Part 13
— Vieni, Antao, — disse Alfredo. — Ciò è ripugnante. — E presolo per una mano lo trasse verso la casa del _dikero_, seguito da Asseybo.
— Ma cosa faranno ora di quel disgraziato? — chiese Antao, che porgeva ascolto alle urla crescenti della folla.
— Lo conducono in giro per la città, costringendolo a ballare in ogni via.
— Ma se non lo potesse?...
— La folla lo costringerebbe coi tizzoni accesi.
— E poi lo decapitano?...
— C’è del tempo. Gli Ascianti non sono meno crudeli dei Dahomeni e prima lo tortureranno diabolicamente.
Quando avrà finita la passeggiata, il carnefice avrà tagliato parecchi pezzi di carne sul corpo di quel disgraziato.
— Ma allora lo ucciderà?
— No, poichè i carnefici sono abili e sanno che se uccidono la vittima prima che sia giunta l’ora, devono prenderne immediatamente il posto.
— Ma quando finiranno di torturarlo?...
— Non prima di questa sera. A mezzodì gli accorderanno un po’ di riposo e gli daranno una zucca di vino di palma per rinvigorirsi, poi lo costringeranno a riprendere la passeggiata e le danze innanzi alle autorità. Se si presterà volentieri a quei salti, la sua testa non tarderà a cadere sotto il coltello del carnefice, ma se si rifiutasse, disgraziato lui.
Prima di perdere la testa, quei mostri gli troncheranno una ad una le membra.
— Che razza di canaglie!... Il diavolo si porti il _dikero_ e tutti i suoi negri. Prendiamo le nostre casse ed i nostri animali ed andiamocene, Alfredo. Rinuncio all’ospitalità di quel selvaggio sanguinario.
— Non chiedo di meglio, Antao. Preferisco andare ad accamparmi nella pianura od in mezzo ai boschi. —
Dinanzi all’abitazione del giudice trovarono i due dahomeni e la giovane negra, la quale attendeva ansiosamente il ritorno dei due bianchi.
Quando se li vide dinanzi, un vero grido di gioia irruppe dalle labbra della brava ragazza e fu tale la contentezza d’Antao, nel rivederla, che non potè fare a meno di abbracciarla.
— Morte di Giove, Venere, Urano e di tutti pianeti del firmamento!... — esclamò. — Ti giuro, mia povera giovane, che io sono commosso. —
Stava per tempestarla di domande, ma Alfredo gli troncò le parole dicendo:
— Più tardi, Antao. Pensiamo a prendere il largo prima che il _dikero_ ritorni. —
I due dahomeni e Asseybo bardarono i cavalli che erano stati ricoverati in una vicina tettoia, dai servi del _dikero_ si fecero consegnare le casse rubate, le caricarono in fretta sul dorso degli animali e partirono di corsa seguiti dai due europei e dall’amazzone, la quale era già perfettamente guarita.
Mezz’ora dopo erano tanto lontani, da non udire più le urla feroci della popolazione martirizzante la spia di Kalani.
CAPITOLO XXI.
Attraverso la regione dei Krepi
La carovana marciò senza interruzione fino a notte tarda attraverso alla pianura, spingendo i cavalli ad un mezzo galoppo e non si arrestò che sul margine della grande foresta, che doveva guidarli alle rive del Volta.
Uomini ed animali non ne potevano più dopo quella corsa indiavolata fatta sotto un sole ardente e senza aver mai trovato un palmo d’ombra, ma i primi erano contenti di trovarsi così lontani da quella città dei cui abitanti era meglio diffidare, malgrado le premure e l’aiuto prestato dal _dikero_.
Quand’ebbero cenato e le tende furono rizzate presso i fuochi accesi per tenere lontane le fiere, Alfredo chiamò attorno a sè tutti, dicendo:
— Ed ora, parliamo.
— Per Giove!... — esclamò Antao. — Credo che sia giunto il momento di sciogliere un po’ la lingua. Quella corsa precipitosa non mi ha concesso di scambiare una parola con questa ragazza.
— Puoi parlare a tuo comodo, Antao, o meglio le parleremo insieme. Anch’io sono curioso di sapere tante cose che deve ormai conoscere, essendo stata quattro giorni coi suoi rapitori. È vero Urada?...
— Sì, padrone, — rispose la negra, sorridendo. — Credilo però, padrone, sono stata rapita contro la mia volontà.
