Part 5
— Voglio compiacerti, giovanotto. Ti dirò adunque che sull’Orenoco, sull’Amazzone e sui grandi fiumi di tutta l’America del Sud, vi sono bande d’uomini che fanno una caccia spietata a questi disgraziati rettili. Se le testuggini prese sono grasse (e per accertarsene praticano una profonda incisione sotto la coda) le uccidono impadronendosi del guscio e del grasso da cui si ricava un olio limpido, dai riflessi verdognoli, di una squisitezza incredibile, superiore a tutti gli olii conosciuti. Se le testuggini sono magre, le privano del guscio facendo subire a quelle disgraziate una atroce tortura, mediante una lama taglientissima, poi le abbandonano perchè abbiano il tempo d’ingrassarsi ancora.
— Ma non muoiono dopo così crudele trattamento?
— No, poichè hanno la vita dura. Vanno a rannicchiarsi in un crepaccio che diventa il loro ospedale e colà attendono che la natura, più pietosa degli uomini, le ricopra d’un nuovo guscio, il quale non sarà mai nè così bello, nè così perfetto come il primo.
— Sembra impossibile che possano ancora guarire, dottore.
— Hanno una vitalità incredibile questi rettili. Mi ricordo che uno scienziato dell’America settentrionale ebbe un giorno il capriccio di aprire il cranio ad una tartaruga gigante dell’Himalaja, privandola con bel garbo del cervello. Richiusa la scatola ossea, nutrì per alcuni giorni il rettile, il quale, incredibile a dirsi, rifece il cervello, s’ingrassò e visse ancora cinquant’anni.
— Hanno vita lunga questi rettili, dottore?
— Vivono dei secoli, a quanto pare, poichè so che un piantatore della Florida, qualche anno fa, prese una testuggine sul cui guscio portava incise queste parole: «Presa da Ferdinando Gomez nella riviera del San Sebastiano l’anno 1700.» Quel rettile aveva adunque circa 145 anni. Si dice che le tartarughe giganti dell’Himalaja e delle isole Mascarene vivano, racchiuse nelle loro rocce secolari, ben cinquecent’anni.
— E ne distruggono molte i cacciatori di gusci?
— Le migliaia, poichè la caccia è facile e senza pericoli, bastando rovesciare i poveri rettili sul dorso per impedir loro di fuggire. Su certi fiumi cominciano già a diventare rari e la scaglia non abbonda più come vent’anni or sono sui mercati. Se la distruzione continua, fra un secolo forse non si troverà più scaglia sufficiente per montare gli occhiali alle generazioni, sempre più miopi, che si succedono. Basta, sento il profumo della frittata e odo la voce di don Raffaele che ci invita a colazione. Prendi la tua selvaggina che ci servirà d’arrosto domani mattina.
Alonzo si caricò della testuggine e raggiunsero i compagni che avevano già preparata una appetitosa e gigantesca frittata esalante un profumo delizioso. Il giovanotto fece più che onore a quel pasto e ripetè più volte la porzione, lodando la squisitezza di quelle uova che non la cedevano a quelle delle migliori galline.
Avevano accese le sigarette e stavano per sdraiarsi sulla sabbia, all’ombra di una palma colossale, quando udirono uno strano gorgoglìo che usciva da una macchia di _mucusumù_.
— Cosa c’è ancora? — chiese Alonzo alzandosi. — Delle altre testuggini che vengono a deporre delle uova?
— Vediamo, — disse don Raffaele, balzando in piedi. — Potrebbe esservi qualche serpente.
Alonzo l’aveva già preceduto e aveva già raggiunta la macchia. Vi gettò entro uno sguardo, ma tosto indietreggiò facendo un gesto di ribrezzo ed esclamando:
— Oh! l’orribile rospo!...
— Cos’è? — chiese don Raffaele, avvicinandosi ai _mucusumù_. — Ah! Un _pipa_!...
— Una pipa! Ma che pipa! È un rospo, cugino mio, e dei più brutti.
— Ma dei più interessanti, Alonzo. Guardalo attentamente: è un vero _pipa_, tale è il nome datole dalla signora Sibilla di Meriam, che vide per la prima volta questi strani batraci nel Surinam, due secoli or sono.
