La Città dell'Oro

Part 7

Chapter 73,639 wordsPublic domain

— E quali angoscie procureremo a Raffaele! — disse Alonzo. — Non vedendoci ritornare crederà che ci sia toccata qualche disgrazia.

— Proviamo a fare dei segnali.

Alzò il fucile più che potè e lo scaricò. La fragorosa detonazione si ripercosse sotto le oscure boscaglie, facendo tacere di colpo gli ultimi cicalecci dei pappagalli, ma nessuna detonazione rispose.

Alonzo scaricò la sua, poi ascoltarono con profondo raccoglimento. Poco dopo parve a loro di udire un lontano sparo.

— Raffaele ha risposto! — esclamò Alonzo.

— Purchè non sia stato il lontano eco del grido di qualche fiera, — disse il dottore.

— Ripeterò il segnale.

Ricaricò il fucile e tornò a scaricarlo, ma questa volta invano tesero gli orecchi.

— Fermiamoci qui, — disse il dottore. — Se don Raffaele ci ha risposto, ci troverà. Gl’indiani sono famosi nel cercare le orme e non si smarriscono mai nelle selve.

— Ma, — disse il giovanotto alzando il capo, — che foresta è questa?

— Perchè?

— Non vedete che tutti questi alberi sono moribondi?

Il dottore alzò a sua volta il capo e agli ultimi bagliori del crepuscolo vide infatti che tutte le palme del bosco avevano le lunghe foglie pendenti e già quasi avvizzite.

— Ah! Comprendo, — disse poi.

— Ed io non comprendo nulla, dottore.

— Non vedi che tutti i tronchi di queste palme sono stretti fra piante rampicanti?

— Sì, dottore.

— Ebbene, quelle piante si chiamano fichi maledetti. Sono terribili parassiti, che dapprima si alzano sottili come radici e innocui, ma poi, allacciandosi fra di loro, finiscono col soffocare le piante, talmente ne stringono i tronchi. Fra qualche mese tutti questi alberi saranno morti.

— I fichi maledetti sono adunque il simbolo vivente dell’ingratitudine.

— Precisamente, Alonzo.

— Lasciamo là i fichi e scuoiamo il formichiere. Ceneremo con delle deliziose costolette, ma disgraziatamente non abbiamo nemmeno un pezzetto di pane.

— Lo troveremo.

— Dove?...

— Vedrai! Non mi farò attendere molto.

Approfittando della poca luce che ancora si proiettava sotto la foresta, il dottore s’appressò ad un albero che aveva poco prima notato. Era una specie di palmizio col tronco liscio ma in forma di fuso e che si appoggiava, coll’estremità inferiore, su parecchie radici uscenti da terra. In alto portava un bellissimo ciuffo di grandi foglie d’un verde cupo.

Non portava nè frutta nè fiori, ma in mezzo al ciuffo si vedeva uscire un germoglio lungo circa ottanta centimetri e più grosso del fusto dell’albero.

Il dottore girò e rigirò attorno al palmizio, poi si aggrappò ai fichi maledetti che formavano una vera rete e s’innalzò con un’agilità sorprendente borbottando.

Giunto in cima all’albero si cacciò in mezzo al ciuffo e a colpi di coltello recise il lungo germoglio, lasciandolo precipitare a terra.

Ridiscese con precauzione, raccolse quello strano fusto che era rivestito di nove foglie d’un verde tenero e lo portò all’accampamento mostrandolo trionfalmente ad Alonzo, il quale aveva già acceso un gran fuoco e trinciato l’orso formichiere.

— Cosa portate? — chiese Alonzo, sorpreso. — Un pezzo d’albero?

— Il pane, — rispose il dottore, sorridendo.

— Questo è pane?

— Ora lo vedrai. Sappi innanzi a tutto che questo non è un pezzo d’albero, ma il frutto del cavolo palmizio. Hai mai udito parlare di quest’albero?

