La Città dell'Oro

Part 4

Chapter 43,629 wordsPublic domain

— Che sia abitata quella capanna? — chiese Alonzo.

— Non vedo alcuno, — disse don Raffaele.

— Che indiani abitano queste sponde?

— Gli Ottomachi.

— Indiani da temersi?

— No, ma non amano la compagnia degli uomini bianchi.

— Andiamo a visitare quella catapecchia, — disse il dottore. — Sarei ben contento di trovare il proprietario.

— Per che cosa sapere? — chiese don Raffaele.

— Se ha veduto passare degli indiani armati di fucile.

— L’idea è buona. Metti la prua verso quel fiumicello, Yaruri.

La scialuppa virò di bordo e poco dopo si trovava bordo contro bordo colla _montaria_. Alonzo ed i suoi due compagni s’aggrapparono ai pali e si issarono sulla piattaforma che serviva di base alla capanna.

Bastò a loro uno sguardo per convincersi che quell’abituro era deserto. Qualcuno però doveva abitarlo perchè sospesa a due pali vi era un’amaca di fibre di _tucum_ abilmente intrecciate ed in un canto parecchie _cuia_, ossia specie di zucche tagliate a metà e ben seccate, delle quali gl’indiani si servono come recipienti.

Alonzo però, che frugava dappertutto, scoprì sotto un folto strato di foglie due piramidi di pallottole grigio-giallastre, un po’ più grosse delle uova d’oca e che parevano composte d’una specie d’argilla grassa.

— A cosa servono queste palle? — chiese stupito.

— Quelle palle indicano che il proprietario di questa capanna è un ottomaco, — disse il dottore.

— Ma cosa sono?

— _Poya_.

— Ora ne so quanto prima, dottore.

— Allora ti dirò che costituiscono la riserva degli Indiani ottomachi, per quando manca la selvaggina. Le mangiano, mio caro, e con quale piacere!

— Ma non sono di terra?

— Di creta ma grassa, un po’ oleosa e mescolata con un po’ d’ossido di ferro. Un mio amico che l’ha analizzata l’ha trovata composta di silice e d’allume con un terzo di calce.

— E voi dite che gli Ottomachi mangiano questa creta?

— È verissimo, — disse don Raffaele.

— Forse come medicina?

— No, vi ho detto che la mangiano quando sono a corto di viveri, — disse il dottore. — All’epoca dello straripamento dell’Orenoco, tutta la selvaggina abbandona queste sponde per ripararsi sui monti o sulle alture, sicchè per un buon mese gl’indiani, che non hanno l’abitudine di conservare grosse provviste, si trovano ben presto in lotta colla fame. Gli Ottomachi allora ricorrono alle pallottole di creta che hanno raccolte sulle sponde del fiume e che hanno fatto seccare. Dicono che bastano per ingannare il ventre, ma aggiungerò che sono tanto ghiotti di queste _poya_, come le chiamano loro, che anche in mezzo all’abbondanza non possono fare a meno di rosicchiarne qualcuna dopo il pranzo.

— E le mangiano così dure?

— No, le bagnano e poi le divorano con un appetito formidabile.

— Ma che sapore devono avere queste pallottole?

— Di creta, ma un po’ dolce.

— Se fosse un’altra persona che mi raccontasse simili cose, vi giuro, dottore, che non crederei. Degli uomini che mangiano la terra!... S’è mai udita una cosa simile?

— Non è poi tanto sorprendente, giovanotto mio. Vi sono molti altri popoli selvaggi che mangiano la creta: i Neocaledoni per esempio, alcuni popoli dell’arcipelago indiano, alcune tribù dell’Africa ed alcune di Pelli-rosse delle rive del Makenzie, nell’America del Nord. Anche i Giavanesi mangiano la creta l’_ampo_, che sono tavolette di terra cotta e ne fanno un consumo enorme.

— Ho veduto anche dei negri in alcune piantagioni a mangiare la creta, — disse don Raffaele.

— Ma la cosa più strana e inesplicabile è che in queste regioni, anche gli animali e gli uccelli, mangiano la terra, — disse il dottore. — Si direbbe che questo clima spinge uomini e animali a nutrirsene.

— Anche gli uccelli e gli animali! — esclamò Alonzo, sempre più stupito.

