Part 8
— Niente affatto, poichè si possono anche ammaestrare. Due viaggiatori che vissero nel secolo scorso, narrano che un lamantino era così affezionato al suo padrone, che quando questi lo chiamava usciva dall’acqua e portava perfino delle persone sul dorso. Io so poi che un tedesco e mio amico, certo Kapplar, che dimorava al Surinam, ne possedeva uno piccolo che gli era pure affezionatissimo e che accorreva per accarezzarlo e porglisi perfino sulle ginocchia. Il giardino zoologico di Londra volle acquistarlo, ma durante la traversata dell’Atlantico il mammifero morì.
— I lamantini possono adunque uscire anche dall’acqua?
— Sì, ma fuori del loro elemento pare che perdano totalmente la facoltà dell’udito e che ci vedano pochissimo. Ecco Yaruri che ha finito l’operazione. Mi rincresce dover abbandonare tanta carne ai voraci caimani.
— Ne troveremo degli altri, Velasco, — disse don Raffaele. — Mi hanno detto che alla foce del Meta se ne trovano a branchi. Alla barra, Yaruri.
Orientate le vele, la scialuppa riprese la corsa risalendo la grande fiumana, le cui acque scendevano sempre con l’eguale lentezza, avendo il letto dell’Orenoco una pendenza minima in tutto il suo corso immenso.
Le foreste si succedevano alle foreste su ambe le rive, popolate da miriadi di uccelli d’ogni specie. Si vedevano bande di pappagalli colle penne variopinte che brillavano al sole come se quei volatili fossero cosparsi di smeraldi, di topazii, di rubini e di turchesi; numerose coppie di bellissimi avoltoi reali, di canindè colle ali turchine ed il petto giallo, di componga, uccelli bianchi che rompono il maestoso silenzio delle foresti vergini all’alba ed al vespro, lanciando un grido potente e che odesi a tre miglia di distanza, distinto come lo squillo d’una campana o il battito dell’incudine, e perciò chiamati campanari o fabbri; poi stormi infiniti di _gambagira_, di _teù_, di _japù_ e di _piassoca_, i quali se ne stavano gravemente allineati sulle sponde, ritti sulle loro lunghe gambe.
Anche le scimmie non mancavano, ma quasi tutte appartenenti alla specie conosciuta col nome di _sachi_, del genere _piterecia_. Sono brutte, col pelame nero, colla testa coperta da una specie di capigliatura che cade loro sulla fronte, rotonda e somigliante a quella d’un vecchio negro, col viso ornato di una specie di barba ed una coda lunga, villosa, somigliante a quella delle volpi.
Vi erano però altre scimmie del genere _piterecia melanocephala_, simili alle prime, ma senza barba e col pelame bruno-giallognolo. Sono voracissime, infingarde, paurose, e vivono in grossi branchi sotto la direzione dei maschi più vecchi e più robusti.
Verso il mezzodì, dopo d’aver percorso una trentina di miglia, i viaggiatori s’arrestarono presso la foce d’un fiumicello per prepararvi il pranzo. Avevano appena acceso il fuoco, quando videro avanzarsi verso di loro, senza la minima diffidenza, parecchi uccelli colle penne nere, il becco corto sormontato da un soprabecco, strano, che dava loro un aspetto tutt’altro che attraente, e forniti d’una coda lunga e larga. Quei volatili si misero a ronzare attorno al fuoco, beccando qua e là le erbe per cercare i bruchi.
— Questa è strana! — esclamò Alonzo, stupito. — Si sono mai veduti degli uccelli così poco diffidenti? se allungo una mano posso prenderli.
— E se tu scarichi su di loro il tuo fucile, vedresti che si lasciano ammazzare senza fuggire, — disse il dottore.
— Ma che uccelli sono?
— Si chiamano _Ani_ o meglio, per la loro bruttezza, uccelli diavolo. Sono così poco diffidenti che non temono l’uomo e si godono a vivere in buona armonia con tutti, perfino cogli animali.
— Anche cogli animali?
— Sì, ma non feroci. Se vedono dei branchi di buoi, li raggiungono tosto, si posano famigliarmente sul dorso di quei ruminanti e si mettono a sbarazzarli degl’insetti parassiti.
— E vivono in società questi uccelli?
— Sì, Alonzo. Si uniscono in quindici o venti fra maschi e femmine e vivono nella migliore armonia, volando e cantando assieme. Anche i loro nidi li costruiscono in comune.
