Part 11
— Yaruri, tu tradisci la patria.
— Yaruri non ha più patria.
— Tradisci il segreto secolare.
— Ma mi vendico di Yopi.
— Yaruri, noi siamo potenti.
— E gli uomini bianchi sono più potenti di voi.
— Non hai più partigiani.
— Tu menti.
— No, perchè nessuno avvicinerà un traditore.
— Non importa: ho con me gli uomini bianchi.
— Yaruri, ritorna, e Yopi promette di lasciarti andare libero.
— Mai!...
— Ti farai uccidere.
— Ma prima ucciderò Yopi.
— Vuoi la guerra?
— Sì, la voglio.
— Sventura a te ed agli uomini bianchi!
L’Eperomero raccolse la cerbottana, si cacciò in mezzo ai rami d’una _cuiera_ e sparve nel vicino bosco. Yaruri rimase immobile alcuni minuti, assorto in profondi pensieri, poi ritornò lentamente all’accampamento e si sdraiò a fianco degli uomini bianchi, mormorando:
— Yaruri non ha più patria: l’indiano che odia non ha che la vendetta!...
Quando Alonzo lo surrogò nel quarto di guardia, l’indiano tacque sul colloquio avuto con quel primo nemico, ma lo consigliò a vegliare attentamente.
L’alba spuntò senza che nulla fosse avvenuto. Yaruri, che aveva nascosto anche a don Raffaele l’incontro fatto, diede il segnale della partenza prima del solito. Voleva guadagnare via prima che i suoi compatrioti si preparassero alla difesa? Era probabile?
Il fiume era sempre disabitato, ma le sue sponde erano coperte, come prima, di boschi interminabili. Di tratto in tratto erano interrotte da immense savane tremanti, entro le quali si vedevano apparire dei lunghi serpenti d’acqua.
Navigavano da quattro ore, quando verso l’alto corso del fiume udirono dei tanfi formidabili.
— Oh! — esclamò Alonzo. — Cos’è questo fragore? Che vi siano delle centinaia di coccodrilli lassù?...
— Dei caimani che fanno questo baccano!... — esclamò don Raffaele. — Io ne dubito.
— Cosa volete che sia, cugino?
— Non lo so. Cosa credi che sia, Yaruri?
L’indiano non rispose; egli scrutava, con sguardo inquieto, le acque del fiume.
— Ebbene? — gli chiese il piantatore, dopo alcuni istanti. — Hai finite le tue osservazioni, Yaruri?
— Sì, — rispose l’indiano con voce sorda.
— E cos’hai notato?
— Che la corrente è diventata meno rapida.
— Oh! — esclamarono tutti.
— Sì, — ripetè Yaruri.
— E da che cosa credi che provenga ciò? — chiese il dottore.
— Ciò indica che nel fiume sono stati gettati degli ostacoli?
— Ma quali?
— Lo sapremo presto; avanti!
Ripresero i remi e si misero ad arrancare con lena, curiosi di sapere quali ostacoli ingombravano il fiume.
Intanto i tonfi continuavano ad echeggiare verso l’alto corso. Pareva che delle masse enormi precipitassero in acqua.
Il piantatore ed i suoi compagni cominciavano a diventare inquieti; anche Yaruri era diventato cupo ed i suoi occhi tradivano le sue apprensioni.
Superata una curva del fiume, il canotto si trovò dinanzi ad un enorme numero di tronchi d’albero che occupavano tutta la larghezza compresa fra le due sponde.
Dei grossi pali, piantati nel letto del fiume, li trattenevano; per di più i loro rami s’intrecciavano fra di loro, impedendo, a quell’ammasso galleggiante, di separarsi.
— È una foresta intera caduta in acqua, — disse Alonzo.
— Caduta! — disse Velasco. — Precipitata nel fiume dai nemici per impedirci il passo, vuoi dire.
— Dagl’indiani che ci precedono?
— E dai loro compatriotti, poichè questo lavoro non può essere stato fatto che da qualche centinaio d’uomini, — disse don Raffaele. — La nostra navigazione, amici miei, è terminata.
— Non credi che si possa aprirci il passo?
— No, Alonzo. Perderemmo una e forse due settimane, è vero, Yaruri?
— Sì, padrone, — rispose l’indiano. — Senza contare poi che avremmo addosso i nemici.
— Allora bisogna sbarcare.
— No, padrone.
— Dove troverai un passaggio?
— Attraverso le savane.
— Ci sarà acqua sufficiente?