— Sì, giovanotto mio. Ho veduto io gli uni e gli altri radunarsi di notte, al chiaro di luna, nelle terre argillose e umide dette _barrieros_ e farne delle scorpacciate. Vi erano perfino dei cinghiali, o meglio dei pecari e dei _kariaku_, specie di caprioli.

— E non produce dei disturbi l’argilla?

— Gravissimi, Alonzo. Gli uomini che la mangiano deperiscono lentamente, diventano tristi e finiscono col morire consunti.

— E non cessano di mangiarla?

— No, anzi tale vizio è tenace da sradicare e chi lo ha preso muore, ma non lo abbandona. Nelle piantagioni, ai negri che l’hanno preso, si mette persino una museruola di filo di ferro chiusa a chiave. Orsù ripartiamo, è inutile perdere del tempo ad attendere il padrone di questa catapecchia.

Stavano per ridiscendere, quando verso il bosco si udirono improvvisamente degli acuti clamori, grida rauche, urla furiose, poi un rompersi impetuoso di rami e finalmente videro apparire dieci o dodici indiani di alta statura, i quali s’inseguivano picchiandosi rabbiosamente.

— Gli Ottomachi! — esclamò don Raffaele.

— Sì, — disse il dottore. — In guardia, amici!... Sono ubbriachi di _niopo_!

VII.

La caccia al «Jacaré».

Gli Ottomachi formano una vera nazione che occupa un vastissimo tratto delle sponde dell’Orenoco, cioè dalle foci dell’Apure a quelle del Cassanare, anzi si ritiene la più numerosa e la più formidabile. Essendo però divisa e suddivisa in un numero infinito di piccole tribù e non avendo alcun centro, è molto se ha potuto conservare il proprio territorio contro le invasioni delle altre nazioni.

Gli Ottomachi sono i più robusti di tutti i popoli che abitano le rive del grande fiume, di statura superiore agli altri e di forza non comune, ma il loro aspetto è malaticcio in causa dell’abuso del _poya_. Sono gli zingari di quelle regioni, poichè non hanno villaggi, non hanno alcuna cura nella fabbricazione delle loro capanne essendo di abitudini vagabonde, non coltivano nè le zucche nè il manioco come gli altri, contentandosi delle frutta che somministrano a loro gli alberi della foresta o dei prodotti della caccia e della pesca. Non hanno che una sola passione: quella di pitturarsi. Impiegano nella loro teletta delle giornate intere dipingendosi il corpo con colori svariati e perfino i capelli, ma quelle pitture, che richiedono delle ricerche pazienti per trovare le terre colorate, non le sfoggiano che nelle grandi occasioni. Nei giorni ordinarii si limitano ad imbrattarsi il volto ed i capelli con ocra gialla o rossa o turchina.

Quantunque abbiano avuto frequenti contatti cogli uomini bianchi, sono selvaggi come nei primi giorni della scoperta dell’America e non hanno fatto il più lieve progresso.

Il loro vestiario, come quattrocento anni fa, si compone ancora d’un semplice sottanino di foglie intrecciate, il _guayaco_ come lo chiamano loro, e le loro armi non hanno cambiato possedendo ancora le cerbottane, le mazze e qualche arpione per uccidere gli alligatori ed i lamantini.

Gli uomini che erano improvvisamente comparsi e che s’inseguivano gettando urla furiose, accapigliandosi, graffiandosi, picchiandosi coi pugni e coi piedi, parevano veramente ebbri, come aveva detto il dottore. Non si erano ancora accorti della presenza degli uomini bianchi, i quali avevano eseguita una prudente ritirata nella scialuppa, armando, per maggior precauzione, i fucili.

— Ma cosa fanno? — chiese Alonzo, che non li perdeva di vista.

— Si picchiano, come ben vedi, — rispose il dottore. — Sono ubbriachi di _niopo_.

— Di rhum o di _cascara_, forse?

— No, è una polvere composta di foglie di mimosa e d’una calce estratta dalle conchiglie d’un mollusco molto comune su questo fiume,

— È una specie di tabacco adunque, — disse don Raffaele.

— Ha le stesse proprietà del tabacco, dell’oppio e del _betel_[5] che masticano gl’Indocinesi ed i Malesi, ma l’abuso produce una strana malattia che rende litigiosi, battaglieri. Gli Ottomachi approfittano sempre di quella eccitazione per sfogare i loro rancori.

— Finchè si limitano ai pugni ed ai calci poco male, — disse Alonzo.