— E vanno d’accordo le femmine?
— Pienamente.... ma, guarda laggiù, su quel cespuglio.
Alonzo guardò nella direzione indicata e vide sulla cima una specie di vaso coi margini rialzati, con una circonferenza di circa quattro piedi, costruito con pagliuzze di piante filamentose e con rami, ma intrecciati con poca arte, quantunque solidamente. Sopra quel vaso si scorgevano dieci o dodici uccelli occupati a covare gli uni vicini agli altri.
— Un nido di _ani_? — chiese Alonzo.
— Sì, giovanotto mio, — rispose il dottore.
— Ma non si mescolano le uova, trovandosi così unite?
— Talvolta, ma quelle brave madri non se ne danno per intese, anzitutto cercano di allungare le ali più che possono, per riparare le uova delle vicine.
— Quale ammirabile accordo! E quando i piccini sono nati?
— Le madri nutriscono tutti indistintamente. È cosa certa che ognuna riconosce i propri figli; ma prima di pensare a loro, dà l’imbeccata ai più affamati delle altre, perchè sa che le compagne faranno altrettanto con tutti.
— Ah i bravi e buoni uccelli! Se gli uomini ne imitassero l’esempio!... Volevo abbattere alcuni di questi volatili, ma ora vi rinunzio, dottore, sarebbe una cattiva azione.
— Hai ragione, giovanotto.
Alle due, dopo una breve dormita all’ombra delle grandi palme, si rimettevano alla vela volendo, prima del tramonto, giungere alla foce del Meta che è il più grande affluente dell’Orenoco.
Le sponde tendevano a cambiare. Le grandi foreste si diradavano rapidamente ed apparivano delle terre basse, paludose, coperte in parte da acque pesanti, oscure, esalanti miasmi micidiali. Erano le _pripris_ o meglio le savanne tremanti, paludi senza fondo, ma coperte d’un terriccio mobile che inghiotte l’uomo che osa affidarsi su quei terreni acquatici. In mezzo a quelle acque nerastre, si vedevano contorcersi di quando in quando dei lunghi serpenti d’acqua e dei gimnoti, specie d’anguille che lanciano, sugli imprudenti che osano avvicinarle, delle scariche elettriche così potenti da rovesciarli e da paralizzarli per qualche ora. Sopra quelle pericolose paludi si vedevano invece volteggiare, un grande numero di _bernacle_, specie di oche selvatiche col dorso variegato di nero, la coda, il collo, ed il petto nero e la testa bianca. Anche questi volatili non temono l’uomo, anzi si posano sulla capanna degli indiani e vegliano meglio forse dei cani, gridando a piena gola quando s’avvicina qualche sconosciuto.
Verso le sette di sera, nel momento in cui il sole stava per nascondersi dietro alle foreste della sponda sinistra, la scialuppa, dopo aver vinta la rapida corrente che si rovesciava nell’Orenoco col fragore del tuono, giungeva alla foce del Meta.
XV.
Ancora i segnali misteriosi.
Il Meta, come fu detto, è il maggiore degli affluenti del maestoso Orenoco, poichè la sua larghezza è dieci volte maggiore del nostro Po e la sua lunghezza tocca quasi gli ottocento chilometri.
Prima del 1800 non conoscevasi che imperfettamente, quantunque fosse stato più volte visitato dai _conquistadores_ spagnuoli che andavano in cerca del famoso _Eldorado_; ma dopo le esplorazioni accurate di don Josè Mandariga, inviato in missione dal governo del Caracas a quello di Santa Fè di Bogota nel 1811 e dopo le esplorazioni dell’italiano Grilli, si sa ove nasce ed esattamente ove sbocca.
Esso scende dai dirupati e nevosi fianchi della grande catena delle Ande al sud di Santa Fè di Bogota, scorre verso l’est-sud-est, poi piega decisamente all’est formando per un largo tratto il confine venezuelano e si scarica nell’Orenoco sotto la famosa cascata di Atures a 6° 15′ di lat. nord e 87° 97′ di long, ovest, dopo d’aver ricevuto l’Upia, il Cascana, il Crabo, l’Oripaura, il Chire, ed un braccio del Cassanare.
Le sue acque scendono lente, ma durante l’estate sono coperte da grandi ondate in causa dei venti impetuosi che lo dominano, e durante le sue piene diventa pericoloso per le enormi quantità di legname che trascina.