Il giovanotto, vincendo il proprio ribrezzo, tornò ad appressarsi alla macchia. Là in mezzo si trovava nascosto un grossissimo rospo col corpo piatto e quasi quadrangolare, col muso aguzzo, le dita delle zampe davanti terminanti in quattro punte invece di cinque, e la pelle nera, ma senza essere lucida.
— Guarda cos’ha sul dorso, Alonzo, — disse il dottore che lo aveva raggiunto.
Il giovanotto guardò e con grande stupore vide che il dorso di quell’orribile rospo era coperto di piccole cellette in ognuna delle quali stava nascosto un rospicino.
— Oh che strana cosa! — esclamò.
— È una particolarità dei _pipa_! — disse il dottore. — Gli altri rospi depongono le loro uova in acqua, formando dei piccoli cordoncini; questi _pipa_ invece li collocano sul dorso delle femmine in quelle cellette che tu vedi e vi rimangono finchè possono procurarsi il cibo da loro. È una cosa assai curiosa, ma verissima, come ben vedi.
— Lo vedo, dottore.
— Ma questi rospi hanno anche un’altra particolarità, cioè sono privi della lingua.
— Ciò non impedisce che siano ben brutti, dottore.
— Lo credo. Lasciamo che il _pipa_ si diverta coi suoi piccini e noi andiamo a schiacciare un sonnellino in attesa della brezza. È appena mezzodì e abbiamo del tempo per giungere al Suapure.
IX.
Una freccia mortale.
I giorni seguenti, volendo affrettare la marcia per giungere alle grandi cateratte prima che il fiume toccasse la massima piena, avendo già da tre mesi cominciato il suo periodico innalzamento, navigarono quasi senza interruzione, non facendo che brevissime fermate per procacciarsi un po’ di carne fresca.
Più nulla di straordinario era accaduto. Degli indiani armati di fucile nulla avevano saputo, non avendoli più veduti, nè avendo incontrato nessun’altra banda di Ottomachi, sicchè li avevano dimenticati. Avevano invece superate le foci di numerosi e grossi fiumi che si riversavano con grande impeto nella grande fiumana.
Avevano già oltrepassato il Maciapure, grosso affluente di destra, che gli indiani chiamano Amarapuri, noto soltanto per una gigantesca cascata situata presso la sua sorgente, ma che produce tale fracasso da udirsi perfino alla foce; poi il Suapure più sotto, grosso affluente pieno di cascate e di passi assai pericolosi, che bagna un paese ricchissimo di mele selvatiche ed abitato dalla tribù dei Pafechi; quindi il Pao, il Cauxi, il Vacari, il Sinaruco, il Capure che viene considerato da taluni come un ramo del Meta e pel quale sarebbe disceso Barreo, il primo dei conquistatori spagnuoli che tentò d’impadronirsi di quella immensa e ricca regione.
Dieci giorni dopo la loro partenza dalla piantagione, toccavano la foce del Cassanare, grande fiume che scaricasi nell’Orenoco venti leghe a settentrione del Meta, che si può navigare un mese intero senza toccare le sue sorgenti e che bagna un paese dei più fertili della Columbia.
Un tempo le sue sponde erano gremite di borgate erette dai gesuiti, ma gl’indiani ben presto le disertarono per ritornare all’antica vita selvaggia, ben più cara a loro della vita civile e sedentaria.
Anche sulle sponde dei fiumi vicini, sull’Urupi che lanciasi nell’Orenoco da una rupe altissima detta la Tigre, e sul Sinaruco, nel diciassettesimo secolo i gesuiti avevano raccolto in borgate le tribù dei Cirecoi e degli Jaruri, ma anche quelle ben presto scomparvero per opera della potente tribù dei Caribbi che già distrusse, nello scorso secolo, un grande numero di nazioni orenochesi, fino a che, a sua volta, venne poi fiaccata e per sempre, dalle grandi tribù alleate dei Caveri e dei Guipunavi.
Essendo la foce del Cassanare deserta e mancando la brezza, don Raffaele decise di arrestarsi una giornata per dare un po’ di riposo ai compagni ed anche per rifornirsi di carne fresca. Non voleva toccare le provviste di riserva che potevano diventare indispensabili durante la grande piena, nel caso che dovessero trovarsi, in quell’epoca, ancora sul fiume gigante.
Il luogo scelto per l’accampamento era l’estremità d’una penisola che divideva i due fiumi, ombreggiata da alcuni gruppi di candelabri (_curopia_), strani alberi, curiosissimi per la regolare disposizione dei loro rami e per le tinte argentine delle foglie e che producono frutti grossi quanto quelli degli alberi del pane, ma di forma più cilindrica.
