Part 15
Con una palla fece stramazzare il primo avversario colla testa fracassata, con un poderoso calcio ben applicato mandò il secondo a gambe levate, poi fuggì attraverso la foresta, inseguito da altri negri che erano sbucati dai cespugli vicini.
Intanto Alfredo ed il portoghese erano stati in un baleno disarmati e legati strettamente, senza che avessero avuto tempo di opporre la menoma resistenza, tanto era stato rapido l’assalto.
— Morte di Giove, di Urano e Saturno — urlò Antao, tentando, ma invano, di spezzare le robuste liane che lo stringevano. — Cosa significa quest’aggressione?... Chi sono questi negri che si nascondono sotto la pelle d’un ippopotamo per prenderci di sorpresa?
— Spero che lo sapremo presto, — disse Alfredo, che aveva ricuperato prontamente il suo sangue freddo.
Poi rivolgendosi verso i negri che li circondavano, guardandoli in silenzio, chiese a loro in lingua uegbè:
— Cosa volete voi da noi bianchi?... Non vedete che non siamo negri?... Sciogliete queste corde e ridateci la libertà od i nostri compagni verranno qui e vi fucileranno tutti. —
I negri invece di rispondere si guardarono in viso l’un l’altro con una certa inquietudine, si scambiarono rapidamente alcune parole, poi si gettarono sui due bianchi e li deposero su di una barella fatta di rami d’albero intrecciati e solidamente legati.
— Furfanti!... — gridò Alfredo, che cominciava a perdere la sua calma. — Cosa fate?... —
Nemmeno questa volta i negri risposero. Otto di loro, i più robusti, afferrarono la barella, la sollevarono sulle spalle e si misero senz’altro in marcia a passo di corsa, seguiti da tutti gli altri che erano armati di lancie e che parevano incaricati di proteggere la ritirata.
— Morte di Nettuno!... — urlò Antao. — Cosa significa questo rapimento, Alfredo?...
— Non ne so più di te, mio povero amico.
— Ma chi credi che siano questi negri?...
— Dei Krepi senza dubbio.
— Che crepino davvero. Ci hanno proprio teso un agguato.
— Ci aspettavano, Antao.
— Nascosti nella pelle d’un ippopotamo!... L’idea è stata almeno assai originale.
— Si vede che ci temevano e che non osavano assalirci di fronte.
— E Asseybo, che lo abbiano preso?... —
— Credo che sia riuscito a prendere il largo poichè non abbiamo udito nessun altro colpo di fucile, anzi mi pare d’aver veduto ritornare coloro che si erano lanciati dietro di lui.
— Alfredo!... — esclamò ad un tratto il portoghese, con ispavento.
— Cosa vuoi?...
— Ed il nostro accampamento?... Che questi negri l’abbiano assalito?...
— Non avrebbero mancato di saccheggiarlo ed io non ho veduto nè una cassa nè un cavallo, e poi avremmo udito degli spari.
— Allora questi misteriosi rapitori l’avevano solamente con noi.
— Così sembra.
— Ma cosa vorranno farci?... Ucciderci forse?...
— Non ho questo timore. I negri di queste regioni rispettano gli uomini bianchi e li temono troppo per osare d’ucciderli. Spero che avremo ben presto la spiegazione di questo rapimento. —
Intanto i negri continuavano la loro corsa precipitosa attraverso alla grande foresta. Quei robusti ed infaticabili camminatori, filavano come cavalli lanciati al galoppo, seguendo un sentiero forse noto a loro soli, seguìti sempre da vicino dalla scorta armata.
Ad un tratto giunsero sul margine d’una vasta pianura coperta d’alte erbe. Cominciando a diradarsi le tenebre, Alfredo ed Antao, spingendo lontani gli sguardi, scorsero verso il nord un ammasso di capanne che parevano costituissero un grosso villaggio.
— Ci conducono là, — disse Alfredo.
— Dobbiamo essere già ben lontani dal nostro campo, — disse il portoghese, con inquietudine.
— Almeno sei miglia.
— Come farà a ritrovarci Asseybo?... Spero che non ci abbandonerà.
— Sono invece certo che ci segue per sapere dove ci conducono questi negri.
— Che venga a liberarci?...
— Per lo meno lo tenterà, aiutato dai dahomeni e dalla ragazza.
— Ma sai che abbiamo alle spalle due dozzine di negri armati di lancie.
— Lo so.
