Part 4
— Sì, — disse il cacciatore, — ma a condizione che parli. —
Poi parlando la lingua dei _uegbè_, disse all’amazzone:
— Noi siamo venuti per curarti.
— Grazie, padrone, — rispose la negra. — Sapevo che gli uomini bianchi non sono usi a mentire e come vedi t’aspettavo, mentre avrei potuto fuggire coi miei compatrioti.
— Coi tuoi compatrioti!... Sono tornati qui?...
— Sì, hanno perlustrata tutta la foresta, sperando forse di trovarti.
— E tu ti sei nascosta invece?...
— Sì, padrone.
— Perchè?...
— Perchè tu mi hai salvata la vita e sono tua schiava.
— E mi seguirai sempre?...
— Dove tu vorrai.
— E mi sarai fedele?...
— L’ho giurato sui miei _feticci_.
— Lo vedremo. —
Poi volgendosi verso il suo servo:
— Taglia dei rami e improvvisa una barella. Questa donna per ora non può camminare. —
Quindi scoprì le ferite dell’amazzone che alla notte aveva medicate alla meglio, le lavò accuratamente con dell’acqua fresca che scorreva in un rigagnoletto vicino, le lavò dal sangue che vi si era coagulato intorno, poi le bagnò con acqua mescolata a rhum e finalmente le fasciò, sacrificando la seconda manica della propria camicia.
La giovane negra lo aveva lasciato fare senza emettere un lamento, anzi sorridendo, quantunque dovesse soffrire assai e quand’ebbe finito, gli disse:
— Grazie padrone; la mia vita, da te salvata, ormai t’appartiene. —
Asseybo aveva allora terminata la barella composta di rami legati con liane e resa soffice da un alto strato di fresche foglie. La negra vi fu coricata ed Alfredo ed il servo si misero in cammino, preceduti dal portoghese, il quale era troppo stanco per caricarsi di quel peso.
— Camminando possiamo parlare, — disse il cacciatore. — Guadagneremo tempo.
— Cosa vuoi sapere padrone? — chiese la negra, che lo guardava con due occhi che rilucevano di gioia e di contentezza.
— Dimmi, innanzi a tutto: è potente Kalani?...
— Potentissimo, padrone. È l’anima dannata di Behanzin, il successore di Geletè.
— È stato lui a organizzare la spedizione contro di me?...
— Sì e l’ha anche guidata.
— Lo sospettavo. Sai che ha rapito mio fratello e che mi ha distrutta la fattoria?...
— Sapevo che doveva rapire un fanciullo se i suoi soldati non riuscivano a prendere te.
— Ah!... Lo sapevi?... — esclamò Alfredo.
— Sì, perchè Kalani aveva detto che gli era necessario, quel fanciullo.
— Ma per cosa farne di quello sventurato?...
— So che aveva detto a Geletè che i _feticci_ esigevano un ragazzo bianco per essere guardati, minacciando in caso contrario la distruzione del regno e della dinastia.
— E non lo si ucciderà?... — chiese Alfredo, con angoscia.
— No, non crederlo, perchè un guardiano dei _feticci_ diventa una persona sacra. —
Il cacciatore respirò liberamente, come gli si fosse levato dal petto un peso enorme.
— Non lo uccideranno? — esclamò. — Tu sei certa?...
— Sì, padrone.
— Ma credi tu che quel ragazzo fosse proprio necessario ai _feticci_?... O che invece quel miserabile Kalani abbia qualche sinistro progetto?...
— Lo ha, — disse la negra. — Io conosco assai Kalani, so il motivo del suo odio verso di te e non ignoro i suoi progetti.
— Parla, ti prego.
— Kalani aveva la certezza di non poterti sorprendere, sapendoti un uomo capace di tenere testa a cento dei nostri uomini. Credo che avesse anzi molta paura di trovarsi di fronte a te. Da due settimane ti sorvegliava, ma non osava assalirti. Avendo appreso che tu dovevi recarti alla caccia sull’Ouzme, approfittò per assalire la tua fattoria e rapirti il fratello, affidando ad alcuni uomini coraggiosi l’incarico di tenderti un agguato in mezzo ai boschi.
— Ma era me che odiava e non quel povero ragazzo. Perchè prendersela con lui?...
— Per avere poi te.
— Cosa vuoi dire?...
— Kalani è astuto, padrone. Egli sa che non sei uomo da lasciare tuo fratello nelle sue mani.