Solca terre fertilissime, ove il riso dà tre raccolti all’anno, e foreste immense antiche quanto il mondo, popolate da numerose tribù, dai Salivi, dagli Accaguè, dai Caveri e sopratutto dai Guaivi, indiani, questi, assai bellicosi, che resistettero in ogni tempo alle armi degli spagnuoli e che respinsero sempre i missionari.
Un tempo sulle rive di quel grosso affluente, sorgevano molte missioni fondate dai frati Agostiniani, ma a poco a poco gl’indiani prima le abbandonarono, poi le distrussero quasi tutte.
I viaggiatori si erano arrestati all’estremità d’una penisola che si protendeva sull’Orenoco per parecchie centinaia di metri, dividendolo dalle acque del Meta. Era quasi scoperta e perciò era stata scelta ad evitare qualsiasi sorpresa da parte dei misteriosi indiani che li precedevano; però qua e là, a distanza, crescevano degli alberi stranissimi, ma che il dottore riconobbe subito per _iriartree panciute_.
Sono piante curiosissime che hanno un tronco rigonfio, panciuto verso il centro, alto dai venti ai venticinque metri, ma sostenuto, a tre metri dal suolo, da parecchie radici le quali scendono dal tronco dopo che sono sparite quelle normali, affondandosi profondamente entro terra. Hanno le foglie dentellate, che ricadono in basso come un vero parapioggia, lunghe dai tre ai quattro metri. Amano la vicinanza dell’acqua, anzi non soffrono quando la piena del fiume le copre in gran parte.
Non osando, di notte, affrontare la corrente del Meta che sboccava irata nell’Orenoco, respingendo le acque di questa fiumana per lungo tratto e producendo delle ondate che potevano riuscire pericolose, don Raffaele decise di accamparsi all’estremità di quella penisola.
Dopo la cena tesero le loro comode amache fra le iriartree e s’addormentarono sotto la guardia di Yaruri a cui spettava il primo quarto.
Il silenzio non era rotto che dai muggiti delle acque e da qualche grido emesso da un caimano, il quale si moveva verso l’estremità della penisola. Gli animali da preda tacevano, forse perchè in quei dintorni mancavano.
L’indiano, dall’alto della sua amaca, sorvegliava però attentamente non solo le sponde, ma anche la corrente dei due fiumi. Egli sperava sempre di poter scoprire i misteriosi indiani, che avevano cercato di assassinarlo con una freccia avvelenata.
Vegliava da due ore, quando sulla sponda opposta del Meta, lontana circa due chilometri, scorse un rapido bagliore, poi, attraverso alle fitte piante, un punto luminoso che ora si allargava e ora s’impiccioliva.
— Che siano indiani erranti o quelli che ci precedono? — si chiese.
Stette immobile alcuni minuti, cogli sguardi sempre fissi su quel punto luminoso, poi, non sapendo a quale partito appigliarsi, decise di svegliare don Raffaele.
Stava per scendere dall’amaca, quando vide il caimano che si avvoltolava all’estremità della penisola, arrestarsi, poi scendere nel fiume e tuffarsi rapidamente.
Qualunque altra persona non avrebbe fatto gran caso a quella scomparsa, ma l’indiano, abituato a notare i più piccoli avvenimenti come tutti i suoi compatrioti, che vivono in continuo sospetto, trovava che quella rapida fuga non era naturale.
Si gettò prontamente a terra, afferrò il fucile che don Raffaele gli aveva dato e si mise a strisciare verso l’estremità della penisola, tenendosi nascosto dietro ai cespugli che sorgevano qua è là.
Vi era appena giunto, quando vide, a soli cinquanta passi di distanza, avanzarsi con mille precauzioni, fra le piante acquatiche, un canotto e muovere diritto verso la scialuppa, la quale era stata ormeggiata alle radici d’una iriartrea.
Non si poteva distinguere da chi era montato, in causa dell’oscurità che era profonda ed anche perchè su quel canotto vi avevano gettato dei rami e delle canne che lo copriva da prua a poppa, in modo che si sarebbe potuto scambiare per un ammasso di vegetali abbandonati alla corrente.
— Sono furbi, — mormorò Yaruri. — Fortunatamente io conosco questi inganni; ma chi saranno? Gli indiani che ci precedono o dei predoni di fiume che sperano di rubarci la scialuppa?
