Part 9
La scialuppa, sotto un deciso e più vigoroso sforzo, superò l’ultimo e più ripido pendìo della cateratta e s’ormeggiò a fianco d’un isolotto sul quale crescevano due solitarie _cari_, specie di palme spinose con folto fogliame.
— Finalmente! — esclamò don Raffaele. — Siamo passati a dispetto del loro tentativo per farci naufragare.
— Ma quale ostacolo avevano messo nel passaggio? — chiesero Alonzo ed il dottore.
— Avevano tesa una fune vegetale fra due scogli.
— Magro ostacolo, — disse Alonzo.
— Ma che poteva tornarci fatale, — rispose don Raffaele. — Se voi cedevate, la corrente ci trascinava addosso alle scogliere e per la nostra imbarcazione era finita e fors’anche per noi.
— E più c’inoltreremo altri ostacoli ci opporranno, disse Velasco. — Si vede che sono decisi ad arrestarci.
— Ma se sperano di rinnovare il tentativo alla cateratta di Maipuri, s’ingannano, — disse don Raffaele. — Procederemo cauti e prima esploreremo le scogliere.
— Ma è ancora molto lontana questa Città dell’oro? — chiese Alonzo.
— Solo Yaruri lo sa, — rispose don Raffaele.
— È necessario passare ancora dinanzi alle foci di molti fiumi, — disse l’indiano. — Il Venituari è ancora assai lontano.
— Adunque è sul Venituari questa Manoa? — chiesero tutti ad una voce.
— Sì, — rispose Yaruri, — ma lontano dalla foce, verso il sole che si leva, fra montagne a tutti sconosciute.
— Ma il luogo preciso?
— A suo tempo lo saprete.
— Diffidi di noi? — chiese don Raffaele.
L’indiano non rispose.
— Parla, Yaruri.
— A suo tempo, — ripetè l’indiano. — Partiamo!...
Don Raffaele, ben sapendo che non sarebbe riuscito a levare una parola di più a quell’indiano, ordinò di spiegare le vele, non volendo lasciare troppo tempo ai misteriosi individui che lo precedevano e che ormai, veduto fallire il tentativo, dovevano essersi rimessi in viaggio.
Il vento però era debole assai e non soffiava che ad intervalli. Era molto se la scialuppa poteva guadagnare due miglia all’ora, anche in causa della corrente che era più rapida per la vicinanza della cateratta.
Il paese circostante non era cambiato. Le due sponde erano sempre coperte di boscaglie fittissime, le quali impedivano di spaziare gli sguardi al di là del fiume.
Si vedevano sorgere qua e là, in una confusione indescrivibile, grandi simaruba carichi di fiori, alberi di noci moscate selvatiche, cedri colossali, alberi da pepe, alberi del cotone alti solamente tre metri, con dei fiori gialli e porporini; euforbie cactiformi irte di spine, gruppi immensi di passiflore tempestate di quegli strani fiori che contengono un martelletto, una tenaglia ed una piccola corona; poi dei _maot_, piante appartenenti alla specie delle cotonifere, con foglie immense coperte d’una peluria rossastra e cariche di lunghe capsule scannellate; delle _baspa butiracee_, dai cui semi si estrae una specie di burro; dei _saponieri_, dalle cui bacche e dalla cui corteccia si ottiene una spuma densa che ha la proprietà del sapone, ed infine un caos di bambù, di liane e di spine ansara, tremendi pungiglioni che trapassano perfino le suole delle scarpe a chi osa affrontarli.
Il fiume appariva ricchissimo di pesci, i quali si vedevano guizzare in grande numero, perseguitati da stormi di _piassoca_, di _caracari_, appartenenti alla famiglia dei falchi e di _gaviaos_, specie di sparvieri.
Si vedevano apparire e scomparire grossi storioni, trote, legioni di acari che sono pesciolini rotondi di colore verdognolo ma molto delicati; di _cascudo_, pesci lunghi venticinque centimetri, neri sopra, rossicci sotto e colle squame durissime; di raje spinose, di _piraia_, i cui morsi sono pericolosi e di _pemecur_, che nascondono i loro piccoli nelle branchie.
Quell’abbondanza aveva fatto radunare colà moltissimi caimani, i quali giocherellavano fra di loro inseguendosi, ora mostrando le loro formidabili mascelle armate di terribili denti, o le potenti code rugose. Alcuni invece si azzuffavano ferocemente fra di loro, mordendosi e insanguinandosi.
XVII.
L’agguato degl’indiani.
