La Costa d'Avorio

Part 12

Chapter 123,737 wordsPublic domain

I due cacciatori, ai quali l’aria fresca del mattino aveva stuzzicato straordinariamente l’appetito, non si fecero pregare per dare l’assalto all’arrosto.

Antao dovette confessare che quei pezzi del colosso africano potevano gareggiare coi migliori dei più grassi buoi e dei più grassi maiali. I negri poi fecero tanto onore a quell’arrosto, da non essere quasi più capaci di muoversi.

Fortunatamente Alfredo aveva accordato una mezza giornata di riposo, per lasciare tempo ai ladri di giungere ad Abetifi e per tagliare i due superbi denti del colosso, non volendoli abbandonare al primo venuto. Rappresentavano una bella cifra e potevano servire di gradito regalo al governatore di Abetifi per renderselo propizio e per avere aiuti contro le spie di Geletè.

Fu verso le quattro pomeridiane, quando il gran calore cominciava a scemare, che la piccola carovana si rimise in marcia, portando con sè i due colossali denti che i negri, dopo molto lavoro, erano riusciti a troncare a gran colpi d’accetta.

Le tracce dei fuggiaschi erano state smarrite forse perchè distrutte dall’irrompere impetuoso degli elefanti selvaggi, i quali avevano sconvolto la foresta, ma ormai Alfredo sapeva dove erano dirette le spie e questo gli bastava.

Essendo munito d’una buona carta e d’una bussola, era certo di giungere ad Abetifi anche passando attraverso la foresta e poi sapeva che al di là di quegli alberi doveva estendersi la gran pianura, sulla quale una città considerevole non poteva sfuggire agli sguardi.

Un’ora prima del tramonto, la carovana ripassava l’Afram e superati pochi macchioni si trovava sul margine della grande pianura che doveva estendersi, quasi senza interruzione, fino alla capitale degli Ascianti, a Cumassia.

Non essendo interrotta che da pochi gruppi d’alberi o da piante isolate, appena volti gli sguardi verso il sud-ovest, Alfredo ed Antao scorsero, ad una distanza di otto o dieci miglia, un gruppo di dadi biancastri, attorno ai quali si stringevano moltissimi coni di colore oscuro.

— Abetifi? — chiese il portoghese.

— Sì, — rispose Alfredo. — Non è possibile ingannarsi.

— È vero padrone, — dissero i due schiavi dahomeni.

— Siete stati in quella cittadella?...

— Sì, padrone.

— Credete che le vostre bestie possano resistere fino a quelle case?... È necessario che penetriamo in Abetifi prima dell’alba od i ladri ci fuggiranno.

— Lo potranno, rallentando un po’ la marcia.

— Sapete se domani vi è mercato in città?...

— Sì, padrone.

— Allora siamo certi di sorprendere quei furfanti. —

Fu concesso un riposo di quattro ore ai due cavalli, durante le quali ne approfittarono anche gli uomini, prevedendo che non avrebbero potuto chiudere gli occhi prima dell’indomani sera.

Alle dieci di sera, abbeverati abbondantemente gli animali, essendo scarsissima l’acqua in quelle vaste pianure calcinate dal sole, la carovana riprendeva la marcia attraverso a quegli strati d’erbe disseccate.

Procedevano lentamente, con precauzione, colle carabine armate sotto il braccio, servendo quelle alte erbe di ricovero ad una grande quantità di pericolosi animali, a serpenti pitoni lunghi sei e perfino sette metri che fra le loro formidabili spire stritolano un uomo come se fosse una semplice pagliuzza; a piccoli serpenti neri che posseggono un veleno quasi fulminante e contro il quale è vano ogni rimedio; a grossi ragni della specie dei migali che producono delle ferite gravissime e talvolta incurabili ed a molti leoni, a leopardi ed a iene macchiate, le più audaci della famiglia, poichè osano perfino gettarsi contro gli uomini.

Di tratto in tratto, in mezzo ai gruppi di cespugli che si elevavano qua e là, si udivano scoppi di risa, dei ruggiti bassi e profondi, delle urla di sciacalli e talvolta anche quei fischi strani, rauchi, che annunciano la presenza dei rinoceronti, i più brutali ed i più irritabili animali della creazione.