Ancorata la scialuppa sulla sponda e assicurata solidamente per impedire alle correnti di trascinarla via, i viaggiatori tesero fra i rami degli alberi le loro comode amache per preservarsi dai serpenti che sono numerosissimi in quelle regioni.
Essendo già il sole prossimo al tramonto, rimandarono la battuta dei boschi all’indomani, contentandosi per quella sera d’un arrosto di pappagalli.
Erano in procinto di spegnere il fuoco per non attirare l’attenzione di qualche tribù d’indiani, persone più da temere che da avvicinare, quando l’acuto udito dell’indiano fu colpito da un legger rumore che si udiva in mezzo alle piante di legno cannone che costeggiavano una piccola palude non ancora visitata.
— Là, — diss’egli stendendo il braccio verso la palude.
— Uomo od animale? — chiese don Raffaele.
— Animale, — rispose l’indiano, sempre avaro di parole.
— È per te, Alonzo, disse il piantatore.
— Quando si tratta di procurarci delle bistecche, sono sempre pronto, — rispose il giovanotto.
— Purchè non siano di giaguaro, — disse il dottore. — In tal caso, te le lascio, poichè, oltre essere pericolose a guadagnarsi, puzzano di selvatico.
— Molti animali, — disse Yaruri, — che ascoltava sempre.
— Vieni, Yaruri, — disse Alonzo.
L’indiano si armò della sua cerbottana e di tre freccie e seguì il giovane cacciatore il quale si era già messo in cammino.
Faceva ancora abbastanza chiaro per poter distinguere la selvaggina, non essendo il sole ancora del tutto tramontato. Bisognava però affrettarsi, poichè sotto l’equatore il crepuscolo è di breve durata.
Procedendo rapidamente, pur con precauzione, in pochi minuti l’indiano ed Alonzo raggiunsero il margine della palude, la quale aveva una estensione notevole. Colà giunti videro che le piante di legno cannone si muovevano a circa quattrocento passi da loro, verso l’estremità della grande foresta che si stendeva sulle sponde dei due fiumi.
— Credo che siano tapiri, — disse Yaruri.
— Che animali sono? — chiese Alonzo.
— Grossi molto, ma la loro carne è un po’ coriacea.
— Sono pericolosi?
— Niente affatto.
— Allora li uccideremo più facilmente.
Approfittando degli ultimi bagliori del crepuscolo, girarono la palude e giunsero là dove si agitavano i fusti lucenti del legno cannone.
Un animale grosso come un vitello, ma col corpo male tagliato che rassomigliava a quello d’un maiale, con un muso allungato che terminava in una piccola proboscide, colla pelle rugosa come quella degli ippopotami e coperta di peli fini e radi sul dorso, ma più fitti sul collo e presso la coda, era occupato a masticare molto rumorosamente delle radici che cercava sott’acqua.
— Non mi ero ingannato, — disse Yaruri. — È un tapiro.
— Lo uccido con una palla nel cranio, — disse Alonzo.
Aveva già alzato il fucile, quando l’indiano glielo abbassò.
— Cos’hai? — chiese il giovanotto, sorpreso.
— Guarda!
— Non vedo nulla.
— Dietro al tapiro.
Alonzo alzò gli occhi e vide un oggetto nero lungo lungo, grosso come la coscia d’un uomo, sorgere dalla palude dietro al tapiro ed avanzarsi silenziosamente.
— Un serpente? — chiese Alonzo, rabbrividendo.
— Sì.
— Preferisco uccidere il serpente.
— È inutile.
— Perchè?
— Lo ucciderà il tapiro.
— Tu vuoi burlarmi. Nessun animale resiste alle strette terribili di quei serpenti d’acqua.
— Yaruri ha veduto i tapiri uccidere i serpenti. Guarda!...
Il serpente, un enorme boa acquatico, che doveva misurare l’incredibile lunghezza di dodici o tredici metri, si era rapidamente disteso ed in un baleno aveva stretta la vittima fra le sue potenti spire.
È noto che i boa, sia il _constrictor_ che vive nelle regioni aride ed infuocate dell’America del Sud, come il _scitale_ o _anaconda_ che vive nelle paludi o lungo i fiumi, posseggono tale forza da stritolare, fra le loro anella, perfino i buoi. Nondimeno il tapiro, pur sentendosi a stringere, non sembrava per nulla spaventato.