Nei giorni seguenti i viaggiatori continuarono ad inoltrarsi nell’Orenoco, passando successivamente dinanzi alle foci del Toma — salendo la cui corrente si va a Mauro, luogo ove un tempo i gesuiti avevano fondati fiorenti missioni — e del Treparro, entrambi affluenti di sinistra.
Il quinto giorno da che avevano lasciata la cascata di Ature, giungevano dinanzi a quella di Maipuri, chiamata anche di Quituma.
Anche questa è di poca altezza ed è formata da una specie di arcipelago di isolette e di rupi d’aspetto maestoso che si estendono per oltre un miglio, facendo argine all’impeto della corrente, specialmente al di là della grande rupe di Manimi.
Il passaggio non è difficile, ma può riuscire pericoloso in causa delle ondate che si rovesciano, col fragore di mille tuoni, fra tutte quelle nere scogliere e quei brani di terra.
Una fitta nebbia copre tutta la cascata, alzandosi in forma d’una cupola immensa, sui margini della quale si vedono degli arcobaleni splendidissimi che cangiano continuamente tinte e dimensioni.
Dopo di essersi accostati alle due rive per vedere se erano deserte, temendo un secondo agguato, i viaggiatori decisero di affrontare subito la cascata, essendo il sole prossimo al tramonto e non osando avventurarsi, di notte, fra quelle scogliere innumerevoli.
— Animo, — disse don Raffaele. — Dopo questa cascata non ne troveremo altre e continueremo il viaggio tranquillamente.
— Sei ben sicuro, cugino, che gl’indiani non ci abbiano preparato un nuovo agguato? — chiese Alonzo. — È bensì vero che nulla abbiamo veduto di sospetto sulle due sponde, ma io temo ancora una sorpresa.
— Se hanno teso delle altre funi, le taglieremo. Mano ai remi e avanti senza paura. Yaruri, al posto.
— Sono pronto, padrone, — rispose l’indiano.
La scialuppa s’impegnò tosto in un passaggio largo venti o venticinque metri, fiancheggiato da alte rupi che avevano l’aspetto di cupole e da una doppia linea di scoglietti, i quali lasciavano scorgere le loro punte nere e aguzze.
Il braccio del fiume scendeva rimbalzando e spumeggiando, ma la scialuppa, come nella precedente cascata, s’avanzava trionfando contro tutti quegli ostacoli ed evitando destramente le scogliere che minacciavano di sfracellarla.
Ormai aveva oltrepassato mezzo canale, quando Alonzo, che si trovava a prua, vide scendere con impeto irresistibile delle masse oscure e colossali che balzavano e rimbalzavano fra le muggenti acque.
Quantunque non sapesse ancora di cosa si trattasse, gettò un grido di terrore.
— Cos’hai, Alonzo? — chiese don Raffaele, il quale provò una stretta al cuore.
— Stiamo per venire frantumati.
In quell’istante si udì Yaruri a gridare:
— Lasciate andare i remi! Ridiscendiamo la cateratta o siamo perduti!...
Quelle masse enormi non erano che a cento passi e s’avanzavano con spaventevole velocità, travolte dalla furiosa corrente. Erano dieci o dodici alberi grossissimi, dei tronchi di _paiva_ (_bombax pentandrum_), piante che raggiungono un’altezza di trenta metri, ma che sono facilissime a tagliarsi, essendo il loro legno fragile e leggero, ed hanno una circonferenza ragguardevole.
Al comando dell’indiano tutti avevano ritirato i remi e la scialuppa, non più sorretta, aveva virato di bordo lasciandosi trasportare dalle acque. In pochi istanti giunse in fondo alla cateratta, oscillò spaventosamente imbarcando parecchie ondate, poi si rialzò girando su sè stessa.
Quasi nell’istesso momento i tronchi colossali precipitavano giù per l’ultima china. Yaruri, don Raffaele ed i loro compagni avevano rapidamente riafferrati i remi per evitare un urto, ma mancò a loro il tempo.
Uno di quei tronchi, il più enorme, investì la scialuppa a poppa e con tale impeto da spaccarla. Le onde della cateratta in un baleno si rovesciarono attraverso all’apertura, sommergendo le casse.
— I fucili e le munizioni! — urlò don Raffaele. — Tutti sull’albero!
Gli uomini balzarono sulle loro armi che stavano sui banchi, afferrarono alla rinfusa quanto era a portata delle loro mani e s’aggrapparono alle griselle dell’albero.
