La Città dell'Oro

Part 6

Chapter 63,610 wordsPublic domain

Si vedevano però degli animali che avrebbero ben meritato una palla, ma si tenevano lontani. Erano delle iguane, bruttissimi rettili somiglianti alle lucertole, ma lunghi un metro e mezzo, con una cresta che corre sul loro dorso fino all’estremità della coda, colla testa di forma piramidale a quattro faccie, le dita delle zampe ineguali e la pelle color verde cupo quasi nera.

Quei rettili, che vivono per lo più sugli alberi, al pari dei camaleonti d’Africa, hanno la proprietà di cambiar colore, specialmente se sono irritati, e quantunque al vederli siano ributtanti, sono squisiti a mangiarsi, somigliando la loro carne al pollo giovane o alla coscia dei ranocchi.

— È una vera disgrazia, — diceva il dottore, — il non poter abbatterne almeno uno; si farebbe una colazione squisita.

— Ma sono ben brutti, dottore, — diceva Alonzo, facendo un gesto di ribrezzo.

— Ma dinanzi ad un arrosto d’iguana non saresti tanto schizzinoso, giovanotto mio.

— Vi sono altre specie, oltre quella che abbiamo veduta?

— Sì, — disse il dottore. — Vi sono anche iguane tubercolate che hanno la pelle del ventre d’un colore giallo-verdognolo, il dorso azzurro ed i fianchi solcati da striscie brune. Sono ancora più lunghe, poichè raggiungono perfino i cinque piedi.

— Eccellenti anche quelle?

— Squisitissime.

— Allora possiamo....

— Zitto!...

Il dottore si era bruscamente arrestato, lasciandosi cadere dietro il tronco d’una palma, ma armando rapidamente il fucile.

— Cosa avete veduto? — chiese Alonzo impaziente di sapere il motivo di quella fermata.

— Ho udito un grugnito.

— Dove?

— Mi pare che uscisse da quella macchia di _niku_, da quel gruppo di gambi sarmentosi colla scorza bruna e che somigliano alle liane.

— Che animale può essere?

— Forse un orso formichiere.

— Un buon arrosto?

— Lo assaggerai, — disse il dottore puntando rapidamente il fucile e facendo fuoco.

Un grugnito soffocato, seguito poco dopo da un grido acuto come quello d’un maiale quando riceve la mazzata sul cranio, rispose alla detonazione.

— Toccato! — gridò Alonzo. — Ho veduto laggiù cadere l’animale! Accorriamo!...

Il dottore, invece di slanciarsi innanzi, aveva afferrato il compagno per le braccia dicendogli rapidamente:

— Presto!... Arrampicatevi su questo albero!...

— Arrampicarmi su quest’albero! — esclamò il giovanotto guardandolo con sorpresa. — Ma è nella macchia che la selvaggina è caduta!

— Lasciala andare. Obbedisci, se ti preme la pelle.

— Ma se....

— Basta!... Arrampicati!... Stanno per venire!...

Alonzo avrebbe voluto chiedere al dottore se aveva perduto il cervello, ma dinanzi a quell’ordine che non ammetteva altri ritardi, con un balzo s’aggrappò ai rami d’un enorme simaruba, mettendosi in salvo sul tronco. Velasco, malgrado non fosse più giovane, con tre mosse s’issò e lo raggiunse.

Era tempo!... Attraverso ai cespugli ed agli alberi si udivano echeggiare grugniti furiosi, come si avvicinasse una banda di cinghiali pronta alla lotta.

— Eccoli, — disse il dottore. — Fortunatamente siamo al sicuro; ma un minuto di ritardo e per noi era finita.

Trenta o quaranta animali s’avanzavano correndo e grugnendo, cogli occhi sfavillanti di furore e mostrando delle lunghe ed acute zanne. Somigliavano a cinghiali, ma parevano più svelti e più robusti. In un lampo giunsero sotto l’albero e lo circondarono emettendo grida acute e battendo le lunghe zanne con un rumore minaccioso.

— Cosa sono? — chiese Alonzo, che pareva tranquillissimo.

— _Queiscadas_, o se ti piace meglio, pecari.

— Cinghiali insomma.

— Press’a poco.

— E avete tanta paura?

— Ti fanno in pezzi in mezzo minuto, mio caro. Vi è meno pericolo ad affrontare un giaguaro che una banda di pecari.

— Così feroci sono?

— Non temono le armi da fuoco, e quando un loro compagno cade, accorrono a vendicarlo, dovessero affrontare un battaglione di cacciatori.