— Sì, vagamente.

— Allora guarda.

Il dottore prese il coltello, recise le foglie, poi la corteccia che era dura assai e mostrò al giovanotto stupito una specie di pignolo lungo un buon braccio, liscio come l’avorio e bianco. Ne tagliò un pezzo e lo porse al compagno che lo assaggiò.

— Ebbene? — chiese il dottore.

— Eccellente! — esclamò Alonzo. — Ha il gusto delle mandorle.

— Può surrogare il pane?

— È più delizioso, dottore. Ne hanno parecchi di questi pani i cavoli palmizi?

— No, uno solo e presto non ne avranno più nemmen uno.

— Perchè, dottore?

— Perchè questi pani si cercano attivamente dagli indiani e siccome le piante dopo una simile mutilazione non possono vivere, ben presto finiranno collo sparire. Oramai non si trovano più che nelle grandi foreste.

In quell’istante due urla rauche che sembravano due potenti miagolii, infinitamente più acuti di quelli che emettono i gatti, si fecero udire in mezzo alla tenebrosa foresta.

Il dottore sussultò.

— Una belva? — chiese Alonzo, raccogliendo prontamente la carabina.

— Un giaguaro che si mette in cerca di preda, — disse il dottore. — All’alba ed al tramonto quelle terribili belve emettono queste due grida.

— Deve essere però lontano.

— Lo spero, ma non tarderà a scoprirci.

— Approfittiamo della sua lontananza per cenare, dottore.

— Sarà meglio infatti affrontarlo col ventre pieno.

Levarono dal fuoco le costolette del formichiere, tagliarono il cavolo e si misero a cenare con molto appetito, malgrado che le loro inquietudini crescessero ad ogni istante, non già perchè avessero paura della fiera, ma perchè pensavano ai loro compagni che li attendevano senza dubbio in preda a chissà quali angoscie.

Passò mezz’ora, poi mentre si sdraiavano accanto al fuoco fumando l’ultima loro sigaretta, udirono ancora il miagolio del giaguaro, ma questa volta era assai più vicino.

La fiera li aveva fiutati o forse aveva sentito l’odore dell’arrosto e s’appressava strisciando attraverso la tenebrosa foresta.

— Non vuole lasciarci dormire in pace, — disse il dottore. — Bisognerà sbarazzarsi di questo pericoloso vicino.

— Che ci assalga?

— Non ne dubito. I giaguari di notte non temono l’uomo e talvolta nemmeno di giorno.

— Sono adunque molto audaci?

— Figurati che una volta un giaguaro osò penetrare perfino in una chiesa, in quella del Convento di San Francesco di Santa Fè.

— Uccidendo i fedeli?

— No, i monaci. L’inondazione lo aveva scacciato dalle isolette del Rio Bravo ed il feroce carnivoro avendo approdato alla sponda aveva superato l’orto dei monaci e s’era rifugiato nella sagrestia. Un monaco dopo d’aver detto le sue orazioni, stava per entrare nella sagrestia, quando il giaguaro gli fu addosso e lo sbranò. Al grido straziante emesso dal disgraziato, accorse dapprima un guardiano del convento e cadde sotto gli artigli della fiera, poi un monaco e subì la egual sorte, quindi un indiano e fu parimenti ucciso.

— Un vero massacro; e non fu ucciso?

— Sì, Alonzo. Un certo Frondo, accortosi della presenza della belva, chiuse la sagrestia a catenaccio poi chiamò i monaci ed a colpi di fucile uccisero il divoratore d’uomini....

— Zitto!... Eccolo!...

Un rom-rom formidabile si era udito a trenta o quaranta passi di distanza. Pareva che un gatto enorme facesse le fusa.

Alonzo ed il dottore si erano alzati colle carabine in mano. Scorsero subito due occhi verdastri, contratti in forma d’un _i_ brillare sotto un folto cespuglio, a breve distanza.

— Orsù, coraggio Alonzo, — disse il dottore.

