Part 11
— Che laggiù si combatta? — chiese Antao. — Mi sembra impossibile che quel cacciatore trovi tanta selvaggina, mentre qui non vi è nemmeno uno sciacallo da abbattere.
— Se combattessero si udrebbero delle grida, — rispose Alfredo.
— Ma mi sembra di udire dei fragori, Alfredo.
— Dove?...
— Vengono dall’ovest.... Zitto, ascolta!... —
Il cacciatore si fermò e si curvò verso terra, tendendo gli orecchi e gli parve di udire realmente come un lontano muggito, somigliante all’irrompere di una fiumana o all’avanzarsi fragoroso di parecchi squadroni di cavalleria o di parecchie batterie d’artiglieria.
— È vero, — mormorò, con una certa inquietudine.
— Cosa credi che sia?... — chiese Antao.
— Non lo so, ma si direbbe che una truppa d’animali colossali galoppa attraverso la foresta.
— Ma quali animali potrebbero produrre tale fragore? Delle antilopi o dei leoni no di certo.
— Gli elefanti, Antao.
— Morte di Nettuno!... Una banda di elefanti?...
— Sono ancora numerosi in questi paraggi. Vuoi un consiglio?...
— Parla, Alfredo.
— Arrampichiamoci su di un albero ben alto e robusto.
— E se invece tornassimo al campo per mettere in guardia i nostri uomini?
— Ci mancherebbe il tempo. Su, lesto o verremo stritolati!... —
Non vi era che da scegliere, essendo gli alberi d’alto fusto numerosi presso le rive di quel corso d’acqua. I due cacciatori s’aggrapparono ad alcune liane ed in pochi istanti si trovarono in salvo sui grossi rami d’un bombax, celandosi in mezzo al fitto fogliame.
Intanto il fragore continuava con un crescendo spaventevole. Pareva che dieci treni ferroviari si avanzassero all’impazzata attraverso la boscaglia, tutto abbattendo sul loro vertiginoso passaggio. La terra rimbombava come fosse sollevata da scosse potenti di terremoto, si udivano gli alberi a schiantarsi e precipitare al suolo come se venissero svelti da una tromba ed in mezzo a tutti quei fragori si udivano dei suoni paurosi, dei clamori assordanti che parevano prodotti da un centinaio di rauche trombe di dimensioni gigantesche.
— Morte di Giove e di Saturno!... — esclamava Antao. — Si direbbe che un uragano sta per travolgere l’intera foresta. —
D’improvviso si videro delle masse enormi sbucare fra gli alberi ed avanzarsi all’impazzata, abbattendo, con impeto irresistibile, le giovani piante, le quali cadevano a destra ed a sinistra come se venissero falciate da un’arme mossa da una banda di titani.
Era una truppa di enormi elefanti, in preda ad un panico irresistibile, che fuggiva disordinatamente attraverso alla boscaglia. Quale pauroso spettacolo offrivano quegli animalacci lanciati al galoppo, colle loro potenti proboscidi sferzanti gli alberi vicini, per aprirsi il passo in mezzo a quel caos di vegetali!...
Mescolati confusamente, maschi, femmine e piccini, tutti in preda ad un inesplicabile terrore, pareva che non avessero che un solo scopo: fuggire un grave pericolo.
Urtavano furiosamente gli alberi, sradicavano quelli che si opponevano alla loro corsa, fracassavano i cespugli con mille scricchiolii, sfondavano colle masse enormi dei loro corpi le liane e le radici, barrivano strepitosamente formando un baccano assordante e si urtavano con tale violenza, che i loro corpacci risuonavano come grancasse di mole smisurata.
Quei cinquanta e più animali passarono sotto gli occhi dei due cacciatori come una meteora devastatrice, urtando il colossale tronco del _bombax_ in così malo modo da scuoterlo dalla base alla cima, poi scomparvero verso l’est fra un clamore infernale dì barriti ed uno scrosciare d’alberi e di rami.
— Mille morti!... — esclamò Antao. — Ecco uno spettacolo da far tremare l’uomo più intrepido dei due mondi!...
— Ti credo, — rispose Alfredo. — Pensa cosa sarebbe accaduto di noi, se quella banda d’animali ci avesse trovato sul suo passaggio.
— Ma chi può aver spaventato quei colossi?...
— Forse dei cacciatori d’elefanti.