— Saranno buoni a mangiarsi?

— Come i cinghiali, ma però è necessario levar loro una ghiandola che è ripiena d’un liquido che sa di muschio. Senza questa precauzione, la loro carne puzzerebbe come quella d’un caimano.

— Ed ora ci assedieranno?

— E per un bel pezzo.

— Diavolo!... E abbiamo lasciato i fucili a terra!...

— Sì, per nostra disgrazia.

— Fortunatamente abbiamo i nostri coltelli da caccia e la colazione in tasca.

— A cosa ci gioveranno tali armi?... Ecco che cominciano ad inquietarsi; fortunatamente non hanno nè ali, nè unghie per arrampicarsi.

I pecari vedendo che i cacciatori non si decidevano a scendere, si erano scagliati furiosamente contro l’albero staccando, colle acute e lunghe zanne, dei larghi pezzi di corteccia, e alzandosi sulle zampe posteriori colla speranza di raggiungere i rami, e spiccando dei salti. Dovettero però ben presto convincersi dell’inutilità dei loro sforzi, poichè il _simaruba_ non si scuoteva nemmeno.

— Vi guasterete i denti inutilmente, — disse Alonzo ridendo.

— Ah!... tu ridi! — esclamò il dottore. — E non pensi, briccone, che questo assedio può durare una settimana?

— Così cocciuti sono questi pecari?... Ma mio cugino e Yaruri, non vedendoci ritornare, verranno in nostro aiuto.

— Non dico di no, ma non sarà facile trovarci in questa immensa foresta. Oh!... Diavolo!... La situazione minaccia di complicarsi!

— Cosa c’è di nuovo?

— C’è che siamo presi fra due pericoli, uno più spietato dell’altro. A basso i pecari ed in alto le mosche-cartone.

— Non vi comprendo, dottore.

— Guarda lassù, su quel ramo. Non vedi nulla?

— Sì, vedo un grande nido di vespe che sembra.... to’!... si direbbe fabbricato precisamente di cartone.

— Ebbene non è un nido di vespe, precisamente, ma di grosse mosche più tremende delle vespe, poichè basta una puntura per far morire una scimmia e per rendere un uomo quasi pazzo.

— Che brutta prospettiva! Temete che ci assalgano?

— Non so cosa dirti, ma ne vedo già alcune volare proprio sulle nostre teste. Temono che noi andiamo a distruggere il loro nido. Ah! se ci fossero qui alcuni macachi, non mi darebbero più inquietudine quei tremendi insetti.

— E perchè dei macachi?

— Quelle scimmie sono voracissime delle mosche-cartone ed in poco tempo le distruggono.

— Ma non muoiono sotto le punture?

— Sì, ma sono molto furbe e non si lasciano pungere. Aspettano che le mosche si siano tutte ritirate, poi con una delle loro dita callose chiudono l’unico foro esistente nel nido. Le mosche, non vedendo più il buco libero, cercano di forzare l’ostacolo, ma allora il macaco prende quelle che si presentano una ad una, ma a mezzo ventre per evitare il pungiglione e le mangia con un’avidità senza pari. Guai però se ne lascia fuggire una, poichè una sola puntura basta per farlo morire.

— E le chiamano scimmie macache!... Io le chiamerei scimmie furbe, — disse Alonzo. — Oh!... Cosa sta per succedere?

— Cosa vedi?

— Mi pare che i pecari siano spaventati.

— Che un pericolo nuovo e più grave ci minacci?... L’avventura comincia a diventare seccante.

XI.

Una emigrazione di formiche fiamminghe.

Il giovane cacciatore non si era ingannato. I pecari che si erano accoccolati intorno all’albero, dopo d’essersi accertati dell’inutilità dei loro assalti, erano improvvisamente balzati in piedi, emettendo dei sordi grugniti. Parevano inquieti, poichè andavano e venivano sul margine dell’immensa foresta e pareva che ascoltassero con profonda attenzione. Senza dubbio qualche cosa di grave avveniva sotto le cupe vôlte degli alberi giganti e sotto l’ombra delle immense foglie.

— Che i nostri compagni s’avvicinino, — disse Alonzo.

Il dottore scosse il capo.

— Hai udito nessun sparo? — chiese.

— Nessuno, dottore.

— Allora sono molto lontani e stanno perlustrando le sponde del Cassanare.

— Che siano i nemici misteriosi?