S’alzò cautamente, armando il fucile. Il canotto, un montaria indiano a quanto pareva, s’avvicinava sempre mosso da due remi manovrati sotto l’ammasso di vegetali. Ad un tratto sulla riva opposta, dalla parte ove brillava il fuoco, echeggiò improvvisamente un grido simile a quello che emette il tucano.
— Il segnale che abbiamo udito! — esclamò Yaruri.
Il canotto, a quel grido, si era arrestato; poi aveva girato di bordo riprendendo subito il largo. Yaruri puntò rapidamente il fucile, mirò meglio che potè e fece fuoco.
Un grido partì sotto ai vegetali, ma il canotto non s’arrestò, anzi scese la corrente a tutta velocità e sparve fra i boschetti acquatici e le isolette che ingombravano la foce del fiume.
Quasi contemporaneamente, il fuoco che brillava sulla sponda opposta si spense.
Don Raffaele ed i suoi compagni, svegliati bruscamente da quello sparo, si erano precipitati giù dalle amache ed avevano raggiunto l’indiano.
— Su chi hai fatto fuoco? — chiesero.
— Su d’un canotto che s’avvicinava alla scialuppa, — rispose Yaruri.
— Montato da chi?
— Dagli indiani che ci precedono.
— Ne sei certo? — chiese don Raffaele, con viva emozione.
— Sì, perchè ho udito il loro segnale.
— Hai ucciso qualcuno?
— Non lo so, ma ho udito un grido.
— Dov’è il canotto?
— È fuggito verso la foce.
— Bisogna inseguirlo.
— Ma il vento è debole, — osservò Alonzo.
— Non importa; avanti!
Ripiegarono in fretta le amache, sciolsero le vele e presero prontamente il largo, spingendo la scialuppa fra le onde del Meta. Don Raffaele ed Alonzo si erano collocati a prua muniti di lunghi remi per evitare le scogliere ed i banchi sabbiosi, mentre Yaruri si era messo alla barra.
La corrente del Meta si riversava nell’Orenoco con furia estrema, respingendo le acque del grande fiume, le quali si sollevavano in cavalloni altissimi. Si udivano scrosci, e muggiti formidabili echeggiare per ogni dove, mentre s’alzava una nebbia umidissima che ricadeva poi sotto forma di pioggia.
Don Raffaele ed i suoi compagni aguzzavano gli orecchi e gli occhi colla speranza di udire ancora il segnale o di scoprire il canotto, ma invano. Lo strepito della corrente copriva qualunque altro rumore e l’oscurità era troppo profonda per poter scorgere una piccola imbarcazione, fra tutte quelle isole e quegli isolotti boscosi che si stendevano dinanzi alla foce per un grande tratto.
— Che si siano nascosti dietro a qualche isola? — chiese Alonzo a don Raffaele.
— Tanto meglio, — rispose questi. — Rimasti dietro di noi, più nulla avremmo da temere.
— Quanta ostinazione in quegli uomini!
— Hanno interesse a mantenere celato il secolare segreto della Città dell’oro.
— Ma cosa vorrebbero fare?
— Non li hai compresi? Avvertire i loro compatrioti sullo scopo del nostro viaggio e prepararli a respingerci.
— Allora bisogna lasciarli indietro. Mi stupisce però come ci abbiano preceduti mentre noi abbiamo le vele.
— Credi che anche loro non approfittino del vento? Se non hanno veramente delle vele, piantano a prua dei rami fitti o delle grandi foglie per raccogliere il vento e lavorano contemporaneamente coi remi. Tutti gl’indiani dell’Orenoco sono famosi ed instancabili battellieri e non si lasciano vincere da nessuno.
— Ma penso, cugino, che anche lasciando indietro quegli indiani, possono sorpassarci durante le nostre fermate notturne.
— Non ci fermeremo più, Alonzo. Oh!...
— Cosa vedi?
— Un punto luminoso dinanzi a noi e che fugge rapidamente.
— Il canotto?
— Forse.
— O qualche banda di moscas de luz?
— Yaruri, — disse don Raffaele, — scorgi quel punto luminoso che solca le acque?
— Sì, padrone.
— Cosa credi che sia?
— Una torcia accesa in un canotto.
— I furfanti ci sfuggono!
— Sono spariti, — disse Alonzo.
Infatti quel punto luminoso si era improvvisamente spento e più nulla scorgevasi sull’oscura superficie del fiume.