Erano appena giunti sul picco della randa, che la scialuppa affondava, scomparendo sotto le acque spumeggianti. Discese rapida per quattro metri, poi, quando già i naufraghi credevano d’esser perduti, s’arrestò: aveva toccato il fondo!
— Siamo salvi! — esclamò Alonzo.
— Ma sono riusciti nel loro intento, — disse don Raffaele con sorda rabbia. — Ci hanno arrestati.
— Non ancora, — mormorò Yaruri.
— Ma che siano stati gl’indiani a lanciarci contro quei dannati tronchi? — chiese Alonzo.
— Sì, — rispose don Raffaele. — Io non ho più alcun dubbio.
— Sono stati loro, — confermò Yaruri.
— Ma in quale modo? Occorrono molte braccia per abbattere simili giganti.
— È facile a spiegarsi, — disse il dottore. — Avranno raccolto i tronchi d’albero che l’Orenoco, quasi sempre trascina nel suo corso; li avranno radunati presso il passaggio della cateratta e quando ci hanno veduti li avranno lasciati andare.
— E così ci hanno rovinati, — disse don Raffaele. — Eccoci in una posizione disperata e privi dei mezzi necessari per continuare il viaggio. Addio Città dell’oro.
— Yopi sarà ancora mio, — disse Yaruri con accento feroce.
— È meglio che tu rinunci.
— No, padrone.
— Ti sembra ancora possibile il viaggio?
— Yaruri sa fabbricare i canotti.
— Ed i viveri?
— Yaruri troverà il _manioca_ e gli uomini bianchi la selvaggina. Io ho la mia scure e voi le vostre armi.
— Che diavolo d’un indiano! — esclamò Alonzo. — Trova rimedio a tutto.
— Ma non trova il modo di farci uscire da questa situazione poco allegra, — disse don Raffaele. — Eccoci tutti e quattro sospesi a quest’albero come le frutta d’una pianta e sopra un abisso popolato di caimani....
— Che si avanzano avidi di preda, colla speranza di fare dei buoni bocconi, — aggiunse il dottore.
— Abbiamo i fucili, — disse Alonzo.
— E quante munizioni?
— Io ho salvato una bisaccia di polvere che non pesa meno di quattro chilogrammi.
— Ed io ho le tasche piene di palle, — disse il dottore.
— Ed io una scure, rispose l’indiano.
— Ed io una cassetta di proiettili, — disse don Raffaele. — Siamo ricchi e possiamo disporre d’un migliaio e più di colpi. Non credevo di possedere tanta fortuna.
— Vedi, cugino, che possiamo respingere i caimani?
— Non dico il contrario, ma io domando quando potremo lasciare questa incomoda posizione.
— Attraverseremo il fiume a nuoto, Raffaele.
— Coi caimani alle costole.
— Prima li fugheremo. Ne vedo sei o sette che si avanzano verso di noi e faranno presto conoscenza colle nostre armi.
— Purchè non ci rodano l’albero! — disse il dottore. — Hanno tali denti da spezzarlo in pochi minuti.
— Diavolo! Che brutto capitombolo! Eccoli!... Il bersaglio è abbastanza visibile.
Una banda di caimani, che poco prima giuocherellava presso la cascata, dopo un po’ d’esitazione, causata forse dalla sorpresa di veder sparire quel grosso battello, s’avvicinava lentamente formando un cerchio minaccioso.
Senza dubbio quei voraci mostri avevano indovinato di che natura era quello strano grappolo pendente da quel tronco e accorrevano sperando di fare un lauto banchetto. I loro brutti occhi a riflessi azzurri, si fissavano già con ardente bramosia sulle future vittime e le loro mascelle si richiudevano con rumore formidabile, come se già pregustassero quelle carni.
I naufraghi però non erano uomini da lasciarli avvicinare, nè spaventarsi. Si erano accomodati meglio che potevano a cavalcioni del picco della randa ed avevano afferrati i fucili.
— Mirate sui fianchi o in bocca, o le palle si schiacceranno contro quelle scaglie dure come il ferro, — disse don Raffaele.
— A me il primo, — disse Alonzo.
— Ed a me il secondo, — rispose Velasco.
— Fuoco! — comandò don Raffaele.
Tre spari risuonarono e tre caimani, i primi, si rovesciarono sui fianchi feriti, contorcendosi furiosamente e vibrando formidabili colpi di coda. Gli altri, spaventati da quelle detonazioni, che forse mai avevano udite in quei luoghi abitati dai soli indiani, s’inabissarono precipitosamente.
