La Costa d'Avorio

Part 14

Chapter 143,686 wordsPublic domain

Alfredo e Asseybo, che si trovavano vicini ai rami del baobab, i quali, come si disse, si curvavano verso terra, con due salti furono lesti ad aggrapparvisi mettendosi in salvo, ma il povero portoghese, che si trovava più lontano e che forse era rimasto scombussolato da quell’improvviso assalto, si raccomandò alle proprie gambe, fuggendo a precipizio in mezzo alla foresta.

Sette od otto facocheri s’arrestarono sotto il baobab grugnendo rabbiosamente e cercando, con salti disordinati, di mordere le gambe d’Alfredo e del negro, ma altri tre, guidati da un vecchio maschio, si misero dietro al fuggiasco.

Fortunatamente Antao aveva buone gambe e correva come un daino, girando attorno ai tronchi per far perdere tempo ai feroci animali, balzando agilmente sopra le piccole macchie, guizzando in mezzo alle radici ed alle liane, ma allontanandosi sempre più dai compagni, colla cattiva prospettiva di smarrirsi fra quelle migliaia di vegetali.

Galoppava da una buona mezz’ora, sempre più inoltrandosi nella boscaglia e sempre incalzato dagli ostinati cignali, quando tutto d’un tratto sentì mancarsi il suolo sotto i piedi. Ebbe appena il tempo di mandare un grido, che si trovò, semi-intontito in fondo ad una larga buca.

Non potè subito rendersi conto di quanto era accaduto, poichè nel battere il capo in terra, aveva ricevuto tale scossa, da non sapersi più raccapezzare.

Gli parve però di sentirsi cadere addosso una massa pesante, quindi di udire presso di sè un urlo acuto che terminò in un grugnito rauco, strozzato.

— Morte di Giove ed anche di Febo!... — esclamò, quando si fu un po’ rimesso. — Un passo più innanzi e m’infilzavo come questo dannato facafuchero o facafocoro che sia. Si vede che sono ancora un uomo fortunato, dopo tutto. —

Il brav’uomo aveva ben ragione di chiamarsi fortunato, poichè era miracolosamente scampato al più orribile dei supplizii, cioè alla morte col palo.

La sua fuga precipitosa lo aveva condotto sopra uno di quei pericolosi trabocchetti che i negri sogliono scavare per impadronirsi, senza correre alcun pericolo, dei grossi animali, come gli elefanti ed i rinoceronti.

Era una buca profonda tre metri, larga e lunga sei, munita nel mezzo d’un aguzzo palo profondamente impiantato e coperta superiormente da uno strato di canne di terra e di foglie.

Il portoghese, invece di cadere sul palo e terminare la sua esistenza come un turco od un persiano, trasportato dal proprio slancio, era andato a stramazzare in un angolo del trabocchetto; invece sua si era infilzato il vecchio maschio che gli stava alle calcagna e che ora presentava il comico spettacolo di un maiale enorme, messo allo spiedo intero.

— In fede mia che sta meglio su quella punta questo irascibile porco che io, — disse Antao. — È una vera disgrazia che non vi sia qui della legna per arrostirlo. —

Il suo buon umore si cambiò però in un subitaneo impeto di collera, udendo sopra la sua testa dei grugniti furiosi.

— Ancora quegli ostinati maiali!... — esclamò. — Ora vi mando a tenere compagnia al vecchio maschio. —

Gli altri tre facocheri, che avevano avuto il tempo di trattenersi dinanzi al trabocchetto, correvano all’impazzata intorno alla buca grugnendo rabbiosamente, come fossero furibondi per non aver potuto vendicarsi del disgraziato portoghese.

Di tratto in tratto s’arrestavano allungando i loro brutti musi verso la fossa e battendo fortemente le loro lunghe zanne che producevano un rumore simile a quello delle mascelle dei caimani allorchè si rinchiudono, poi cercavano di avanzarsi sullo strato di canne mezzo sfondato, ma comprendendo che correvano il pericolo di seguire il vecchio maschio, s’affrettavano a retrocedere.

Antao raccolse la carabina che era caduta in un angolo, ma quando volle caricarla, s’avvide che la fiaschetta della polvere erasi spezzata, spargendo le munizioni sul fondo limaccioso della trappola.