— Ne siamo convinti, — disse Antao. — Se così non fosse, non avresti gettati nel bosco quei segnali.
— Li avete trovati?... Dunque avevate seguito le tracce dei ladri?
— Certo, Urada. Ma in quale modo ti hanno rapita? — chiese Alfredo.
[Illustrazione: .... non avendo che una sola mira: quella d’impadronirsi della testa di un avversario.... (Pag. 150).]
— Io dormivo sotto la tenda, quando fui svegliata dagli spari dei due schiavi. Uscii all’aperto per vedere cosa succedeva e mi vidi dinanzi un orribile _mpungu_.
Spaventata, mi preparavo a fuggire, quando comparvero improvvisamente tre negri armati di fucili. Il gorilla fuggì ed i negri ne approfittarono per caricare le casse sui cavalli e rientrare nella foresta dopo d’avermi gettata nella lettiga.
Seppi più tardi che mi avevano rapita credendo che io fossi una vostra prigioniera, essendosi accorti che io era una loro compatriota.
Dapprima avevo sospettato di essere caduta nelle mani di alcuni negri predoni, ma seppi ben presto che erano le spie che vi seguivano da Porto Novo, attendendo l’occasione propizia per tendervi un agguato o immobilizzarvi nei boschi.
— Erano spie di Kalani?...
— Sì, padrone, me lo dissero poi. Erano stati incaricati di seguirti, onde avvertire il loro padrone nel caso che tu avessi marciato verso la frontiera del Dahomey.
— E di mio fratello, hai udito parlare?...
— Sì e non fecero che confermare quanto io ti dissi. Kalani te lo ha rapito non per ucciderlo, ma per obbligare te a gettarti nella bocca di quella lurida iena. Il tuo antico schiavo era certo che tu ti saresti recato ad Abomey.
— Ecco delle parole che mi tranquillizzano sulla sorte di quello sventurato fanciullo. Ah!... Kalani spera che io cada nei suoi agguati?... Sarà lui che cadrà nel laccio che gli tenderò ad Abomey.
— Ma come faremo ad entrare inosservati nella capitale di Geletè? — chiese Antao. — Non me lo hai ancora detto, Alfredo.
— Ora che abbiamo ricuperate le nostre casse, ti prometto di farti fare un’entrata trionfale ad Abomey.
— Devono contenere dei talismani miracolosi le tue casse. Mi spiegherai almeno in cosa consistono.
— È per questo che vi ho radunati tutti attorno a me.
— Getta fuori adunque i tuoi progetti.
— Dimmi, ti piacerebbe entrare in Abomey come ambasciatore?...
— Come ambasciatore!...
— Sì, Antao come un ambasciatore di qualche reame negro, di quello del Borgu, per esempio, che è confinante col Dahomey.
— Io, un bianco, un europeo?...
— Non saremo più bianchi allora.
— Cosa vuoi dire?... Possibile che la mia pelle sia diventata così nera da credermi un discendente di Caam?...
— Lo diverrai: ho portato con me tutto l’occorrente per darci sulla pelle una superba tinta color fuliggine o cioccolata. —
Antao scoppiò in una fragorosa risata.
— Ridi pure, ma ti dico che noi ci dipingeremo così bene, da ingannare anche Kalani.
— E ci vestiremo anche da negri?...
— Sì, Antao ma da negri d’alto lignaggio. Nelle mie casse vi è tutto l’occorrente.
— Ecco perchè ci tenevi tanto alle casse che ti avevano rubato!...
— Certo, e soprattutto pei regali che ho destinato a Geletè ed ai suoi _cabeceri_.
— Ma credi tu, Alfredo, che tale mascherata sarà possibile, senza destare dei sospetti in quel furfante di Kalani?...
— Vedrai che nessuno più ci riconoscerà! Ho portato con me perfino delle bellissime barbe nere come portano i ricchi del Borgu e delle parrucche da negro.
— E cosa andremo a proporre a Geletè?...
— Qualche trattato d’amicizia, un’alleanza difensiva od offensiva per esempio. Geletè sa che gli uomini del Borgu sono valorosi e si guarderà bene dal rifiutare e ci riceverà coi dovuti onori.
— Magnifico progetto!... — esclamò il portoghese.
— Ne convieni?...
— Certo, Alfredo.
— Credi possibile la sua riuscita?...