— Ma è possibile ammettere che così formidabili animali possano venire spaventati da pochi uomini?... Non lo si crederebbe, Alfredo.
— Per natura gli elefanti sono timidi, Antao, e non si rivoltano se non quando vengono feriti.
— Le detonazioni delle armi bastano per metterli in fuga?...
— Talvolta sì, ma quando si vuole farli fuggire basta scagliare contro di loro delle materie infiammate o dei rami resinosi accesi.
— Ma.... ed i nostri uomini?... Non verranno travolti da quegli animali?...
— Asseybo li avrà uditi avvicinarsi e si sarà affrettato a mettersi in salvo coi dahomeni.
— Ed i cavalli?
— Saranno fuggiti, non dubitare.
— Ah!... Come sarei stato contento di aver potuto abbattere uno di quei giganti!...
— Se si sbandano possiamo incontrarne qualcuno.
— Si dice che la tromba ed i piedi degli elefanti sono così squisiti.
— È vero, Antao, e spero di farteli assaggiare.
— Possiamo scendere?...
— Ormai non corriamo alcun pericolo. Gli elefanti devono essere già lontani. —
Il portoghese stava per aggrapparsi alle liane che gli avevano servito a salire sull’albero, quando Alfredo lo arrestò, sussurandogli agli orecchi:
— Non muoverti: guarda!... —
CAPITOLO XVIII.
Caccia ad un elefante
Antao, udendo quelle parole pronunciate in tuono quasi imperioso, e comprendendo che stava per accadere qualche cosa di straordinario, aveva abbandonato prontamente le liane, ritirandosi sul grosso ramo che gli aveva servito di rifugio.
Alfredo, nascosto in mezzo al fogliame, gli additava silenziosamente un grande macchione di mimose che stava di fronte a loro. Girò gli sguardi da quella parte e vide due ombre uscire fra gli alberi ed avanzarsi prudentemente allo scoperto.
Quantunque la luna mancasse, gli astri proiettavano una luce sufficiente per distinguere un oggetto od un essere vivente di dimensioni non troppo piccole ed Antao, che aveva gli occhi buoni, vide subito di che cosa si trattava.
Quelle due ombre erano due negri di alta statura, quasi nudi, ma entrambi armati di fucile. Si erano arrestati a breve distanza dal _bombax_ e curvi innanzi, pareva che ascoltassero con profondo raccoglimento.
— I cacciatori d’elefanti?... — chiese Antao ad Alfredo con un filo di voce.
— Non lo so, — rispose l’interrogato.
— O che siano i nostri ladri?...
— Lo sospetto.
— Bella occasione per fucilarli tutti e due.
— E per far fuggire gli altri colle nostre casse e coll’amazzone. No, Antao, non bisogna far loro sapere che noi siamo così vicini o chissà dove potremo raggiungerli.
— Ma....
— Taci!... —
I due negri dopo d’aver ascoltato per parecchi minuti, si erano rialzati e certi di essere soli in mezzo a quel bosco, si erano scambiati delle parole in lingua _uegbè_, che Alfredo ben conosceva:
— Più nulla, — aveva detto l’uno.
— No, — aveva risposto l’altro.
— Credi che gli elefanti avranno continuata la loro corsa indiavolata?...
— Hanno avuto troppo paura dei nostri tizzoni infiammati e delle nostre scariche, per arrestarsi. Sono capaci di continuare la corsa fino all’alba.
— Allora possiamo sperare che abbiano incontrato i bianchi e che li abbiano fatti a pezzi.
— Sì, se ci seguivano sempre.
— Non vorrei essermi trovato al loro posto.
— Lo credo, Cobbena.
— Una bella fortuna, se ci fossimo sbarazzati di loro.
— Almeno potremo giungere tranquillamente ad Abetifi e vendere i loro effetti senza la tema di vederceli giungere addosso.
— Se quella dannata donna non avesse gettata via la sua fascia forse non avrebbero trovate le nostre tracce, è vero Amadù?
— Se avessimo saputo che parteggiava pei bianchi, non l’avremmo di certo condotta con noi, credendo di liberare una nostra compatriota, ma Kalani od il re s’incaricheranno più tardi di infliggerle la punizione che si merita. Quando ci saremo sbarazzati di quelle casse e avremo realizzato una bella cifra, ripasseremo il Volta e marceremo su Abomey quasi senza arrestarci.