— E che quel villaggio mi sembra ben grosso?
— È vero, ma ti dico che i nostri uomini non ci abbandoneranno. Da questo lato sono tranquillo. —
In quell’istante si udì in lontananza, verso la borgata, la quale era ormai perfettamente visibile essendo già spuntato il sole, un fracasso indiavolato di tamburelli, unito a grida discordi.
Una grossa banda di negri era uscita dal villaggio e muoveva incontro ai rapitori. Anche quegli abitanti erano però armati, poichè il sole faceva scintillare numerose lancie.
— Il diavolo mi porti se io ci capisco qualche cosa, — disse Antao. — Pare che quei messeri festeggino la nostra scorta.
— Saranno lieti dell’esito felice della spedizione. —
La scorta, udendo quel fracasso, aveva risposto con alte grida ed aveva affrettata la corsa, impaziente di giungere alla borgata, attorno alla quale si vedevano formicolare masse di negri.
In pochi minuti attraversò la distanza che ancora la separava e s’arrestò dinanzi alle prime capanne, in mezzo ad una folla di negri vociferanti, i quali si accalcavano attorno alla barella con tale impeto da rovesciare quasi i portatori.
Alfredo e Antao si erano alzati guardando tutti quegli uomini ma, con loro grande sorpresa, non videro su tutti quei volti nessuna traccia ostile. Parevano anzi tutti allegri e più disposti a venerare i prigionieri come fossero esseri superiori, che ad usare a loro la menoma scortesia.
Alcuni anzi, che erano riusciti a rompere le file della scorta, si erano affrettati ad offrire ad Antao e ad Alfredo delle zucche ripiene di birra di miglio fermentato, dei banani e delle noci di calla.
— Buon segno, — disse il portoghese, che s’era rassegnato. — Questi negri mi sembrano assai gentili. Che abbiano intenzione di adorarci?...
— Non ci sarebbe da stupirsi, — rispose il cacciatore
— Disgraziatamente abbiamo troppa fretta e non siamo affatto disposti a farci adorare.
— Vedremo come finirà questa singolare avventura, Antao. —
La scorta, disorganizzata dal primo impeto della folla, era riuscita, distribuendo legnate a destra ed a manca, a respingere tutti quei curiosi ed a fare avanzare la barella.
Fece attraversare ai due prigionieri la via principale della borgata, aprendosi il passo, con gran fatica, fra la folla e li depose dinanzi ad una vastissima capanna che sorgeva sulla piazza del mercato, una costruzione assai barocca, terminante in tre cupoloni e circondata da un gran numero di statuette d’argilla bianca rappresentanti uomini, animali e uccelli, probabilmente degli idoli adorati dalla tribù.
Un vecchio negro dai capelli bianchi, dalla pelle incartapecorita, vestito con una logora sottana adorna di galloni d’oro sfilacciati, di code di sciacalli e di buoi, col petto ed il collo carichi di collane di perle turchine ed il capo coperto da un elmetto da pompiere, tutto ammaccato, si avanzò verso i due prigionieri e pronunciò un discorsetto, che nè Antao nè Alfredo riuscirono a comprendere.
Dalle sue gesta però s’accorsero che quel minuscolo monarca li trattava con grande deferenza, anzi con molto rispetto.
— Orsù, morte di Giove e di Saturno!... — esclamò il portoghese. — Ti dico Alfredo che noi siamo stati rapiti per arricchire la collezione di feticci del capo.
— Ora lo sapremo, — rispose Alfredo. — È impossibile che qui non si comprenda l’_uegbè_. —
Si volse verso il re negro il quale pareva che aspettasse una risposta e lo interrogò nella lingua usata dai negri della Costa d’Avorio.
— Capo, — disse, — noi non comprendiamo il tuo linguaggio, ma qui vi sarà qualcuno che possa rispondermi.
— Tu parli la lingua dei Popos?... — chiese il vecchio negro con gioia.
— Sì, e sono lieto che tu mi abbia capito. Mi dirai ora il motivo per cui hai fatto rapire noi che siamo uomini bianchi.
— Perchè voi siete due _fabbricatori di pioggia_. —
Udendo quella risposta, Alfredo non potè trattenere una irriverente risata.
— Hai capito, Antao? — disse. — Credono che noi possiamo fabbricare la pioggia.
— Fabbricare la pioggia?... — esclamò il portoghese, stupito. — Cosa vuol dire ciò?...
