Part 10
— Eccone uno là, sotto quella pianta, — disse Alonzo, alzando il fucile. — Provo a fare una scarica.
Presso il tronco d’una massimiliana si vedeva agitarsi un’ombra e brillare due occhi che avevano dei riflessi verdastri. Si udì un sordo brontolìo a cui rispose una specie di miagolìo che usciva da una macchia vicina. Alonzo s’avanzò verso la sponda e puntò l’arma, ma la riabbassò quasi subito, emettendo un grido di dolore.
— I _caribi_! — aveva esclamato.
Quasi nell’istesso istante Yaruri aveva spiccato un salto innanzi, emettendo pure un grido acuto.
— Fuggite! — esclamò don Raffaele, che si sentiva già mordere le gambe da quei feroci pesciolini.
Senza più pensare ai coguari che miagolavano sotto gli alberi, i quattro naufraghi, inseguiti dai piccoli mostri, si precipitarono verso la sponda perdendo già sangue da più ferite e s’arrampicarono su per l’erta, riparandosi ai piedi degli alberi.
Si erano appena riuniti, quando udirono un rauco ruggito echeggiare quasi sopra il loro capo.
— Il coguaro! — esclamò don Raffaele, scostandosi rapidamente dalle piante.
— È sull’albero! — gridò Alonzo, additando quello che avevano appena lasciato.
— Badate che non vi piombi addosso! — disse Velasco.
Si erano ritirati sull’orlo della sponda armando precipitosamente i fucili e guardavano fra i rami d’un saponiere.
Colà un animale grosso quanto e forse più d’un cane di Terranuova, ma di forme più slanciate, si teneva rannicchiato, fissando su di loro due occhi che brillavano stranamente fra quell’oscurità.
Emetteva dei bassi ruggiti, ma non osava ancora assalire, tenuto in rispetto dalle canne dei tre fucili.
— Lascia fare a me, Alonzo, — disse don Raffaele, traendolo indietro. — Quell’animale può piombarti addosso anche dopo ferito.
— E poi ve n’erano degli altri su questa sponda, — disse il dottore. — Pensiamo anche a quelli per non farci sorprendere.
Il piantatore si era avanzato di qualche passo e aveva alzato il fucile, mirando attentamente e con grande sangue freddo.
Il coguaro continuava a ruggire e lo si udiva stritolare la corteccia del _maot_ colle potenti unghie.
Il piantatore lasciò partire la scarica. Il fumo non si era ancora dissipato che la fiera, con un balzo immenso, si precipitava in mezzo agli avversarii. Cadde, tentò di risollevarsi per gettarsi addosso a Yaruri che era vicino, ma le forze le mancarono e stramazzò al suolo rimanendo immobile.
L’indiano con un colpo di scure le spaccò il cranio, per essere più certo di non vederla rialzarsi.
— Bel colpo, cugino mio! — esclamò Alonzo, rivolgendosi a don Raffaele.
— Ma la mia palla per poco non bastava, — rispose il piantatore. — Ma.... dove sono fuggiti gli altri coguari?
— Avranno preso il largo, — rispose il dottore.
— Non fidatevi e rimanete uniti, — comandò Yaruri. — Forse ci spiano e strisciano fra i cespugli.
Si addossarono al tronco colossale d’un _summameira_ che stava dietro di loro e attesero l’alba coi fucili montati.
Alonzo aveva trascinato presso l’albero il cadavere della belva e lo osservava con viva curiosità.
Era un vero coguaro, chiamato anche _puma_ dagli indiani e leone d’America dagli uomini bianchi. Come dicemmo, era grande quanto un cane di Terranuova, ma nelle forme e anche pel colore del pelame, rassomigliava assai alla femmina del leone africano. Aveva la testa rotonda come quella dei gatti, ornata di lunghi baffi irti, gli orecchi corti e la coda era lunga e sottile.