— Morte di tutti i facucheri della terra!... — esclamò, dando un calcio alla fiaschetta sventrata. — Eccomi in un bell’impiccio!... Se Alfredo e Asseybo non vengono a liberarmi, quei dannati animali non mi lascieranno uscire da questa dannata buca!... Uscire!... Credo che anche senza quei porci non vi riuscirei di certo!... Ma toh!... L’idea mi pare buona ed il coltello vi può giungere. —

Senza più occuparsi dei facocheri, i quali d’altronde non potevano giungere fino a lui, si levò la cinghia che gli sorreggeva i calzoni, poi estrasse il coltello da caccia che pendevagli dal fianco, un’arma lunga un buon piede e di una tempra eccezionale, quindi la legò saldamente all’estremità della canna del fucile, formando una specie di lancia.

— Sbarazziamoci per ora dei porci, — disse. — Poi vedremo se vi sarà il mezzo di uscire dalla trappola. —

Guardò in alto e vide i tre facocheri riuniti, i quali lo guardavano coi loro occhietti neri, digrignando i denti e grugnendo.

Allungare rapidamente il fucile e piantare il coltello in mezzo al ventre del più vicino, fu la cosa d’un istante.

L’animale, trapassato fino alla spina dorsale, mandò un urlo acuto e piombò nella buca, dibattendosi fra le strette dell’agonia. Gli altri due, spaventati, fecero un rapido volta faccia e fuggirono a tutte gambe in mezzo alla foresta.

— Per Giove! — esclamò Antao, ridendo. — Per poco che la continui, questa buca diverrà la bottega d’un macellaio!... Disgraziatamente è sempre il fuoco che mi manca.

Orsù, cerchiamo di lasciare l’alloggio, per ora. Più tardi manderò i due dahomeni a ritirare i viveri. —

Fece il giro della buca, sperando che in qualche luogo il terreno fosse tanto friabile da permettergli di scavarsi dei gradini, ma s’avvide che quella trappola era stata aperta fra degli strati di natura rocciosa, i quali dovevano opporre una resistenza considerevole.

— Diavolo!... — mormorò il disgraziato portoghese, che cominciava a perdere il suo buon umore ed a diventare inquieto. — Temo di dover passare la notte in fondo a questa umida tana, in compagnia di questi due porci.

Chissà se Alfredo ed Asseybo riusciranno a trovarmi, prima che tramonti il sole. In queste foreste è così facile a smarrirsi!...

Orsù, bisogna rassegnarsi e fare buon viso alla fortuna. D’altronde una notte passa presto.

Se la fiaschetta non si fosse spezzata e il fondo di questa fossa, invece di essere così limaccioso fosse stato bene asciutto, avrei potuto richiamare l’attenzione di Alfredo con delle scariche ma bah!... Domani mi ritroveranno. —

Le tenebre calavano rapidamente ed al prigioniero non rimaneva altra prospettiva che di trovarsi un cantuccio per riposare e d’armarsi di pazienza fino all’alba, certo che Asseybo avrebbe ritrovato le sue tracce.

Disgraziatamente il fondo della trappola era una pozzanghera e non era possibile coricarsi su quel fango saturo d’acqua.

— Che debba rimanere in piedi tutta la notte?... — brontolò il portoghese. — Non sono già nè un’airone, nè un fenicottero per dormire in piedi. Toh!... non avevo pensato che posso avere un letto abbastanza comodo!... —

Quella buona idea gli era stata suggerita guardando i due facocheri. Con non poca fatica riuscì a tirare giù quello che si era impalato, poi li trascinò tutti e due in un angolo mettendoli l’uno vicino all’altro e vi si sdraiò sopra, mandando un sospiro di soddisfazione.

— Pare che anche i morti qualche volta possano essere utili, — disse, ridendo. — Cerchiamo di chiudere gli occhi e di schiacciare un sonnellino. Speriamo che finchè dormo qualche stupido elefante non venga a gettarsi nella trappola. —

Il sole era allora tramontato da alcuni minuti e la notte era scesa, ma una notte oscurissima, non essendovi luna.

Il portoghese, invitato dal profondo silenzio che regnava nella foresta e vinto dalla stanchezza, non tardò ad addormentarsi profondamente, come se fosse coricato sul più soffice letto di tutto il Portogallo.

Il suo sonno però, dopo alcune ore, fu bruscamente interrotto da scrosci di risa sgangherati che scendevano dall’alto.