Alonzo, che non lo perdeva di vista, lo vide ad un tratto impicciolirsi come se avesse emessa tutta l’aria che aveva nei polmoni, per gonfiarsi rapidamente e diventare una volta e mezza più grosso di prima. Il boa, che aveva stretto le anella, non ebbe il tempo di svolgerle. Si udì uno scricchiolìo come se la colonna vertebrale fosse stata bruscamente distaccata, poi il gigantesco serpente svincolò la coda e cadde al suolo come un pacco di biancheria umida.
— Il furbo! — esclamò una voce dietro ad Alonzo.
Era il dottore che li aveva raggiunti per vedere con quale specie di selvaggina avevano da fare.
— Ma ora gli mando una palla, — disse Alonzo.
— È inutile, giovanotto, non ne vale la pena. Quel povero tapiro è affatto inoffensivo e la sua carne è così secca e di gusto così sgradevole, che persino certe tribù indiane la sdegnano. Lascialo andare, chè si è meritata l’esistenza.
— Pure mi hanno detto che gl’indiani lo cacciano attivamente.
— Sì, ma per averne la pelle, la quale, essendo molto resistente, serve per fabbricare scudi e delle ottime scarpe.
— Ma che animali sono questi tapiri? Che esistenza conducono? Non sono carnivori?
— Sono solitarii, di umore piuttosto malinconico e niente affatto carnivori; perciò inoffensivi. Vivono isolati in fondo alle più folte foreste che non abbandonano che al tramonto per recarsi nelle paludi. Talvolta però, durante i giorni piovosi, escono anche di giorno, ma di rado però. Sono dei veri anfibi, poichè prediligono l’acqua e vi s’immergono con facilità per cercare il loro nutrimento il quale consiste in radici acquatiche che scavano con quella corta proboscide che tu vedi mobilissima.
— È vero, dottore, che i tapiri formano delle strade in mezzo ai boschi?
— Sì, Alonzo. Facendo sempre la medesima via dal loro covo alla palude più vicina e così pure nel ritorno, senza mai deviare d’una linea, finiscono col tracciare in mezzo ai boschi dei veri sentieri che diventano molto pericolosi per loro, poichè i cacciatori ne approfittano per trovare i covi degli animali.
— Somigliano ai porci per abitudini? Vedo che quel tapiro si diverte ad avvoltolarsi nel fango come un vero maiale.
— T’inganni, poichè invece sono assai puliti. Quando si sarà bene inzaccherato di fango si laverà per bene.
— Ma ditemi, dottore, come ha fatto a uccidere quel serpente?
— Quel boa acquatico?... È un modo che i soli tapiri possono usare, poichè quegli _anaconda_, così si chiamano quei pericolosi serpenti, posseggono tale forza da stritolare perfino i giaguari. Avendo i tapiri dei polmoni enormi, appena si sentono afferrare emettono tutta l’aria diventando più piccini. I serpenti ne approfittano per stringere di più, ma allora gli altri riempiono rapidamente i polmoni, si gonfiano d’un tratto e in tal modo spezzano gli anelli vertebrali dei nemici.
— Un sistema molto curioso.
— Ma molto utile, lo hai veduto, Alonzo, e se....
Un grido acuto echeggiato in mezzo alla cupa foresta, gli tagliò la frase. Era ancora quel grido enigmatico, strano, che avevano già udito e che rassomigliava a quello del tucano, ma assai più potente.
Yaruri era balzato innanzi emettendo una sorda esclamazione.
— Ancora! — disse il dottore, aggrottando la fronte.
— Ma è un segnale adunque? — chiese Alonzo.
— Sì, un segnale, — disse Velasco.
— Qualcuno adunque ci segue o ci precede.
— Lo temo, Alonzo.
— Ma che non si possa scoprirlo?
— Chi lo troverebbe in mezzo a queste foreste oscure?
— Ma domani farà chiaro e cercheremo l’autore o gli autori di questi segnali.
— Se questa notte non fuggiranno.
— Sorveglieremo le sponde del fiume.
Yaruri era tornato verso di loro: era inquieto ed in preda ad una viva emozione.
— Hai veduto nulla? — gli chiese Velasco.
— No.
— Ma chi credi che siano?
— Un indiano tutto non può sapere.