— Sì.
— Conosci la via?
— Un indiano sa trovarla sempre.
— Da qual parte deviamo?
— Bisogna ritornare.
— Ritorniamo.
Volsero la prua e ridiscesero il Venitauri a grande velocità, senza venire importunati, quantunque fossero certi della presenza degli indiani, avendo udito poco prima i tonfi degli alberi precipitati nel fiume.
Verso il tramonto, Yaruri spingeva il canotto in una savana che comunicava col fiume mediante un canale aperto sulla sponda destra.
XXI.
L’incantatore di serpenti.
Quella savana tremante si estendeva verso il sud per un tratto immenso, fin presso il limite d’un’alta catena di montagne che si rizzava ad oriente.
Le acque di quella palude senza fondo erano nerastre, ma non tramandavano alcun odore sgradevole, non nascendo su quei pantani alcuna pianta palustre.
Un silenzio assoluto regnava su quella savana. Talvolta però, si udivano dei gorgoglii sommessi e si vedevano emergere e sparire rapidamente dei grossi serpenti d’acqua.
— Badate di non cadere, — disse Yaruri, nel momento che uscivano dal canale. — Chi s’immerge è uomo perduto.
— Quale rotta teniamo? — chiese don Raffaele.
L’indiano additò la vetta d’un’alta montagna, che si distingueva nettamente sul fondo del cielo illuminato dalla luna.
— Là, — disse, — dietro quel colosso, si nasconde la Città dell’Oro.
Quante ore dovremo navigare, prima di giungervi?
— Domani, all’alba, toccheremo terra, se resisterete.
— Non lascieremo i remi.
— Allora domani sera giungeremo a Manoa.
— Ecco una parola che fa battere il cuore! — esclamò Alonzo. — E tu ci assicuri che vi è molto oro in quella città.
— Tetti d’oro, colonne d’oro e palazzi che possono rivaleggiare coi vostri, — disse l’indiano con orgoglio.
— Ti credo, Yaruri, — disse il dottore. — Gli antichi peruviani, all’epoca della scoperta dell’America, costruivano i loro palazzi e le loro fortezze meglio degli europei.
— Sembra incredibile, dottore.
— Eppure è vero, Alonzo. Gli spagnuoli trovarono delle costruzioni da rimanere sbalorditi e delle fortezze che se fossero state difese da bravi soldati, i conquistatori mai avrebbero potuto avere nelle loro mani. Sappi che la fortezza di Cusco era fabbricata con pietre così enormi da far stupire, eppure gl’Inchi non possedevano nè carrette adatte, nè macchine, nè animali da poter trasportare e sollevare quei massi. Nota poi che quella fortezza era assai elevata.
— Erano adunque valenti costruttori.
— Insuperabili. Figurati che l’imperatore Virachoca fece fabbricare un canale profondo dodici piedi e lungo quasi cinquecento chilometri, attraverso a montagne, a rocce, a paludi, ad ostacoli d’ogni specie. Questo può bastarti per aver un’idea della bravura di quel popolo, che i nostri compatrioti chiamavano selvaggi!...
— E fabbricavano anche palazzi grandiosi?
— Sì, e meglio degli europei. Avevano delle sale che contenevano perfino tremila persone e le abitazioni dei grandi erano tutte costruite di pietra viva, accuratamente levigata e unita con un cemento speciale. Si dice che quei palazzi parevano fatti di getto, poichè non si scorgeva su di loro alcuna commessura.
— Ditemi, dottore, possedevano grande copia d’oro gli Inchi?
— Ti dirò che oltre possedere tutto il vasellame d’oro, gl’imperatori avevano dei giardini le cui piante erano tutte d’oro, cominciando dalle radici. Avevano dei tratti di terra coltivati a mais ed ogni pianta era fabbricata di quel prezioso metallo: le radici, le foglie, i fiori, le pannocchie e perfino le barbe. Nei palazzi degli imperatori poi, le vasche dei bagni erano d’oro e d’argento, i tetti erano coperti di lastre di quei metalli e così pure le colonne.
— Quale magnificenza!... E che sia vero quello che mi raccontate?
— Tutti gli storici spagnuoli che facevano parte delle bande conquistatrici degli Almagro e dei Pizzarro, lo hanno constatato. Acosta, Garcilasso e parecchi altri, ci lasciarono descrizioni stupefacenti della ricchezza degli Inchi.
— E credete che a Manoa possiamo trovare simili tesori?