Questi animali hanno una forza straordinaria quantunque siano relativamente piccoli e sono feroci al pari dei giaguari, e assaltano nello stesso tempo animali e indiani. Di solito, specialmente se non sono affamati, evitano gli uomini bianchi sapendoli armati di fucili, ma se sono messi alle strette si difendono con accanimento senza pari e si slanciano sui cacciatori senza contarli.
Tuttavia, quantunque siano così sanguinari, presi piccini si affezionano ai loro padroni, ma non bisogna fidarsi troppo, poichè qualche giorno, quando meno si sospetta, giuocano dei pericolosi colpi e non è raro che finiscano col divorare i loro guardiani.
Intanto i coguari, poco prima veduti ronzare sulla sponda, non si facevano vedere. Spaventati forse da quello sparo, si erano internati nella foresta, in mezzo alla quale si udivano a ruggire e balzare fra i cespugli.
Verso l’alba però scomparvero, nè più si fecero vedere, nè udire.
— Andiamo a visitare questa sponda, — disse don Raffaele. — Poi penseremo a metterci al lavoro ed a rifabbricare la nostra scialuppa.
XIX.
Il pane degli indiani.
Il luogo ove avevano approdato era una lunga striscia di terra, larga forse venti metri, coperta di grandi alberi e che aveva dietro di sè una savana tremante d’una estensione così immensa che non si potevano scorgere i confini.
Su quell’istmo, che divideva le acque dell’Orenoco da quelle nere della savana, crescevano colossali bambù d’un diametro di uno o due metri; macchioni di spine _ansara_ e di erbe taglienti che producono ferite pericolose; ammassi di _calupi_, piante le cui frutta tagliate a pezzi dànno una bevanda rinfrescante, e di _calupi diavolo_ i cui semi, messi in infusione coll’acquavite, sono uno specifico contro i morsi dei serpenti; gruppi di _niku_, gambi sarmentosi simili alle liane, colla scorza bruna e che tagliati a pezzi dànno un succo lattiginoso che si lascia colare negli stagni per ubriacare i pesci; poi un grande numero di palme, le graziose _bactris_, le nane _marajà_, le esili _euterpe edulis_, le folte _cargia_ (_atlalea spectabilis_) che sono quasi senza fusto e che si curvano verso terra, le spinose _javary_ (_astrocaryum_) e le grandi _manassù_ (_atlalee speciosæ_).
Numerosi uccelli svolazzavano fra quelle piante e sull’orlo della savana tremante: i _maithaco_, piccoli pappagalli, cicalavano su tutti i toni; le _arà_ lanciavano le loro grida acute di _arà, arà_; gli _aracari_, uccelli simili a un merlo ma col becco grossissimo volavano via a stormi; gli _azulao_, piccoli uccelli colle penne azzurre, canticchiavano fra i _niku_ e le spine _ansara_, mentre gli _japu_, appollaiati sulle cime degli alberi, facevano un baccano indiavolato col loro cinguettìo sgradevolissimo.
Fra i cespugli poi, svolazzavano gli splendidi colibrì, i piccolissimi uccelli mosca chiamati anche beja-flores perchè pare che bacino i fiori e dagli indiani _capelli del sole_ o _piccoli re dei fiori_. Erano grossi come un tafano e mostravano, ai primi raggi dell’astro diurno, le loro splendide penne scintillanti.
V’erano anche i _trochilus pella_ o colibrì topazii; i _trochilus auratus_ o colibrì granato e i _trochilus minimus_, i più piccoli di tutti, ma i più battaglieri. Trillavano sull’orlo dei loro nidi graziosissimi, fatti in forma di coni rovesciati, facendo scintillare le loro piume verdi, o turchine, o nere porporine a riflessi dorati.
Gli animali invece mancavano ed anche i quadrumani, di solito numerosi sulle sponde dell’Orenoco, non facevano udire le loro grida discordi. Solamente una coppia di _saiminé_, o scimmie scoiattolo, saltellavano fra i rami d’una _lantana camara_, gentile arbusto rampicante carico di graziosi fiori variopinti.