— Fanno di peggio, giovanotto, — disse il dottore. Si bagnano le unghie, che usano portare lunghe, nel succo velenoso del curare, producendo ben sovente delle ferite mortali.

Gli Ottomachi intanto, sempre battagliando, erano giunti sulla sponda del fiume, a cinquanta passi dalla capanna. Erano tanto assorti nella loro lotta che non si erano ancora accorti degli spettatori.

Ad un tratto un di loro, impotente a far fronte all’avversario, cadde nel fiume, su di un bassofondo. Subito si vide sollevarsi a lui d’intorno un nembo di spuma, apparire una testa mostruosa ed una coda armata di scaglie ossee, poi si udì un grido acuto, straziante.

L’indiano aveva risalita prontamente la sponda, ma metà del suo braccio sinistro era rimasta fra le mascelle d’un caimano che sonnecchiava sul bassofondo.

Quel caso inaspettato parve che facesse sfumare di colpo l’ebbrezza dei combattenti e che assopisse tutto d’un tratto i loro rancori.

Di comune accordo si erano slanciati verso il compagno, dal cui braccio mozzato sfuggiva, a rapide pulsazioni, un largo getto di sangue spumoso.

Yaruri ed i tre uomini bianchi avevano afferrato i remi e spinto la scialuppa verso la sponda per soccorrere il disgraziato, il quale minacciava di morire per la violenta emorragia.

— Vengo a guarirti, — disse il medico balzando rapidamente a terra e dirigendosi verso il mutilato.

Gli Ottomachi, vedendo quegli uomini sbarcare, non avevano tradito alcuna sorpresa. Si erano limitati a gettare uno sguardo più sulla scialuppa che ammiravano, che sui nuovi arrivati.

— Mostrami il tuo braccio, — disse Velasco, al mutilato. — Sono un _piaye_[6].

— Dammi dell’_aguardiente_[7] se ne hai, — rispose invece il ferito. — Mi farà meglio delle tue cure.

— Ma, disgraziato, tu morrai se non mi lasci fasciare la ferita.

Un sorriso sprezzante apparve sulle labbra dell’indiano, il quale pareva non provasse il menomo dolore, tanto è potente in loro la forza d’animo.

— Ne sappiamo più dei _piaye_ degli uomini bianchi, — disse poi. — Ecco chi mi guarirà!

Un indiano, che era poco prima entrato nella foresta, ritornava armato di un coltello di recente arrotato e munito di parecchi oggetti involti in alcune grandi foglie.

— A te! — disse il mutilato, stendendo il braccio sanguinante.

— Lo rovinerà, — disse Alonzo. — Impeditegli di operare, dottore.

— Lasciamolo fare, giovanotto, — rispose Velasco. — Vedrai che valenti operatori sono questi selvaggi.

Il ferito si era inginocchiato stendendo il braccio sul tronco di un albero abbattuto. La mutilazione era spaventevole: l’osso era stato sfracellato di colpo dalle formidabili mascelle del mostro, e la carne presentava degli strappi come se quel povero braccio fosse stato dilaniato da un ingranaggio. Pure l’indiano conservava una calma impassibile, straordinaria; solamente un freddo sudore che bagnavagli la fronte, tradiva le sue atroci sofferenze.

L’operatore prese l’estremità di quel membro che emetteva di tratto in tratto dei getti di sangue, impugnò il coltello, recise nettamente l’osso, poi tagliò i brandelli di carne con una maestria ammirabile e senza che il ferito emettesse un solo gemito.

Livellata la mutilazione, prese un po’ di musco secco, lo bagnò copiosamente con un liquido che era racchiuso in una zucca, lo applicò sul moncherino, poi vi sovrappose uno strato di creta e fasciò il tutto con alcune foglie ed una liana.

Era tempo: lo sventurato, indebolito dalla perdita di sangue, si era lasciato cadere sull’erba, emettendo un profondo sospiro.

— Ecco fatto, — disse Velasco.

— Guarirà? — chiese Alonzo.

— Fra un mese la ferita sarà rimarginata.

— Ma che liquido ha versato sul musco?

— L’_uenuba_, la panacea indiana delle piaghe, un succo che ha la proprietà di essiccare prontamente le ferite.

In quell’istante il mutilato si era rialzato. Egli additò ai compagni il fiume dicendo:

— Il mio braccio è rimasto là.

— Lo ritroveremo, — risposero i suoi compagni.

— Mi occorre il cuore del caimano.