— Io sono fermamente convinto che quegli abitanti posseggano ancora grande parte delle ricchezze degli Inchi.
— Fra poco lo sapremo; — disse don Raffaele. — La montagna non è più tanto lontana. Animo, amici! Sono impaziente di vedere quella famosa Città dell’Oro.
Il canotto, spinto innanzi alacremente, volava sulle tranquille acque della savana tremante. Alle tre del mattino mezza palude era stata già attraversata ed il picco gigantesco, che serviva di guida ai naviganti, era perfettamente visibile.
Stavano per lasciare i remi, volendo riposare alcuni minuti, quando ai piedi della montagna, fra le cupe selve che la attorniavano, si scorsero parecchi punti luminosi.
Yaruri emise una sorda imprecazione.
— Cosa vogliono significare quei falò? — chiese don Raffaele, volgendosi verso l’indiano.
— Sono segnali, — rispose questi.
— Fatti a chi?
— Alle tribù vicine.
— Per radunarle e gettarle contro di noi?
— Sì.
— Potremo vincerle?
— Conto sull’effetto che produrranno le vostre armi; ma....
— Dimmi tutto.
— Sarà meglio evitare un incontro ed entrare in Manoa di sorpresa.
— Puoi condurci senza farci incontrare quei nemici?
— Lo spero.
— In qual modo?
— Attraversando la selva.
— È pericolosa?
— Sì, pei serpenti che l’abitano; ma noi passeremo.
— Che specie di serpenti sono?
— _Urutù_, il cui morso produce la paralisi del membro offeso; _cobra cipo_ o serpenti liane; _ay-ay_ che uccidono in meno d’un secondo; _bociniga_ o serpenti a sonagli che dànno la morte senza rimedio; poi serpenti corallo, serpenti cacciatori colla pelle tigrata ed altri ancora.
— Mille tuoni! — e tu vuoi affrontarli?...
— Sì, padrone.
— Ma non avremo fatto mille passi che tutti e quattro saremo morti.
Un sorriso sfiorò le labbra dell’indiano.
— Yaruri sa comandare ai serpenti: li radunerò tutti, poi li condurrò con me a Manoa.
— I serpenti! — esclamò Alonzo.
— Sì.
— Comprendo, — disse il dottore. — Tu sei un incantatore di serpenti.
— È vero, — rispose l’indiano.
— Ma se ci mordono? — chiese don Raffaele.
— Non ti toccheranno, padrone, e poi non vi è forse il _calupo diavolo_? Tu sai che i semi di quella pianta sono uno specifico contro il morso dei serpenti.
— Che uomo! — mormorò Alonzo. — Vedremo come finirà quest’avventura.
Si rimisero ad arrancare con nuova lena, volendo giungere ai piedi della montagna prima dell’alba. I falò si erano spenti, però dalla parte opposta della savana si erano veduti brillare altri punti luminosi, ma ad una grande distanza.
Verso le otto del mattino la traversata della savana era compiuta ed i viaggiatori sbarcavano su di una sponda coperta di grandi boscaglie, le quali si spingevano fino alla base della montagna, diramandosi poi verso altri monti che si scorgevano più oltre.
Rassicurati dal silenzio che regnava sotto quegli alberi, dormirono alcune ore, poi Yaruri diede il segnale della partenza.
Mentre i compagni dormivano, aveva tagliato un giovane bambù ed aveva fabbricato una specie di flauto lungo cinquanta centimetri.
— Guardatevi intorno, — diss’egli. — Potete schiacciare qualche serpente e farvi mordere.
— Ma non li chiami a te? — disse don Raffaele.
— Non ancora, padrone.
S’addentrarono nella foresta procedendo con precauzione e guardando attentamente ove posavano i piedi. Sotto quelle piante non si vedevano nè scimmie, nè uccelli, però fra i cespugli si vedevano saltellare e battagliare fra loro numerose coppie di galli selvatici (_pipra rupicola_), bellissimi volatili che hanno le penne color dell’oro, adorni d’una doppia cresta di piume mobili e di carattere assai battagliero.
Quando i viaggiatori giunsero in una piccola radura, Yaruri s’arrestò, accostò il flauto alle labbra ed intuonò una marcia languida, bizzarra, che aveva delle variazioni lugubri.
Don Raffaele, Alonzo ed il dottore non fiatavano, ma quei suoni producevano su di loro un effetto che prima non avevano mai provato. I loro nervi certi momenti si eccitavano e poi, tutto d’un tratto, si calmavano e si sentivano invadere da una spossatezza inesplicabile.
