro paese natìo per sottrarsi alle infamie di quei re sanguinarii.

Ben presto lo staterello prosperò, altri negri accorsero per godere la libertà che non potevano avere nei loro paesi ed oggi si può citare come uno dei più civili della Costa, quantunque quel minuscolo popolo molto abbia conservato dei suoi antichi costumi e usi, e si può anche considerare come il più industrioso, trafficando largamente cogli europei che vi hanno fondato, nei centri più popolosi, parecchie fattorie.

La carovana fece la sua entrata nel territorio della repubblica senza subire alcuna molestia, cosa assai rara in Africa, essendo abituati i capi a far pagare dei diritti di passaggio sulle terre da loro dipendenti e quasi sempre disastrosi per le carovane, le quali sono costrette a lasciare nelle mani di quegli insaziabili tirannelli buona parte dei loro carichi.

Alfredo però si tenne lontano dalle cittadelle non avendo nessun interesse a visitarle e si limitò a costeggiare le sponde settentrionali del canale, per giungere più rapidamente nel Togo.

Il paese non era più disabitato come prima. Si vedeva che la libertà concessa agli abitanti del piccolo stato e la sicurezza che godevano, avevano dato buoni resultati.

Popolosi villaggi apparivano sulle sponde del canale e sui terreni meno paludosi; campi coltivati con grande cura e ubertose praterie dove pascolavano dei grossi bestiami si vedevano dovunque, mentre sulle acque scorrevano numerosi canotti montati da negri rumorosi e carichi di derrate d’ogni specie, diretti verso le cittadelle della Costa od al Piccolo Popo che dista circa venticinque miglia da Porto Seguro.

— Pare d’essere in un’altra regione ben lontana dalla Costa d’Avorio, — disse Antao che guardava, meravigliato, quel movimento e quell’attività insolita nei paesi popolati dai negri.

— È la libertà che godono questi abitanti, che ha dato così buoni risultati anche in questi paesi esposti all’atmosfera snervante dell’equatore.

— Ma anche la sicurezza.

— È vero, Antao. Ormai questa piccola repubblica più nulla ha da temere dalle invasioni dei suoi potenti vicini.

— È sotto la protezione delle potenze europee?...

— Sì, Antao, o meglio sotto la protezione degli antichi forti qui costruiti dagl’Inglesi, dai Danesi e dai Portoghesi per la soppressione della tratta degli schiavi.

— Mi hanno detto che una volta queste coste erano assiduamente visitate dai vascelli negrieri.

— Si calcola che si esportassero centomila negri all’anno, destinati alle piantagioni americane. Quando però gli Olandesi eressero il forte d’Elmina, i Portoghesi quello di S. Jago, gli Inglesi quello di Cape Coast Castle e d’Aura ed i Danesi quelli di Christianburg e di Friendsburg, la tratta a poco a poco cessò ed ora più nessuna nave negriera osa comparire su queste spiagge. Alle foci del Vecchio Calabar però, so che si esportano ancora negri per l’Oriente.

— Bisognerebbe cannoneggiare quei furfanti, ma.... cosa fanno quegli uomini che s’affannano sulle rive del canale?

— Vedi quegli alberi che sorgono in mezzo a quel campicello tenuto con grande cura?...

— Quelle palme?...

— Sì, ed infatti sono palme, ma palme che dànno l’olio di elais, le più pregiate e le più coltivate su tutta la Costa.

— Desidererei vedere quegli alberi famosi, se ne parla ormai tanto.

— Vieni, così ti farò vedere come si ottiene l’olio. —

Lasciarono la carovana che continuava la sua marcia sulla via aperta fra i terreni paludosi e spronati i cavalli, si spinsero verso la piantagione di palme, la quale occupava uno spazio ristretto d’una terra nerastra e molto grassa, a quanto sembrava.

Quelle piante, che formano la ricchezza principale dei reami e delle repubblichette della Costa d’Avorio, avevano l’aspetto grazioso e pittoresco delle palme, con grandi foglie piumate e una altezza di dieci a dodici metri.