— Spero un giorno di raggiungerli, — disse don Raffaele, con rabbia concentrata. — Sopra le cateratte troveremo un vento più vigoroso e allora li sfido a precederci.
La scialuppa, che navigava colla rapidità di quattro miglia all’ora, continuò la caccia tutta la notte, ma senza successo, poichè quando l’alba spuntò nessun canotto appariva sulle acque della fiumana.
Non si scoraggiarono però e continuarono a navigare favoriti dal vento, il quale però non soffiava regolarmente.
Verso le dieci del mattino, Yaruri, che da qualche tempo osservava l’acqua, disse:
— Badate alle mani!... Chi le immerge, corre il pericolo di perderle.
— Vi sono dei caimani? — chiese Alonzo.
— Peggio che peggio, — disse il dottore, che aveva gettato uno sguardo sulla corrente. — Vi sono i caribi.
— Cosa sono?
— Guardali.
Alonzo si curvò sul bordo della scialuppa e scorse in acqua dei battaglioni di pesciolini di colore argenteo ed azzurro, che salivano dal fondo fangoso del fiume.
— Sono quei pesciolini che vi fanno paura? — chiese egli, alzando le spalle.
— Sì, Alonzo, e ti assicuro che sono peggiori dei caimani.
— Così piccoli! Eh, via! Volete scherzare?
— Quei pesciolini ti mangerebbero come se tu fossi una semplice bistecca. Come vedi non sono lunghi che pochi centimetri, ma hanno dei denti triangolari taglienti come rasoi, e tale forza nelle mascelle da intaccare il cuoio più duro.
— È incredibile, dottore.
— Eppure è vero. In quasi tutti i fiumi dell’America del Sud si trovano a milioni e si tengono nascosti nel fango, ma basta che vedano una goccia di sangue alla superficie dell’acqua perchè salgano con rapidità sorprendente. Allora la vittima, sia uomo od animale, non ha più scampo, poichè quei milioni di denti si mettono all’opera, si piantano nelle parti carnose del corpo e in pochi istanti penetrano entro, divorano gli intestini, il cuore, i polmoni, tutto infine. Un minuto o due, basta a loro per ridurre un uomo allo stato di scheletro.
— Che pesciolini feroci!
— E che ferite tremende producono!
— E spolpano un uomo in così breve tempo?
— Sappi che gl’indiani si servono dei caribi per conservare i loro morti.
— In qual modo?
— Legano i cadaveri con delle solide corde e li lasciano penzolare nei fiumi frequentati dai _caribi_. Questi arrivano in grande numero, divorano la carne e non lasciano che uno scheletro, ma così ben pulito che un preparatore anatomico non farebbe di meglio. Quegli scheletri poi vengono conservati entro canestri e sospesi ai rami più alti degli alberi.
— E sono buoni da mangiarsi, questi _caribi_?
— Eccellenti, giovanotto mio, e gl’indiani li pescano a migliaia, anche per diminuire il numero di quei pericolosi abitanti dei fiumi. Ecco che il vento accenna ad aumentare. Buono! Procederemo più rapidamente e ben presto giungeremo alla cateratta.
XVI.
La cateratta d’Ature.
Due giorni dopo la scialuppa, che mai si era arrestata nemmeno alla notte, giungeva dinanzi alla cateratta di Ature, la quale trovasi presso il Catenaparo, affluente di destra dell’Orenoco.
Questa cascata, al pari di quella di Maipuri, che trovasi più innanzi, oltre gli affluenti Toma e Taparro, è una delle più belle del mondo, ma è pure anche una delle meno difficili a superarsi, poichè perfino i piccoli canotti degli indiani osano affrontarla e senza rovesciarsi.
Non forma un vero salto ma una discesa rapida e relativamente poco alta, interrotta da un vero arcipelago di isolotti e di rupi, attraverso al quale le acque si precipitano con muggiti così formidabili, da udirsi a parecchie miglia di distanza.
Attraverso gli alberi che coprivano quelle isolette e quelle rupi che s’alzavano in forma di torri nerastre e semi-diroccate, si vedevano le onde accavallarsi, bianche di spuma, schiacciarsi, per così dire, attraverso ai passaggi, lanciando in aria una grande colonna di nebbia in forma d’ombrello, la quale si tingeva dei più splendidi colori dell’iride.