— È un luogo tranquillo, — disse Alonzo.
— E sicuro, — aggiunse il dottore. — Questa savana tremante impedirà ai misteriosi indiani, che si ostinano a perseguitarci, di sorprenderci.
— A te, Yaruri, — disse don Raffaele. — Affidiamoci all’uomo dei boschi.
— Prima di tutto pensiamo al canotto, — rispose l’indiano. — Ecco là un grosso bambù che fa per noi.
— È grosso come una botte, — disse Alonzo. — Sarà facile abbatterlo?
— Impossibile per un uomo bianco, ma non per un indiano, — rispose Yaruri.
— Resisterà alla scure?
— L’arma rimbalzerebbe senza intaccarlo. Questi bambù sono leggeri ma tenaci.
— Ed allora come farai ad atterrare questo gigante?
— Lo vedrete, — rispose Yaruri.
Si mise a raccogliere dei rami morti e li accumulò alla base del bambù, poi vi diede fuoco.
— Ecco fatto, — disse. — Il legno si consumerà lentamente ed il colosso questa sera cadrà. Intanto possiamo metterci in cerca di viveri per preparare le nostre provviste di viaggio.
— Non so dove ne troverai, — disse Alonzo. — Non vedo che uccelli.
— La foresta ha mille risorse per l’indiano, — rispose Yaruri. — Voi incaricatevi della selvaggina, ed io ed il padrone penseremo a procurare il pane.
— Quello dei palmizi forse?
— No, il _manioca_, — rispose Yaruri.
— Ma speri di trovarne qui? — chiese don Raffaele, con tono incredulo.
— Qui no, ma presso la cascata sì. Un tempo vi sorgeva una missione di padri bianchi e so che gl’indiani vanno ancora a raccogliere la _manioca_.
— Verremo con te, — disse Alonzo. — Sono curioso di vedere questa pianta e di assistere alla preparazione della farina.
— Ma non abbiamo nè un _colubro_, nè uno staccio, nè una piastra di ferro per cucinarla, — disse il dottore.
— Yaruri avrà tutto, — rispose l’indiano. — In cammino.
— Ma io ho fame, — disse Alonzo. — La foresta non potrebbe regalare qualche cosa all’indiano?
Yaruri gettò intorno un rapido sguardo, poi prese una fiaschetta che il dottore portava appesa alla cintola, dicendo:
— La foresta vi offre del latte.
— Hai scorto qualche mucca? — chiese Alonzo, ridendo.
Yaruri non rispose, ma s’avvicinò ad un grande albero col tronco liscio, alto dai venticinque ai trenta metri, colla corteccia rossastra e coi rami carichi di frutta rotonde, grosse come aranci e giallastre.
— La _mimosops balata_, — disse il dottore. — Avremo del buon latte che nulla avrà da invidiare a quello delle mucche.
L’indiano aveva estratto il coltello e fatta sul tronco di quell’albero una profonda incisione. Tosto un getto di succo lattiginoso zampillò, cadendo entro la fiaschetta del dottore.
— A voi, — disse l’indiano, porgendola ad Alonzo. — Bevete.
Il giovanotto, dopo una breve esitazione, mandò giù due o tre sorsi.
— Ma è vero latte! — esclamò. — Foresta benefica!... Si sono mai veduti degli alberi surrogare le bovine?
— Bevete, o il succo sfuggirà tutto, — disse l’indiano.
Alonzo vuotò la fiaschetta, poi bevettero il piantatore, Velasco e ultimo Yaruri.
— Ora in marcia, — disse questi.
Rinvigoriti da quel latte, si misero in cammino costeggiando la savana tremante e oltrepassata la lunga lingua di terra che la divideva dal fiume, guadagnarono la grande foresta che si estendeva lungo la cateratta.