I poveri cavalli udendo quel concerto tremavano come se avessero la febbre ed esitavano a tirare innanzi, ed anche i due dahomeni non erano tranquilli, ma Asseybo si mostrava calmo sapendo quanto valevano i suoi padroni.

Verso la mezzanotte, quando le casette della cittadella cominciavano ad imbiancarsi sotto i primi raggi dell’astro notturno il quale allora spuntava all’orizzonte, un grosso leone che stava sdraiato in mezzo ad un cespuglio, presso il quale doveva passare la carovana, s’alzò con un grande salto, mostrando delle intenzioni poco pacifiche, ma vedendo i due cacciatori muovere incontro a lui colle carabine spianate, dopo un momento di esitazione credette miglior partito di prendere il largo.

Con quattro o cinque balzi mostruosi si rintanò sotto un altro cespuglio e non si mosse più, limitandosi a far udire dei bassi brontolii.

Più tardi due grosse iene macchiate che stavano appiattate dietro alcune rocce che si ergevano solitarie sulla vasta pianura, tentarono di gettarsi improvvisamente sui cavalli nel momento in cui questi passavano a breve distanza, ma Asseybo appioppò sul muso della più vicina un così potente colpo col calcio del suo fucile da costringerla ad una precipitosa fuga, urlando di dolore. La compagna, spaventata da simile accoglienza, s’affrettò a seguirla con tutta la rapidità delle sue agili gambe.

Alle tre, quando ad oriente gli astri cominciavano ad impallidire, la carovana giungeva dinanzi ai primi villaggi di Abetifi i quali formano una specie di sobborghi intorno alla città.

Più che villaggi erano minuscoli attruppamenti di capanne abbastanza male costruite.

Quelle catapecchie, di forma conica, dove vivevano nell’interno, alla rinfusa, persone ed animali domestici, erano tutte fabbricate con tronchi d’alberi spalmati d’argilla ed avevano il tetto di foglie intrecciate.

Dinanzi però ad ognuna, per quanto fosse piccola e malandata, si scorgeva l’_oquiamis duah_ ossia l’albero dio, il quale consisteva in un piuolo con tre o quattro rami sostenenti un vaso, entro cui cresceva una pianticella ed in un monticello di terra che i proprietari della dimora hanno il dovere d’imbiancare tutti i giorni o di tingerlo di color rosso pallido.

È sotto quel monticello che ordinariamente si nascondono le vittime sacrificate alle diverse divinità del regno e non è rado che i ricchi vi nascondano anche dell’oro, ma che nessun ladro però oserebbe toccare.

— Che strane credenze, — disse Antao, udendo le spiegazioni che gli dava Alfredo su quelle pentole svariate, contenenti quelle pianticelle venerate.

— Ma non si accontentano di avere gli _oquiamis duah_, — disse il cacciatore. — Hanno altri amuleti più stravaganti. Guarda quella capanna, presso la cui porta vedi quel piuolo alto un metro.

— A cosa serve?... Forse per impalare i miscredenti?...

— No, rappresenta un altro _feticcio_ di molta importanza. Come vedi, quel piuolo sostiene una pietra che gli Ascianti, in buona fede, credono sacra e d’intorno vi è un piccolo recinto di fibre di palmizio che si mantiene accuratamente unto d’olio di palma.

Tutte le volte che i padroni della capanna mangiano, sono obbligati a deporre su quella pietra una porzione dei loro cibi, con grande consolazione dei topi o degli uccelli.

— Si vede che gli Ascianti sono amanti dei pali.

— Oh, venerano anche gli alberi che crescono nell’interno della città. A Cumassia, per esempio, ogni pianta viene rispettata e adorata come fosse un _feticcio_ ed a nessuno è permesso di tagliarla, anche se i rami impedissero il passaggio alle persone.

Vi sono poi alcuni alberi che godono tale venerazione, che vengono tappezzati di offerte consistenti per lo più in pezzi di stoffe più o meno di valore. Quelle piante sono circondate da palizzata per proteggerle e se un uragano spezza qualche ramo, il re s’affretta a sacrificare immediatamente una o più vittime umane. Se poi l’albero venisse sradicato si fanno dei veri _costumi del sangue_ con grande uccisione di schiavi[6].

— Morte di Urano!... — esclamò Antao, indignato. — Ma in questi orribili paesi la vita umana ha adunque meno valore di un albero?... Che razza di barbari!...

— Vale ancora meno, Antao.