— Ritorniamo all’accampamento, — disse Alonzo. — Non è prudente lasciare solo mio cugino.
— Hai ragione, Alonzo.
Si misero in cammino costeggiando la palude, tenendo in mano le armi per essere pronti a respingere qualunque aggressione.
Avevano già percorso duecento passi, quando Yaruri s’arrestò bruscamente. Un uccello si era alzato rumorosamente, forse un grosso pappagallo od una arà, emettendo un grido di spavento.
Si era levato a trenta o quaranta passi di distanza verso la loro destra.
Ad un tratto si udì un sibilo appena percettibile ed un cannello adorno all’estremità d’un piccolo tappo di midolla di legno cannone, andò a piantarsi nel tronco d’una palma, a due soli pollici dal capo di Yaruri.
— Una freccia! — aveva esclamato il dottore. — Fuoco, Alonzo.
Fecero fuoco a casaccio verso la direzione ove era venuto quel messaggero di morte. Appena cessate le due detonazioni, udirono uno spezzarsi di rami, poi più nulla.
L’indiano si era scagliato in mezzo alla foresta brandendo la sua cerbottana, ma si era subito trovato dinanzi ad una muraglia di verzura così fitta e così irta di spine, che aveva dovuto arrestarsi e tornare indietro.
Staccò la freccia che era formata d’un leggero cannello terminante in un’acuta spina e se la mise sulle labbra.
— È intinta nel _curare_, — diss’egli, sputando.
— Ma ti avveleni! — esclamò Alonzo.
— Non temere, — disse il dottore. — Il _curare_ è mortale solamente se si mescola al sangue dell’uomo colpito, ma si può assaggiarlo impunemente.
— Era destinata a noi quella freccia?
— A Yaruri, — disse il dottore. — Gl’indiani non falliscono mai e se l’avessero destinata a noi, saremmo stati colpiti. Fortunatamente il nostro indiano ha udito il sibilo a tempo ed ha potuto evitarla.
— Qualcuno adunque ha interesse a sopprimere Yaruri?
— Così la penso anch’io.
— Ma a quale scopo? Perchè lui invece di noi?
— Per privarci della guida che ci conduce alla città dell’oro; tale è il mio sospetto. Affrettiamoci a ritornare prima che ci piova addosso qualche altra freccia.
Si ripiegarono in fretta verso la sponda dove trovarono don Raffaele assai inquieto ed in procinto di raggiungerli. Informato di ciò che era avvenuto, approvò la proposta del dottore di vegliare attentamente sul fiume e l’indomani battere la foresta per cercar di scoprire quei nemici misteriosi.
X.
Fra i pecari e le mosche-cartone.
Cenato in fretta, si concertarono tosto per impedire ai nemici di prendere il largo e di risalire la grande fiumana.
Yaruri, il più valente di tutti nel dirigere la scialuppa, fu incaricato della vigilanza della foce del Cassanare incrociando anche nell’Orenoco; Alonzo, della sorveglianza d’una penisola che si estendeva per lungo tratto nel fiume e che doveva, da quel posto, tenere d’occhio un grande tratto di sponda. Raffaele e Velasco s’incaricarono di vigilare i due margini dell’immensa foresta.
Visitate le armi per essere più certi dei loro colpi, i tre bianchi si recarono nei luoghi indicati, portando con loro una coperta per difendersi dall’umidità della notte, mentre Yaruri prendeva il largo a bordo della scialuppa.
La notte era limpida e chiara, essendo la luna appena allora alzata; solamente le rane ed i rospi rompevano il silenzio che regnava sulla grande fiumana, ma a lunghi intervalli.
I tre bianchi e l’indiano tendevano gli orecchi sperando di raccogliere qualche grido o lo sbattere delle pagaie di qualche canotto o lo spezzarsi di rami nella foresta e aguzzavano gli occhi in tutte le direzioni, ma nulla udivano; nulla appariva nè sulla argentea distesa del fiume, nè sulle sponde, nè sotto i giganteschi alberi.
Solamente verso la mezzanotte parve a loro di vedere attraverso alle piante un rapido bagliore, ma che subito si spense. Forse era stato prodotto da qualche banda di _moscas de luz_, quantunque Yaruri ne fosse poco convinto.
L’alba li sorprese ancora in agguato. Gli uccelli si svegliavano empiendo l’aria di grida acute e di cicalecci interminabili e le scimmie ricominciavano i loro concerti diabolici.
