La Città dell'Oro

Part 12

Chapter 123,641 wordsPublic domain

La loro ritirata si cangiò allora in una fuga disperata. Non correvano più in gruppo serrato, ma dispersi per giungere più presto ai primi alberi.

Finalmente, facendo un ultimo sforzo, giunsero alla foresta, ma non si arrestarono e proseguirono la corsa in direzione della savana tremante. Ormai non si poteva più forzare il passaggio da quel lato, con tutti quegli indiani che avevano alle calcagna e che parevano risoluti ad esterminarli.

Era quasi sera quando don Raffaele, sfinito, giungeva sulle rive della savana tremante.

Si volse per vedere se i suoi compagni lo avevano seguito.

Alonzo correva sparando di quando in quando dei colpi di fucile; il dottore, che non si reggeva quasi più sulle gambe, si trascinava innanzi penosamente, ma Yaruri era scomparso.

— Dov’è l’indiano? — chiese don Raffaele ad Alonzo.

— Non lo so, — rispose questi.

— Ma non era dietro di te?

— Quando entrammo nel bosco l’avevo a fianco, ma poi rimase indietro.

— Un indiano! Corrono ben più di noi quei figli dei boschi.

— Che sia stato ucciso?

— Non ho udito alcun grido, — disse Velasco.

— Mille tuoni!... Yaruri!... Yaruri!...

Gli risposero le urla degli Eperomerii, i quali ormai si erano lanciati attraverso la foresta.

— Non pensiamo a lui, don Raffaele, — disse il dottore. — Lo ritroveremo più tardi. Se vi preme la pelle imbarchiamoci.

— Andiamo!...

Il canotto era ancora arenato sulla sponda. Con una spinta poderosa lo lanciarono in acqua, vi balzarono dentro e s’allontanarono arrancando disperatamente. Già erano lontani duecento metri e stavano fiancheggiando un isolotto roccioso di pochi metri di estensione, coperto da alcuni cespugli di legno cannone, quando Alonzo emise un grido di terrore.

— Ti ha ferito qualche freccia? — chiese don Raffaele, impallidendo.

— No.... affondiamo!...

Il piantatore si chinò e vide che il fondo del canotto era già coperto d’un palmo d’acqua.

— È stato guastato! — esclamò. — Mille tuoni!... Presto, approdiamo a quell’isolotto o le sabbie della savana tremante c’inghiottiranno!

Con pochi colpi di remo approdarono e si misero in salvo fra i cespugli. Il canotto, già mezzo pieno d’acqua, poco dopo affondava, scomparendo fra quei pantani senza fondo.

Gl’indiani giungevano allora sulle sponde della savana, agitando le loro armi e mandando alte grida di gioia.

Erano tre o quattrocento, ma pareva che non avessero alcuna intenzione di offendere gli stranieri, almeno pel momento, poichè nessuna freccia fu lanciata.

— Siamo in un brutto impiccio, — disse il piantatore. — Comincio a credere che per noi la Città dell’Oro sia perduta.

— Ed anche la nostra pelle, — aggiunse Alonzo. — Chi ci leverà da quest’isolotto, ora che non possediamo più il canotto e che siamo circondati da sabbie mobili?... Eppure io avevo sperato di giungere a Manoa senza fastidi, con quell’esercito di rettili.

— Dovevamo aspettarci una simile sorpresa, — disse il dottore. — So che gl’indiani di queste regioni usavano lasciar crescere le erbe intorno ai loro villaggi, per respingere gli stranieri col fuoco. Quando gli Spagnuoli condotti dai luogotenenti di Barreo cercarono d’inoltrarsi attraverso queste regioni per scoprire l’_Eldorado_, furono respinti cogl’incendi, e trecento di quei conquistatori morirono soffocati ed abbruciati nella vallata di Maccureguary. So che quando Barreo in persona tentò l’impresa fu costretto a retrocedere, poichè le tribù degli Inarcuacari, dei Pariagotti e degli Iranaquari, alleati degli Eperomerii, avevano lasciato crescere le erbe tre anni per incendiarle.