Yaruri s’arrestò alcuni istanti per orientarsi, poi condusse i suoi compagni nel folto della selva e s’arrestò sul limite d’una radura, in mezzo alla quale si vedevano ancora sorgere gli avanzi di alcune capanne.
Tutto all’intorno il terreno era diboscato per un grande tratto e portava ancora traccie di coltivazione. Qua e là crescevano alberi di cocco, ma ormai mezzi selvatici; banani già carichi di frutta deliziose e profumate; piante di _batolo_ le cui foglie, messe in infusione, calmano le febbri, piante di tabacco che un tempo dovevano aver servito alla missione; aranci, cedri, mangli che si curvavano sotto il peso dei loro frutti che sono eccellenti e succosi ma impregnati d’un legger sapore di terebintina, qualche albero di cacao e qualche pianta di caffè, ma ormai semi-infruttifera per mancanza di cure.
Yaruri però non si curava di quelle piante. Egli mosse diritto verso certe pianticelle, sollevò rapidamente la terra ed estrasse un grosso bulbo somigliante ad una patata, esclamando:
— La _manioca_!... Il pane è assicurato.
— È buona questa _manioca_? — chiese Alonzo.
— Eccellente, — rispose il dottore.
— Assaggiamola.
— Sei pazzo! — esclamò Velasco. — Se la mangi così morrai.
Alonzo lo guardò con stupore.
— Ma contengono del veleno questi bulbi?
— E potente, giovanotto mio. Basta una piccola dose del succo di questi tuberi per produrre vomiti, convulsioni, gonfiezza del corpo e quindi la morte.
— Ma come si mangiano adunque?
— I bulbi devono prima subire una speciale preparazione per sbarazzarli del succo velenoso. Vedrai Yaruri all’opera.
— Tutti gl’indiani sanno prepararli?
— Tutti, e nell’America del Sud si fa un consumo enorme di _cassava_ e di _cuac_.
— Cosa sono la _cassava_ e il _cuac_?
— Te lo dirò poi. Al lavoro.
L’indiano continuava a scavare aiutandosi col suo largo coltello e accumulava i bulbi. Don Raffaele ed il dottore si accomodarono per terra, si misero a pelarli, poi a tagliarli in fette sottili.
— Sarebbe necessaria una raspa, — disse il dottore ad Alonzo, — ma in mancanza di questa faremo col coltello.
— Posso aiutarvi?
— Sì, ma bada a non ferirti, poichè una scalfittura fatta con un coltello bagnato nel succo di questi tuberi produce la morte.
— Agirò con prudenza, dottore. Ma non vi è alcun antidoto per questo veleno?
— Sì, uno solo, il succo della _rundiroba cardifolia_, ma non ho veduto nessuna di queste piante in questa foresta.
Yaruri aveva terminata la raccolta e si era seduto dinanzi ad un ammasso di foglie che aveva prese nella foresta. Erano di palme _murumurò_, adoperate dagli indiani per fabbricare delle stuoie finissime.
L’indiano le intrecciava rapidamente formando una specie di budello lungo e grosso come la coscia d’un uomo.
— Cosa intreccia? — chiese Alonzo al dottore.
— Prepara il _colubro_, — rispose questi.
— Ma a cosa servirà quel budello? A fare dei salami forse?...
— A sbarazzare la _manioca_ del veleno. Affrettiamoci, chè Yaruri ha quasi terminato.
Mezz’ora dopo l’indiano sospendeva il _colubro_, che era lungo due metri, al ramo d’un albero e lo riempiva, a tutta forza, in modo da farlo quasi scoppiare, di pezzi di manioca. Ciò fatto si mise a comprimerlo cominciando dall’estremità superiore, facendo schizzare, attraverso i pori delle foglie, un succo lattiginoso. Era il veleno.
Spremuta per bene quella polpa farinacea, di colore giallastro, l’indiano vuotò il _colubro_ e ripetè l’operazione con tutta l’altra, aiutato dal piantatore e anche da Velasco.