— Il diavolo si porti la gente allegra! — esclamò il portoghese, alzandosi di assai cattivo umore. — Pare che si divertano nella foresta. Che ridano della mia disgrazia?... —

Lasciò il suo comodo giaciglio, sul quale contava di russare beatamente fino all’alba e guardò verso l’orlo della buca.

— Altro che gente allegra!... — mormorò. — Sono bestie affamate, che sarebbero ben contente di banchettare col mio corpo. —

Quattro paia d’occhi a riflessi verdastri, che brillavano come quelli dei gatti, erano fissi su di lui, con un’ostinazione da fare accapponire la pelle al più coraggioso cacciatore del continente nero.

Ci volle poco al portoghese, per sapere a chi appartenevano. Erano gli occhi di quattro grosse iene macchiate, le quali, accortesi che in fondo alla buca vi erano delle prede, si erano affrettate ad accorrere colla speranza di divorarsele.

Se però la discesa era facile, la salita era difficile e quei ributtanti carnivori non avevano nessuna intenzione di andarsi a cacciare in quella trappola.

— L’ingordigia vi tenta, ma la paura di venire a tenermi compagnia vi trattiene, — disse il portoghese, ormai rassicurato. — D’altronde ho qui uno spiedo che può servire anche contro di voi. —

Le quattro iene, vedendolo alzarsi, si erano ritirate di qualche passo, cominciando un concerto indiavolato a base di scrosci di risa, tutt’altro che gradito per gli orecchi del prigioniero.

Per un po’ Antao pazientò, sperando che le iene si allontanassero, vedendo però che si ostinavano a rimanere presso l’orlo della trappola, si rialzò furioso, e salito sui facocheri, vibrò un terribile colpo di punta all’animale più vicino, squarciandogli il petto.

Le compagne, spaventate da quella brutta accoglienza, s’affrettarono a sbandarsi, mentre quella ferita, nell’agitarsi fra le ultime convulsioni, sfondava parte dello strato di canne, precipitando in fondo la buca.

— Per Giove!... — esclamò il portoghese. — Ecco un altro materasso che mi permetterà d’allungare anche le gambe. Approfittiamone per riprendere il sonno. —

Trascinò il cadavere della iena accanto ai due facocheri e si sdraiò comodamente sul suo letto di morti, ma era destinato che quella notte non dovesse continuare il sonno.

Aveva appena richiusi gli occhi, che un altro concerto più indiavolato lo costrinse a riaprirli. Via le iene erano giunti gli sciacalli, ma in grosso numero e quei furfanti si permettevano il piacere di offrirgli una serenata così strepitosa, da svegliare anche il più ostinato dormiglione della terra.

— Orsù!... — esclamò Antao, che perdeva la sua flemma. — Non vi è caso che mi lascino tranquillo un solo momento. Il diavolo si porti tutte le bestie dell’Africa!... —

In quell’istante gli parve udire una lontana detonazione echeggiare sotto i grandi alberi.

— Che sia Alfredo?... — mormorò. — Giungerebbe in buon punto per fugare questi arrabbiati concertisti. —

Tese gli orecchi, ma le urla degli sciacalli gl’impedivano di ascoltare.

— Mi cercano, speriamo adunque che mi trovino, — disse. — Se questi furfanti stessero un momento zitti potrei, urlando a piena gola, forse farmi udire, ma non cesseranno prima dell’alba. Se potessi pagarli con quattro buoni colpi di spiedo, credo che di simile moneta ne avrebbero abbastanza per andarsene a tutte gambe. —

Salì sui tre cadaveri cercando di avventare qualche colpo di punta a quella banda affamata, ma quegli animali erano troppo lesti, e meno curiosi delle iene, e si tenevano lontani dall’orlo della buca appena scorgevano l’arma alzarsi verso di loro.

Il portoghese, dopo vari tentativi infruttuosi, dovette rassegnarsi ad ascoltare, di buona o cattiva voglia, quella seconda serenata.

Per più di un’ora quelle lugubri urla risuonarono nella foresta, impedendo al disgraziato prigioniero di udire le detonazioni delle armi da fuoco dei suoi amici, ma poi tutto d’un tratto cessarono.

— Toh!... — mormorò, un po’ inquieto. — Chi può aver interrotto quegli arrabbiati concertisti?... Che sia giunto qualche maestro armato di zanne e d’artigli?... La fuga precipitosa degli sciacalli mi mette dei sospetti, ma prenderò le mie precauzioni. —

Si cacciò dietro ai cadaveri della iena e dei due facocheri che potevano servirgli di barricata, avendoli messi l’uno sull’altro, puntò in alto il suo spiedo e stette in ascolto, cogli occhi fissi sui margini della buca.