— Pare che questi negri abbiano bisogno dell’acqua del cielo per fecondare le loro terre, arse forse da una siccità troppo prolungata e che ci abbiano presi credendo, in buona fede, che noi abbiamo il potere di far accorrere le nubi.
— Bel paese di pazzi!... E così?...
— Vediamo se possiamo far capire a loro che hanno preso un grosso granchio. —
Si volse verso il capo che attendeva ansiosamente una risposta, dicendogli:
— Tu hai sognato, vecchio mio. Gli uomini bianchi non hanno mai avuto questo potere. —
Il negro non parve che si indispettisse per quella risposta, poichè rispose con tutta calma e quasi sorridendo:
— L’uomo bianco crede che la mia tribù sia avara e che non voglia compensarlo, ma s’inganna. Noi daremo a te buoi, pecore, burro e birra di sorgo e di miglio.
— Ti ripeto che gli uomini bianchi non sono mai stati fabbricatori di pioggia.
— Tu vuoi burlarti di noi. Sappiamo che gli uomini dalla pelle bianca sanno fare mille cose che noi non possiamo ottenere.
— Ti ripeto che t’inganni.
— No, poichè l’uomo che veniva dai lontani paesi del sole che tramonta, ci ha detto che voi possedete la magìa di far tuonare le nubi e cadere la pioggia.
— Di quale uomo parli?... — chiese Alfredo, con viva sorpresa.
— Di un negro il quale è già partito perchè aveva fretta di tornare nel suo paese, nel Dahomey, ma prima di lasciarci ci aveva detto che voi eravate accampati sul mio territorio, affermando che solamente voi avreste potuto salvarci dai danni enormi prodotti dalla siccità prolungata ed io vi ho fatti prendere e condurre qui. Volete ritornare nei vostri paesi?... Dateci la pioggia o non lascierete più mai la terra dei Krepi. —
CAPITOLO XXIV.
I fabbricatori di pioggia
Alfredo si era vivamente alzato in preda ad una inquietudine così viva, da strappare al portoghese una esclamazione di profondo stupore.
Il cacciatore aveva ormai compreso da chi era partito quel colpo che aveva lo scopo di immobilizzarlo nella regione dei Krepi, onde tardasse, più che fosse possibile, la sua marcia verso le frontiere del Dahomey. Le ultime parole del capo erano state per lui una rivelazione fulminea, ma d’una gravità eccezionale, poichè si trattava della salvezza di tutti e soprattutto della perdita del piccolo Bruno.
— Antao! — esclamò, con voce strozzata. — Noi stiamo per perdere il frutto di tante fatiche e tutte le nostre speranze. Se non troviamo il mezzo di liberarci presto, alle frontiere del Dahomey troveremo le genti di Kalani.
— Di Kalani!... — esclamò il portoghese. — Che questi negri ci abbiano fatti prigionieri per ordine di lui?...
— Non mi hai compreso, Antao. Questi stupidi hanno obbedito, senza saperlo, ad uno dei nostri nemici, il quale ha sfruttato la loro ingenuità a nostro danno.
— Spiegati meglio, Alfredo.
— Sai chi era l’uomo che veniva dai lontani paesi del sole che tramonta e che ha dato da intendere a questi negri che noi eravamo capaci di fabbricare la pioggia?...
— Non lo so.
— Era una delle spie, quella fuggita dal paese degli Ascianti.
— Morte di Urano!... — esclamò Antao, impallidendo. — Come può aver fatto a precederci?...
— Io non lo so, ma ormai non ho più alcun dubbio. Per fermarci, onde avere il tempo di giungere nel Dahomey prima di noi, egli ha suggerito a questi negri l’idea di tenderci un agguato nella foresta.
— Doveva adunque essersi accorto della nostra presenza in questa regione.
— Di certo, Antao.
— Il miserabile!... Ma che gambe hanno quei dahomeni?... Ci siamo avanzati a marcie forzate, galoppando dall’alba al tramonto ed egli ha potuto giungere qui prima di noi!... Che avesse avuto un cavallo?...
— Lo suppongo.
— E cosa conti di fare ora?... Se quell’uomo giunge nel Dahomey prima di noi, metterà in guardia Kalani e ci troveremo addosso quelle bande sanguinarie.
— Certo, Antao. Se non riusciamo ad acquistare prontamente la libertà, perderemo la vita alle frontiere del Dahomey.
— Ma come faremo a sbarazzarci di queste mignatte?... Noi non siamo in grado di far piovere.