Dal tronco pendevano degli enormi grappoli, pesanti almeno dodici o quindici chilogrammi, cogli acini grossi come noci, alcuni rossi ed altri, che erano completamente maturi, di colore nerastro, ma a riflessi rossastri.

— Ecco le palme d’elais, — disse Alfredo, — quelle palme che producono quell’olio così ricercato dai profumieri europei per la fabbricazione dei saponi di lusso, ma che qui viene adoperato in luogo del burro.

Come vedi, queste piante non hanno bisogno di grandi cure; basta levare attorno ai tronchi le erbe cattive. Si adattano a qualunque terreno, anche a quelli sabbiosi o argillosi e perchè il raccolto sia abbondante non occorre che dell’acqua e qui ne cade perfino troppa durante la stagione delle pioggie.

— Producono una sola volta all’anno?

— No, Antao, due. La prima raccolta, che è piuttosto scarsa, la si fa in novembre e la seconda dal febbraio a giugno ed è la più abbondante.

— E come sono quelle frutta?...

— Sono composte d’una polpa fibrosa, assai grassa e densa, la quale racchiude un nocciolo contenente una mandorla, che però è piuttosto difficile a staccare.

— Ma l’olio da dove si ricava?...

— Quello detto di palma si ottiene colla polpa del frutto. Dapprima si stacca dalla mandorla, la si comprime e la si macera entro una tinozza e se ne cava una specie di polpa di pomodoro, di odore tutt’altro che gradevole, ma che pure viene mangiata avidamente da tutti i negri, anzi si può dire che costituisce il principale nutrimento di questi popoli.

I noccioli invece si lasciano seccare due o tre mesi, poi si levano le mandorle che sono nere e che hanno il gusto della saponaria e servono per fabbricare certi saponi, ma in Europa si adoperano per ricavare un olio finissimo, molto ricercato dai profumieri.

Dalle scorze e dalla polpa si ricava anche, facendole bollire, una specie di burro verdastro, abbastanza gradevole, il quale contiene trentuna parte di stearina e sessantanove d’olio di oliva.

— È quello che si esporta in Europa?

— Sì e l’esportazione rimonta al 1817, cioè da quando un inglese cominciò ad adoperarlo, con grande successo, nella fabbricazione dei saponi profumati. Oggi se ne manda tanto in Europa che la sola Inghilterra ne acquista per duecento milioni di lire.

— Morte di Giove!... Che alberi preziosi!...

— Oh!... Ma non credere che i prodotti di questi alberi si limitino all’olio ed al burro. Colle scorze secche e colla polpa gl’indigeni si fabbricano certe specie di canne che servono per accendere rapidamente il fuoco e le adoperano pure per procurarsi un eccellente sapone nero; colle foglie si coprono le case ed intrecciandole si fabbricano delle ottime stuoie ed incidendo la cima del tronco dell’albero, si procurano giornalmente un litro di quel liquore biancastro che fermenta rapidamente, che è un buon rinfrescante e che tu hai bevuto con molto piacere.

— Il vino di palma?...

— Sì, Antao.

— E quei negri che lavorano sulla sponda del canale stanno preparando l’olio.

— Le frutta sono mature ed è giunto il momento di raccoglierle. Raggiungiamo la carovana o la notte ci sorprenderà lontani dai nostri uomini. —

Spronate le loro cavalcature, un quarto d’ora dopo raggiungevano Asseybo il quale marciava alla testa, dinanzi alle mule che portavano la lettiga dell’amazzone.

Essendo il sole tramontato e non essendo prudente continuare la marcia fra quei terreni paludosi che potevano celare delle sabbie mobili, la carovana s’accampò a breve distanza dal canale, in un luogo che sembrava deserto.

I soliti fuochi furono accesi per cercare di tener lontane le feroci zanzare, poi essendo tutti stanchi s’affrettarono a ritirarsi sotto le tende, mentre Asseybo montava il primo quarto di guardia, ma avevano appena gustata qualche ora di sonno che furono svegliati da un concerto assordante, da un baccano tale da svegliare anche un ubbriaco.

Erano urla acute, poi ululati che salivano al cielo, poi latrati rauchi. Tacevano un istante, poi ricominciavano con maggior vigore, come se presso al campo si fossero radunate dieci dozzine d’animali dotati di polmoni di grande potenza.