— È mangiabile ora? — chiese Alonzo che seguiva attentamente quel lavoro.
— Non ancora, — rispose il dottore. — La _manioca_ non s’e sbarazzata del tutto del veleno e potrebbe ancora procurarti la morte.
— Cosa richiede ancora prima di venire adoperata?
— Innanzi tutto uno staccio per sbarazzare queste fecole dei filamenti che contengono.
-Ma noi non lo possediamo.
— S’incaricherà Yaruri di fabbricarlo colle fibre dei cocchi.
— E poi?
— Poi Yaruri con dell’argilla fabbricherà un piatto, non possedendo noi alcuna piastra di ferro. Stenderà la _manioca_ su quel piatto e la lascierà seccarsi a lento fuoco per far sparire gli ultimi residui di veleno. Si potrebbe farne anche a meno però della piastra, poichè lasciando la manioca un paio di giorni all’aria libera, perde egualmente le sue proprietà velenose.
— E perchè?
— Pel semplice motivo che il veleno della _manioca_ si volatilizza al pari dell’acido cianidrico. La farina ottenuta si chiama _cuac_ e si mette in commercio entro barili ove si conserva benissimo per lungo tempo.
— E le _cassava_ cosa sono?
— Sono le galette fatte colla farina di _manioca_.
— È vero, dottore, che questi tuberi sono molto nutritivi?
— Basta mezzo chilogramma di _cassava_ per nutrire ed abbondantemente un uomo per ventiquattro ore.
— Allora noi abbiamo qui....
— Tanto _cuac_ da vivere un mese.
In quell’istante verso la savana tremante echeggiò uno schianto formidabile.
— Cosa succede? — chiese Alonzo afferrando il fucile.
— È il bambù che è caduto, — rispose il dottore. — Fra due giorni avremo anche un canotto.
XX.
La prima minaccia dei figli del sole.
Nei giorni seguenti l’indiano ed i tre uomini bianchi, che avevano fretta di partire, non perdettero tempo.
Caduto il gigantesco bambù, che era stato consumato dal fuoco alla base, Yaruri in breve tempo ne ricavò un canotto lungo dieci metri, largo quasi un metro e mezzo, leggero sì ma solidissimo. Non possedendo remi, i quali erano andati perduti nel naufragio della scialuppa, l’indiano fabbricò otto paia di _tacarì_, ossia di lunghe pagaie, non essendo gli uomini bianchi abituati ad adoperare quelle corte usate dagli indiani.
Don Raffaele intanto aveva preparato il _cuac_ che poi trasformò in _cassava_, mentre il dottore ed Alonzo seccarono a lento fuoco una rispettabile provvista di pesci, raja spinose, piraia, pemecrù, storioni, traira e cascudo.
Sette giorni dopo il naufragio della scialuppa, tutto era pronto per la partenza.
Imbarcarono i viveri accomodandoli a prua ed a poppa per meglio equilibrare il canotto e la mattina del settimo giorno lasciavano le sponde della savana tremante, salendo, senza incidenti, la cateratta.
Il canotto si comportava bene. Era molto più leggero della scialuppa e scivolava sull’acqua con poca forza. Due remi erano sufficienti per farlo avanzare con una rapidità di quattro miglia all’ora, permettendo ai naviganti in tale modo di scambiarsi.
Due giorni dopo giungevano alla foce del Vichada o Vicciada, fiume grossissimo che scende da ponente, un tempo conosciuto dai gesuiti che nei loro primi tempi avevano radunato su quelle sponde delle borgate d’indiani Salivi, ma poi dimenticato. Sbocca quasi di fronte al Tépapuc, affluente che nasce invece nelle pianure d’oriente.
È colà che l’Orenoco cambia nome, prendendo quello di Athiele, nome dato, a quanto sembra, dagli indiani Ascaqui e Catupli.