— Ma quante divinità adorano questi popoli, se innalzano a tale onore perfino le piante?...

— Hanno una grande quantità di dei e tutti sono gli uni più strani degli altri. I principali però sono _Bassomrù_ grande protettore dei palazzi del re e che consiste in una scatola di legno adorna d’oro e contenente piume, pezzi di varii metalli, perle di vetro, ecc.; _Bassomprak_ che è il protettore del fiume omonimo segnante la frontiera del regno verso il paese dei Fanti e si festeggia ogni mercoledì; _Bassomunè_ protettore del lago che si trova a venti miglia dalla capitale si festeggia alla domenica e forse per tale motivo chiamato il feticcio dei bianchi; poi _Tano_ che abita i boschi e che è ritenuto il più cattivo e molti altri rappresentati da pietre, da piante, ecc.

Ogni persona deve scegliersi un _feticcio_ protettore e il giorno stabilito per la festa del dio, deve scrupolosamente astenersi dal bere vino di palma e dal mangiare certi cibi. Trascurando queste cose, ognuno ha il diritto di ucciderlo ed il suo cadavere deve essere privato della sepoltura e gettato invece in un carnaio qualunque, a pasto degli avvoltoi e dei corvi.

— Una religione da pazzi, insomma.

— Se non da pazzi, certo da selvaggi, Antao. —

Erano allora giunti a tre o quattrocento passi dalla città, dinanzi ad una grande tettoia un po’ cadente, che pareva avesse servito un tempo di riparo alle carovane provenienti dalle regioni del sud.

Alfredo fece cenno ai suoi uomini di condurre là sotto gli animali, poi rivolgendosi ad uno dei dahomeni, gli chiese.

— Conosci il _dikero_ di Abetifi?

— No, padrone.

— Sai però dove abita?...

— No, ma sarà facile saperlo.

— Asseybo, — continuò Alfredo volgendosi al servo, — tu andrai con quest’uomo dal _dikero_ e se sarà necessario anche dall’_assafo oinè_ (capo della città) ed esporrai loro ciò che ci è accaduto, reclamando giustizia contro i ladri. Dirai loro che noi non siamo inglesi, ma europei amici della loro nazione.

— Sono pronto a partire, padrone, — rispose Asseybo.

— Non ho ancora finito. Coi negri nulla si ottiene se non vi sono dei doni. —

Aprì una delle casse, levò una dozzina di fazzoletti di seta rossa, colore molto apprezzato da quasi tutti i discendenti di Caam, alcune file di perle di vetro, dei galloni d’oro, un paio di bottiglie di tafia gelosamente conservate fino allora e fece un pacco che mise in groppa ad uno dei cavalli, unitamente alle due zanne d’elefante.

— Va’ e cerca di trovare il _dikero_ prima che si cominci il mercato. Noi ti attenderemo qui, poichè se gli abitanti ci vedessero, la notizia dell’arrivo di uomini bianchi si spargerebbe tosto ed i ladri approfitterebbero per prendere il largo.

— Sta bene, padrone, — rispose Asseybo. — Spero di essere di ritorno fra una mezz’ora. —

Il fedele servo ed il dahomeno s’affrettarono ad allontanarsi, mentre i due europei, per sfuggire alla curiosità delle persone dei vicini villaggi, si coricavano fra le casse, sotto la guardia del secondo schiavo.

CAPITOLO XX.

Il supplizio d’un ladro nell’Ascianti

La mezz’ora era trascorsa, ma nè Asseybo nè il suo compagno erano ritornati, poi un’altra era pure trascorsa senza che nessuna nuova fosse giunta ai due europei, di già molto inquieti per quell’inesplicabile ritardo.

L’alba era sorta e numerosi abitanti dei vicini villaggi ed anche alcune carovane, provenienti certamente dalle regioni meridionali, erano passati per recarsi al mercato della città.

Il dahomeno, rimasto di guardia, più di venti volte si era spinto sulla via per vedere se i due negri si scorgevano, ma alle impazienti domande dei padroni non aveva risposto che con un desolante: — Nulla. —

Cosa era accaduto dei due messi?... Erano stati sorpresi dai ladri che forse vegliavano, temendo la improvvisa comparsa dei due europei od il _dikero_, sospettando in loro due persone pericolose o due spie degli inglesi, li aveva fatti imprigionare, cosa non improbabile per quei giudici capricciosi e diffidenti?...