— Ma Yaruri dove sarà? — chiese Alonzo. — Se fosse qua, quel diavolo d’indiano saprebbe forse trovare un mezzo per liberarci.

— Quell’uomo, visto che la partita era perduta, si sarà nascosto per cercar di sorprendere il suo avversario e ucciderlo a tradimento, — rispose don Raffaele. — Un indiano affronta la morte senza esitare, pur di vendicarsi.

— Ma noi, cosa faremo ora? Fra ventiquattro o quarant’otto ore la fame ci costringerà alla resa, poichè abbiamo perdute tutte le nostre provviste.

— Chissà! — disse il piantatore.

— Cosa speri, cugino?

— Penso agli indiani che ci precedevano e mi domando perchè ci risparmiavano, mentre cercavano di uccidere Yaruri. Vedremo!... forse gli Eperomerii non desiderano la nostra morte.

XXIII.

Il tempio del sole.

La notte era discesa sulla immensa savana tremante.

Don Raffaele ed i suoi compagni, seduti sulla sponda dell’isolotto, coi fucili a portata delle mani, vegliavano assiduamente temendo, da un istante all’altro, un vigoroso assalto. Tutti e tre erano pensierosi ed invano si torturavano il cervello per uscire da quella situazione che ormai consideravano disperata.

Sulle rive della savana accampavano gl’indiani seduti attorno a grandi fuochi. Non facevano dimostrazioni ostili, ma sorvegliavano rigorosamente gli uomini bianchi per impedire a loro la fuga.

Parecchi canotti erano venuti dalle sponde opposte di quella palude, ma rimanevano immobili dinanzi agli alberi della fitta foresta. Eppure sarebbe stato così facile a quei quattro o cinquecento uomini, prendere d’assalto quell’isolotto che non offriva agli assediati alcuna ritirata.

La notte trascorse in un continuo allarme, ma senza offese. Pareva che gli indiani non avessero alcuna premura d’impadronirsi di quei nemici che avevano cercato di violare il segreto secolare della Città dell’Oro.

All’alba la situazione degli assediati non era cambiata, anzi era peggiorata, poichè non avendo mangiato dal giorno innanzi, cominciavano già a provare gli stimoli della fame.

— Orsù, — disse Alonzo. — Bisogna prendere una risoluzione.

— E quale? — chiese don Raffaele.

— Cerchiamo di scendere a trattative.

— Cogl’indiani?

— Non vedo altra via migliore.

— Non ce n’è bisogno, — disse il dottore.

— Perchè?

— S’avvicina un parlamentario.

Infatti un canotto si era staccato dalla sponda ed un indiano, privo d’armi, quello istesso che il giorno precedente li aveva invitati a partire, remava verso l’isolotto.

— Che venga ad offrirci la pace? — chiese Alonzo.

— Lo sapremo presto, — rispose don Raffaele. — Tuttavia non lasciate le armi e preparatevi a servirvene.

L’indiano, attraversato rapidamente quel tratto di savana, sbarcò sull’isolotto, dicendo:

— Gli uomini bianchi non abbiano timore.

— Cosa vuoi? — chiese don Raffaele, facendosi innanzi col fucile in mano.

— Che mi ascolti.

— Parla.

— Gli uomini bianchi non hanno più scampo; la savana tremante li circonda, non posseggono più il canotto che noi prima avevamo guastato e sulla sponda vi sono cinquecento uomini risoluti a difendere il sentiero che conduce alla Città dell’Oro.

— Lo sappiamo, — rispose il piantatore, — ma gli uomini bianchi hanno ancora le loro armi potenti e possono uccidere molti uomini prima di morire.

— Ne uccideranno cento, duecento, ma poi soccomberanno. Vi offro dei patti.

— Quali sono?

— Di arrendervi e vi prometto salva la vita.

— Allora lasciaci ritornare al nostro paese.

— Deciderà Yopi.

— Dov’è questo Yopi?

— A Manoa.