— Diavolo! I pecari sotto, le mosche-cartone sopra, e le freccie avvelenate degli indiani! Non darei una piastra della nostra pelle.

— Ed i nostri fucili sono sempre a terra! Dottore mio, comincio ad averne abbastanza della città dell’Oro, degli Eperomeri, degli Orecchioni e del vostro bel paese.

— Ma penso, giovanotto, che se quegli indiani s’avvicinano avranno da fare coi pecari e che se i pecari si allontanano un po’, noi scenderemo a prendere le nostre armi.

— Guardate, dottore. I pecari si mettono in fila come se dovessero sostenere un vero assalto.

— Zitto! — disse Velasco curvandosi innanzi come se volesse raccogliere dei vaghi rumori.

Stette in ascolto alcuni minuti con profondo raccoglimento, poi si alzò bruscamente.

— Odi nulla, Alonzo? — chiese.

— Ma.... si direbbe che sulla grande foresta piove o che s’avanza un esercito di rettili. Odo degli scricchiolii strani, come se migliaia e migliaia di branchie acute o di tenaglie fossero in opera.

— È vero, — disse il dottore, che provò un brivido.

— Cosa sono?

— Giovanotto mio, corriamo il pericolo di venire divorati vivi.

— Ma da chi?

— Dalle formiche.

Alonzo, a quelle parole, scoppiò in una clamorosa risata.

— Ridi! — esclamò il dottore.

— Ma vi pare!... Aver paura delle formiche!... Oh! vorrei vederle se sono capaci di mangiarci.

— Tu non conosci le nostre formiche e non hai mai assistito ad una emigrazione di quei feroci insetti. Guarda: i pecari che non hanno paura delle nostre armi ritornano di galoppo, fuggendo l’imminente assalto delle formiche.

— La cosa è strana, dottore. Mille fulmini!... Le formiche non sono giaguari, nè coguari!...

Alcuni pecari che s’erano spinti verso il margine della foresta ritornavano correndo, lanciando dei sordi grugniti.

— Eccole! — esclamò il dottore.

Uno spettacolo incredibile appariva sui margini della foresta. Le erbe sparivano come se mille falci invisibili manovrassero; le foglie degli alberi cadevano come se fossero state bruscamente recise da migliaia di scuri o di coltelli, pareva che perfino i tronchi degli alberi si fondessero per opera d’un torrente di lava. Le immense foglie dei mirti, così grandi che un uomo non può portarne più d’una, piombavano al suolo ove scomparivano con incredibile rapidità; le foglie dei _bossù_, che sono lunghe ben dieci metri, subivano l’egual sorte e così pure quelle delle palme, del bambù e quelle dei cespugli, non rimanendo in piedi che i verdi tronchi. Pareva che un torrente devastatore attraversasse la foresta su uno spazio di cinquanta metri, tutto distruggendo sul suo passaggio.

Alonzo, stupito, inquieto, guardava quella distruzione che aveva del prodigioso. Non rideva più ormai, anzi era diventato pallido.

Ad un tratto, attraverso a quel passaggio apparvero le prime colonne degli insetti migranti. Non era che l’avanguardia, ma era formata da milioni di formiche voraci, lunghe un centimetro e mezzo, coi corsetti e gli addomi color nero lucente e ventri mobili, e armate di branchie taglienti e robuste.

S’avanzava in masse compatte, salendo sugli alberi per far cadere le foglie che dovevano servire per nutrimento al grosso della colonna, tenagliando le erbe, distruggendo i cespugli con rapidità spaventevole.

— Le formiche fiammanti!... — esclamò il dottore. — Se non fuggiamo siamo perduti!...

— Sono terribili?... — chiese Alonzo.

— Ti copriranno il corpo di vesciche grosse come uova e ti faranno impazzire pel dolore, se non preferiscono strapparti di dosso la carne pezzetto a pezzetto.

— Mille fulmini!...

— Fuggiamo!...

— Ma i pecari?...

— Ecco che battono in ritirata!... a terra!...

I pecari infatti, vedendo comparire l’avanguardia delle fiammanti, dopo una breve esitazione s’erano dati ad una fuga precipitosa, scomparendo con fulminea rapidità. Alonzo ed il dottore non esitarono più. Si lasciarono cadere a terra, raccolsero il fucile e fuggirono a tutte gambe nel folto della foresta.

Non s’arrestarono che mezz’ora dopo, in mezzo ad una inestricabile confusione d’alberi, di bambù e di liane, che impediva loro di proseguire.