— Il mio braccio non trema, — rispose il giovanotto con voce tranquilla.

— Miriamo con calma.

Abbassarono lentamente i fucili mirando quei due occhi che mandavano strani bagliori e lasciarono partire simultaneamente i colpi.

Alle due detonazioni tenne dietro un ruggito formidabile, poi, attraverso al fumo, si vide balzare la belva che con due salti aveva varcata la distanza. Con uno sforzo disperato tentò di aggrapparsi ad Alonzo, ma questi aveva rapidamente impugnata la carabina per la canna.

Il pesante calcio dell’arma scese sul cranio della belva, la quale stramazzò a terra senza più muoversi.

— Bravo, giovanotto, — esclamò il dottore, che aveva raccolto un tizzone acceso.

— Che sia proprio morto?

— Lo credo bene.

Si curvarono sulla fiera e la esaminarono. Aveva la testa spaccata e le spalle imbrattate di sangue: le due palle l’avevano colpita a destra ed a sinistra del collo.

Quel giaguaro era uno dei più grossi, poichè era lungo quasi due metri dall’estremità del muso alla radice della coda e alto quanto una tigre indiana.

La sua pelle era splendida, macchiata irregolarmente come quella delle pantere, ma a chiazze color di rosa con un punto nero in mezzo, mentre il fondo del pelame era d’un color fulvo vivo sopra e bianco sotto.

— Bell’animale! — esclamò Alonzo. Si direbbe che non la cede alle tigri dell’India e della Malesia.

— Ti assicuro che non è nè meno feroce, nè meno robusto, nè meno audace delle tigri. Guarda che collo!... È grosso come quello d’un giovane toro.

— È vero, dottore, che i giaguari sono capaci di uccidere un bue e di trascinarlo lontano?

— Sì, Alonzo, ma non si contentano d’uno. Quando piombano fra le immense mandrie che popolano le praterie della _pampa_ argentina, fanno delle vere stragi, con un solo colpo di zampa spezzano alle vittime la colonna vertebrale.

— È pur vero che si arrampicano sugli alberi?

— Sì, e con molta facilità, e danno la caccia alle scimmie, che di....

Un altro miagolìo potente, echeggiato in mezzo alla foresta, gli tagliò la parola.

— Un altro giaguaro! — esclamò.

— Al diavolo anche le fiere, — disse Alonzo. — Sloggiamo, dottore; questa foresta n’è piena.

— Dove vuoi andare?

— Cercare un albero che ci ricoveri. Ne ho abbastanza dei giaguari.

— Andiamocene, Alonzo. Due volte non si esce vivi dalle ugne di quelle fiere.

XIII.

I succhiatori di sangue.

I due cacciatori, raccolte le armi e alcune bistecche di formichiere, s’affrettarono ad abbandonare quel luogo che diventava ormai malsicuro, essendosi spento il fuoco per mancanza di legna secca.

L’urlo del secondo giaguaro si era udito verso un gruppo enorme di _mauritie_. Volsero le spalle e fuggirono in direzione opposta, cercando di non incespicare contro i tronchi degli alberi atterrati, i cespugli e le liane le quali formavano, talvolta, delle reti inestricabili.

Quantunque l’oscurità fosse molto profonda, poterono avanzarsi in quella nuova direzione per più di un’ora, senza incontrare nessun altro animale. Stavano per arrestarsi onde cercare un albero adatto per passarvi la notte, quando credettero di udire confusamente un sordo fragore.

— Ascolta, Alonzo, — disse il dottore.

— È il fiume! — esclamò il giovinotto, che si era curvato verso terra.

— Ne sei certo?

— No.... non m’inganno.

— Si ringrazii Iddio! Accorriamo!

I due cacciatori si misero a correre attraverso la foresta in preda ad una viva ansietà, avvicinandosi sempre più a quel fragore che diventava di minuto in minuto più distinto.