— Che rimescolamento d’acque! — esclamò Alonzo che ammirava la cascata, con viva attenzione. — Mi sembra impossibile che si possa superare quella corrente furiosa.
— Eppure passeremo, — disse don Raffaele. — Penserà Yaruri a guidarci.
— A vela?
— A remi, ma sarà necessario mettere in opera tutte le nostre forze e tutta la nostra abilità. Un colpo di barra male dato, basterebbe per farci naufragare. Spicciamoci: imbrogliamo le vele.
Tutti si misero all’opera. In pochi istanti tutta la tela venne calata e ripiegata attorno al piccolo bompresso ed alla boma della randa, poi vennero afferrati i remi. Alonzo si mise a prua, il dottore dietro di lui, don Raffaele a mezza barca e Yaruri a poppa essendo incaricato della direzione.
— Il passaggio? — chiese il piantatore.
— Là, a sinistra, fra la sponda e quella barriera di scogli, — rispose l’indiano indicando un passaggio ove l’acqua calava meno rapida e meno turbinante.
— Saldi in pugno i remi e badate a non cedere o la scialuppa s’infrangerà.
— Non temete, — risposero il dottore ed Alonzo.
— Avanti!...
Nessuno però si mosse. Yaruri, il dottore ed Alonzo si erano voltati verso la sponda sinistra, gettando sotto gli alberi sguardi indagatori.
— Ebbene? — chiese il piantatore stupito. — Vi fa paura la cateratta?
— No, — disse Alonzo. — Non hai udito?
— Che cosa?
— Ancora il segnale.
— Sarà stato un tucano.
— No, padrone, — disse Yaruri. — Era il segnale misterioso.
— Ancora?...
— Don Raffaele, — disse il dottore, — che gli indiani ci aspettino qui per impedirci il passo?
— Ed in qual modo? Non possono già ostruire il passaggio.
— Ma possono arrestarci colle loro frecce mortali.
— In quanto a questo la vedremo, — disse il piantatore, con tono risoluto. — Abbiamo i nostri fucili e ci difenderemo. Avanti e teniamo le armi a portata delle mani.
Afferrarono i remi e spinsero la scialuppa fra le acque turbinanti, puntando con sovrumana energia sul fondo roccioso della cateratta.
Yaruri, munito d’un lungo remo fornito di punte d’acciaio, la dirigeva verso il passaggio. Ben presto i naviganti si trovarono fra le acque spumeggianti che si precipitavano rabbiosamente attraverso la discesa, muggendo e rompendosi contro le rocce.
Urtavano con furia estrema, polverizzandosi, ed alcune onde balzavano perfino sopra il bordo della scialuppa entrando da prua e allagando le casse contenenti i viveri, ma gli uomini non cedevano e raddoppiavano gli sforzi per vincere quegli impeti brutali. Tenendosi nella scia degli scogli, per non ricevere direttamente l’urto di quelle masse liquide, ben presto giunsero nel punto più pericoloso e più erto della cateratta.
— Non cedete! — gridò l’indiano. — Un ultimo sforzo ancora!...
La scialuppa, spinta innanzi con suprema energia, entrò nella corrente, ma ad un tratto urtò contro un ostacolo che l’arrestò dapprima e poi la fece ridiscendere.
— Mille tuoni! — esclamò don Raffaele, impallidendo. — Abbiamo urtato?...
— Non è possibile, padrone, — rispose Yaruri. — Il passo è stato sempre libero.
— Forza, amici!
La scialuppa riguadagnò la via perduta, ma giunta nello stesso punto di prima tornò a urtare contro un ostacolo che non opponeva resistenza decisa, pur impedendo di proseguire.
Un grido di rabbia uscì dalle labbra del piantatore. Quasi nell’istesso istante si udì echeggiare il misterioso segnale.
— Non deve essere uno scoglio, — disse don Raffaele. — Tenete saldo, amici, e cercate di non perdere via o ci sfracelleremo.
Abbandonò il remo, si precipitò a prua, immerse un braccio nell’acqua e tosto emise un grido di trionfo.
— Ah i furfanti! — esclamò.
Levò rapidamente la navaja che portava alla cintola, l’aprì e vibrò un colpo furioso fra le acque spumeggianti. Tosto si videro due corde grosse un buon pollice e che parevano fatte di fibre vegetali, apparire a galla e quindi stendersi lungo la corrente.
— Avanti! — tuonò il piantatore, riprendendo il remo.