— Morte di Giove e di Saturno!... — esclamò il portoghese svegliato di soprassalto. — Chi sono queste canaglie che si permettono di farci simili serenate?... Il diavolo se li porti tutti nel canale!...

— Sono sciacalli, — rispose Alfredo, che si era pure svegliato.

— Pretenderebbero di assalirci?...

— Non oseranno tanto.

— Ma devono essere almeno cento.

— Fossero anche di più, non avrebbero tanto coraggio d’aggredire il nostro campo. Io credo invece che vi sia qualche carogna presso il canale e che se la disputino.

— Che se la mangino, ma che lascino tranquille le persone che hanno sonno. Ieri sera le zanzare ed ora gli sciacalli! Dannato paese!...

— Turati gli orecchi e cerca di riaddormentarti. Bisogna abituarsi a tutto. —

Antao cercò di mettere in pratica il consiglio del cacciatore, ma senza riuscirvi, perchè tutta la notte quel diabolico concerto durò, senza un minuto d’intervallo.

Gli uomini di guardia tentarono a più riprese di spaventare quegli animali sparando parecchi colpi di carabina, ma senza buon esito. Pareva che nelle vicinanze del canale esistesse qualche carnaio.

Antao, furioso per non aver potuto chiudere gli occhi un solo istante, appena cominciò ad albeggiare svegliò l’amico, per andare a cacciare quegli importuni.

Armatisi delle carabine e chiamato Asseybo che stava facendo l’ultimo quarto di guardia, si diressero verso il canale che distava sei o settecento passi dal campo.

All’incerta luce che biancheggiava verso oriente, la quale però si tingeva rapidamente di riflessi rossastri, scorsero presso le sponde del canale delle bizzarre costruzioni, disposte su di una lunga fila e che pareva si prolungasse indefinitamente.

Sembravano tettoie quadrangolari o meglio ancora dei palchi sorretti da quattro pali e sopra i quali si scorgevano confusamente delle masse informi, dalle quali pendevano degli stracci biancastri che il vento mattutino agitava disordinatamente.

Sotto quelle costruzioni si vedevano numerose bande di animali rassomiglianti ai lupi, lunghi dai sessantacinque agli ottanta centimetri, alti circa mezzo metro, col corpo robusto, le gambe alte, il muso da lupo, gli orecchi corti, la coda lunga e villosa ed il pelame giallo grigiastro a riflessi fulvi.

Tenevano i musi volti verso quegli strani palchi, e ululavano o urlavano con una costanza incredibile.

— Sono curioso, — esclamò Antao, — di vedere a chi fanno quella diabolica serenata quei dannati sciacalli.

— Credo d’indovinarlo, — disse Alfredo. — Asseybo, siamo ancora nel Gran Popo o siamo passati sul territorio del Piccolo Popo?...

— Nel Piccolo, padrone, — rispose il negro.

— Allora so di che si tratta, — disse Alfredo, ridendo.

— Spero che me lo dirai.

— Sì, Antao. Gli sciacalli hanno fatto una serenata ai morti.

— Mille pescicani!... Ai morti?...

— Sì, Antao. Quelle masse nere che vedi coricate su quelle piattaforme, sono negri morti.

— Ti credo poichè comincio a sentire un certo odore che mi rivolta lo stomaco. Faremo bene a ritornare al campo.

— Aspetta un po’ che si alzi il sole. Dovrai abituarti a questi odori, perchè incontreremo molte tombe, essendo numerosi, nel Piccolo Popo, i negri che muoiono senza aver potuto pagare i loro debiti.

— Cosa vuoi dire? — chiese il portoghese, stupito. — Cosa c’entrano i debiti dei negri con queste tombe?...

— C’entrano per qualche cosa, poichè i negri esposti in tale modo agli insulti delle intemperie ed al becco degli uccelli, sono quei poveri diavoli che non hanno potuto pagare i loro debiti.

Quando un negro muore in questa piccola repubblica, i parenti, prima di dare onorevole sepoltura al defunto, devono assicurarsi se ha pagato tutti i suoi creditori.