Dei tre colpiti, uno, dopo una spaventosa agonia, cessò di vivere e la corrente lo trascinò su di un banco; ma gli altri due fuggirono lasciando alla superficie delle macchie di sangue, nè si fecero più vedere.
— Credo che ne avranno abbastanza per ora, — disse don Raffaele, lieto di quel successo.
— Che non ritornino? — chiese Alonzo.
— Non credo. I caimani sono feroci bensì, ma non molto coraggiosi di fronte all’uomo e non sempre osano assalirlo.
— Allora possiamo tentare la traversata, cugino. Sento che l’albero trema sempre più fortemente e non vorrei che l’impeto della corrente lo schiantasse.
— Yaruri, — disse don Raffaele, rivolgendosi all’indiano. — Vuoi tentare la prova?
— Sì, padrone.
Si legò la scure attorno ai fianchi, si aggrappò alle griselle e discese guardando attentamente l’acqua. Crollò il capo due o tre volte, come se dubitasse di qualche cosa, poi s’immerse.
Si era appena allontanato nuotando vigorosamente, quando lo si vide arrestarsi bruscamente, guardare l’acqua con due occhi spaventati, poi lo si udì gettare un grido acuto.
— Yaruri! — gridarono don Raffaele ed i suoi compagni con angoscia.
L’indiano non rispose. Nuotava disperatamente verso l’albero, come se fosse inseguito da qualche mostro. S’aggrappò alle griselle e si mise a salirle con rapidità incredibile. Solamente allora i suoi compagni si accorsero che il suo petto e le sue gambe erano insanguinate.
— Yaruri! — gridò don Raffaele. — Cosa ti è accaduto?
— I _caribi_, — rispose l’indiano con voce tremante.
— I pesci maledetti?
— Sì, padrone!
— E....
Non potè finire. Un sibilo acuto si era udito in aria e poco dopo una freccia sottile, partita da un gruppo di cespugli situati su di un isolotto vicino alla sponda, si era piantata nell’albero, pochi centimetri sotto l’indiano.
Alonzo, che teneva il fucile in mano, rispose con una scarica.
Nessun grido si udì alzarsi fra i cespugli, ma in mezzo alla foresta che si stendeva sulla sponda, echeggiarono le quattro note dell’onorato, _do.... mi.... sol.... do_...., ma con un’intonazione ben diversa da quella di quei bizzarri uccelli.
— Sali, Yaruri! — esclamò don Raffaele. — E tu, Alonzo, prendi la mia carabina e fa fuoco sul primo uomo che si mostra.
L’indiano s’affrettò a raggiungere gli uomini bianchi.
— Presso di me sei al sicuro, — disse il piantatore. — Quei misteriosi uomini non osano lanciare le loro freccie contro noi.
— Padrone, — disse l’indiano, — la via ci è tagliata; i _caribi_ popolano il fiume e se osiamo scendere ci faranno a pezzi.
— Ed i nemici vegliano!... Che brutta prospettiva!... — esclamò il dottore.
— Vedi nessuno, Alonzo? — chiese il piantatore.
— No, cugino.
— Pure la freccia è partita da quell’isolotto e l’uomo che si è nascosto fra i cespugli bisognerà che si mostri, se vuole guadagnare la sponda.
— Aspetterà la notte per attraversare il canale, — disse il dottore.
— Non comprendo una cosa, Raffaele, — disse Alonzo, il quale, pur chiacchierando, sorvegliava l’isolotto. — Mi stupisce come quegli indiani, che noi sappiamo armati di fucile, non se ne servano per abbatterci.
— È un mistero anche per me, Alonzo.
— Come non comprendo perchè lancino le loro freccie solamente contro Yaruri e risparmino noi.
— Ecco un’altra cosa che nemmeno io so spiegare.
— Che non osino assalire noi?...
— Tutti questi indiani, in generale, odiano gli uomini di razza bianca e non esitano quando si tratta di ucciderne qualcuno. Avranno i loro motivi per non prendersela con noi.
— Comunque sia, siamo imprigionati, — disse il dottore. — Non so cosa ci accadrà fra ventiquattro o quarantotto ore, senza un biscotto da mettere sotto i denti e senza un po’ di spazio per poter dormire.
— La nostra situazione infatti è grave, — rispose don Raffaele. — Cosa dici, Yaruri?
L’indiano non rispose: pareva immerso in profondi pensieri.
— Parla, — disse don Raffaele. — Hai qualche risorsa?