Sotto quelle cupe ombre non si udivano più nè grida di scimmie, nè grugniti di pecari, nè cicalecci d’uccelli; solamente echeggiavano di tratto in tratto, sulle più alte cime degli alberi, dei fischi acuti simili a quelli che lanciano le barche a vapore, emessi da alcune grosse cicale.

— Fermiamoci, — disse il dottore. — Non ho più vent’anni per correre come un cervo.

— Speriamo che nè i pecari, nè le formiche ci raggiungeranno, — disse Alonzo.

— Non v’è più pericolo, giovanotto mio.

— Ma ditemi, dottore, sono realmente così formidabili le formiche? Quantunque abbia veduto coi miei occhi la loro distruzione e fuggire perfino i pecari, stento a credere che siano così terribili come si dice.

— Ti dirò che nulla può resistere alle loro migrazioni, nemmeno un esercito, nemmeno le più feroci belve.

— È incredibile, dottore.

— Quando per delle ragioni misteriose sono spinte ad emigrare, muovono diritte in colonne immense, perfettamente organizzate, abbattendo qualunque ostacolo. Pensa che non sono drappelli ma centinaia di miliardi di esseri piccoli bensì, ma armati di branchie tremende. Sul loro passaggio distruggono le praterie, le foreste, le piantagioni, divorando gli animali che sorprendono sul loro passaggio. Perfin le scimmie, sorprese sugli alberi, in meno d’un minuto sono fatte a brani, poichè quasi tutte le formiche dell’America del Sud sono avide di carne. Come difendersi quando si viene assaliti da milioni di mandibole che tenagliano, strappano, lacerano? Solamente una rapidissima fuga può salvare l’animale o l’uomo aggredito da quelle immense e voraci colonne.

— Ma non si possono arrestare?

— In qual modo?

— Col fuoco.

— Non vi riusciresti. I battaglioni si gettano sul fuoco e col loro numero immenso lo soffocano. Periranno milioni, miliardi di formiche, ma le altre passeranno senza deviare d’una linea.

— Ma davanti ai fiumi si fermeranno.

— No, giovanotto; nemmeno i fiumi sono sufficienti a farle deviare.

— Forse che si costruiscono delle zattere?

— Fanno di meglio, Alonzo. Scavano una galleria sotto il fiume e passano.

— Le formiche! — esclamò il giovanotto con tono incredulo. — Volete burlarmi, dottore?

— No, amico mio; ti ripeto che le formiche, specialmente quelle che i brasiliani chiamano sambas e noi _formiche manioca_, si scavano delle gallerie perfettamente circolari, liscie e meglio dei nostri lavoratori, e che passano sotto i fiumi.

— Se io le vedessi a compiere simili lavori non crederei ancora.

— E avresti torto. Nel Brasile si conoscono tre bellissime gallerie scavate dalle formiche e che sono praticabili anche agli uomini: una sotto il rio Guariba, la seconda sotto il rio Do Pontal e la terza sotto il Canindè[8].

— È una cosa meravigliosa, dottore.

— Sorprendente di certo, Alonzo, ma.... dove ci ha condotti la nostra fuga?... Temo che ci siamo assai allontanati dal fiume.

— Vi ritorneremo.

— Se ne saremo capaci. Hai una bussola tu?

— Mi sono dimenticato di prenderla.

— Ecco un’imprudenza che può costarci cara.

— Perchè, dottore?

— Perchè in queste immense foreste è facile smarrirsi.

— Ma io credo che l’Orenoco sia alla nostra destra, dottore. Marciando diritti vi giungeremo.

— Ma sei capace tu di marciare diritto?

— E perchè no?

— Perchè non avrai fatto mille passi che senza volerlo avrai piegato a destra o più possibilmente a sinistra. In mezzo ad una foresta non è facile marciare diritti, giovanotto mio. Sai che alcuni uomini smarritisi nelle foreste, non ne sono più usciti?... Fortunatamente noi abbiamo i nostri fucili e se non siamo molto lontani dall’Orenoco, i nostri spari potranno venire uditi dai compagni.

— Proviamo a riguadagnare le rive del fiume.

— Non domando di meglio, ma.... zitto!... Non hai udito un grugnito?

— Diavolo!... ancora i pecari?

— O qualche altro animale.

— Sarebbe il benvenuto, dottore. Sento l’ora della colazione.

— Avanziamoci con precauzione. Sento che i grugniti vengono da quel macchione di _palme tucum_.