— Cercheremo d’ingannarli.
— In quale modo?...
— Lo si vedrà; credo però d’avere una buona idea e se riesco a persuaderli, domani saremo liberi.
— Agisci senza ritardi, Alfredo. —
Il cacciatore si rivolse verso il capo negro che aspettava sempre una risposta e gli disse:
— Odimi, capo. Noi ti accontenteremo e faremo cadere dal cielo tanta pioggia da inaffiare abbondantemente la terra e da farti fare dei raccolti prodigiosi, ma voglio prima sapere una cosa da te.
— Parla, uomo bianco, — disse il negro.
— L’uomo che ti disse che noi sappiamo fabbricare la pioggia, quando è giunto qui?...
— Ieri mattina.
— Montava un cavallo?...
— Sì, ma l’aveva ridotto in condizioni così miserande, che appena giunto morì. Lo abbiamo mangiato ieri sera e ti assicuro che era eccellente.
— Quando è ripartito quell’uomo?...
— Poco prima che i miei guerrieri ti conducessero qui.
— Era giovane?...
— Sì, giovane e robusto.
— Credi che sia già molto lontano?...
— Lo dubito perchè aveva una gamba ferita che lo faceva zoppicare. Aveva ricevuto un colpo di lancia da non so quali negri e mi parve che soffrisse assai.
— Grazie, capo, — disse Alfredo, respirando.
— Farai cadere ora la pioggia?... — chiese il negro, con ansietà. — Il sole minaccia di abbruciare tutti i nostri raccolti e l’acqua manca nelle fonti, sicchè non sappiamo come abbeverare il nostro bestiame.
— Sì, ma per far venire le nubi mi occorrono molte cose che io qui non posso trovare.
— I miei sudditi sono tutti a tua disposizione. Ordina e avrai tutto quello che vorrai.
— I tuoi sudditi non possono trovare certe piante che io solo conosco.
— Ti occorrono delle piante?...
— Sì.
— Per cosa farne?...
— Devo farle bollire in una grande pentola ed il fumo che si alzerà nell’aria, basterà per far accorrere da tutti i punti dell’orizzonte delle nubi gravide di pioggia.
— Sai dove trovarle?...
— Sì, nella grande foresta.
— Ti condurremo colà con una scorta numerosa e bene armata.
— No, numerosa. Deve essere composta di soli dodici guerrieri giovani o le nubi si spaventeranno e non verranno.
— Ed io non potrei venire?... Vorrei imparare anch’io a fabbricare la pioggia, — disse il capo.
— Verrai anche tu e ti mostrerò come si deve fare.
— Io ti regalerò quattro buoi e tanta birra quanta ne vorrai.
— Grazie capo, ma voglio anche la libertà. Sono atteso al mio paese e tu sai che i bianchi abitano molto lontani.
— Ti prometto la libertà, ma dopo che sarà caduta la pioggia.
— Voglio anche le mie armi, perchè mi sono necessarie per chiamare le nubi.
— Le porteremo con noi.
— Allora slegaci, cerca i dodici guerrieri e partiamo subito.
— Fra mezz’ora saremo in cammino, — disse il capo, con viva gioia.
Ad un suo cenno Alfredo ed Antao furono slegati, condotti nella capanna reale e serviti di birra, di carne di bue arrostita e di focaccie di sorgo, ma alla porta si erano collocati dieci uomini per impedire a loro di prendere il largo prima di aver fatto cadere la pioggia.
— Sono curioso di sapere come finirà quest’avventura, — disse Antao, fra un boccone ed un sorso di birra. — Come faremo a sbarazzarci del vecchio negro e della sua scorta?...
— Vedrai che tutto finirà bene, — rispose Alfredo. — Noi li condurremo verso l’accampamento e vedremo allora se sapranno resistere ai fucili di Asseybo e dei dahomeni. Il mio servo è astuto e chissà che a sua volta non prepari un’imboscata.
— Lo speri.
— Sono certo che Asseybo ci ha seguìti da lontano, per vedere dove ci hanno condotti. Egli è d’una affezione a tutta prova.
— Che abbia già avvertito la ragazza ed i dahomeni?
— Non ne dubito, Antao. Egli deve essere tornato all’accampamento per concertarsi con Urada.
— Staremo attenti per approfittare della paura e della sorpresa di questi superstiziosi negri che si ostinano a crederci fabbricatori di pioggia. Strana idea che si sono cacciati in capo.