— Forse, — rispose l’indiano. — Abbiate pazienza.
Poi si accomodò a cavalcioni del picco e non parlò più, ma i suoi sguardi si fissavano con ostinazione verso la cateratta, come se da quella parte attendesse un soccorso.
Passò un’ora senza che la situazione dei naufraghi si fosse cambiata. Non si era udito più alcun segnale, nè alcun indiano era uscito dalle macchie dell’isolotto. Aveva potuto, colui che aveva lanciata la freccia, attraversare il canale senza essere veduto e guadagnare la sponda, o attendeva, dal suo nascondiglio, un’altra occasione per lanciare una seconda freccia?...
In quanto ai caimani, non avevano più osato rinnovare l’attacco, ma non avevano però lasciati quei paraggi e non perdevano di vista le prede umane. Ronzavano ai piedi della cateratta, ma fuori di portata delle armi da fuoco, ed ogni volta che i naufraghi si muovevano per cambiare posto, s’affrettavano ad avanzarsi, sperando che l’albero fosse per cadere.
I _caribi_ poi, attirati dal sangue dei tre caimani colpiti dalle palle, si erano radunati a migliaia presso l’albero ed in mancanza d’altre prede, si sfogavano a divorarsi l’un l’altro con accanimento senza pari.
Già le tenebre stavano per calare, quando Yaruri, che fino allora non si era mosso, tese le braccia verso la cascata, dicendo:
— Ecco la nostra salvezza!
XVIII.
L’assalto dei caimani.
Sulle onde che si rovesciavano furiosamente giù dalla cateratta, si vedevano scendere, urtandosi gli uni cogli altri, parecchi tronchi d’albero, i quali filavano lungo il canale che i viaggiatori avevano tentato di risalire.
Erano stati lanciati dagl’indiani per frantumare, coll’urto di quelle masse, l’albero della scialuppa, o la corrente li aveva sradicati da qualche isola o da qualche sponda sommersa? Comunque sia, Yaruri aveva gridato «ecco la nostra salvezza,» e quell’uomo astuto doveva avere le sue buone ragioni per aver dette quelle parole.
— Attenzione, — diss’egli, impugnando la scure e recidendo, con pochi colpi, due paterazzi. Se ci lasciamo sfuggire quest’occasione, non potremo più mai abbandonare quest’albero.
— Ma cosa vuoi fare? — chiese don Raffaele.
— Tirare a noi due o tre di quei tronchi d’albero.
— Ma per cosa farne?
— Una zattera.
Pel piantatore fu una rivelazione.
— Bravo Yaruri! — esclamò. — Vengo ad aiutarti!
Scesero le griselle e s’arrestarono a fior d’acqua. I tronchi d’albero, che scendevano la cateratta a precipizio, non erano lontani che poche centinaia di passi.
— Ti occorre un aiuto, cugino? — chiese Alonzo, preparandosi a lasciare l’albero.
— No, — rispose Yaruri, prevenendo la risposta di don Raffaele. — Noi due bastiamo; invece sorvegliate gl’indiani.
La corrente trascinava quei tronchi verso la scialuppa affondata, la quale occupava buona parte del canale. Yaruri, tenendosi aggrappato alle griselle con una sola mano, li aspettava, stringendo nella destra una corda che si era legata attorno al corpo.
— Padrone, — diss’egli rapidamente, porgendogli l’estremità della fune. — Tenete fermo e ritiratemi a bordo o la corrente mi trascinerà via!
Il primo tronco era vicino e stava per urtare contro l’albero. Yaruri, che si era raccolto su sè stesso come una tigre, si slanciò innanzi e cadde a cavalcioni dell’albero.
Pronto come il lampo, impugnò la scure e la infisse profondamente in un secondo tronco che seguiva il primo.
— A voi, padrone! — urlò.
Don Raffaele, aiutato da Alonzo che era sceso dal pennone, lasciando al dottore l’incarico di vegliare sugli indiani, ritirò rapidamente la fune e pochi istanti dopo i due alberi si trovavano riuniti presso quello della scialuppa.
— Ecco la zattera, — disse Yaruri, con aria trionfante. — Ora possiamo sfidare i _caribi_.
I due tronchi in pochi istanti furono legati coi paterazzi della scialuppa e ormeggiati all’albero.
— Velasco, — disse don Raffaele, — vedete nulla sulla riva?
— No, — rispose il dottore.
— Non è comparso alcun indiano?
— Non ho veduto alcuno.
— Allora scendete. La zattera ci aspetta.