— Lo mangerai presto.

— Ed il mio braccio.

— Lo riavrai.

Ciò detto gli Ottomachi coricarono il loro compagno in un’amaca che avevan tesa fra due rami, gli fecero bere una lunga sorsata di liquore estratto dalle radici del manioca fermentato, poi si diressero verso il fiume e si misero a scrutare le acque con profonda attenzione.

— Cosa fanno? — chiese Alonzo.

— Si preparano a vendicare il loro compagno, — rispose don Raffaele. — Fra poco uccideranno il caimano.

— Colle freccie?

— Lo prenderanno col laccio. Eccoli al lavoro.

Gli Ottomachi, dopo un breve consiglio, erano rientrati nella foresta nella quale dovevano sorgere le loro abitazioni. Dopo un quarto d’ora erano di ritorno con altri dieci compagni, tutti carichi di corti pali acuminati che accumularono sulla sponda. Ripartirono e tornarono con altri nè si arrestarono finchè non ne ebbero trasportati moltissimi.

Allora cominciarono a scendere sul bassofondo ed a piantarli formando un semicerchio, ma che aveva una stretta apertura verso il punto ove l’acqua era più profonda.

In quel passaggio tesero il laccio destinato al caimano, formato da un nodo scorsoio di fibre di _tucum_ e d’un giovane albero fortemente piegato e tendente a riprendere la posizione verticale.

Terminato quel lavoro, compiuto in un tempo brevissimo, ritornarono verso la sponda, un solo eccettuato, il quale era rimasto nascosto nel recinto tenendo in braccio un piccolo pecari, una specie di cinghiale selvatico che puzza di muschio.

— Attento, Alonzo, — disse il dottore. — Fra poco il goloso caimano giungerà.

— Verrà a gettarsi stupidamente nel laccio.

— Il pecari è un boccone ghiotto. Odi?... Il piccolo cinghiale aveva emesso un grido acuto. L’indiano che lo teneva in braccio, pizzicavagli fortemente gli orecchi per farlo urlare.

Il caimano però, messo forse in sospetto da quella cinta che poco prima non esisteva, si manteneva nascosto in fondo al fiume. La sua ingordigia però doveva vincere ben presto la sua diffidenza.

Infatti, udendo le urla sempre più acute del pecari, dopo dieci minuti si vide l’acqua rigonfiarsi dinanzi all’apertura del recinto. Il ghiottone giungeva, ma con mille precauzioni e tenendosi nascosto sott’acqua per non farsi scorgere.

Quelle grida che promettevano una preda appetitosa, esercitavano su di lui un fascino irresistibile.

Gl’indiani non fiatavano. Armati delle loro pesanti mazze, di qualche scure e di qualche arpione, attendevano il momento opportuno per scendere sul bassofondo. Don Raffaele ed i suoi compagni stavano pure zitti, ma avevano armato i fucili per aiutare gli Ottomachi nella pericolosa impresa.

Ad un tratto si scorse il muso del caimano presso la cinta. Il mostro esitò un istante ancora, poi si cacciò nella stretta apertura, ma non potendo passare, con urto violento spostò i primi pali. L’albero si rizzò improvvisamente facendo scattare il laccio ed il saurio, preso a mezzo corpo da quella robusta corda che gli si era stretta intorno, si sentì strappare dall’acqua e sollevare in alto.

Quale spettacolo offrì allora il mostro sospeso all’albero!... Era lungo cinque metri, aveva le mascelle armate di una doppia fila di denti formidabili, bianchi come l’avorio e triangolari, e una coda enorme, coperta di grosse scaglie rugose. Si dibatteva furiosamente facendo scricchiolare l’albero, sbarrava gli occhi sanguigni, ma che avevano dei lampi giallastri, demoliva i pali colla possente coda ed emetteva certi brontolìi paragonabili al tuono udito in lontananza.

Gl’indiani si erano slanciati nel recinto mandando urla di trionfo ed agitando furiosamente le loro mazze, le scuri e gli arpioni, ma non osavano avvicinarsi al mostro che si dibatteva con crescente furore, minacciando di accopparli a colpi di coda.

— A noi, — disse don Raffaele, puntando il fucile.

Attesero che il caimano mostrasse loro il ventre, poi fecero fuoco simultaneamente. Il mostro fece un ultimo e più tremendo balzo, agitò furiosamente la coda per alcuni istanti, poi si distese, penzolando dall’albero come un appiccato.