— E mi aspetta nel Dahomey?
— Sì, padrone.
— Ha indovinato. Sì, io andrò nel Dahomey a salvare il mio Bruno, ma andrò anche per uccidere il rapitore.
— Bada, padrone, alla frontiera ti aspetteranno.
— Ma non mi vedranno.
— Cosa vuoi dire?
— Lo saprai più tardi. Prima bisogna che vada a vedere Tofa. —
Due ore dopo, avendo fatte alcune soste per riposarsi, giungevano ad un gruppo di capanne abitate da una dozzina di negri fra uomini e donne, i quali avevano già avuto frequenti rapporti colla fattoria d’Alfredo.
Avevano già saputo della disgrazia toccata all’uomo bianco, anzi avevano udite le scariche degli assalitori ed avevano vedute le fiamme dell’incendio, senza però ardire di accorrere in aiuto degli assaliti, essendo quasi sprovvisti d’armi e temendo troppo i dahomeni.
Alfredo ed i suoi compagni furono accolti con franca e cordiale ospitalità e tutti gli abitanti andarono a gara per essere loro di qualche utilità, mettendo a disposizione le capanne ed i viveri.
Il cacciatore si limitò a far ricoverare la povera ragazza che soffriva assai, raccomandandola alle cure delle donne, poi chiese tre di quei piccoli ma rapidi cavalli che sono piuttosto comuni in quelle regioni e che derivano da un incrocio di cavalli arabi e delle alte regioni del Niger.
Rifocillatisi con una terrina di _fu-fu_, il piatto più in uso sulla Costa d’Avorio, composto d’ignami, di banani, di legumi, di granchi, di uccelli e di pesci conditi con molto pimento e ridotti in poltiglia e rinvigoritisi con alcune tazze di eccellente vino di palma fermentato, i due bianchi ed il negro Asseybo, che era tornato dalla fattoria portando ai padroni, alcune vesti trovate in uno dei magazzini, partirono al galoppo, non ostante il calore infernale che versava il sole.
Antao, messo in buon umore da quel vino che produce una leggera ebbrezza anche preso in quantità limitata, pareva che non sentisse più la fatica e chiacchierava per due, cercando di tenere buona compagnia ad Alfredo che era diventato triste e assai preoccupato.
Anche il negro cercava d’incoraggiare il padrone, assicurandolo che nessun pericolo poteva correre il padroncino, essendo le persone addette ai _feticci_ sacre per tutti, perfino all’onnipotente re. Nella sua gioventù era stato schiavo ad Abomey e ne sapeva qualche cosa di quel sanguinario ma molto superstizioso popolo.
Intanto i piccoli ma vivaci cavalli divoravano la via, mantenendo un galoppo rapidissimo. Si erano cacciati in un largo sentiero aperto in mezzo ai boschi, fatto tagliare da Alfredo per trasportare i prodotti della sua fattoria a Kotona che è il porto della capitale del piccolo reame di Tofa.
Superbi alberi si rizzavano a destra ed a sinistra, gli uni pieni di uccelli, specialmente di piccoli pappagalli grigi e gli altri di scimmie, le quali eseguivano i più sorprendenti esercizi, senza punto spaventarsi del passaggio dei tre rapidi corsieri. Ora apparivano enormi gruppi di splendide palme dalle gigantesche foglie disposte a ventaglio; ora magnolie colossali coperte di grandi fiori dall’acuto profumo, o noci di cocco dall’elegante fusto e già carichi di frutta grosse come la testa d’un bambino; o dei gossipina, veri giganti, che crescono con rapidità straordinaria, che diventano assai grossi e che hanno il tronco coperto di gibbosità spinose, o macchioni di aranci e di limoni che spandevano all’intorno, per parecchi chilometri di circuito, dei profumi deliziosi.
Di tratto in tratto si scorgevano però delle radure di estensione considerevole coltivate con grande cura e dove crescevano ignami, manioca, fagiuoli di varie sorte, certe specie di pomidori assai gustosi e di quelli steli di grano verde, delizioso, chiamato mussoa.
Quando la grande boscaglia si rompeva, permettendo agli sguardi di spaziare più oltre, si vedevano gruppi di capanne difese per lo più da palizzate acuminate o da altissime siepi, rinforzate da datteri spinosi o da gossipine, ostacoli quasi insormontabili pei negri di quelle regioni che vanno quasi nudi e che non hanno mai conosciuto l’uso delle scarpe.