— Presto! presto! — ripeteva il dottore, che faceva sforzi straordinarii per tenere dietro ad Alonzo. — Fra breve saremo a bordo della scialuppa.

Dieci minuti dopo sfondavano una triplice linea di _macumucù_ e giungevano sulle sponde dell’Orenoco.

— Urrah! — gridò Alonzo.

— Vedi la scialuppa? — chiese il dottore con voce rotta.

— Sì, la vedo a trecento passi da noi.

— Don Raffaele! don Raffaele!

Nessuno rispose alla tuonante chiamata del dottore.

— Che dormano? — si chiese. — Scarica il tuo fucile, Alonzo.

Il giovanotto ubbidì. Lo sparo si ripercosse nei boschi della sponda opposta ed in quelli che s’allungavano verso la foce del Cassanare, ma nessuna detonazione rispose.

— Cosa vuol dir ciò? — mormorò il dottore, impallidendo.

— Forse saranno nei boschi in cerca di noi, — disse Alonzo.

— Possa esser vero: affrettiamoci.

Ripartirono con passo rapido seguendo la sponda del grande fiume, avvicinandosi alla scialuppa che si cullava nell’istesso posto ove l’avevano lasciata la sera precedente.

Stavano per raggiungerla, quando videro due grossi volatili che rassomigliavano a giganteschi pipistrelli, alzarsi presso il tronco d’una _simaruba_ e volarsene via emettendo due strida di spavento.

— Cosa sono? — chiese Alonzo.

— Due vampiri, — rispose il dottore, facendo un gesto di ripugnanza, — due luridi succhiatori di sangue.

— Ma.... non vedete nulla presso quella _simaruba_?

— Cosa vedi?

— Due forme oscure.

— Forse degli animali dissanguati dai due vampiri?

— Dottore.... no.... non sono due animali, — balbettò Alonzo.

— Cosa vuoi dire? — chiese Velasco.

— Sono due uomini!...

— Gran Dio!...

Velasco si era precipitato ai piedi del _simaruba_. Un grido d’orrore gli uscì dal petto.

Don Raffaele e l’indiano giacevano appoggiati contro il tronco dell’albero, come se dormissero, ma entrambi erano imbrattati di sangue, il quale colava lentamente dalle loro tempie.

— Una torcia, Alonzo!... — gridò il dottore.

Il giovanotto con un balzo si gettò nella scialuppa, frugò rapidamente in una cassa, trasse una candela, l’accese e si precipitò versò il dottore.

— Sono stati assassinati? — gridò con voce rauca.

— No, — disse Velasco che aveva acquistato rapidamente il suo sangue freddo. — Sono stati dissanguati dai vampiri che abbiamo veduti volare via.

— E sono morti?

— No, ma svenuti per la perdita di sangue.

— Non corrono pericolo alcuno?

— Rimarranno deboli per alcuni giorni, ma nulla di più. Se tardavamo a giungere però, poteva a loro toccare di peggio. Attendimi un istante.

Il dottore si recò nella scialuppa, prese una piccola farmacia portatile ed estratta una fiala di essenza fortissima, la fece fiutare replicatamente a don Raffaele e all’indiano.

Dopo alcuni istanti, entrambi riaprivano gli occhi.

— Dove sono? — chiese il piantatore con voce debole.

— Fra i vostri compagni, — rispose il dottore.

— Ma.... cos’è accaduto?... Mi sento debole.... assai debole.

— I vampiri vi hanno dissanguato.

— Ah! i malefici volatili, — mormorò don Raffaele, rabbrividendo. — Ed Alonzo?

— Eccomi, cugino.

— Siete tornati.... tardi.

— Ci siamo smarriti nella foresta, Raffaele.

— Quante.... inquietudini. E.... gl’indiani?...

— Non li abbiamo veduti, — disse Velasco. — E voi?

— Le traccie.... le traccie....

Non potè dire di più. Ricadde pesantemente a terra e si assopì. L’indiano già russava sonoramente.