Gli Ottomachi recisero la corda facendolo cadere sul bassofondo, lo trascinarono sulla sponda e lo sventrarono a colpi di scure, frugandogli nelle viscere.

Pochi istanti dopo un indiano offriva al povero mutilato, che era sempre disteso nella sua amaca, il suo pezzo di braccio che il caimano aveva inghiottito intero come fosse un semplice zuccherino.

— Dov’è il cuore? — chiese il ferito.

— Eccolo, — disse l’indiano porgendogli il cuore del mostro che ancora palpitava, tanto è potente la vitalità di quei saurii.

Un lampo di soddisfazione balenò negli occhi del ferito.

— Sono vendicato, — disse.

E lo addentò rabbiosamente, crudo come era, masticandolo con invidiabile appetito.

VIII.

Le testuggini dell’Orenoco.

Gli Ottomachi, riconoscenti per l’aiuto ricevuto, si degnarono d’offrire agli uomini bianchi un pezzo di coda di caimano, boccone scelto per loro, ma niente affatto gradito ai palati europei che non riescono a vincere l’acuto odore di muschio che appesta quella carne.

Don Raffaele, a nome dei compagni, pur ringraziando, rifiutò l’offerta con maggior soddisfazione degli indiani, anzi regalò loro una bottiglia di rhum che fu in un lampo vuotata da quegli ubbriaconi.

In cambio però, chiese loro se avessero scorto su quel tratto di fiume un canotto montato da indiani armati di fucile, ma non riuscì a sapere nulla. Dei canotti ne erano passati parecchi in quindici giorni, ma nessun Ottomaco aveva fatto caso se gli indiani che li montavano erano armati o inermi. Prevedendo che non avrebbero ricavato altre notizie, lasciarono quei selvaggi occupatissimi ad arrostire la preda gigante, e sciolte le vele ripresero la navigazione per raggiungere la foce del Maniapure.

Le sponde del fiume erano ridiventate deserte non essendovi, in quei dintorni, a quanto pareva, altre tribù di Ottomachi, ed avevano inoltre subìto dei cambiamenti. Frequenti fiumi rompevano le foreste, riuniti fra di loro da canali interni chiamati comunemente _neirim-igarape_, ossia sentieri dei canotti, secondo l’espressione indiana. Si vedevano pure degli ampi stagni che comunicavano col fiume, delle _agoas redonde_.

Sopra quegli stagni ripieni di piante acquatiche colle foglie immense, cicalavano o strillavano bande di _carpideira_ o _choradeira_, vale a dire uccelli piagnoni perchè hanno un canto così lamentevole che si direbbe che piangano. Sulle sponde invece si vedevano correre e saltellare numerosi _capibara,_ grossi roditori grossi come un cane, col mantello nero, terribili devastatori delle piantagioni, ma poco pregiati come selvaggina, avendo la carne assai calorosa; apparivano anche, ma più rari, dei _gamba_, marzupiali somiglianti ai conigli, che hanno una tasca sotto all’addome ove ripongono i piccini e che quando sono inseguiti sprigionano un odore così fetente da arrestare non solo i cacciatori, ma perfino i cani. Anche la carne di questi animali è poco buona, essendo nera e coriacea, ma gl’indiani non la sdegnano.

Verso il mezzodì, mentre i naviganti si preparavano ad assalire la colazione allestita nella scialuppa, si vide Yaruri balzare rapidamente in piedi, mentre con un rapido colpo faceva cadere la randa.

— Cos’hai? — chiesero i tre bianchi.

— Là.... sulla sponda, — disse l’indiano.

Guardarono nella direzione indicata e su di una riva bassa e sabbiosa videro trascinarsi penosamente con delle mosse ridicole dei larghi corpi che parevano usciti allora dal fiume.

Erano trenta o quaranta testuggini, ma della specie più grande, poichè misuravano almeno due metri di larghezza su una lunghezza di cinquanta o sessanta centimetri. I loro gusci avevano dei riflessi verdastri ma marmorizzati di nero.

— Sono _testudos mejolas_, — disse don Raffaele. — Un arrosto che merita di venire assaggiato.

— Ma ne vedo altre su quel banco di sabbia, — disse il dottore. — Sono le _careto_.