— Ho piena fiducia, ma quando saremo entrati in Abomey, come faremo a liberare tuo fratello?...
— Lo si vedrà.
— E Kalani?...
— Lo ucciderò, — disse freddamente il cacciatore, mentre un lampo d’odio gli balenava negli sguardi.
Poi volgendosi verso Urada:
— Hai compreso tutto?...
— Sì, padrone, — rispose la giovane negra.
— Hai delle obbiezioni da fare?
— No, poichè credo che in nessun altro modo potresti giungere ad Abomey senza allarmare Kalani.
— Ora sono tranquillo.
— E quando faremo la nostra toeletta? — chiese Antao. — Sono impaziente di vedere quale figura farò tinto di nero.
— Quando avremo varcato il Volta e saremo entrati nel territorio del Dahomey. Per ora è inutile.
— Padrone, — disse Asseybo, che fino allora non aveva pronunciato una sillaba. — Vuoi un consiglio?...
— Parla, — disse Alfredo.
— Marciamo a grandi tappe e cerchiamo di giungere ad Abomey nel minor tempo possibile.
— Perchè dici questo?...
— Uno dei ladri è fuggito e noi non sappiamo se gli uomini del _dikero_ saranno riusciti ad arrestarlo. Può passarci dinanzi ed avvertire Kalani delle nostre intenzioni.
— Speriamo che l’abbiano preso. Quell’uomo però, solo, forse inerme, privo d’un quadrupede, non sarà in grado di lottare in celerità con noi. D’altronde non ci potrà riconoscere.
Ed ora, amici, riposiamo. Domani marceremo verso il Volta e quando avremo attraversata la regione dei Krepi, diverremo tutti negri. —
L’indomani, dopo una notte tranquillissima, la carovana ripartiva a marcie forzate, per guadagnare il fiume prima che calasse la notte.
La traversata dei boschi si compì senza difficoltà e senza cattivi incontri, e verso il tramonto s’accampava sulla riva opposta del fiume.
Nei giorni seguenti marciò, quasi senza interruzione, salvo alla notte per riposare, attraverso la regione dei Krepi; un vasto territorio compreso fra il Volta ed il possedimento inglese della Costa d’Avorio ed il fiume Mono, e che gli Ascianti ed i Dahomeni ben sovente scorrazzavano per provvedere di schiavi da macellare nelle atroci feste del sangue.
Questa regione, che da alcuni anni si trova sotto il protettorato della Germania, era allora abitata da un grande numero di piccoli reami, assolutamente incapaci di far fronte ai due potenti vicini. I Krepi occupano la parte settentrionale ed i Togo la meridionale. Pochi sono i centri popolosi; fuorchè Hpandu, presso il Volta, Waya presso il Todij a breve distanza dalla frontiera del possedimento inglese, Kpetu sullo stesso fiume e Atakpam molto al nord, nella regione degli Akposso, tutti gli altri non sono che piccoli villaggi di nessuna importanza.
In cinque giorni la piccola carovana, dopo d’aver superata la regione montuosa che si estende dal sud-ovest al nord-est attraverso il 7° di latitudine e di aver fatto delle brevi fermate nei villaggi di Tota, di Misahohe, di Pelome e di Togodo, per provvedersi di viveri freschi, giungevano presso il fiume Mono il quale scorre a poche miglia di distanza dalla frontiera, e quattro ore più tardi si accampavano sul territorio del feroce Geletè.
Il Dahomey è un regno che come vastità di territorio e come popolazione non può competere con quello degli Ascianti, ma come potenza militare lo supera, essendo i suoi abitanti i più bellicosi di tutta la Costa d’Avorio.
Fondato circa due secoli or sono, si è mantenuto indipendente fino in questi ultimi anni e di certo lo sarebbe ancora, se la baldanza e la ferocia di Behanzin, successore di Geletè, non avesse decisa la Francia ad invaderlo, mettendo fine ai secolari bagni di sangue, che sotto varii pretesti, si facevano annualmente nella capitale o nella città santa di Kana.
La sua superficie è vasta, poichè si estende dal mare al nono grado di latitudine nord, ossia fino allo spartiacque del bacino del Niger con quello dei fiumi che si gettano lungo la costa della Guinea occidentale, e dal paese dei Togo a quello dell’Opara che scaricasi presso Porto Novo, su una distesa di duecentottanta chilometri dall’ovest all’est.