— Cosa suona quell’indiavolato indiano? — diceva Alonzo. — Provo un malessere che non so spiegare.
— Attenzione! — esclamò il dottore.
Sotto i cespugli, sotto le foglie secche degli alberi giganti si udivano dei leggeri crepitii che s’avvicinavano lentamente. D’improvviso apparve un serpente, poi un altro, poi altri dieci, venti, cinquanta, cento.
Da tutte le parti della foresta accorrevano, attratti da quella musica che doveva essere per loro irresistibile. Si vedevano strisciare gli _urutù_ striati di bianco, con una croce sul capo; i _giboia_ o boa constrictor, lunghi dieci e perfino dodici metri e grossi come la coscia di un uomo, ma affatto inoffensivi, anzi sono facili ad addomesticarsi e si tengono nelle case per sbarazzarle dai sorci; i pericolosissimi _cobra cipo_, lunghi tre metri, sottili come un cannello, colla pelle color verde pallido; i _caniana_ e i serpenti _ceralacca_, rettili avidissimi del latte e che di notte penetrano nelle capanne degli indiani per succhiare il seno delle donne lattanti; i terribili _ay-ay_ colla pelle nera e così velenosi che le persone colpite hanno appena il tempo di mandare un grido che già muoiono; i _bociniga_ o serpenti a sonagli i quali, strisciando, facevano tintinnare i loro sonagliuzzi cornei in forma di piastre; i serpenti cacciatori, colla pelle tigrata e che sono i più audaci di tutti, ed i velenosissimi serpenti corallo.
Tutti quei rettili si erano fermati intorno al gruppo formato da Yaruri e dai suoi compagni e col capo alzato, gli occhi ardenti, ascoltavano, affascinati, quella strana musica.
Don Raffaele, Alonzo ed il dottore, inchiodati al suolo dal terrore, non facevano il più piccolo movimento per tema di vedersi precipitare addosso quei battaglioni di rettili. Yaruri invece, impassibile, tranquillo, continuava a suonare il suo istrumento cavando delle note sempre più languide, più affascinanti per quella turba di serpenti più o meno velenosi.
Quando non vide uscirne altri dalle misteriose profondità della foresta, si mise in cammino passando su un tratto di terreno lasciato libero. Vedendo che i compagni non lo seguivano, fece a loro un gesto energico che voleva dire:
— Venite, o siete morti!...
— Andiamo, — disse il piantatore, tergendosi il freddo sudore che bagnavagli la fronte. — Vicini a Yaruri, nulla abbiamo da temere.
Si misero dietro all’incantatore, il quale continuava a suonare. Subito tutti quei serpenti a loro volta si mossero, strisciando precipitosamente per non perdere una sola nota di quella musica.
— Yaruri! — disse Alonzo. — I rettili ci corrono dietro.
L’indiano fece col capo un gesto affermativo e continuò a camminare ed a suonare.
— Mille tuoni! — esclamò don Raffaele. — Cosa vuol fare questo dannato indiano?
— Non lo comprendete? — chiese il dottore.
— No.
— Vuole condurre l’esercito dei rettili contro Manoa. Quali nemici possono resistere a questo formidabile attacco?... Fuggiranno tutti, don Raffaele.
— E l’esercito ingrossa, — disse Alonzo. — Vedo altri serpenti accorrere dalle altre parti della foresta.
— Se quell’indiavolato indiano continua, giungeremo a Manoa seguiti da migliaia di serpenti.
Intanto Yaruri continuava a marciare attraverso alla foresta con passo rapido, senza staccare il flauto dalle labbra.
Quell’uomo doveva possedere dei polmoni di ferro, poichè non dimostrava stanchezza alcuna.
I serpenti continuavano ad affluire dietro di lui. Dai cespugli e dalle foglie secche ne uscivano sempre di nuovi, i quali si univano all’esercito strisciante fischiando e sibilando in mille diverse guise.
Alle dieci del mattino Yaruri s’arrestò ed intuonò un’altra marcia ben diversa dalla prima, più languida, più debole, con delle smorzature sempre più flebili. Allora si vide una cosa strana. Tutti quei serpenti, cinque o seicento, pure si fermarono, si arrotolarono su loro stessi come le gomene d’una nave, poi, a poco a poco, abbassarono le teste e caddero in una specie di sonno catalettico.