S’arrestarono qualche giorno per provvedersi di carne fresca, abbattendo alcuni formichieri che avevano sorpresi presso un formicaio di termiti, poi proseguirono il viaggio passando dinanzi la foce del Zuma, affluente di sinistra e quindi a quella del Guaaviari chiamati anche Attavapa, uno dei più grossi che ha la sorgente presso Quito e che per lungo tempo fu creduto il tronco principale dell’Orenoco.
Dopo una nuova fermata per riposarsi, essendo sfiniti dal duro esercizio del remo, oltrepassavano le foci dell’Inirida, affluente pure di sinistra, poi dell’Atalapo che pare comunichi col Rio Gruainini, affluente del Cassiquari, e undici giorni più tardi, dopo d’aver attraversato regioni deserte e assolutamente selvagge, giungevano all’imboccatura del Venituari, il fiume che doveva condurli alla tanto sospirata Città dell’oro.
Nello scorgere le acque di quel fiume che si scaricavano nell’Orenoco con grande furia, Yaruri, per la prima volta, pronunciò il nome di Yopi.
— La vita d’Yopi è mia! — esclamò egli, con accento intraducibile.
Poi spinse il canotto verso la sponda, lo arenò profondamente su di un banco di sabbia, abbandonò i remi, incrociò le braccia sul petto e guardando fisso fisso don Raffaele con due occhi che lampeggiavano, disse:
— Parliamo, padrone.
— Cosa vuoi dire? — chiese il piantatore, un po’ sorpreso da quell’esordio inaspettato.
— Io ho mantenuto fedelmente parola e ti ho condotto sulla via che conduce a quella famosa città dell’oro che i tuoi compatriotti, da secoli, invano cercano. Io tradisco la mia tribù, tradisco il segreto da tanti anni celato agli uomini della tua razza; forse io sarò il distruttore dei miei fratelli, dei figli di quegli uomini che scesero dalle lontane regioni ove il sole tramonta per sfuggire all’oppressione degli uomini bianchi, e tutto questo per vendicarmi di Yopi. Ora esigo da te, padrone per oggi, ma non domani perchè sono indiano libero, che mi aiuti nella mia vendetta.
— Parla, Yaruri, — disse don Raffaele.
— Sei sempre risoluto a seguirmi?
— Sempre.
— E ad aiutarmi nella rivendicazione dei miei diritti?
— E quali sono?
— Diventare capo supremo dei figli del sole, innanzi a tutto.
— Noi ti aiuteremo nel limite delle nostre forze.
— Ed a uccidere Yopi.
— Questo è affare tuo e noi di ciò non c’immischieremo.
L’indiano parve sorpreso da quella risposta, ma dopo alcuni istanti di riflessione, disse:
— Forse hai ragione. Quando sarò capo supremo della tribù, penserò io a vendicarmi.
— Ora lascia parlare me, — disse don Raffaele.
— Gli orecchi di Yaruri ti ascoltano.
— È numerosa la tribù dei figli del sole?
— Conta parecchie migliaia d’indiani ed è alleata ad altre tribù pure numerose.
— E basteremo noi a vincere tanti indiani?
Un sorriso sfiorò le labbra di Yaruri.
— Ho dei partigiani fra i Cassipagotti, — disse poi. — I figli del sole non conoscono le armi da fuoco e calcolo sul tuono che producono per ispaventarli.
— Allora conta su di noi.
— Ho la tua parola?
— L’hai.
— Sta bene. Yopi è mio!... Partiamo!...
— Quanti giorni sono necessari per giungere a Manoa?
— Quattro.
— Sempre salendo il fiume?
— No, fra due giorni l’abbandoneremo e marceremo attraverso le montagne. Si potrebbe salirlo più oltre, ma non è prudente. Partiamo!...