— Lasciamoli riposare tranquilli, — disse il dottore. — Un riposo prolungato farà bene a loro.

— Ma non v’è proprio alcun pericolo?

— No, Alonzo, te l’ho già detto.

— Ma cosa sono questi vampiri?

— Enormi pipistrelli che succhiano il sangue agli uomini ed agli animali che trovano addormentati.

— Ma sentendosi dissanguare, non si svegliano le vittime?

— No, poichè i vampiri operano con una delicatezza infinita. Essendo forniti d’una piccola tromba formante una ventosa e armata di papille perforanti, calano lentamente sulla persona addormentata, forano la pelle lentamente, senza produrre dolore e cominciano a succhiare. Onde l’uomo non si svegli, hanno la precauzione di agitare lentamente le ali, procurando all’addormentato una leggiera corrente d’aria. Quando sono gonfi di sangue da scoppiare, se ne volano via, e se l’uomo o l’animale non si svegliano, corrono il pericolo di morire, continuando il sangue ad uscire dalla ferita.

— Che ributtanti volatili!

— Sono veri assassini, che uccidono a tradimento, senza correre pericolo.

— Dottore, avete udito cosa ha detto Raffaele?

— Delle traccie degli indiani?

— Sì.

— Forse avrà scoperto qualche cosa. Attendiamo che si svegli.

Accesero della legna secca per tenere lontane le zanzare che sull’Orenoco si radunano a milioni e che producono atroci punture, e si sdraiarono presso ai compagni, sorvegliando attentamente la vicina foresta e la sponda del fiume.

La notte però passò tranquilla, quantunque più volte, sotto le fitte piante, echeggiassero i miagolamenti formidabili dei giaguari e le urla dei coguari; animali questi più piccoli e meno feroci dei primi, ma pur sempre pericolosi.

Verso l’alba don Raffaele, che aveva dormito profondamente, si svegliò. Era però sempre assai debole; tuttavia si alzò da solo e si diresse verso la scialuppa, dicendo ai compagni:

— Bisogna partire.

— Siete pazzo, amico mio? — disse il dottore. — Vi occorre del riposo.

— Riposerò più tardi. Del resto con del buon vino e della carne mi rimetterò presto in forza.

— Ma che necessità vi è di partire?

— Gl’indiani ci precedono.

— Quali? Quelli della freccia? — chiese Alonzo.

— Sì, cugino.

— Ma cos’hai scoperto?

— Le loro traccie.

— Raccontate, don Raffaele, — disse il dottore.

— Imbarchiamoci prima. Dov’è Yaruri?

— Eccomi, padrone, — rispose l’indiano, che li aveva raggiunti.

— Puoi tenere la barra?

— Sì, padrone.

— Imbarchiamoci.

Il dottore ed Alonzo s’affrettarono a spiegare le vele, e la scialuppa, spinta da una leggiera brezza, si mise a risalire il fiume con velocità stimata non inferiore ai quattro nodi.

— Ora potete parlare, don Raffaele, — disse il dottore. — Siamo impazienti di sapere come avete scoperto le tracce degli indiani che ci lanciarono quella freccia.

— Temo che qualcuno ci abbia traditi, amici, — disse il piantatore. — Quegli indiani, ormai ne son certo, ci precedono per prepararci forse un agguato.

— Ma da chi traditi?... Non vi era nessuno sulla terrazza, fuori di noi.

— Non lo so, ma ascoltatemi: io e Yaruri ci eravamo inoltrati nelle foreste del Cassanare, quando in mezzo ad una fitta macchia trovammo un fuoco che non era ancora completamente spento. Sulla terra umida si vedevano le traccie di due calci di fucile e delle orme di piedi nudi; di più trovammo una freccia eguale a quelle lanciate contro di voi. Voi sapete che gli indiani sono famosi nel seguire le orme e Yaruri si mise a seguirle finchè giungemmo sulla sponda del Cassanare. Colà trovammo, profondamente impressa nel fango, la traccia d’un canotto. Invano lo cercammo, seguendo le rive, e girammo la foce del fiume, ma poco dopo il tramonto vedemmo un punto nero che spiccava sulle acque biancastre dell’Orenoco. Non si poteva sbagliare: era il canotto che fuggiva verso l’ovest rimontando la corrente.