Verso il mezzodì le foreste cominciarono a diradarsi rapidamente per dar luogo a delle pianure acquitrinose formate dall’Ouzme, esalanti miasmi mortali per gli europei non abituati a quei climi caldi e umidi, sede d’un numero infinito di serpenti i quali godono una tranquillità perfetta, essendo rispettati da tutti gl’indigeni.
Sono però inoffensivi, sebbene siano generalmente lunghi tre metri e si limitano a distruggere milioni di rospi e di rane, evitando anzi gli uomini.
In mezzo a quelle pianure acquitrinose si vedevano anche dei campi coltivati con cura, ma poche capanne, essendo il regno di Porto Novo pochissimo abitato in proporzione alla sua vastità.
Un’ora più tardi i tre cavalli, che non avevano mai rallentato il loro galoppo indiavolato benchè il sole segnasse oltre 35° centigradi e non un alito di vento marino rinfrescasse quella temperatura ardente, galoppavano sulla riva del lago di Porto Novo. Alfredo poco dopo mostrava al portoghese un grosso attruppamento di capanne che si trovava presso la riva di quel vasto bacino.
— Porto Novo, — disse.
— Questi indemoniati cavallucci hanno galoppato come dei veri cavalli arabi, — rispose il compagno. — Speriamo di trovare il re di buon umore.
— Se non sarà ubbriaco.
— È un bevitore?
— Come tutti i re negri.
— Ho con me una fiala d’ammoniaca per preservarmi dai morsi dei serpenti e gliela farò bere tutta, — disse Antao, ridendo. — Gli dirò che è un elisir lunga vita. Toh! Cos’è quella grande capanna che sorge lassù, su quel piccolo poggio? Forse qualche villa reale?
— No, Antao, è un tempio ove si adorano i serpenti che vengono raccolti negli acquitrini da noi prima costeggiati.
— Morte di Nettuno!... Avevo udito narrare queste cose, ma non vi avevo mai prestato fede, Alfredo. Se non me lo avessi detto tu, direi che si voleva darmi a bere una frottola colossale.
— In queste regioni si ha una grande venerazione per quei ributtanti rettili, Antao. A Whydab, per esempio, vi è un grande tempio dove si custodiscono parecchie migliaia di serpenti, per lo più pitoni a righe bianche o gialle.
Un grosso numero di guardiani è incaricato di nutrirli e di curarli, e quando qualcuno di quei rettili riesce a fuggire, i suoi provveditori si affrettano ad inseguirlo ed a riportarlo nel tempio coi dovuti riguardi.
— Si direbbero storie dell’altro mondo. E tu mi dici che si adorano?...
— Sì, Antao. Vi sono delle persone che dichiararono di essere contentissime di venire divorate dai serpenti. Vuoi saperne di più?... Una donna che io ho conosciuta, un giorno perdette il suo unico figlio che le era stato divorato da un pitone. Ebbene, lo crederesti?... Invece di uccidere l’ingordo rettile, lo fece prendere, trasportare nel tempio di Whydab e lo adorò.
— Morte di Saturno! Che pazzìe!... E nel Dahomey si adorano pure i serpenti? Mi hanno detto che quel re barbaro ne tiene delle migliaia.
— È vero, ma per dare da mangiare a loro i prigionieri.
— Un modo molto comodo per evitare le spese necessarie pel nutrimento di quei disgraziati che cadono nelle mani di quell’antropofago.
— Lo sanno i tuoi compatrioti, Antao.
— Cosa vuoi dire?... — chiese il portoghese, stupito ed inquieto.
— È una storia recentissima poichè non risale che all’anno scorso. Geletè aveva fatti prigionieri alcuni portoghesi e brasiliani, i quali si erano recati nella sua capitale per cercare di avviare dei commerci con quegli abitanti. Quel furfante finse dapprima di fare loro buona accoglienza, ma un brutto giorno, dopo d’averli, con orribili minaccie, costretti a ballare dinanzi a lui per divertirlo, alcuni li fece decapitare ed altri gettare in pasto ai serpenti.[3]
— Ah!... Canaglia!... — esclamò Antao, indignato. — E non sono stati capaci di strangolarlo?...
— Se lo avessero potuto l’avrebbero fatto, liberando in tal modo l’Africa d’uno dei suoi più ributtanti e più sanguinari monarchi.
— Morte di Urano!... Se potessi vendicarli io, mentre tu ti vendichi di Kalani.