— Sì, Amadù. Ormai non ci rimangono più dubbi sulla direzione degli uomini bianchi. Credevano d’ingannare le spie del re, ma invece troveranno Kalani pronto a riceverli. Orsù, torniamo. Abbiamo almeno cinque miglia da percorrere, prima di giungere all’accampamento. —
I due negri, ricaricati i loro fucili e certi ormai che gli elefanti avessero continuata la loro terribile corsa attraverso alla foresta, si rimisero in cammino a passi rapidi, allontanandosi verso l’ovest.
Quando Antao non li udì più, chiese ad Alfredo con stupore:
— E tu hai lasciato che se ne andassero, mentre avremmo potuto fucilarli colla massima facilità. Hai avuto torto, amico.
— No, Antao, — rispose il cacciatore. — I loro compagni, te lo dissi già, non vedendoli ritornare, si sarebbero facilmente immaginato che noi li avevamo o uccisi o catturati e sarebbero fuggiti forse verso il sud, facendoci perdere ogni speranza di poterli raggiungere.
«Ora sappiamo che si recano ad Abetifi e che ci sono poco lontani, quindi non ci possono più sfuggire. Lasciamo loro credere di essere stati massacrati dagli elefanti o fatti a pezzi dalle formiche e li prenderemo più facilmente.
«Penso anzi che abbiamo marciato troppo e che possiamo riposarci una mezza giornata, per lasciare loro il tempo di giungere tranquillamente nella cittadella degli Ascianti.
— Hai ragione, Alfredo. Tu sei più astuto di me.
— Scendiamo Antao e andiamo a vedere che cosa è accaduto dei nostri uomini. —
Si lasciarono scivolare lungo le liane e giunsero felicemente a terra, mettendosi tosto in marcia per giungere al campo.
Non sapendo quale direzione avevano presa gli elefanti nella loro pazza corsa, temevano che quella formidabile banda fosse piombata in mezzo alle tende, uccidendo gli animali e gli uomini, perciò affrettavano il passo ansiosi di calmare le loro inquietudini.
Già calcolavano di trovarsi a poche centinaia di passi dall’accampamento, quando videro avanzarsi, correndo, un uomo, che subito riconobbero pel fedele Asseybo.
— Padrone!... — esclamò il negro, con voce affannata. — Credevo che ti fosse accaduta una disgrazia. Hai veduto gli elefanti?...
— Sì, ma come vedi siamo entrambi vivi, — rispose Alfredo. — Hanno distrutto l’accampamento?...
— No, padrone. Ci siamo accorti a tempo dell’avanzarsi di quegli animalacci e ci siamo rifugiati in mezzo al fiumicello salvando ogni cosa.
— Cominciavo a essere inquieto per voi.
— Ma il pericolo non è cessato, padrone.
— Cosa c’è ancora?...
— Uno di quegli elefanti, un maschio di statura gigantesca, forse ferito, si è sbandato e si aggira sulla riva del fiume in preda ad un furore spaventevole.
I nostri uomini si sono salvati sulla riva opposta ma corrono il pericolo, di momento in momento, di venire fatti a pezzi.
— Amico Antao, — disse Alfredo, rivolgendosi al portoghese. — Credo che domani mattina assaggieremo un delizioso arrosto di tromba d’elefante.
— Vuoi assalire quel colosso furibondo?...
— Sì, Antao, se mi aiuti.
— Ma potremo ucciderlo colle nostre carabine?...
— Sì, purchè tu cerchi di colpirlo intorno agli occhi o sotto la gola o meglio ancora, nelle giunture delle spalle.
— Mi proverò, Alfredo.
— Guidaci, Asseybo.
— Sta’ in guardia, padrone. Quell’elefante deve essere un vecchio maschio e tu sai che quelli sono terribili.
— Ci avvicineremo con prudenza. —
Il negro, sapendo per prova quanto il padrone fosse audace e abile cacciatore, non esitò più e si mise in cammino seguendo le rive del fiumicello.
Ben presto i due bianchi udirono il formidabile avversario. Dei frequenti barriti, un po’ rauchi, echeggiavano sotto la foresta, seguiti da strani gorgoglii che parevano prodotti da una pompa che si scaricava dell’acqua.
Probabilmente l’elefante era stato colpito ed assorbiva fragorosamente l’acqua del fiume per inondare la ferita.
Asseybo aveva rallentata la marcia e non si avanzava che con estrema prudenza, temendo di schiantare qualche ramo e di attirare l’attenzione dell’animale.