— Non è da farne meraviglia, Antao. Vi sono molti dei loro sacerdoti o stregoni che pretendono di essere _fabbricatori di pioggia_, come li chiamano questi negri.
— Una professione un po’ difficile.
— Ma fruttifera, Antao. D’altronde quei furboni si prendono molto tempo prima di farla cadere, pretendendo di dover prima cercare delle piante difficili a trovarsi. Finchè fingono di cercare per mesi e mesi, la pioggia finisce col venire e si addossano il merito di essere stati loro.
— Sono dei volponi astuti.
— Che sfruttano abilmente l’ingenuità di questi poveri diavoli di negri. Ah!... Ecco la scorta!... Partiamo Antao e andiamo a frugare la foresta. Avremo da ridere. —
Il capo, vestito di gala, coll’elmetto adorno di piume, le braccia e le gambe cariche di braccialetti d’avorio e di perle di vetro, e con un sottanino nuovo di color rosso, li attendeva al di fuori, assieme a dodici giovani guerrieri armati di lancie e di coltelli.
I due bianchi vuotarono un’ultima zucca di birra e uscirono, dicendo:
— Partiamo. —
Prima però di mettersi in marcia guardarono se i guerrieri portavano le loro carabine e le videro infatti indosso al più giovane della scorta, unitamente alle cartucciere.
La piccola banda lasciò il villaggio con passo sollecito, sfilando fra due fitte ali di popolo, il quale però manteneva un silenzio religioso e s’avanzò fra le alte erbe della pianura, già però quasi bruciate dal sole.
La traversata di quel terreno scoperto, dove regnava un calore infernale, essendo appena il mezzodì, si compì senza incidenti e verso le tre pomeridiane il drappello giungeva nella grande foresta.
Dopo un breve riposo, i due bianchi diedero nuovamente il segnale della partenza studiandosi di avvicinarsi al fiume, essendo certi che seguendo il suo corso non avrebbero tardato a giungere in prossimità del loro accampamento.
Pur camminando, per meglio ingannare il capo e la scorta, fingevano di cercare le miracolose piante che dovevano servire ad attirare le nubi, fermandosi di tratto in tratto a frugare certi cespugli, e mandando alte grida di trionfo quando riuscivano a scoprire qualche ciuffo d’erbe. Il capo e la scorta, per non mostrarsi meno soddisfatti, mandavano a loro volta acute urla, con grande piacere d’Alfredo, il quale era certo, con quel baccano, di attirare l’attenzione di Asseybo e dei suoi uomini.
Verso sera, i due bianchi che avevano raccolte alcune pianticelle, diedero il segnale della fermata presso le rive del fiume, in un luogo che secondo i loro calcoli non doveva essere molto lontano dall’accampamento.
Il capo negro volendo manifestare la sua gioia pel felice esito della spedizione, avendolo ormai Alfredo assicurato che all’indomani avrebbero trovato anche le altre piante, fece fare una larga distribuzione di birra a tutti, vuotando quasi tutte le zucche che aveva fatte portare dalla scorta.
Accesi parecchi fuochi e terminata la cena composta di focaccie, miele di api selvatiche, burro cotto e frutta, si accomodarono fra le erbe per gustare un po’ di riposo. Quattro guerrieri dovevano però vegliare per turno per tener lontano le fiere, ma soprattutto per impedire ai due bianchi di fuggire prima d’aver mantenuta la promessa.
Avevano appena chiusi gli occhi, quando una detonazione improvvisa venne a spargere l’allarme, facendoli balzare tutti in piedi.
— Un segnale di Asseybo?... — chiese Antao ad Alfredo.
— Lo credo, — rispose questi. — Egli ha voluto segnalare di tenerci pronti a tutto.
— Che si prepari ad assalire i negri?
— Giungerebbe in buon punto. Il vecchio capo ed i suoi giovani guerrieri mi sembrano spaventati.
— Stiamo attenti ad afferrare le nostre carabine.
— Il negro che le custodisce non lo lascierò fuggire, Antao. —
Mentre così parlavano, il capo ed i suoi uomini si consigliavano, a quanto pareva, sul da farsi. Sembravano assai impressionati e guardavano sospettosamente i due prigionieri.
Forse cominciavano a temere anche loro una sorpresa.
— Uomo bianco, — disse il vecchio negro, avvicinandosi ad Alfredo. — Hai udito?...
— Sì, un colpo di fucile.