— Ne succederebbe un altro e forse più feroce: Behanzin, che già promette di essere peggiore di Geletè. Ci siamo: avanti Asseybo, aprici la via. —
Il negro si spinse innanzi ed i tre cavalieri fecero la loro entrata nella capitale del re Tofa.
CAPITOLO VII.
Il re di Porto Novo
Il regno di Porto Novo, sottoposto ora al protettorato della Francia, anche in quell’epoca era uno dei più importanti e dei più ricchi della Costa d’Avorio.
Situato fra il territorio di Abeokuta e le frontiere meridionali del Dahomey, occupava una superficie immensa sebbene non definita verso il nord, ma non aveva che una popolazione di mezzo milione di abitanti dei quali oltre sessantamila raggruppati nella capitale.
Gli altri si trovavano dispersi nelle tre principali città di Ketenou, Adjara e di Kotonu, il porto della capitale, lontano circa quindici miglia da Porto Novo e in pochi grossi villaggi per poter meglio difendersi contro le annuali scorrerie dei Dahomeni, intraprese contro tutti i popoli vicini per fornirsi di schiavi da sgozzare nei sacrifici umani.
Questo reame è molto antico e si è mantenuto indipendente, quantunque rinserrato fra popolazioni bellicose, e quantunque i suoi abitanti derivanti da un incrocio di Anago, di Yoruba e di Dahomeni, non siano mai stati buoni guerrieri. Anzi si può dire che sono i più indolenti, i più pigri di tutti quelli che popolano la Costa, come sono i più ladri di tutti, vizio del resto innato nelle razze negre.
Da molti anni, numerose fattorie, specialmente portoghesi, inglesi, francesi e tedesche sono state fondate nei centri popolosi, trafficando soprattutto in olio d’elais, l’articolo più importante e più pregiato della regione.
La città di Porto Novo, anche nel 1878 era una delle più importanti di tutta la costa, ma era anche allora una delle più insalubri, specialmente per gli europei.
Sebbene costruita a circa quindici metri sul livello della vicina laguna, il suo clima è uno dei più micidiali, non permette un lungo soggiorno agli uomini di razza bianca.
La città è un ammasso di capanne costruite con una specie d’argilla rossastra che seccandosi acquista una consistenza incredibile, ma coi tetti di foglie di palma. Le vie sono strette, luride, interrotte da buche profonde, prendendosi l’argilla occorrente per le costruzioni, appunto entro la cinta.
Di notevole non ha che i quartieri commerciali di Sadogo, di Attakè, di Degue, di Lodja e di Bocu dove si trovano parecchie fattorie, la missione cattolica e la casa del re.
I tre cavalieri, apertosi il passo fra una moltitudine di persone d’un nero rossastro, quasi nude, non avendo che un misero e lurido sottanino, infilarono la via che conduceva alla grande piazza del mercato, in mezzo alla quale è costruita l’abitazione di Tofa.
Erano però costretti a procedere con prudenza per non cadere entro le innumerevoli buche che tagliavano la via, tutte piene d’acqua corrotta nella quale imputridivano carogne d’animali esalanti degli odori sopportabili solamente pei nasi dei negri.
Un quarto d’ora dopo giungevano senza incidenti sulla grande piazza, già ingombra di popolo, tenendosi colà il mercato e si arrestavano dinanzi alla reggia.
Il palazzo del re non era che una modesta casetta bianca colle persiane verdi, circondata da vaste capanne di paglia e di foglie di palmizio, e da cortili grandissimi dove si custodivano i _feticci_ ossia gli idoli.
Solo di dietro s’innalzava una specie di palco assai alto, sostenuto da pali adorni di piante arrampicanti e sul quale si trovavano allineati una cinquantina di crani umani appartenenti ai nemici uccisi in guerra dal re.
— Che esposizione! — esclamò Antao, facendo un gesto di ribrezzo. — Non è di certo incoraggiante.
— Tofa non è più cattivo, — disse Alfredo. — Nel suo Stato ha abolito i sacrifici umani.
— Non uccide più adunque?
— Sì, ma solamente i condannati a morte, ai quali fa tagliare prima la lingua, onde non possano raccontare quale pena hanno subìto.
— Ed ai suoi _feticci_ non sacrifica più schiavi?
— No, si accontenta ora di pecore e di montoni. —
Lasciati i cavalli e le armi ad Asseybo, i due europei avvertirono le sentinelle che vegliavano alla porta, armate di vecchi fucili a pietra, di annunciare al re la loro visita.