— Ma chi possono essere quegli indiani? — chiese il dottore, dopo alcuni istanti di silenzio.

— Ecco quello che ignoro, — rispose il piantatore.

— Non avete alcun sospetto?

— Nessuno finora.

— Ed io ho sempre in mente quel grido che udimmo sulla terrazza, don Raffaele.

— Che qualcuno abbia seguito Yaruri, sospettando lo scopo della sua fuga dalla sua tribù?

— È possibile anche questo.

— Ma sai almeno, cugino mio, di chi vuol vendicarsi Yaruri?

— Sono riuscito a saperlo, — disse don Raffaele, abbassando la voce. — Egli era uno dei più valorosi indiani della tribù dei Cassipagotti, alleata degli Eperomerii e degli Orecchioni, ma assai ambizioso, a quanto ho potuto comprendere, e aspirava a diventare il capo supremo dei figli del sole. Ma un altro, pure valoroso, aspirava a tale carica, certo Yopi. Morto il capo, si contesero accanitamente la carica, ma pare che le tribù alleate fossero più favorevoli alla nomina di Yopi che a quella di Yaruri. Il fatto è che quest’ultimo non fu nominato e giurò odio eterno, non solo contro il rivale, ma anche contro tutte le tribù. Egli certo sapeva degli sforzi tentati dagli esploratori bianchi per accertare l’esistenza della famosa città e perciò è venuto da noi. Senza dubbio egli spera in una invasione d’uomini bianchi per far precipitare Yopi.

— Non facciamo una bella parte in questa faccenda, cugino, — disse Alonzo. — Ci facciamo i paladini d’un traditore.

— A me basta constatare l’esistenza dell’Eldorado, — disse don Raffaele, — e ciò nell’interesse della storia e della geografia. Di Yopi e di Yaruri non mi occuperò e li lascierò a disputarsi il potere. Se non avremo i tesori promessici da Yaruri, ne faremo senza. Sono abbastanza ricco oggi e tu, lo sai bene, sei il mio erede.

— Grazie, cugino, — disse Alonzo, sorridendo. — Ma quando saremo giunti a Manoa, Yaruri reclamerà il nostro aiuto.

— Cercheremo di fare qualche cosa per lui, ma se le tribù dei figli del sole rifiutano di accettarlo come capo, se la sbrigherà da solo.

Un urto violentissimo che per poco non capovolse la scialuppa, li fece cadere l’uno addosso all’altro, troncando di colpo la conversazione.

— Mille fulmini! — esclamò Alonzo, rialzandosi prontamente. — Cosa succede?

— Yaruri, abbiamo urtato? — chiese don Raffaele.

— Ma no, padrone, — rispose l’indiano. — Non vi sono rocce, nè bassifondi dinanzi a noi.

Un nuovo urto, più potente del primo fece indietreggiare la scialuppa e la rovesciò sul babordo, facendole imbarcare parecchie ondate.

Don Raffaele ed i suoi compagni, impugnate delle scuri e dei fucili si precipitarono verso prua e videro una massa enorme agitarsi dinanzi alla scialuppa.

— Un lamantino! — gridò il dottore. — Mano alle scuri ed ai fucili!

XIV.

I lamantini dell’Orenoco.