— Chi credi che lo abbia sparato.
— Forse qualche cacciatore.
— Ma i negri di questa regione non posseggono armi da fuoco.
— Può essere qualche negro del Dahomey. Tu sai che i soldati di Geletè sono armati di fucili.
— È vero, ma Abomey non è vicina. Cosa mi consigli di fare?... —
Alfredo stava per dargli qualche risposta, quando tutto d’un tratto, in mezzo ad un fitto macchione di cespugli, si vide balenare una luce intensa, seguita da una detonazione così formidabile che pareva dovesse crollare l’intera foresta.
I negri della scorta ed il loro capo si sentirono atterrare da una spinta irresistibile, ma subito si rialzarono fuggendo in pieno disordine da tutte le parti, gettando via le armi e mandando urla di pazzo terrore.
Alfredo ed Antao, passato il primo istante di sorpresa, erano pure balzati in piedi, tenendo però in pugno le loro carabine che erano state abbandonate sul terreno.
Stavano per fuggire verso il fiume, quando udirono una voce gridare:
— Presto, padrone!... Qui, venite qui!... I cavalli sono pronti. —
Si volsero e videro Asseybo seguìto da uno dei due dahomeni.
[Illustrazione: Sturò una di quelle bottiglie, bagnò il pennello e cominciò a tingere.... (Pag. 178).]
— Tu!... — esclamarono, correndogli incontro.
— E chi volete che fosse stato a far scoppiare quella mina?...
— Una mina?...
— Di due chilogrammi di polvere. Era l’unico mezzo per spaventare quei negri e metterli in fuga.
— Ci avevi adunque veduti?...
— Vi avevo seguìti sempre, padrone. Spicciamoci prima che i negri tornino. —
Si slanciarono tutti e quattro attraverso la foresta e giunti in una radura, trovarono i cavalli già insellati e l’amazzone in arcione.
Senza perdere tempo balzarono in sella e partirono di galoppo, dirigendosi verso l’est.
Tutta la notte continuarono la fuga precipitosa, ma all’alba si arrestavano sul margine della grande foresta, a quaranta e più miglia dal villaggio dei Krepi.
— Credo che ora più nulla abbiamo da temere, — disse Alfredo scendendo da cavallo. Ci fermeremo qui tutt’oggi per prendere un po’ di riposo e per trasformarci in africani, onde poter rappresentare la nostra carica d’ambasciatori del Borgu.
— E quel dannato spione che ci precede?...
— Giungeremo ad Abomey prima di lui, Antao. Ora che so che è zoppo e senza cavallo, non lo temo più. Quando vorrà rivedere Kalani, non lo troverà più vivo. Orsù, amico mio, dormi fino a mezzodì, poi prepareremo la nostra toeletta.
Affranti da due notti quasi insonni, i due bianchi si cacciarono sotto la tenda che era stata subito rizzata dai dahomeni, e dormirono profondamente fino all’ora del pasto.
Dopo una buona scorpacciata di carne di facochero secca, diedero principio alla loro toeletta.
Alfredo aveva fatto racchiudere nelle sue misteriose casse tutto l’occorrente per ottenere quella trasformazione, così necessaria soprattutto per lui.
Fece sedere Antao su di uno sgabello improvvisato con alcuni rami, lo denudò fino alla cintola, senza che il bravo portoghese protestasse, poi da una delle casse levò alcune bottiglie contenenti dei liquidi di colore oscuro ed alcuni pennelli.
— Speriamo che quelle bottiglie non contengano dei veleni o dei liquidi corrodenti, — disse Antao, ridendo.
— Sono stati estratti da vegetali perfettamente innoqui, — rispose Alfredo. — Quando però la nostra missione sarà terminata, dovrai consumare del buon sapone, se vorrai ridiventare bianco come prima.
— Così almeno non vi sarà il pericolo di giungere ad Abomey mezzo bianco e mezzo nero. Temevo che il sudore potesse guastare la mia toeletta.
— Non dubitare; la tua tinta resisterà all’acqua ed al sudore. Fermo, amico: lasciati dipingere. —
Sturò una di quelle bottiglie, bagnò il pennello e cominciò a tingere, deponendo sul viso, sul collo, sul petto, sulle braccia e sulle mani del portoghese un superbo strato bronzino ma che aveva dei riflessi rossastri, perfettamente identico al colore della pelle dei negri delle alte regioni e dei rivieraschi del Niger.