Alfredo che già aveva perduta la pazienza, stava per prendere una risoluzione decisiva, recandosi in persona dal giudice o dal capo della città col pericolo di far fuggire i ladri, quando il dahomeno, che era uscito sulla via per la venticinquesima volta, annunciò il ritorno di Asseybo e del suo compagno, seguìti da otto negri che portavano due amache sospese a quattro grossi bastoni formanti un parallelogrammo e riparate da un piccolo tetto di foglie.

Alfredo, ed Antao si erano affrettati ad uscire sulla via, dove s’incontrarono con Asseybo, il quale era corso innanzi agli otto portatori.

— Padrone, — disse con voce lieta. — I ladri sono stati presi!...

— Presi di già! — esclamarono Alfredo ed il portoghese.

— Cioè uno solo è stato preso vivo, poichè un altro che si era ribellato agli uomini del _dikero_ è stato ucciso ed il terzo è scomparso.

— E la negra?...

— È in casa del _dikero_.

— In buona salute?... — chiese Antao.

— Guarita completamente delle sue ferite.

— E le nostre casse e gli animali? — chiese Alfredo.

— Sono state ricuperate intatte.

— Ma cosa vengono a fare questi uomini con quelle amache?...

— Te li manda il _dikero_ per condurre te ed il signor Antao a casa sua.

— Ha gradito i regali adunque?...

— Lo puoi comprendere dalla rapidità con cui ha fatto radunare le sue guardie e piombare addosso ai ladri.

— Andiamo da quel brav’uomo. —

I portatori si erano arrestati dinanzi alla tettoia ed attendevano gli europei. Alfredo ed Antao salirono in quelle comode amache, i negri si posero sulla testa, difesa da cuscini bene imbottiti, i quattro angoli dei parallelogrammi e si misero lestamente in marcia preceduti da Asseybo e seguiti dai due dahomeni che conducevano l’ultimo cavallo.

Nell’Ascianti quelle lettighe sono grandemente usate, sia per trasportare i passeggieri, sia per le merci. Si può dire non conoscono altro mezzo di locomozione perchè, cosa davvero strana, quantunque posseggano molti buoi e non siano rari, nel loro paese, anche i cavalli e gli asini, non si servono mai di questi animali e non conoscono poi affatto nessuna specie di ruotabile.

Gli otto portatori, che procedevano speditamente, in pochi minuti entrarono in Abetifi, aprendosi faticosamente il passo attraverso una folla di negri colà radunata pel mercato.

Abetifi è una delle più importanti e più popolose città del regno, situata a circa ottanta chilometri dal Volta, ed a cento da Cumassia, che è la capitale degli Ascianti.

Non ha che poche case di legno che servono d’abitazione all’_assafo oinè_, al _dikero_ ed ai _cumfos_ o sacerdoti incaricati di vegliare sui feticci; le altre sono semplici capanne circondate però quasi tutte da giardini e da orticelli, nei quali si coltivano ignami, manioca, fagioli di varie specie, ananas, popoya e certe specie di pimento assai forte largamente usato nella preparazione del _fu-fu_.

Ordinariamente la sua popolazione non supera le otto o diecimila anime, ma nei giorni di mercato il numero si raddoppia.

I due europei, fatti segno della curiosità di tutti i negri affollati sul mercato, in pochi minuti attraversarono la città e furono deposti dinanzi ad una casetta di legno, costruita con un certo gusto e decorata di stuoie variopinte.

Un negro già vecchio, perchè era molto rugoso, ma ancora robusto, coperto d’una lunga camicia bianca e colle gambe adorne di strani amuleti o _sumieno_, consistenti in cordoni di fibre di palmizio annodati ed arricchiti da pallottoline di vetro, da granelli d’oro traforati, da penne di pappagallo e da ciuffetti di peli, li attendeva dinanzi alla porta.

Era il _dikero_ in persona, il quale voleva ricevere degnamente i due europei che erano stati così larghi di doni.

Per darsi l’aria d’un uomo civile, porse la destra ad Alfredo ed Antao e li invitò a seguirlo, conducendoli in una stanza adorna di stuoie colorate ammonticchiate contro le pareti, in modo di formare dei sedili discretamente comodi e da alcuni _feticci_ di terra grossolanamente plasmata, rappresentanti delle figure umane ma che nella destra impugnavano una sciabola e nella sinistra una testa ed accuratamente imbiancati, essendo questa tinta il colore preferito dalle deità asciantine.