Essendo la foresta ridiventata silenziosa, dopo alcuni istanti gli parve di udire un soffio poderoso, seguìto dallo scricchiolìo di alcune foglie secche.

— Qualcuno s’avvicina, — mormorò Antao, che si sentiva imperlare la fronte da alcune gocce di freddo sudore. — Che dopo le iene e gli sciacalli vengano i grossi carnivori?... Bella notte che mi si prepara e tutto per colpa di quei dannati porci. —

Tese nuovamente gli orecchi, ma cercando nel medesimo tempo di rannicchiarsi meglio che poteva dietro ai cadaveri e udì nuovamente il soffio poderoso e le foglie scricchiolare come sotto una violenta pressione.

Poco dopo, un oggetto lungo e grosso, di colore oscuro, scese nella buca, soffiando con tale forza da far rimbalzare l’acqua fangosa.

Il portoghese si sentì rizzare i capelli.

— Dio me la mandi buona, — mormorò, facendosi più piccino che poteva. — È un serpente od è la tromba d’un elefante?... —

Guardò in alto e vide ferma, sull’orlo della trappola, una massa gigantesca che spiccava paurosamente fra le tenebre.

Era un elefante di taglia enorme, forse uno di quei vecchi solitarii che vivono rintanati in mezzo alle più folte foreste e che sono i più pericolosi di tutti, poichè sono sempre d’un umore intrattabile.

Certo si era accorto della vicinanza dell’uomo ed aveva cacciata la proboscide nella buca, per cercare d’afferrarlo e scaraventarlo contro qualche albero.

[Illustrazione: ... quando tutto d’un tratto sentì mancarsi il suolo sotto i piedi. (Pag. 155).]

— Morte di Urano e di Saturno, — mormorò Antao. — Non mancherebbe altro che mi cadesse addosso!... Mi hanno detto che i vecchi solitari sono così cattivi, da scagliarsi contro tutti gli uomini che incontrano. Se la proboscide mi afferra, per me è finita!... —

Vedendo la tromba agitarsi in tutti i sensi e cercare lungo le pareti della trappola, Antao si gettò a terra, tirandosi addosso il cadavere della iena. Sperava in tale modo di non venire scoperto, ma ben presto s’accorse che l’estremità di quella formidabile appendice, cercava d’insinuarsi fra i cadaveri per afferrarlo.

Pazzo di terrore, si sbarazzò della iena e si rifugiò dall’altra parte della buca, impugnando il suo spiedo.

Vedendo la tromba a due passi, con uno sforzo disperato le vibrò un colpo di punta, ma non potè constatare gli effetti di quella coltellata, poichè ricevette in pieno corpo una scarica di fango e d’acqua così impetuosa, da ruzzolare colle gambe all’aria.

— Sono morto!... — urlò.

Quasi nel medesimo istante udì echeggiare, a breve distanza, due spari, seguìti dal barrito formidabile del gigantesco animale.

CAPITOLO XXIII.

L’imboscata dei Krepi

Quando il povero Antao, inzaccherato di fango dai piedi ai capelli, si rialzò per scuotersi di dosso quel sudiciume, invece dell’elefante, vide sull’orlo della trappola Alfredo ed Asseybo, che tenevano nelle mani due rami resinosi accesi.

— Morte di tutti gli elefanti dell’Africa!... — urlò. — Tu Alfredo?... Un momento di ritardo e ti giuro, amico, che Antao non avrebbe mai veduto il muso di quel furfante di Kalani, nè quello di Geletè!...

— Ma cosa fai in quella trappola!... — esclamò Alfredo, abbassando il ramo per vederlo.

— Cosa faccio?... — rispose Antao, che aveva riacquistato subito il suo buon umore. — Lo vedi, tengo compagnia ai morti.

— Ai morti?... Sei pazzo, Antao?

— Non mi sembra che l’elefante abbia guastato il mio cervello, quantunque m’abbia fatto provare un così cattivo momento, che non lo augurerei nemmeno ad un antropofago. Non vedi che sono in compagnia di tre cadaveri?...

— Ma chi ti ha gettato lì dentro?...

— I facucheri.

— I facocheri!...

— Sì, i facocheri, come li vuoi chiamare.