— Partiamo?
— È meglio approfittare dell’oscurità.
Il dottore s’affrettò a scendere lungo le griselle.
— Collocatevi nel mezzo e badate a non immergere le gambe o i _caribi_ ve le rovineranno, — disse Yaruri.
— Ed i caimani? — chiese Alonzo.
— Li respingeremo a fucilate, — rispose don Raffaele. — Orsù, imbarcate.
Tutti e quattro si collocarono fra i due tronchi d’albero, due grossissimi _paiva_, che parevano recisi di fresco. Quella specie di zattera, che galleggiava benissimo quantunque fosse così carica, fu abbandonata alla corrente, ma Yaruri, che si era munito del picco della randa, bene o male cercava di dirigerla.
I rapidi flutti della cateratta facevano trabalzare disordinatamente i due tronchi e li facevano girare, ma non riuscivano a separarli nè a farli rovesciare, essendo tutti e due saldamente legati.
Avevano già disceso il fiume per tre o quattrocento passi, accostandosi lentamente alla sponda sinistra, quando Alonzo scorse alcune code emergere a breve distanza e poco dopo dei musi lunghi e armati di denti formidabili.
— In guardia! — gridò. — I caimani c’inseguono.
— Preparate i fucili, — rispose don Raffaele.
Avevano appena dato quel comando che un caimano mostruoso, con un potente colpo di coda si lanciava verso i due tronchi d’albero, cercando di salirvi. L’urto fu così potente, che i quattro naufraghi per poco non furono sbalzati nel fiume.
Yaruri però si era prontamente rimesso in equilibrio. Vedendo il caimano quasi a portata delle mani, afferrò robustamente la scure e lo percosse sul cranio con forza sovrumana.
Si udì uno scricchiolìo sonoro, come se l’arma fendesse una corazza, ed il mostro cadde, scomparendo sott’acqua.
Altri quattro o cinque caimani s’avanzavano però verso la zattera, colle mascelle aperte, pronti a ritentare l’assalto.
— Fuoco! — urlò don Raffaele.
Una scarica seguì quel comando. Gli anfibi, spaventati da quei lampi e da quelle detonazioni e feriti dalle palle che erano penetrate nelle loro gole, abbandonarono la partita fuggendo in tutte le direzioni.
— Animo, Yaruri! — gridò il dottore. — La sponda è vicina.
Velasco non si era ingannato. L’urto dato dal primo caimano aveva spinto i due alberi verso la riva e questa non era più lontana che pochi metri.
Ad un tratto la zattera s’arrestò.
— Abbiamo toccato? — chiese don Raffaele.
— Siamo su di un bassofondo, — rispose Yaruri, che aveva misurata la profondità del fiume col picco della randa.
— Possiamo abbandonare la zattera?
— Non vi sono che due piedi d’acqua.
— Scendiamo.
Tutti abbandonarono i due tronchi mettendo i piedi su di un banco di sabbia appena sommerso, il quale si prolungava verso la sponda. Stavano per raggiungere i primi alberi che si curvavano sul fiume, proiettando una cupa ombra, quando Yaruri, che marciava alla testa, s’arrestò bruscamente.
— Cos’hai, Yaruri? — chiese don Raffaele.
— Ho udito muoversi dei rami, — rispose la guida.
— Che siano gl’indiani?
— Non lo so.
— Carichiamo le armi e procediamo con precauzione. Attenti alle freccie che possono essere intinte nel succo del _curare_.
— Non abbiamo da fare cogl’indiani, — disse Yaruri, dopo d’aver osservata attentamente la riva.
— E con chi adunque?
— Guarda, padrone!
Don Raffaele, che aveva terminato di caricare il suo fucile, si fece innanzi e scorse, non senza un fremito, delle ombre vagare sotto i rami degli alberi.
— Dei giaguari forse? — chiese.
— O dei coguari? — disse l’indiano.
— Preferisco questi ai primi.
— Ma nemmeno i coguari sono avversarii da disprezzarsi, specialmente se sono più d’uno, — rispose il dottore.
— Quanti ne hai veduti, Yaruri? — chiese don Raffaele.
— Mi parvero quattro, padrone.
— Diavolo!... Dopo gl’indiani ed i caimani ecco le fiere delle foreste!...
— Cosa decidiamo? — chiese Alonzo. — Non possiamo rimanere fino all’alba immersi fino alle anche.
— Proviamo a forzare il passo, — rispose il piantatore. — Se non sono affamati, spero che se ne andranno.