Un animale, lungo dodici piedi, si agitava dinanzi alla scialuppa. Somigliava ad una foca, ma aveva la testa piuttosto allungata che arrotondata, fornita d’un pelame lungo che somigliava ad una capigliatura, occhi neri e vivaci, col petto fornito di grosse mammelle che gli davano l’aspetto d’una di quelle sirene inventate dagli antichi; il corpo simile a quello dei pesci, ma con due pinne lunghe e strette che si potevano scambiare per vere braccia, ed una coda larga. L’acqua attorno era rossa di sangue, e ciò indicava che era stato ferito, e forse gravemente, dallo sperone acuto dell’imbarcazione.

Al grido lanciato dal dottore, Yaruri, che pareva avesse riacquistato prontamente le sue forze, si era lanciato a prora, stringendo nella destra una pesante ed affilata scure.

L’arma scese rapida sul cranio del gigantesco pesce, penetrando profondamente nella materia cerebrale, mentre i tre bianchi scaricavano simultaneamente le carabine.

Il lamantino, colpito a morte, fece un balzo terribile uscendo quasi tutto intero dall’acqua, poi si tuffò lasciando alla superficie un cerchio di sangue.

— Perduto? — gridò Alonzo.

— No, è nostro, — rispose Yaruri.

— Quale quantità di carne deliziosa! — esclamò don Raffaele.

— Eccolo! — grido il dottore.

Il lamantino ricompariva alla superficie, insanguinando le acque. Sbuffava, lanciava rauchi suoni, dibatteva febbrilmente la larga coda e le pinne pettorali, si sollevava, si rituffava e si contorceva come se cercasse di sbarazzarsi delle palle che portava nel corpo.

— Un’altra scarica! — comandò don Raffaele. — Questi mammiferi hanno la vita dura.

Tre altre detonazioni rimbombarono formando uno sparo solo. Il lamantino, nuovamente colpito, fece un ultimo e più disperato balzo, poi si distese senza vita e s’abbandonò, semi-sommerso, alla corrente. La scialuppa, spinta innanzi, lo raggiunse e Yaruri, con una solida fune, l’ormeggiò a tribordo.

— Ecco ottocento chilogrammi di carne succolenta, guadagnata in cinque minuti, — disse il dottore.

— Ma che giungono in un brutto momento, Velasco, — disse don Raffaele. — Non dimentichiamo gl’indiani che ci precedono.

— E vuoi abbandonare tutta questa carne ai caimani?

— Non possiamo perdere tempo. Ne leveremo un bel pezzo e ne avremo abbastanza. All’opera, Yaruri.

— Ma è proprio squisita quella carne? — chiese Alonzo.

— Ha il gusto di quella del maiale, — rispose il dottore.

— Ma che animali sono questi lamantini? Pesci forse?

— No, mammiferi come le foche e le balene.

— E si trovano solamente nei fiumi?

— Sì, Alonzo, e specialmente in questo. Una volta erano numerosi, ma sono stati distrutti ed ora non si trovano più che sui fiumi dell’America centrale, specialmente nel rii dell’Honduras, sul Sciamelicon, l’Ulua, Patuca, Tinco, Aquan, nell’Orenoco, specialmente sotto le cateratte, nel Meta, nell’Appure, presso le due isole Carrigal e Conserva e nell’Amazzone. Anticamente però non doveva essere raro nei fiumi europei e dell’Africa settentrionale, poichè si crede, e con ragione, che le antiche sirene non siano state altro che lamantini. Infatti, non ti sembra che questo lamantino colle sue mammelle, col suo pelo che porta sul capo e pare una capigliatura, e colle sue pinne che sembrano braccia autentiche, si possa scambiare per una donna marina?

— È vero, dottore. Ma di cosa si nutrono questi mammiferi?

— Di alghe, di piante acquatiche insomma.

— Non sono adunque carnivori.

— No.

— Ve ne sono anche di più grandi?

— Si ritiene generalmente che i lamantini non possano raggiungere il loro pieno sviluppo, in causa della caccia accanita che fanno a loro gl’indiani, i quali sono ghiottissimi della loro carne. Se ne trovano però di quelli lunghi perfino sette metri.

— Sono feroci?