Alcuni schiavi recarono tosto un grande vaso di terra ripieno di vino di palma affinchè i forestieri, prima di cominciare la conversazione, si dissetassero, poi quando ebbero bevuto, il _dikero_ con una amabilità poco comune in quel popolo sospettoso e crudele, diede agli ospiti il benvenuto, ringraziandoli contemporaneamente dei regali.

— Siamo noi invece che dobbiamo ringraziarti, _dikero_, — rispose Alfredo in _uegbè_. — Senza il tuo pronto agire, i ladri sarebbero forse fuggiti.

— Contenevano dei tesori le tue casse?...

— No, — rispose prontamente il cacciatore, che conosceva l’avidità insaziabile di quei giudici. — Più che gli oggetti racchiusi nelle casse, mi premeva salvare la giovane negra.

— Non te la ruberanno più, poichè uno dei ladri è stato ucciso, il secondo è fuggito ma spero che lo ritroveranno ben presto, ed il terzo è in mia mano e non uscirà vivo da Abetifi.

— Cosa vuoi farne di quell’uomo?...

— Lo uccideremo.

— Non ti chiedo tanto, _dikero_.

— È stato riconosciuto per una spia di Geletè, ed era qui venuto altre volte per farci forse sorprendere dai cacciatori di schiavi dei Dahomey e quell’uomo morrà.

— Ma ti ho detto che non è necessario che quell’uomo lo si uccida. A me basta che rimanga prigioniero presso di te qualche mese.

— È un nemico e morrà, — disse il _dikero_ con incrollabile fermezza. — Così il nostro re vuole e se disobbedissi, Mensah mi farebbe tagliare la testa.

— Ma hai tu le prove che sia realmente la spia che tu cerchi?

— No, ma sapremo presto se egli è quello che io sospetto. Negherà, come ha negato di aver rubato le tue casse, ma l’_odum_ mostrerà se è veramente colpevole. Ho già dato ordine che la prova abbia luogo stamane sulla piazza del mercato, dovendo essere pubblica. Vuoi venire?... Il ladro deve essere già stato condotto sulla piazza.

— Ma dov’è la giovane negra? Vorrei prima vederla.

— Dorme presso le tue casse. Era così stanca che non si reggeva più in piedi.

— La rivedremo più tardi. Siamo pronti a seguirti. —

Il _dikero_ si era alzato invitando i suoi ospiti a seguirlo. Al di fuori li attendevano dodici portatori con tre amache seguìti da parecchi negri armati di vecchi fucili e di lancie, i quali dovevano servire di scorta al rappresentante della giustizia.

Quegli uomini erano comandati da un corriere del re, giunto forse di recente ad Abetifi, personaggio molto importante e che col suo costume dava un’idea del lusso della corte di S. M. Mensah.

Era coperto di piastre d’oro massiccio e d’un peso tale, da rendergli molto malagevole il camminare, e sul capo portava un casco adorno di penne d’aquila formanti una specie di ventaglio. In una mano poi portava un piccolo scettro reale, una specie di spada coll’impugnatura coperta da un pezzo di pelle di leopardo.

I due europei, il _dikero_ ed il seguito riattraversarono la città e s’arrestarono sotto una grande tettoia eretta in mezzo alla piazza del mercato e guardata da alcuni negri armati, i quali respingevano la folla che si pigiava attorno a quella costruzione, con un’abbondante ed incessante distribuzione di legnate.

In mezzo alla tettoia vi era il ladro, con la destra chiusa entro un anello di ferro infisso in un grossissimo macigno e colle gambe incatenate.

Era un negro ancor giovane, poichè non doveva avere più di venticinque o trent’anni, dall’aspetto furbo, dagli sguardi intelligenti, ma dai lineamenti duri, quasi feroci.

Quantunque dovesse essere ormai convinto di non uscire vivo dalle mani dei suoi nemici, guardava alteramente la folla e scherzava coi suoi guardiani.

Quando però vide i due europei, manifestò una viva inquietudine ed i suoi sguardi divennero cupi.

— Ci riconosci?... — gli chiese Alfredo, avvicinandoglisi.

— Sì, — rispose il prigioniero.

— Non credevi di vederci qui così presto.