— Basta, — disse l’indiano, staccando il flauto dalle labbra. — Dormono: possiamo quindi riposare anche noi e mangiare un boccone.
— E fuggire prima che si sveglino, — disse Alonzo. — Ti confesso che viaggiare con simili compagni, non mi trovo bene.
— Non li abbandoneremo, — rispose Yaruri. — Ci difenderanno contro i nemici.
— Ma ti ubbidiranno?
— Sì, basta che suoni e non mi lascieranno più.
— Ma così tanto amano la musica?
— Immensamente, Alonzo, — disse il dottore.
— Che brutta sorpresa per gli abitanti di Manoa, quando vedranno le vie della città pullulare di rettili!
— Sarà una fuga generale.
— Purchè non trovino il mezzo di respingerli, — disse don Raffaele.
In quell’istante urla formidabili echeggiarono sotto i boschi e una volata di freccie fischiò fra i cespugli e gli alberi.
XXII.
Un esercito di rettili.
Don Raffaele ed i suoi compagni, udendo quei clamori e vedendo quelle freccie piantarsi nei cespugli vicini, erano balzati prontamente in piedi colle armi in pugno, riparandosi precipitosamente dietro ai grossi tronchi degli alberi.
A cinquanta passi da loro, una turba d’indiani armati di cerbottane e di lancie le cui punte scintillavano al sole come se fossero d’oro, si era arrestata dinanzi ad una barricata di vecchi tronchi d’albero, caduti forse per decrepitezza.
Quegli uomini erano tutti di statura alta; avevano i capelli lunghi, stretti da una piccola fascia rossa, come usavano gli antichi peruviani, ed il petto e le anche coperte da certe giubbe di cotone o di lana di vigogna, abbellite da ricami d’oro e da disegni fatti con penne d’uccelli abilmente intrecciate[9]. Dopo quella volata di freccie, gl’indiani avevano abbassato le cerbottane e le lancie, come se avessero improvvisamente rinunciato ad ogni idea ostile. Poco dopo un indiano, adorno di orecchini, calzato di sandali di lana e con una grande ciarpa rossa a tre punte, distintivi che gl’imperatori peruviani non accordavano che ai valorosi, si fece innanzi agitando un drappo bianco.
— È un parlamentario, — disse Yaruri, che si teneva celato dietro ad un folto cespuglio.
L’eperomero s’arrestò a quindici passi dai viaggiatori, gridando:
— Cosa vogliono da noi, gli uomini bianchi?
Don Raffaele si fece innanzi, senza però abbandonare il fucile.
— Noi, — disse, — siamo qui venuti per vedere la Città dell’Oro.
— La Città dell’Oro appartiene ai figli del sole e nessun straniero, pena la morte, può vederla, — rispose l’indiano.
— Noi abbiamo intrapreso un lungo viaggio per vederla.
— Chi ti ha chiamato?
— Nessuno, ma noi vogliamo accertarci dell’esistenza di Manoa.
— Per condurre qui, più tardi, altri uomini bianchi e distruggerla?
— No, perchè noi quando l’avremo veduta ripartiremo senza fare alcun male ai suoi abitanti, nè più mai ritorneremo, — disse don Raffaele.
— E credi tu che gli Eperomerii possano prestar fede alle parole degli uomini bianchi? — rispose l’indiano con amarezza. — I nostri avi hanno conservata una tradizione: un tempo, lontano da questi luoghi, al di là delle grandi montagne del sud, al di là d’un grande fiume venti volte più largo del Venituari, prosperava un potente impero, quello dei figli del Sole, quello degli Inchi. Un giorno, dai mari ove il sole tramonta, sbarcarono degli uomini che avevano la pelle bianca come te e la barba come te, e misero, coi tradimenti, a ferro ed a fuoco quel vasto impero. I nostri avi solo poterono sfuggire alla strage, abbandonando la patria e qui celandosi. Come vuoi ora che io creda alle tue promesse?... Uomini bianchi, tornate alla savana tremante, imbarcatevi e ritornate alle vostre terre o noi vi daremo battaglia e vi distruggeremo tutti!...
In quell’istante si udirono le prime note del flauto di Yaruri. Era una marcia precipitosa, energica, che scuoteva le fibre. L’esercito dei serpenti si svegliò di colpo e si mise in moto come spinto innanzi da una forza misteriosa, strisciando e balzando. Moveva dritto verso la barricata dinanzi alla quale stavano gli Eperomerii.