Armarono i fucili e s’inoltrarono senza far rumore, attraverso agli alberi ed ai cespugli, girando lentamente attorno ai tronchi per tema di trovarsi improvvisamente dinanzi a qualche formidabile fiera.

Avevano percorso una trentina di passi, quando giunsero sull’orlo d’una piccola radura in mezzo alla quale alzavasi solitario un enorme _summameira_ (_eriodendron summauma_), albero di proporzioni gigantesche, coi rami assai nodosi e perfettamente simmetrici, il tronco sorretto alla base da speroni naturali e da specie di contrafforti che si staccano dall’albero a otto o dieci piedi d’altezza, scostandosi dalla base in modo che parecchi uomini possono trovare rifugio sotto quegli scompartimenti.

Quel colosso torreggiava sopra tutti gli alberi della grande foresta, ma quello che destava sopratutto sorpresa, erano delle strane costruzioni che s’ergevano attorno alla base.

Erano dieci o dodici coni di terra che pareva fosse stata prima masticata per unirla per bene, situati gli uni accanto agli altri, d’una grossezza ragguardevole e d’uno spessore notevolissimo a giudicarlo a colpo d’occhio. Al dottore non ci volle molto a riconoscere cosa erano.

— Quest’oggi abbiamo da fare colle formiche, — diss’egli. — Si direbbe che questa foresta n’è piena.

— Dove sono? — chiese Alonzo.

— Quei coni sono i nidi delle termiti, formiche assai grosse, nere, colla testa bruna e armata di robuste branche.

— Sono pericolose?

— Non meno delle altre, ma difficilmente emigrano e non si radunano in bande immense e.... To’! ancora il grugnito di prima!... Ah! ah! dovevo immaginarmelo!

— Che cosa?

— Che dovevamo incontrare un orso formichiere.

— Un orso!... E voi ridete!... — esclamò Alonzo, armando il fucile.

— Non c’è da allarmarsi tanto, giovanotto mio. Non credere che i nostri orsi siano così formidabili come quelli grigi della Sierra Nevada o della Sierra Verde. No, quelli dell’America del Sud non sono così feroci, anzi sono tanto poco offensivi che non sarebbero capaci di darti un morso.

— Forse che non hanno denti?

— Peggio che peggio; non hanno bocca o, per meglio dire, se l’hanno, non possono aprirla.

— È strano!... Ma che paese è mai questo?...

— Molto diverso dal tuo. Andiamo a vedere cosa fa il nostro orso. Lascia andare il fucile; per ucciderlo basterà adoperare il calcio.

Girarono attorno all’albero gigante e si trovarono dinanzi ad un animale coperto d’un lungo pelo bruno, diviso obliquamente da striscie di pelo bianco e nero, e che stava sgretolando, con delle lunghe unghie che sembravano robustissime, uno di quei coni.

Vedendo i due cacciatori si rizzò di colpo sulle zampe posteriori, riparandosi dietro ad una lunga coda che somigliava ad una gigantesca piuma di struzzo e che teneva tesa innanzi a sè verticalmente, poi alzò le zampe anteriori mostrando gli acuti artigli.

Il dottore, per nulla intimidito da quella posa minacciosa, gli si avventò contro e lo percosse sul cranio col calcio del fucile, uccidendolo.

— Guardalo, Alonzo, — disse poscia, rivolgendosi verso il giovanotto. — Questi animali meritano di venire osservati.

XII.

Smarriti nella foresta vergine.

Gli orsi formichieri, che gli americani del Sud chiamano comunemente _tamanduà_, sono senza dubbio gli esseri più strani ed i più curiosi della famiglia degli orsi. La loro taglia è molto inferiore a quella dei loro congeneri, se non in lunghezza, misurando ordinariamente un metro e mezzo, almeno come mole, essendo molto più esili, più bassi, avendo le gambe corte, e molto meno robusti.

Non hanno pelo, hanno invece delle vere setole come i maiali, ma assai più lunghe, una coda che eguaglia la misura del corpo e fornita d’abbondante pelo, ma molto sottile e leggiero, una testa assai allungata e sottile che termina non in una bocca, ma in un tubo da cui esce una lingua assai lunga, quasi circolare, cosparsa d’una materia assai attaccaticcia.

Se manca di denti, come gli altri orsi è però ben fornito d’unghie, le quali sono robuste, taglienti come lame, che si ripiegano internamente contro le callosità dei piedi. Se ne serve per difendersi contro i nemici, ma sopratutto per demolire i formicai delle termiti, poichè è ghiottissimo di tali insetti.