Intanto i barriti diventando più potenti e più frequenti, destavano tutti gli echi della selva. Pareva che perfino le foglie tremassero.
— Ci darà da fare, — disse Alfredo ad Antao. — Quando sono feriti, non esitano a scagliarsi anche contro un reggimento di cacciatori. Sii prudente e non scaricare la tua carabina se non sei certo del tuo colpo o ti farai schiacciare come una nocciuola.
— Provo un certo tremito che non è rassicurante, — rispose il portoghese, — ma dinanzi al pericolo e trattandosi di salvare la pelle, passerà! Non udranno i nostri spari, i negri che abbiamo veduto?...
— Bah!... A quest’ora devono essere ben lontani e poi queste masse di verzura non permettono alle detonazioni di espandersi a grandi distanze.
— Padrone! — esclamò in quel momento Asseybo. — Eccolo!... —
Presso la riva del fiume, semi-nascosta da un macchione di bambù, una massa mostruosa giganteggiava, colla tromba tesa innanzi, come se si preparasse a caricare un nemico od a prevenire un improvviso assalto.
Era un elefante selvaggio, ma uno dei più grossi e dei più belli che Alfredo avesse veduto fino allora, un animale degno di stare a fronte dei più colossali _merghee_ delle regioni indo-malesi.
Gli elefanti africani, checchè se ne dica, sono più maestosi di quelli del continente asiatico e sebbene nelle forme generali siano quasi eguali, sono un po’ diversi nei particolari.
Generalmente sono più larghi di fianchi, più robusti fors’anche dei _coomareah_ che sono i più forti ed i più massicci della razza asiatica; hanno la fronte convessa invece di averla concava, hanno quattro zoccoli nei piedi posteriori invece di tre, le orecchie più sviluppate che si riuniscono sopra le spalle e che pendono poi sul petto e le zanne d’una bellezza straordinaria e d’una mole enorme, perchè pesano sovente perfino quattrocento libbre, mentre quelle degli elefanti asiatici di rado sorpassano le cento.
Anche le femmine sono diverse da quelle asiatiche, perchè mentre queste sono sprovviste di zanne o le hanno appena visibili, le prime le hanno molto sviluppate, non tanto però come i maschi.
L’elefante che gl’intrepidi cacciatori stavano per affrontare, doveva essere rimasto indietro in causa di qualche ferita ad una gamba anteriore, vedendolo alzare di tratto in tratto la destra.
Pareva che non si fosse ancora accorto della presenza di quei nuovi nemici che contavano di regalarsi un pezzo di proboscide arrostita, essendosi avvicinato al fiume per bagnarsi la ferita invece di assalirli, ma non doveva tardare a sentirli trovandosi sottovento.
— Adagio, — aveva detto Alfredo ai suoi due compagni. — È necessario che ci mostri la fronte o le nostre palle non otterranno altro successo che quello d’irritarlo maggiormente. —
Si erano nascosti tutti e tre dietro un gruppo di teck, i cui tronchi colossali dovevano essere sufficienti a difenderli contro qualunque carica del pachiderma, e di là attendevano il momento propizio per fare una scarica.
Vedendo però che il colosso non si decideva ad abbandonare il fiume, Alfredo, che era impaziente di finirla, si risolse a costringervelo.
Raccomandò ai compagni di non abbandonare quel rifugio e strisciò all’aperto, tenendosi celato dietro una fila di ebani, i quali in caso di pericolo potevano preservarlo da un attacco furioso.
Giunto a trenta passi dal mostruoso animale, armò risolutamente la carabina, poi lanciò un fischio acuto.
L’elefante, sorpreso, cessò di colpo dall’assorbire l’acqua per versarsela sulla gamba ferita, poi risalì lestamente la sponda camminando a ritroso, quindi si volse emettendo un barrito assordante che tradiva dell’inquietudine, ma che annunciava anche un imminente scoppio di collera. Quasi nel medesimo istante due lampi balenarono dietro ai tronchi dei _tek_, seguìti da due strepitose detonazioni.
Antao e Asseybo, vedendo il colosso presentarsi di fronte, avevano fatto fuoco.
Disgraziatamente le palle non dovevano essere giunte a destinazione esatta. Di fatti il pachiderma, invece di cadere lanciò una possente nota metallica e si scagliò con impeto irresistibile verso gli alberi, roteando furiosamente la terribile tromba.