Infatti un po’ più lontano, su di un banco, si vedevano altre testuggini più piccole bensì, ma col guscio assai più bello e più pregiato. Erano di colore bruno, chiazzate di macchie rossastre irregolari, ma i loro gusci sono formati di tredici lamine poste sopra e dodici sotto. È dalle prime solamente che si ricava la tartaruga messa in commercio.

— Ma cosa fanno tutte quelle testuggini? — chiese Alonzo.

— Stanno seppellendo le loro uova, — rispose il dottore. — Andiamo a fare una frittata.

Yaruri aveva già afferrati i remi e spingeva lentamente la scialuppa verso la sponda. Le testuggini però vegliavano e accortesi della presenza dei nemici facendo sforzi disperati raggiunsero il fiume e si tuffarono rapidamente.

— Non monta, — disse don Raffaele. — Ci rifaremo colle uova.

Toccata la sponda, s’affrettarono a sbarcare, ma Alonzo, con sua grande sorpresa, non vide alcun uovo.

— Ma dove sono? — chiese.

— Sotto la sabbia, — disse don Raffaele, — ma ti sfido a trovarle. Solamente gl’indiani sono capaci di scoprirle.

— Avranno lasciato qualche segno dove le hanno sepolte.

— Nessuno, cugino; puoi accertartene.

Alonzo si mise a percorrere la sponda in tutti i sensi, ma non trovò alcun segno che indicasse ove le uova erano state nascoste. Yaruri lo osservava sorridendo maliziosamente.

— Fulmini e lampi! — esclamava il giovanotto stizzito, frugando e rifrugando le sabbie, ma senza successo.

— A te, Yaruri, disse don Raffaele. — Se aspettiamo che mio cugino le trovi, la frittata si farà attendere fino a domani.

L’indiano si mise a percorrere la sponda con passo rapido, sulla punta dei piedi, ma con un’andatura inquieta. Ad un tratto si curvò, si mise a scavare la sabbia e mise allo scoperto un gruppo d’uova rotonde, un po’ più grosse di quelle di gallina, che si trovava sepolto a otto o dieci centimetri di profondità.

— Ma io non ho veduto alcuna traccia sopra quella covata, — disse Alonzo, che aveva seguito l’indiano.

— Le testuggini, te l’ho detto, non ne lasciano e livellano le sabbie con cura estrema per impedire che le ova vengano trovate, — disse don Raffaele.

— Ma come fanno allora a scoprirle?

— Non lo si sa.... ma to’!... Cos’è questa traccia? — chiese, mostrando sulla sabbia una buca che aveva la forma d’un pesce, ma un po’ arrotondata.

— Se ne trovano soventi sulle rive di questo fiume, — rispose il dottore. — Si dice che in quelle buche vadano a dormire le razze, ed infatti vedete che hanno precisamente la forma di quei pesci.

— Che sia vero?

— Non lo so, ma così dicono i pescatori e gl’indiani.

— E quell’animale che striscia laggiù e che cerca di guadagnare quel crepaccio, cosa sarà? — chiese Alonzo, imbracciando il fucile.

— Una testuggine, — disse il dottore.

— Una testuggine! Ma se è priva del guscio? Io vi dico che è un rettile di nuova specie.

— T’inganni, giovanotto, è una vera testuggine e della specie _careto_.

— Ma non vedete che è un mostro orribile e pare scorticato di recente?

— Uccidilo e mangeremo un buon arrosto, — disse il dottore, sorridendo.

Il giovanotto non si fece ripetere il comando e con una palla ben aggiustata stese a terra quello strano animale, proprio sull’orlo del crepaccio che stava per raggiungere.

Il cacciatore si slanciò innanzi seguito dal dottore, mentre Yaruri e don Raffaele accendevano il fuoco per preparare la promessa frittata.

Il dottore aveva detto il vero: quel rettile era realmente una testuggine _careto_, ma ridotta in uno stato compassionevole. Non aveva più il suo bellissimo guscio bruno chiazzato di macchie rossastre e trasparenti, pareva che fosse stato strappato brutalmente. Il dorso era tutto una piaga sanguinante, ma coperto qua e là da un principio di sostanza cornea ed ineguale.

— Mille fulmini! — esclamò Alonzo, stupito. — Chi ha ridotto in questa raccapricciante condizione questo povero rettile? I caimani forse?

— No, — disse il dottore, — i cacciatori di tartaruga.

— Cosa volete dire?

— Che i cacciatori hanno strappato il guscio a questa testuggine, per impadronirsi della scaglia.

— Spiegatevi meglio, dottore.