Il suo clima è però uno dei più micidiali, e dei più insopportabili di tutte le regioni della Costa d’Avorio, essendo quella regione proprio sotto l’equatore, esposta ad una vera pioggia di fuoco che rende quasi impossibile il soggiorno agli Europei, anche sugli altipiani dell’interno.
Verso il mare poi è peggiore ancora, poichè le paludi ed i grandi boschi ne fanno un covo di febbri algide mortali a tutti coloro che non si sono acclimatizzati, e pericolosissime perfino agli indigeni.
Verso la costa il paese è tutto boscoso, ricco di piante colossali e di palme d’elais, ma di passo in passo che si allontana, la grossa vegetazione sparisce, gli altipiani si succedono in forma d’immense terrazze coperte solamente da un’erba alta due metri, chiamata erba di Guinea.
È su quegli altipiani che sorgono le città più importanti del regno, Abomey che è la capitale, Kana detta la città santa dove sorgono le tombe dei re e dove si fanno i grandi sacrifici umani, Agu, Akpuel, Doko e Bobek, ma queste quattro ultime si possono considerare, più che città, grosse borgate.
Sulla costa invece non sorge che Widak, la sola città dove era permesso agli europei di soggiornare e di trafficare e dove pagavano i loro contributi al re in bottiglie di rhum e di cognac.
Pochi però erano, prima dell’occupazione francese, i dahomeni che entravano in questa città e non vi andavano senza manifestare un vivo ribrezzo, credendola contaminata dalla presenza degli Europei.
Una sola volta all’anno i preti si recavano colà in processione portando i loro feticci e per sacrificare, alle divinità marittime, una delle più belle fanciulle del regno, la quale veniva spinta in mare a pasto dei numerosi pescicani che infestano le spiagge della Costa d’Avorio.
La popolazione di questo regno, diventato così tristamente celebre per le sue barbarie, sembra composta di due razze distinte. Quella inferiore, composta per la maggior parte di schiavi rapiti ai paesi vicini, caratterizzata da una estrema bruttezza fisica e da un vero degradamento morale; quella superiore alla quale appartengono la famiglia reale e la classe dominante, caratterizzata da una intelligenza svegliatissima e da lineamenti regolari che s’avvicinano al tipo europeo.
Queste due razze non superano il milione d’anime, di cui i due terzi sono costituiti dagli schiavi, povere vittime che erano destinate a venire macellate nelle feste del sangue, quando mancavano i prigionieri di guerra.
Nazione eminentemente guerresca, il Dahomey ha sempre dato del filo da torcere ai suoi vicini, ai Togo, ai Krepi ed agli Yoruba. Per secoli e secoli si è mantenuto non solo indipendente, ma ha respinto vittoriosamente le aggressioni dei nemici, affermandosi come potenza militare valorosissima.
Cosa strana, forse unica in tutti i popoli non solo dell’Africa ma del mondo, la sua forza soprattutto veniva costituita dai suoi reggimenti di amazzoni, reclutate fra le più belle, le più robuste e le più crudeli ragazze del regno.
Allevate con estrema cura, rinvigorite con lunghi esercizi militari, addestrate nelle armi e sottoposte ad una ferrea disciplina, per lunghi anni quelle intrepide donne mantennero alta la fama guerresca. Erano loro che entravano in campo quando i soldati dahomeni cominciavano a piegare e si narra che i loro attacchi erano così irresistibili e la loro ferocia tale, da assicurare sempre la vittoria.
Il loro numero non ha mai superato le tremila e costituiva la guardia reale. Il loro armamento consisteva in fucili e larghi coltellacci che sapevano adoperare con una destrezza spaventosa.
Scaricate le armi, si scagliavano come furie contro le orde nemiche col coltello in pugno, non avendo che una sola mira: quella d’impadronirsi della testa d’un avversario da regalare al loro re.
La stirpe reale del Dahomey, cessata pochi anni or sono coll’esilio di Behanzin successore di Geletè, debellato dalle armi vittoriose del generale Doods, era una delle più giovani, poichè la sua fondazione non risaliva che al 1724, nella cui epoca Guagiah-Truda, piccolo principe di Abomey, ma valoroso guerriero, riusciva a formarsi un vasto regno riunendo sotto il suo potere i reami di Adrah, Toffoa, Allahda, di Xavy e di Wydak dopo d’averli vinti.