— Fuggite!... — aveva gridato Alfredo.
Il portoghese ed il negro non avevano atteso quel consiglio. Spaventati dall’irrompere di quell’enorme massa, erano balzati fuori dal rifugio, dandosi a precipitosa fuga attraverso la foresta.
Alfredo aveva veduto ogni cosa ed era diventato pallido. Guai se non riusciva ad arrestare il furioso animale: i due imprudenti non avrebbero continuata per molto la loro corsa, non ignorando che gli elefanti, malgrado la loro mole, possono spiegare un’agilità straordinaria e gareggiare talvolta perfino coi cavalli.
Balzò rapidamente fuori dagli ebani e si slanciò innanzi mandando alte grida, per attirare su di sè l’attenzione dell’animale.
Questi, credendo forse di avere i nemici dietro le spalle invece che dinanzi, fu pronto a volgersi e vedendo a pochi passi il cacciatore, lo assalì a testa bassa, colle zanne tese e la proboscide alzata.
Alfredo non era fuggito. Facendo appello a tutto il suo coraggio ed a tutto il suo sangue freddo, si era appoggiato al tronco d’un sicomoro, tenendo la carabina puntata.
A quindici passi fece fuoco.
Il colosso, colpito alla giuntura della spalla sinistra, s’inalberò come un cavallo sotto un violento colpo di sproni, poi lanciò un lungo barrito, ma che aveva qualche cosa di lamentevole, di straziante, quindi riprese la corsa.
Alfredo era passato prontamente dietro al tronco per evitare le zanne e la proboscide, poi dietro un altro che gli stava un po’ discosto e scivolò in mezzo ad un intricato macchione di cespugli.
L’elefante, trasportato dal proprio slancio, continuò la corsa sferzando furiosamente i tronchi degli alberi, ma ad un tratto le forze lo abbandonarono e cadde sulle ginocchia, lanciando una nota più lamentevole e meno possente.
In quel momento Antao e Asseybo, non vedendosi più inseguiti ed avendo udito lo sparo del compagno, erano ritornati sul campo della lotta.
Avevano ricaricate le armi ed accorrevano in aiuto del valoroso cacciatore.
Vedendo l’elefante dibattersi in mezzo alle piante e fare sforzi disperati per rialzarsi, gli si avvicinarono ed a soli dieci passi fecero una nuova scarica.
Fu il colpo di grazia!... Il povero animale, che era già moribondo, alzò un’ultima volta la tromba vomitando un getto di sangue spumoso, poi stramazzò pesantemente al suolo, rimanendo immobile.
— Alfredo!... — gridò Antao, raggiante di gioia. — È morto!... —
Il cacciatore, che aveva allora ricaricata la carabina, balzò fuori dai cespugli, dicendo:
— Ecco una colazione ben guadagnata e condita con trecento cinquanta libbre d’avorio per lo meno. Asseybo, puoi preparare il forno per cucinare un piede di questo povero animale. —
CAPITOLO XIX.
Sulle terre degli Ascianti
Mentre il negro, aiutato dai due dahomeni che si erano affrettati ad attraversare il fiume coi cavalli, scavava una buca profonda che doveva servire di forno e facevano raccolta di rami secchi per riscaldarla per bene, Alfredo, armatosi d’una scure, tagliava a gran colpi i piedi anteriori del colosso e faceva a pezzi la proboscide.
[Illustrazione: — Gli uomini bianchi non hanno da fare colla giustizia del re! — (Pag. 142).]
Il portoghese da canto suo girava e rigirava attorno a quella montagna di carne che sarebbe bastata a nutrire una tribù affamata, ammirando quella testa enorme, quel corpo mostruoso e soprattutto quelle magnifiche zanne che potevano rendere almeno tremila lire sui mercati della Costa e ben di più in Europa.
— È una pazzia uccidere questi colossi, — diceva. — Ecco qui parecchie tonnellate di carne perduta e che saremo costretti a regalare alle fiere della foresta.
— Vorresti portarti via questa colossale carcassa, Antao? — rispondeva Alfredo, che si accaniva contro le due zampe. — Ci vorrebbe un treno ferroviario e poi non credere che tutta questa carne sia succolenta.
I negri la mangiano, ma è coriacea quanto la carne d’un mulo vecchio. Accontentati quindi di assaggiare i pezzi scelti.