Poco dopo un _larry_, specie di ministro della casa reale, li introduceva nella sala chiamata pomposamente del trono, la quale altro non era che una modesta stanza adorna di armi più o meno vecchie e di pochi tappeti logori.
Il trono non mancava però ed era formato da quattro pali sostenenti una specie di cupola sormontata da una corona reale di ottone e adorna d’una grande placca di metallo ove stava inciso _king Tofa_ (re Tofa).
Al disotto di quella cupola, una semplice panca coperta d’un drappo rosso sgualcito e rattoppato, serviva di sedile a S. M. negra.
Tofa vi si era già accomodato, mentre ai suoi fianchi si tenevano ritti il _mingau_ o grande capo dei feticci, il primo _larry_ che disimpegna l’ufficio di segretario ed il secondo _larry_ che è incaricato di portare il bastone reale col pomo d’argento, segno di potere.
Tofa non aveva in quell’epoca che quaranta o quarantacinque anni. Era un negro di statura alta, ancora robusto, coi tratti del viso piuttosto regolari, con due occhi vivi ed intelligenti.
Discendente d’una dinastia di re molto potenti, ma tributari del Dahomey, era stato il primo a rendersi indipendente e dopo d’aver scacciati e fatti in parte decapitare i suoi vecchi consiglieri, nemici acerrimi della razza bianca, aveva aperto il suo porto e la sua capitale al commercio europeo.
Più intelligente degli altri e meno barbaro, aveva a poco a poco accordata una certa libertà al suo popolo, ed aveva abolito, come dicemmo, gli orribili sacrifici umani che distruggevano buona parte dei suoi sudditi.
Abituato a ritenere gli uomini bianchi come di razza superiore, vedendo entrare Alfredo, che in altre occasioni aveva già conosciuto, s’affrettò ad alzarsi, lasciando ricadere la lunga veste di seta rossa che lo copriva come un ampio mantello e gli porse la mano, dicendogli cortesemente:
— Sono ben felice di rivederti dopo una così lunga assenza. Quale motivo ti conduce a Porto Novo? Forse che ti occorre il permesso di fondare qualche altra fattoria?
— No, — rispose Alfredo. — Un motivo ben più grave ha indotto me ed il mio amico Antao Carvalho a visitare V. M. Sapete che le vostre frontiere sono state violate?...
— No, ma è una cosa che succede così di frequente, da parte dei malvagi popoli che circondano il mio regno, da non preoccuparmene più. So che dopo d’aver fatta qualche razzìa di uomini e di animali si ritirano.
— Ma questa volta sono state le genti del Dahomey. —
Il re, nell’apprendere quella notizia, si fece più oscuro in viso e manifestò una viva inquietudine.
— Forse che Geletè vuole muovermi guerra?... — chiese con una certa trepidanza.
— Non a te, ma l’ha mossa a me. I suoi guerrieri hanno saccheggiata e poi incendiata la mia fattoria.
— Ciò è grave. Si sono ritirati poi?...
— Sì, subito.
— Ecco una buona notizia, — disse S. M. negra, respirando liberamente.
— Per Voi, ma non per me, poichè ritirandosi mi hanno rapito il mio giovane fratello.
— Mi rincresce per te.
— Ma non basta che vi rincresca, — disse Alfredo con voce acre. — Sono venuto perchè V. M. mi aiuti a liberare mio fratello.
— Ed in qual modo?
— Mandando dei messi a Geletè, minacciandolo di rappresaglie in caso di rifiuto. A V. M. spetta vegliare sugli stranieri che risiedono nel vostro regno.
— Ma io non ho alcuna influenza su Geletè.
— Siete parenti, poichè entrambi discendete da principi d’Allada, fondatori del regno di Dahomey.
— Geletè non mi ascolterebbe.
— Lo si minaccia.
— Sono un povero re incapace di far fronte al Dahomey, — disse Tofa, sospirando.
— Adunque non posso contare sul vostro aiuto?... — disse Alfredo, la cui collera cresceva dinanzi alla tranquilla indifferenza del re.
— Ohimè!... Nulla posso fare, fuorchè cercare d’indennizzarti del danno sofferto.
— Non so cosa farne del vostro indennizzo. È mio fratello che voglio salvare, mi comprendete?...
— Geletè è potente.
— E voi siete pauroso.