L’autorità di quei monarchi sanguinari, era però potentissima, anzi senza limiti.
I personaggi più importanti del regno, non erano, rispetto a loro, che i primi schiavi; il popolo invece una massa di animali da macellare di quando in quando, per placare le ire della divinità o dei sovrani defunti.
Potevano disporre a loro talento della vita di tutti gli abitanti del regno e dei loro averi e come ne abusavano!... Quando gli schiavi da sacrificare mancavano, non si peritavano di scegliere le vittime fra i sudditi, senza che questi mai avessero osato di ribellarsi.
Sul numero degli uomini che macellavano nelle feste delle grandi usanze, basti sapere che il governatore portoghese dell’isola di S. Tommaso riusciva a riscattarne, in una sola volta, milleduecento, destinati a perire in una festa secondaria!...
CAPITOLO XXII.
Assediato in una trappola da elefanti
Prima di avventurarsi sul territorio dahomeno, Alfredo aveva deciso di accordare un riposo di un paio di giorni alla carovana, per non rovinare i poveri animali, già molto affaticati da quelle lunghe marcie compiute sotto un sole bruciante ed in mezzo a mille ostacoli, e per rinnovare le loro provviste essendo già quasi esauste.
Trovando quel luogo molto boscoso, i due cacciatori speravano di abbattere alcuni capi di selvaggina per seccarne la carne, temendo di non trovarne nelle pianure erbose degli altipiani e sapendo di non poter contare sui villaggi che sono molto scarsi nel Dahomey, specialmente nelle regioni occidentali.
Essendo il tramonto ancora lontano, dopo un riposo di qualche ora sotto la tenda, chiamarono Asseybo e s’internarono nella foresta, tenendosi nelle vicinanze d’un fiumicello per sorprendere la selvaggina che doveva accorrere per dissetarsi.
La temperatura era ardentissima anche all’ombra di quei grandi alberi ed eccessivamente snervante essendo umida, ma i cacciatori, quantunque fumassero come zolfatare e si sentissero zampillare il sudore da tutti i pori inzuppandosi le vesti, procedevano egualmente, avendo scoperto, in certi tratti, delle numerose tracce di animali di piccola e grossa taglia.
Asseybo, che come sappiamo era un abilissimo cercatore di piste, aveva già rilevato delle tracce di elefanti, di antilopi, di facocheri e di zebre, animali piuttosto comunissimi in quelle regioni ed i due cacciatori speravano di non ritornare al campo a mani vuote.
Camminavano da una mezz’ora tenendosi sempre a poche centinaia di metri dal corso d’acqua, quando Antao, che si trovava dinanzi a tutti, s’arrestò bruscamente, mandando un grido di meraviglia, seguito poco dopo dalla «morte» di tutti i pianeti da lui conosciuti.
— Ehi, Antao!... — gridò Alfredo, armando la carabina. Hai scoperto qualche colossale elefante?...
— Se non è un elefante è un colosso di certo, ma del regno vegetale. —
Il portoghese si era arrestato dinanzi ad un albero ma d’una mole così enorme, che mai prima di allora ne aveva veduto uno eguale.
Quel colosso della vegetazione, che si rizzava maestosamente, formando da solo una piccola foresta, era tale da meravigliare anche lo stesso Alfredo.
Il suo tronco non aveva più di cinque metri d’altezza ma era così grosso da averne almeno dieci di circonferenza.
Sopra quell’ammasso di legno si dipartivano dei rami lunghi una ventina di metri, i quali s’incurvavano verso terra formando una cupola immensa, forniti di folto fogliame e sostenenti certe specie di capsule di forma ovoidale, assai accuminate ad una delle estremità e grosse come la testa d’un uomo.
Una numerosa banda di scimmie della specie dei cercopitechi verdi, aveva preso stanza fra i rami del colosso, divorando avidamente quelle grosse frutta che dovevano essere molto deliziose pei palati di quei coduti quadrumani.
— Un baobab forse?... — chiese Antao ad Alfredo.
— Sì, amico mio.
— Ebbene, Alfredo, non credevo che tali alberi avessero delle dimensioni così mostruose. Ma guarda che tronco enorme!... Nel suo interno vi potrebbero danzare venti persone.
— Lo credo, Antao, ma probabilmente la sala sarà occupata da dei funebri personaggi, ben brutti da vedersi.