— Battiamo la foresta, — disse don Raffaele ai compagni, che si erano riuniti. — Forse riusciremo a scoprire quei nemici che ci seguono con tanta ostinazione e contemporaneamente rinnoveremo le nostre provviste di carne fresca. Io e Yaruri ci terremo sulle sponde del Cassanare per non perdere di vista la nostra scialuppa e tu Alonzo e voi Velasco frugherete le foreste che si estendono sulle sponde dell’Orenoco.
— Andiamo, dottore, — disse Alonzo. — So che siete un valente cacciatore e se non troveremo quei nemici misteriosi, torneremo almeno con un carico completo di carne fresca.
— Le mie gambe non sono giovani come le tue, ma sono ancora robuste, — rispose il dottore. — In marcia.
— Un momento, — disse don Raffaele. — In caso di pericolo sparate tre colpi ad intervalli di mezzo minuto l’un dall’altro.
— Siamo d’accordo, — rispose Alonzo.
Si separarono: Yaruri e don Raffaele internandosi nelle foreste costeggianti il Cassanare e Alonzo ed il dottore quelle dell’Orenoco.
— Andiamo, giovanotto, — disse il dottore ad Alonzo. — Faremo un lungo giro e ti mostrerò un bel tratto di una delle nostre foreste vergini.
— Non chiedo di meglio, — rispose il giovane cacciatore.
— Bada però ove posi il piede, poichè in queste boscaglie i serpenti abbondano.
— Ve ne sono di velenosi?
— Di quelli che ti uccidono in meno di cinque secondi.
— Diavolo!... Voi mi spaventate.
— Bisogna procedere con prudenza. Animo, entriamo in piena foresta.
Quella foresta meritava il nome di vergine. Non vi erano sentieri, ma solo radi passaggi aperti senza dubbio dalle fiere, così stretti e tortuosi che a malapena permettevano d’inoltrarsi.
Era una confusione enorme di vegetali dalle foglie gigantesche, le quali proiettavano una cupa ombra. Si vedevano macchioni di palme della cera (_ceroscylum andicola_), superbe piante i cui tronchi raggiungono sovente un’altezza di cinquanta metri e dalle cui foglie si estrae una eccellente cera chiamata _carnanbeira_; macchioni di palme _tucumà, murumcerù_ e _ayri_, colle cui foglie si fabbricano dei tessuti finissimi mentre dalla polpa delle frutta si ricava dell’olio; delle palme _assuly_ le cui frutta danno pure olio o vengono anche adoperate per la fabbricazione d’un liquore che chiamasi appunto _assuly_; dei _papaya_, o alberi dei poponi, somigliando le loro frutta a quei cucurbitacei, quantunque siano meno saporiti; poi dei grandi _simaruba_ la cui scorza ha proprietà toniche mentre i fiori sono avidamente mangiati dalle testuggini, e quindi ammassi inestricabili di _calupi diavolo_ i cui semi, messi in infusione nell’acquavite, danno uno specifico contro i morsi dei serpenti; di _batolo_ le cui foglie messe a macerare servono a guarire le febbri, e di bambù colossali, fortissimi, che resistono perfino alle scuri e che sono adoperati per fabbricarsi quei lunghi canotti.
Gli animali non mancavano, ma non erano reputati degni di figurare alla tavola dei cacciatori. Erano per lo più quadrumani e sopratutto bande numerosissime di scimmie urlanti le quali facevano un baccano indescrivibile. Chiamansi anche scimmie rosse, avendo il pelame rossastro.
Sono alte un metro e quaranta centimetri od un metro e mezzo; hanno il muso appuntito, la coda assai lunga, ma sono sopratutto notevoli per la potenza della loro voce. Il loro pomo d’Adamo è grosso quanto un uovo di gallina, ma quando lo gonfiano diventa un vero gozzo ed allora lanciano dei potenti _hon!... hon!_... e dei muggiti così formidabili che si odono a ben cinque chilometri di distanza.
Al pari delle scimmie _barbado_ o _preganti_, si radunano in circolo sul tronco degli alberi e sui rami, il capo si colloca in mezzo ed intuona il concerto, ma le altre devono limitarsi a fare le parti dei coristi, poichè se ardiscono interromperlo, quello strano direttore corale distribuisce calci e scapaccioni con prodigiosa rapidità.