— Il mio palco è pieno di crani di nemici da me uccisi.
— Ma Geletè vi fa tremare.
— Sono un povero re, — piagnucolò Tofa.
— Ebbene, andrò io nel Dahomey!...
— E Geletè ti farà uccidere come i portoghesi.
— Concedetemi almeno una scorta.
— Nessuno dei miei soldati ti seguirebbe.
— Sì, a Porto Novo non vi sono che dei poltroni, — disse Alfredo con amarezza. — Vieni Antao, abbiamo perduto del tempo inutilmente. —
Il re vedendo che il cacciatore stava per lasciarlo senza degnarsi di rivolgerli più la parola, forse toccato dal dolore e dalla collera di lui, si era prontamente alzato, dicendo:
— Ma aspetta adunque. Il Dahomey non fugge.
— Cosa volete dire? — chiese Alfredo, che era già giunto presso la porta.
— Udiamo: cosa vuoi fare nel Dahomey?
— Eh per mille folgori!... Ve l’ho già detto che voglio salvare mio fratello.
— Conosci la via che conduce ad Abomey?
— No, ma la troverò.
— Odimi: dandoti dei soldati, il secondo o terzo giorno ti abbandonerebbero, di ciò sono certo, ma ora mi sono ricordato di avere fra i miei schiavi due uomini del Dahomey che potrebbero servirti di guida.
— Ecco che cominciate a interessarvi di me. Sono fidati questi uomini?
— Mi sono affezionati ed hanno da molti anni rinnegata la loro patria.
— Dove sono?
— A Ketenou, ma domani saranno qui.
— Aspetterò che vengano.
— Intanto ti offro ospitalità in una delle mie capanne.
— Accetto volentieri e saprò ricompensare V. M.
— Ci rivedremo domani. —
Strinse la mano ad Alfredo ed al portoghese e si ritirò con tutto il seguito.
Poco dopo però un _larry_ entrava e conduceva i due bianchi in una vasta capanna situata in uno degli spaziosi cortili del palazzo reale, mettendo a loro disposizione due giovani schiavi incaricati di servirli.
Quell’abitazione era, come tutte le altre di Porto Novo, di forma circolare, colle pareti d’argilla rossastra ed il tetto di foglie di palma, di forma acuminata e un po’ sollevato, in modo da lasciar entrare la luce.
Era però pulitissima, ma arredata molto meschinamente, non essendovi che poche stuoie di foglie intrecciate che dovevano servire da letti, qualche sgabello e pochi utensili di terra cotta.
Il _larry_, per ordine del re, aveva fatto portare dei viveri, dei vasi di vino di palma ed un certo numero di deliziose noci di cocco non ancora mature, le quali contengono un’acqua dolce, assai gradevole, specialmente in quei climi caldissimi.
Antao, a cui le emozioni della notte non avevano diminuito l’appetito dei suoi venticinque anni, appena il _larry_ fu uscito, si credette in dovere di dare uno sguardo ai canestri che racchiudevano i viveri, tanto più che non aveva piena fiducia nei cuochi e nei provveditori di S. M. negra.
[Illustrazione: Nel volgersi per appendere la carabina all’arcione, Alfredo vide due negri.... (Pag. 51).]
Infatti Tofa non aveva tenuto conto della qualità di bianchi dei suoi ospiti, e li aveva provvisti di un pranzo copioso bensì, ma assolutamente indigeno.
Vi era un pezzo di proboscide d’elefante cucinato al forno, carne che si vende di sovente sui mercati delle città della Costa d’Avorio, essendo nell’interno assai numerosi quegli enormi pachidermi; una coscia di scimmia arrostita nel burro; delle lumache grigie assai grosse, cucinate in una salsa orribilmente piccante, cibo assai ricercato e molto apprezzato presso quei popoli, specialmente dai vicini Ascianti, nella cui capitale Cumassia se ne consumano per cinquecento chilogrammi al giorno; poi vi erano parecchie dozzine di atrapas, pallottole di farina di granturco avvolte in foglie e cucinate al forno e finalmente vi erano parecchie terrine ricolme di canalu, orribile pasticcio formato di volatili conditi con olio di palma e molto pimento, esalante un odore sgradevole di materie rancide.
— Ma questo è un pasto d’antropofaghi! — esclamò il portoghese, arretrando dinanzi alle esalazioni pestifere del _canalu_. — Quel furfante di re ci ha presi per due mendicanti.