— Cosa vuoi dire?...
— Voglio dire che forse l’interno sarà occupato da qualche dozzina di negri mummificati, essendovi in questi paesi l’abitudine di servirsi dei tronchi di baobab come di camere mortuarie.
— Sistema niente affatto comodo, se i becchini devono scavare questi colossi.
— Non così difficile come credi, essendo il legno di questi alberi molto tenero.
— E non servono a null’altro, questi giganti?...
— Sì, poichè i negri sanno trarre altri vantaggi da queste piante.
— A me sembra che servano solamente alle scimmie, le quali fanno una vera strage di quelle frutta.
— Sono ricercate anche dai negri. Quelle capsule che vengono comunemente chiamate _pane di scimmia_, contengono una polpa di sapore dolcigno e che spremuta ed unita ad un po’ di zucchero, dà una bevanda gradevole, molto indicata per combattere efficacemente le febbri.
— Buono a sapersi, in questo paese delle febbri.
— Dalle frutta sanno poi ricavare una cenere ricca di soda e che mescolata ad un po’ d’olio di palma costituisce un buon sapone. Ma anche le foglie e la corteccia, che godono di virtù emollienti, sono largamente usate dai negri per moderare l’eccesso della loro traspirazione.
— È poco per questi giganti. Comunque sia, sono piante meravigliose.
— Ma ve ne sono di più grandi, Antao.
— Più di questa?...
— Alla foce del Senegal si sono misurati dei baobab che avevano l’enorme circonferenza di cento piedi, ossia di trentatrè metri.
— Morte di tutti i pianeti!...
— Il dottor Livingstone, il celebre esploratore dell’Africa meridionale e centrale, ha veduto un baobab scavato, nel cui interno vi potevano stare comodamente trentatrè uomini e Humboldt ne vide una nella Senegambia, nel cui tronco una tribù di negri teneva le sue assemblee.
— Questi enormi vegetali devono vivere un bel numero di secoli, Alfredo.
— Adanson afferma di aver studiato dei baobab che dovevano contare cinque ed alcuni seimila anni d’esistenza.
— Corna del diavolo!... Che bella età!... E tu mi hai detto che quell’albero può essere pieno di mummie di negri?...
— È probabile.
— E si conservano bene?
— Perfettamente, forse meglio delle mummie egiziane.
— Andiamo a vedere, Alfredo. —
S’accostarono all’enorme tronco girandovi attorno per vedere se vi era qualche strappo nella corteccia, ma la trovarono intatta dappertutto.
Stavano per raccogliere alcune capsule lasciate cadere dalle scimmie, onde assaggiarne la polpa, quando Asseybo, che si trovava a quindici passi da loro, nascosto dietro il tronco d’un cedro selvatico, con un leggiero sibilo li fece accorrere.
— Cos’hai? — chiese Alfredo.
Il negro additò loro un macchione di cespugli, i cui rami si agitavano. Quasi contemporaneamente udirono dei grugniti che parevano emessi da una banda di suini.
— Dei porci qui? — chiese Antao, con stupore.
— Credo che siano facocheri, — rispose Alfredo, che pareva esitasse ad impugnare la carabina. — La loro carne vale una palla, ma vi è il pericolo di farci sventrare dalle lunghe zanne di quei cignali coraggiosi.
— Non abbiamo avuto paura dei leoni e dei leopardi e meno ne avremo di quei signori facachi o facuchi che siano.
— Facocheri, Antao.
— Sia pure. Orsù, una buona scarica là in mezzo.
— Temo che siano molti.
— Meglio per la nostra cucina.
— Ma i sopravviventi alla scarica ci assaliranno.
— E noi li respingeremo.
— Giacchè lo vuoi, proviamo. —
In mezzo al macchione si scorgevano, ad intervalli, dei robusti dorsi coperti di lunghe e grosse setole e delle code attorcigliate che si agitavano.
I due cacciatori ed Asseybo puntarono le carabine mirando per alcuni istanti, poi fecero fuoco.
Il fumo si era appena diradato che videro irrompere dai cespugli dodici o quindici brutti cignali, di taglia grossissima, armati di zanne arcuate, lunghe parecchi pollici.
Due caddero dopo pochi passi, ma gli altri, che parevano in preda ad un furore tremendo, continuarono la corsa, scagliandosi impetuosamente sugli assalitori.