Del resto, con quella bocca così strana, non potrebbe raccogliere altro cibo e si vedrebbe costretto a morire di fame.

Aperto un formicaio a colpi d’unghia, l’orso si pone dinanzi al buco e aspetta che le termiti si mostrino per riparare il guasto. Allora allunga la lingua che può ritirare a volontà ed essendo questa, come dicemmo, cosparsa d’una materia assai vischiosa, le prende e le inghiotte con grande voracità, nè cessa finchè non ha distrutto tutti gli abitanti. Come si vede, rende dei grandi servizi, specialmente ai piantatori, distruggendo miliardi di quei voraci insetti, ma non per questo viene risparmiato, essendo la sua carne eccellente quanto quella dei maiali, quantunque impregnata d’un certo acido piccante, dovuto al suo nutrimento.

— Ebbene, cosa dici, giovanotto mio, di questo bizzarro animale? — chiese il dottore al compagno.

— Io dico che è ora di battere in ritirata, — rispose Alonzo, afferrando il formichiere per la coda. — Vedo le termiti uscire a battaglioni e quest’oggi ne ho avuto abbastanza delle formiche.

— Accorrono a chiudere l’apertura fatta dal _tamanduà_.

— Andiamocene, dottore. È l’ora della colazione.

— Ghiottone.

— È l’aria dell’Orenoco che mette appetito.

— Ed i tuoi diciott’anni.

— Come volete. Orsù, di trotto!

I due cacciatori s’allontanarono frettolosamente per sfuggire all’assalto imminente delle termiti e tornarono a cacciarsi sotto la grande foresta.

Un quarto d’ora dopo, imbarazzatissimi a proseguire fra quegli ammassi di vegetali, s’arrestavano ai piedi d’una palma mauritia dalle foglie disposte a ventaglio, il cui tronco enorme era cinto da una specie di liana irta di radici.

— Fermiamoci, — disse Alonzo. — È mezzodì e penso che abbiamo parecchie ore per ritrovare l’Orenoco.

— Sia pure, quantunque le mie inquietudini comincino a crescere.

— E perchè, dottore?

— Perchè temo che noi ci siamo molto allontanati dalle sponde del fiume.

— E da che cosa lo arguite?

— Hai udito nessun colpo di fucile tu?

— No, dottore.

— Credi tu che don Raffaele sia uomo da lasciar tacere il fucile per sette od otto ore?

— Lui!... Un cacciatore famoso!... No, dottore.

— Allora vuol dire che noi siamo tanto lontani da non poter più udire le fucilate che si sparano sulle rive del Cassanare.

— Diamine!... Mi mettete indosso delle inquietudini. Che ora abbiamo?

— Sono le due di già.

— Mangiamo un boccone e poi mettiamoci in marcia.

— Credo che sia la cosa migliore. Se questa sera non ritroviamo i compagni, passeremo una brutta notte, Alonzo.

— Minaccia forse qualche uragano?

— No, ma avremo da fare coi coguari e coi giaguari.

— Bah!... Contro quelli ci difenderemo. Devo scuoiare il formichiere?

— Perderemmo un tempo prezioso. Contentiamoci delle provviste che abbiamo portate con noi.

— Sia pure. Le costolette l’assaggeremo questa sera.

Si assisero all’ombra della _mauritia_ e sbarazzarono in fretta le loro tasche delle provviste che avevano portate, poi dissetatisi in un piccolo stagno si rimisero animatamente in cammino, cercando di dirigersi verso il sud. Disgraziatamente quell’immensa foresta era così fitta, che non permetteva ai due cacciatori di scorgere il sole. Per di più Alonzo, che si era caricato del formichiere, non poteva affrettare il passo.

Camminarono parecchie ore, facendo solamente delle brevi fermate, ma senza poter scoprire l’Orenoco. Invano di tratto in tratto s’arrestavano per tendere gli orecchi, sperando di udire qualche lontana fucilata od il muggito delle acque del fiume gigante: il silenzio non era rotto che dal cicaleccio scordato dei pappagalli e dalle grida delle scimmie. Già cominciavano ad addensarsi le tenebre sotto i grandi alberi e nulla ancora avevano scoperto. Le loro inquietudini crescevano di momento in momento.

— Ci siamo smarriti, — disse il dottore, arrestandosi. — È meglio che ci accampiamo qui e che aspettiamo l’alba di domani. Quale imprudenza non portare con noi una bussola!