Tornarono a riprendere i remi e si misero a salire il fiume che scendeva fra due sponde coperte da grandi foreste di palme d’ogni specie, le quali erano unite così strettamente, da non lasciar passare nemmeno un uomo. Quel fiume pareva che fosse assolutamente deserto. Non si vedeva alcuna capanna sorgere su quelle rive, nè alcun canotto ormeggiato. Perfino gli uccelli erano radi e le scimmie mancavano affatto.
Verso le due, Yaruri additò la vetta di alcune montagne che si elevavano sulla sponda destra. Erano tre, assai acuminate, irte di foreste fino a metà e più oltre assolutamente aride.
— Manoa è là!... — diss’egli.
Ma nel pronunciare quelle parole, la voce gli tremava. Forse la sua coscienza ribellavasi contro la sua volontà, ed aveva esitato a tradire a quegli stranieri il segreto, così ben mantenuto per tre secoli dai suoi compatriotti.
Verso sera approdavano dinanzi ad una savana tremante che era divisa dal fiume da una lingua di terra larga pochi passi. Quasi nel medesimo tempo, fra gli alberi che costeggiavano la savana, si udì un grido stridulo. Yaruri trasalì.
— Cos’è? — chiese don Raffaele. — Un segnale forse?
— Un uccello che abita questi boschi, — rispose Yaruri.
— Ne sei certo?
— Non m’inganno.
Cenarono con un po’ di cassava ed un pezzo di selvaggina cucinata al mattino, non osando accendere il fuoco, poi si coricarono sotto la cupa ombra d’una palma _jupatà_, sotto la guardia dell’indiano, a cui spettava il primo quarto.
Non era trascorsa un’ora che il grido poco prima udito si ripetè, ma meno acuto e molto più vicino.
Yaruri si era alzato tenendo in pugno la carabina del piantatore. Diede uno sguardo ai compagni che dormivano tranquillamente, poi s’avanzò sulla lingua di terra e si arrestò dinanzi ad una _cuiera_, enorme pianta da zucche che ha foglie larghe e numerose, i rami sempre coperti da piante parassite, il tronco seppellito sotto un ammasso di muschi e che produce delle frutta lucenti, d’un verde pallido, di forma sferica, grosse come un popone, contenenti una polpa bianchiccia e molle. Quelle zucche, tagliate per metà, vuotate e seccate, servono agli indiani da recipienti e da piatti.
Sotto l’ombra di quella gigantesca pianta, stava un indiano di alta statura, col viso e il petto tatuato, colla fronte cinta da una pezzuola rossa come un tempo usavano gli Inchi del Perù e coi fianchi coperti da un sottanino pure di stoffa rossa. Era armato d’una cerbottana, ma l’aveva deposta ai proprii piedi, come per dimostrare le sue pacifiche intenzioni.
Nel vederlo, Yaruri si era fermato mormorando:
— Tu, Sipana?
— Io, Yaruri, — rispose l’indiano. — Avevi udito il segnale?
— Sì, — rispose Yaruri con voce cupa.
— T’aspettavo da sette giorni.
— Come sapevi che io stavo per ritornare?
— Degli uomini fedeli t’avevano veduto cogli uomini bianchi.
— Erano quelli che ci affondarono la scialuppa?
— Sì.
— Chi sono?
— Cosa t’importa?... Sono indiani che non tradiscono la loro tribù.
— Ah! — fe’ Yaruri coi denti stretti. — E tu, cosa vuoi?... Perchè mi hai chiamato?... Chi è che ti ha mandato?...
— Yopi.
— Lui!... — esclamò l’indiano con voce rauca.
— Sì, Yopi.
— E cosa vuole da me?
— T’invita a ritornare nell’Orenoco.
— Io!... Mai!... Mi occorre la vita di Yopi!...
— Yaruri, — disse l’indiano con tono grave. — Sei un Cassipagotto, alleato degli Eperomeri, un figlio dei discendenti del sole come me e come tutti quelli delle nostre tribù.
— Non lo sono più: sono un indiano senza tribù.