— Dimmi, Alfredo, si uccidono molti elefanti in Africa? Mi pare che simili mostri debbano fare paura a tutti.
— Che facciano paura, quando sono irritati, è vero, ma l’avidità rende coraggiosi anche i negri. L’avorio è un articolo troppo ricercato sulle coste africane, per lasciare in pace questi colossi.
Ti dirò che si è calcolato che in Africa se ne uccidano annualmente dai sessanta ai settantamila.
— Settantamila, hai detto!... — esclamò il portoghese.
— Sì, Antao e per ottenere sette od ottocentomila chilogrammi d’avorio.
— E solamente per i suoi denti?...
— Solamente, poichè i cacciatori di elefanti non si curano della carne. Tutt’al più fanno come noi, cioè si accontentano di cucinarsi qualche piede o qualche pezzo di proboscide per la colazione o pel pranzo.
— Ma continuando queste stragi finiranno col fare scomparire la razza.
— Certo, Antao. In certe regioni, specialmente del sud, gli elefanti sono già diventati rari e se non si pone un freno a quei cacciatori, fra venti o trent’anni non se ne troverà più uno in tutta l’Africa.
Devi poi notare, che l’elefante africano si riproduce molto lentamente. Prima di vent’anni non è atto alla riproduzione e alla femmina occorrono tre anni prima che dia alla luce il figlio e questo è sempre uno solo.
In India si segano i denti agli elefanti senza fare agli animali alcun male, onde non compromettere gravemente la conservazione della specie, ma qui invece si uccidono, abbandonando le spoglie alle iene ed agli sciacalli.
— Eppure quali preziosi servigi potrebbero rendere anche questi colossi del continente nero!
— Questi animali, che sono i più filosofici, i più intelligenti ed i più tenacemente laboriosi, addomesticati come quelli indiani, sarebbero d’una utilità immensa per la loro forza prodigiosa. Non ci sarebbe più bisogno di organizzare quelle numerose e costose carovane d’uomini, per portare i prodotti delle regioni interne alla costa.
— Pure anticamente i cartaginesi si servivano degli elefanti africani nelle guerre.
— È vero, Antao ed anche dopo la distruzione di quel popolo se ne servirono per parecchi secoli i Numidi ed i Romani, ma nell’enorme scompiglio politico e sociale che nel medio evo sconvolse le popolazioni d’Europa e dell’Africa settentrionale, si trascurò l’arte di addomesticare quegli utilissimi animali e da allora più nessuno se ne occupò.
Quando si penserà a utilizzare ancora gli elefanti, probabilmente la razza sarà stata distrutta dall’avidità insaziabile dei cacciatori d’avorio.
— Ma le colonie delle nazioni europee, non hanno fatto alcun tentativo?
— Pare che ora si cerchi di addomesticarne alcuni. La cosa non è difficile e quali vantaggi ne trarrebbero i coloni, specialmente quelli delle stazioni interne!... Pensa che i negri portatori più robusti non possono caricarsi d’un peso superiore ai venticinque chilogrammi, nè percorrere oltre venti chilometri al giorno, mentre gli elefanti possono portare parecchie diecine di quintali percorrendo in media dai sessanta ai settanta chilometri ogni dodici ore.
— Ma il vitto!...
— Se lo procurano loro nelle foreste, quindi quasi nulla verrebbero a costare. Orsù, il forno è pronto e finchè i piedi e la tromba si cucinano, possiamo dormire alcune ore. —
Asseybo e i dahomeni avevano sbarazzato la buca dai tizzoni, avendovi acceso nel fondo un grande fuoco. Avvolsero i pezzi della tromba ed i due piedi entro grandi foglie di banano unitamente a delle erbe aromatiche trovate nella foresta e ve li gettarono dentro, coprendoli con cenere calda e poi con terra.
Livellato il terreno, vi accesero sopra un altro fuoco che dovevano conservare per un paio d’ore.
Antao ed Alfredo, dopo d’aver assistito a quegli ultimi preparativi, si ritirarono sotto la tenda che era stata nuovamente rizzata, addormentandosi profondamente.
Non si svegliarono che verso le sei del mattino, alle insistenti e rumorose chiamate del bravo Asseybo.
I dahomeni avevano aperto il forno e levati i due piedi ed un grosso pezzo di proboscide, i quali fumavano sopra una grande foglia di banano selvatico, spandendo all’intorno un delizioso profumo.