— È vero. Credevo che le formiche o gli elefanti vi avessero uccisi. —

Poi, dopo alcuni istanti di silenzio, aggiunse con fatalistica rassegnazione:

— Ho perduto e pagherò.

— Posso tentare di salvarti, — disse Alfredo.

— È inutile: gli Ascianti sono miei nemici e mi uccideranno, e poi, se non lo facessero loro, non mi perdonerebbero nè Kalani, nè Geletè.

— Kalani!... Ah! tu conosci quell’uomo?... Era stato lui ad incaricarti di spiarmi?... —

Il negro non rispose.

— Parlami di Kalani. È vero che non farà male a mio fratello?... È vero che non si vendicherà su quel povero ragazzo?... —

Nemmeno questa volta il prigioniero aprì le labbra.

— Odimi, — disse Alfredo, con viva commozione. — Io ti strapperò alla morte, te lo prometto, ma dimmi cosa ne ha fatto Kalani del fratellino mio.

— Non so nulla, — rispose il negro. — D’altronde fra poche ore sarò morto. —

Poi si rinchiuse in un silenzio feroce e rimase sordo ed impassibile a tutte le domande, a tutte le promesse d’Alfredo. Sapendo di morire, pareva che provasse una gioia crudele delle ansietà dell’uomo bianco.

Il _dikero_ pose fine a quell’interrogatorio che esasperava il cacciatore, ordinando che si recasse l’_odum_ pel giudizio dei numi.

Questo _odum_ non è altro che la corteccia d’un albero a cui gli Ascianti attribuiscono delle proprietà miracolose, strabilianti. Serve ad indicare i veri colpevoli, a torto od a ragione, non importa.

Si dà al reo da masticare un pezzo di quella corteccia, poi gli si fa inghiottire una grande quantità d’acqua. Se la rigetta e ciò non succede quasi mai, è dichiarato innocente, ma se la trattiene e ciò succede quasi sempre, è subito punito, essendo tutti convinti che egli sia realmente colpevole.

Ad un ordine del _dikero_ il ladro, che non voleva confessare di essere una spia di Geletè, fu seduto su di uno sgabello, poi il carnefice, riconoscibile pel suo berretto di pelle di leopardo e pei due coltellacci pendentigli sul petto, gli diede da masticare il pezzo di _odum_, ingiungendogli di tenerlo in bocca parecchi minuti, fino a ridurlo in bricciole.

— Credo che quel povero diavolo sia spacciato, — disse Antao, che seguiva con curiosità quella strana prova.

— È convinto anche lui di non poter provare il contrario, — rispose Alfredo.

— E lo uccideranno?

— Non avrà alcun scampo. Se fosse a Cumassia potrebbe avere qualche speranza di salvarsi, ma qui non vi è alcun luogo inviolabile.

— Forse che a Cumassia vi è un luogo dove i condannati possono salvare la pelle?...

— Sì, è un piccolo villaggio che si chiama Butama e che è separato da Cumassia da un piccolo corso d’acqua. Qualunque condannato che varchi quel ruscello è al sicuro contro la collera di tutti i _dikeri_ e perfino del re, perchè là sorgono le tombe della famiglia reale e perciò quel territorio è sacro. —

In quell’istante le loro parole furono soffocate da un urlìo feroce, emesso dalla folla. Il dahomeno aveva bevuto l’acqua e, come era da aspettarselo, non l’aveva rigettata.

Pronto come il lampo, il carnefice aveva afferrata la vittima pel collo e secondo l’uso gli aveva trapassato, con un lungo ed acuto coltello, le gote e la lingua, per impedirle di pronunciare il gran giuramento del re, formula che le avrebbe dato il diritto di salvare la vita per un certo tempo e di venire fucilato invece di torturato.

Antao ed Alfredo, spinti dal loro animo generoso, si erano lanciati verso il prigioniero per cercare di strapparlo alla morte, ma il corriere del re ed i suoi uomini si erano affrettati a chiudere loro il passo, dicendo con tono minaccioso:

— Gli uomini bianchi non hanno da fare colla giustizia del re! —

Intanto il carnefice aveva approfittato per piantare nelle spalle del paziente due lunghe forchette e legatogli una corda al collo, l’aveva tratto sulla piazza, costringendolo a camminare, mentre la folla gli si precipitava dietro urlando e ridendo ed agitando dei tizzoni accesi.