L’indiano che fino allora aveva parlato, udendo quei suoni trasalì e gettò all’intorno uno sguardo smarrito. Solo allora s’accorse della marcia dei serpenti. Emise un grido di furore e senza attendere la risposta di don Raffaele fuggì a precipizio verso i compagni, i quali già stavano ritirandosi rapidamente sotto la foresta.
Yaruri si era messo in marcia a fianco dei formidabili battaglioni, precipitando la sua misteriosa marcia. Don Raffaele ed i suoi compagni gli si erano messi dietro stringendo le armi, pronti a servirsene alla prima resistenza degli indiani.
Questi però pareva che non avessero più voglia di contrastare il passo agli stranieri. Spaventati da quel numero immenso di serpenti velenosi, continuavano a ritirarsi, lanciando di tratto in tratto qualche freccia inoffensiva.
Un colpo di fucile sparato da Alonzo, li decise ad affrettare la fuga.
Oramai pareva che più nulla dovesse arrestare il cammino degli uomini bianchi e dell’incantatore; l’entrata nella famosa Città dell’Oro sembrava facile e certa. A poco a poco però la foresta si diradava e ben presto i viaggiatori si trovarono dinanzi ad una prateria coperta di erbe alte più di quattro piedi e perfettamente secche. All’estremità di quella pianura, a meno di due miglia, si rizzava la grande montagna e sui fianchi di quella si vedevano bande d’indiani armati, che parevano pronte a opporsi alla marcia degli invasori.
— Il nemico! — gridò Alonzo, arrestandosi.
Yaruri, sempre suonando, fece cenno di tirare innanzi. I serpenti, attirati, affascinati da quella marcia che non s’arrestava un solo istante, avevano già abbandonata la foresta e s’avanzavano attraverso le erbe della pianura.
Gl’indiani, vedendo gli uomini bianchi continuare la marcia, emettevano spaventevoli vociferazioni e si udivano a scagliare maledizioni contro Yaruri chiamandolo traditore, ma questi non se ne preoccupava e continuava a suonare con maggior lena.
D’improvviso però s’arrestò e parve che fiutasse l’aria con viva apprensione.
Un grido di furore gli irruppe dalle labbra e scagliò lungi da sè il flauto, incrociando rabbiosamente le braccia.
— Cosa fai, Yaruri? — chiesero don Raffaele ed i suoi compagni.
— Siamo vinti, — rispose l’indiano con voce rauca.
— Vinti!... Ed i tuoi serpenti?...
— Fra pochi minuti saranno tutti estinti.
— Ma perchè?....
— Guardate!....
Delle colonne di fumo s’alzavano vorticosamente alle estremità della prateria e un acuto odore di bruciaticcio invadeva rapidamente la pianura. Ben presto si videro scintillare delle gigantesche cortine di fuoco le quali si dilatavano con incredibile celerità.
— Hanno dato fuoco alle erbe! — esclamò Alonzo.
— E fra pochi minuti i miei serpenti si arrostiranno tutti, — disse Yaruri. — Fuggiamo, o siamo perduti!...
— Ma non possiamo tentare nulla? — chiese don Raffaele, con rabbia.
— Nulla, padrone: cerchiamo di riguadagnare la savana tremante.
Le fiamme s’avanzavano con grande celerità trovando dovunque combustibile. Si udivano le erbe a sibilare, a crepitare e si vedevano contorcersi, mentre in aria volteggiavano immense colonne di scintille. I serpenti, conscii del pericolo, fuggivano da tutte le parti emettendo fischi di collera, cercando di raggiungere la foresta protettrice. Già le prime falangi, raggiunte dal fuoco, s’arrostivano spandendo all’intorno un puzzo nauseante.
Yaruri ed i tre bianchi retrocedevano correndo, facendo sforzi sovrumani per non farsi raggiungere dai rettili più agili, i quali balzavano come se avessero le zampe. La temperatura cominciava a diventare ardente e sopra ai fuggiaschi cadevano miriadi di scintille e nubi di cenere caldissima. Le loro provviste di polvere minacciavano di saltare in aria. Come se quell’incendio non bastasse, gl’indiani avevano abbandonata la montagna e si udivano a vociferare al di là delle erbe ardenti.
— Presto, presto! — gridava don Raffaele. — Bisogna raggiungere la foresta prima degli indiani.
Non avevano da percorrere che seicento metri, ma anche dinanzi a loro le erbe cominciavano a prendere fuoco. Le scintille che cadevano in tutte le direzioni, causavano altri incendi.