— E sei lì dentro da ieri sera?...

— E ci sarei rimasto chissà fino a quando, senza di voi.

— Oh!... Disgraziato amico!...

— Lascia andare i compianti e gettami una corda. Sono imbrattato di fango peggio d’un maiale. Quell’indiavolato elefante aveva una tonnellata di zavorraccia nello stomaco e mi meraviglio che non mi abbia accoppato con quella scarica. Auff! Pareva una tromba marina!... —

Asseybo ed Alfredo si erano affrettati a levarsi le cinture di cotone che portavano ai fianchi, lasciandole pendere nella trappola. Il portoghese stava per aggrapparvisi, ma le lasciò subito andare.

— Non sali?... — chiese Alfredo.

— Aspetta un po’, amico, — rispose Antao. — Vi è la bottega d’un macellaio in questa buca. Che la carcassa della iena rimanga qui a imputridire non m’interessa, ma i due porci voglio portarmeli via.

— Lasciali andare, Antao. Durante il nostro assedio ne abbiamo uccisi sei o sette.

— L’assedio?... Oh diavolo!... Io nella buca e voi sul baobab! Non avrei mai supposto che questi brutti porci fossero così ostinati. Tenete saldo!... —

S’aggrappò alle fascie e si lasciò tirare in alto. Quando si trovò fuori da quella trappola, che per poco diventava la sua tomba, forse per la prima volta in vita sua lasciò in pace i pianeti per lanciare un interminabile «oh!...» di soddisfazione.

— Grazie, Alfredo, — disse poi, — ma mi dirai almeno come avete fatto a trovarmi fra questa oscura foresta.

— Te lo racconterò camminando. Affrettiamoci a ritornare al campo, poichè questa foresta mi pare che pulluli di animali feroci. Abbiamo già veduto un leone e due leopardi. Ma come sei caduto in quella trappola da elefanti?... —

Il portoghese s’affrettò a raccontargli la sua avventura, che se da principio lo aveva fatto ridere, aveva però finito col farlo tremare.

— Se non giungevate voi, — concluse, — quell’elefante non avrebbe tardato a ridurmi in un ammasso di carne o in una enorme bistecca.

— Ringrazia il caso che ci ha guidati da questa parte ed in così buon punto, — disse Alfredo. — Povero amico!... Che ore angosciose avrai passate in fondo a quella buca.

— Non quanto credi, poichè una parte di quelle ore l’ho passata russando pacificamente. Ma voi, come vi siete sbarazzati dei porci?...

— Abbiamo subìto un vero assedio da parte di quegli animali e che è durato fino a sera inoltrata, malgrado le nostre frequenti scariche.

Quando potemmo discendere ci mettemmo in cerca di te, temendo che ti fosse toccata qualche grave disgrazia.

Essendo però le tenebre già calate, ci fu impossibile scoprire le tue tracce, sicchè ci vedemmo costretti ad avanzare a casaccio, sperando di udire la tua voce o qualche sparo.

Avevamo marciato tre ore, scaricando di quando in quando le nostre armi, quando scorgemmo quel vecchio elefante e udimmo il tuo grido. Con due scariche lo mettemmo in fuga, lanciandogli dietro una torcia per spaventarlo vieppiù; e il resto lo sai.

— Ed al campo non siete tornati?...

— No, Antao.

— Saranno inquieti per la nostra prolungata assenza.

— Ci crederanno occupati a cacciare i grossi animali all’agguato. Affrettiamoci, amico; devono essere già le due antimeridiane.

— Ma dov’è il campo?...

— Odo il fiume a scorrere alla nostra destra. Seguendolo non ci smarriremo.

— Ma i vostri porci dove li avete lasciati?...

— Ne abbiamo appesi due ai rami del baobab per sottrarli ai denti degli sciacalli e delle iene, in quanto agli altri non troveremo che gli scheletri. —

Piegando a destra trovarono ben presto il fiume che doveva guidarli all’accampamento, secondo i loro calcoli. Le sue rive però erano coperte d’una vegetazione così fitta, da impedire a loro di poterlo costeggiare, sicchè si videro costretti a rientrare nella foresta, dove potevano trovare dei passaggi meno faticosi.

Dopo un breve consiglio si erano rimessi animosamente in marcia, ansiosi di giungere all’accampamento dopo tante ore d’assenza, quando furono bruscamente arrestati da una grande ombra che s’avanzava lentamente, muovendo loro incontro.

— Morte di Giove!... — esclamò Antao. — È un altro elefante che viene a romperci le tasche?... È proprio scritto che questa notte dobbiamo fare dei cattivi incontri?... Comincio ad averne fino ai capelli, delle bestie africane.

— Non mi sembra che sia un elefante, — rispose Alfredo, che si era arrestato dietro il tronco d’un grosso albero. — Stiamo in guardia, amici, perchè temo che quella massa enorme sia un rinoceronte.

— Od un ippopotamo in cerca di cibo?... — disse Asseybo. — Il fiume è vicino, padrone.

— Credo che tu abbia ragione. Se si trattasse d’uno di quei bruti rinoceronti, a quest’ora ci avrebbe caricati.

— Cosa facciamo? — chiese Antao. — Se è un ippopotamo, lasciamolo pascolare a suo comodo.

— Ma mi pare che si occupi più di noi che delle radici che costituiscono il suo piatto favorito. Non vedi che si dirige proprio qui?...

— Sarà un curioso.

— Ma un curioso pericoloso, Antao.

— Lo saluteremo con una buona scarica

— Stiamo prima a vedere cosa farà. Mi pare che non abbia intenzioni cattive, almeno per ora. —

Veramente quell’ippopotamo, tale almeno doveva essere a giudicarlo dalla sua andatura pesante ed incerta, pareva che non avesse idee bellicose, poichè continuava placidamente la sua marcia, semi-tuffato fra le alte erbe che crescevano sotto gli alberi.

Doveva aver scorto i tre uomini od udite le loro voci, pure continuava ad avvicinarsi all’albero dietro a cui si tenevano celati, senza però affrettarsi e con certi movimenti così impacciati che facevano ridere il portoghese.

— Questa è strana!... — esclamò ad un tratto Alfredo. — Simili animali, quando sono a terra, evitano l’incontro degli uomini o li assalgono con furore, mentre questo non s’inquieta. Se continua ad avanzarsi, fra mezzo minuto sarà qui.

— Vuole farsi fucilare a bruciapelo, — disse Antao, che aveva armata la carabina.

— Mi sembra però.... Toh!... Guardalo bene, Asseybo. Ti sembrano naturali le sue mosse?...

— No, padrone, ma mi viene un sospetto.

— E quale?

— Che quell’animale sia gravemente ferito.

— Comincio a crederlo anch’io.

— Ah!... —

L’ippopotamo che da qualche istante si era arrestato, come se le forze gli fossero venute meno, tutto d’un tratto si era coricato al suolo, rovesciandosi pesantemente su di un fianco. Pareva che fosse morto, poichè non si udivano più a scrosciare le foglie.

— È spirato, — disse il portoghese. — Che abbia ricevuto qualche grave colpo di lancia?...

— È possibile, — rispose Alfredo. — I negri di queste regioni, assalgono sovente questi mostri, per fare delle scorpacciate di carne succolenta.

— In tal caso andremo a tagliare un pezzo di quella bestia per la nostra colazione.

— Sì, ma dopo che ci saremo assicurati della sua morte, — rispose il cacciatore.

S’avanzò di dieci o dodici passi guardando l’enorme massa che conservava una immobilità assoluta, poi puntò il fucile mirando la testa e fece fuoco.

L’anfibio ricevette la scarica, ma non si mosse.

— È morto, — disse Alfredo. — Possiamo avvicinarsi senza timore. —

Si avanzò verso l’enorme cadavere seguito dal portoghese e dal negro e si misero a girargli intorno per vedere ove aveva ricevuta la ferita.

— Guarda qui, — disse Alfredo. — Mi pare di scorgere una bucatura. —

Entrambi si erano curvati per meglio vederla, essendo l’oscurità ancora fittissima, ma d’improvviso videro quel corpaccio alzarsi bruscamente, mentre si sentivano prendere pei piedi ed atterrare di colpo, prima ancora che avessero potuto far uso delle armi.

Sette od otto individui erano sgusciati di sotto all’ippopotamo e si erano scagliati, con rapidità fulminea addosso ai due bianchi riducendoli all’impotenza, mentre due altri si erano gettati contro Asseybo che era rimasto un po’ indietro.

Il bravo servo però, non si era lasciato cogliere di sorpresa. Vedendo sorgere quei misteriosi individui, era balzato prontamente indietro armando precipitosamente il fucile.

— Canaglie!... — urlò.