— Noi lo aspetteremo.

L’indiano aggrottò la fronte.

— I discendenti degli Inchi, i figli del Sole, non sono i servi degli uomini bianchi, — rispose con fierezza. — Tu parli come un padrone, mentre sei nostro prigioniero.

— Non ancora.

— La fame ti costringerà ad arrenderti.

— Mille tuoni!... Ma cosa pretendi tu?

— Le vostre armi, innanzi a tutto.

— E poi?...

— Che vi lasciate trasportare in un luogo isolato.

— Per ucciderci con maggior comodità?

— Giuro su Pachacamac[10], nostro dio supremo, che voi avrete salva la vita.

— Anche Yaruri?

— Il traditore?... Mai!... Chi tradisce il segreto della Città dell’Oro deve morire, e Yaruri morrà.

— È caduto nelle vostre mani? — chiese il piantatore con commozione.

— Lo saprai più tardi. Orsù, gli uomini bianchi si decidano o li estermineremo.

— Accordami cinque minuti.

Poi volgendosi verso i suoi compagni, disse:

— Cosa mi consigliate di fare?

— Arrendiamoci, — rispose il dottore. — Forse non oseranno ucciderci.

— E non si potrebbe fucilare quest’indiano ed impadronirsi del suo canotto? — disse Alonzo.

— E poi avremo addosso quei trenta o quaranta canotti che vedi presso la sponda e due o trecento uomini. Resistere a simile assalto sarebbe una pazzia.

— Arrendiamoci, don Raffaele, — ripetè Velasco. Forse potremo vedere la Città dell’Oro.

— Sia, — disse il piantatore.

— E Yaruri? — chiese Alonzo.

— Cercheremo di ottenere la sua grazia.

Poi volgendosi verso l’indiano che era rimasto impassibile come una statua di porfido, disse:

— Ecco le nostre armi: ci mettiamo nelle mani di Yopi, ma contiamo sul tuo giuramento.

— Gli Eperomerii non giurano invano.

Un istante dopo don Raffaele ed i suoi compagni salivano nel canotto e sbarcavano fra gl’indiani affollati sulla sponda della savana.

Nessun grido di trionfo accolse la loro resa. Furono presi, coricati entro tre amache sospese a tre lunghe pertiche sostenute da dodici robusti indiani e trasportati attraverso la foresta con grande rapidità. Avevan loro lasciate libere le braccia e le gambe, ma quei quattro o cinquecento indiani li seguivano da vicino, portando con loro le lancie e le cerbottane.

Tre ore dopo quella turba si arrestava dinanzi ad un grandioso fabbricato di pietra, perfettamente rettangolare, sostenuto all’ingiro da ventiquattro colonne adorne di lamine d’oro e col tetto coperto da lastre d’egual metallo, le quali scintillavano sotto i raggi del sole.

Don Raffaele ed i suoi compagni furono fatti scendere e rinchiusi in una grande sala colle pareti pure di pietra e che riceveva la luce da due spaziose finestre, ma aperte a venti piedi dal suolo.

L’unico ornamento che si vedesse, era l’immagine del sole formato da un grande disco d’oro con i raggi d’argento, collocato all’estremità della sala, di fronte alla porta d’ingresso.

— Voi rimarrete qui fino a che Yopi avrà deciso sulla vostra sorte, — disse l’indiano a cui si erano arresi. — Non temete nulla e riposate tranquilli.

Poi tutti gl’indiani uscirono chiudendo e sprangando la porta.

— Dove ci hanno condotti? — chiese Alonzo, che non si era ancora rimesso dal suo sbalordimento.

— In un tempio dedicato al sole, credo, — rispose il dottore, che contemplava tranquillamente l’immagine dell’astro diurno. — A quanto pare, questi indiani hanno conservato l’antica religione dei Peruviani.

— Ma intanto ci lasciano morire di fame, dottore.

— Spero che si ricorderanno di noi.

— E tarderà molto quel signor Yopi, a decidersi sulla nostra sorte? Io comincio a non vederci più chiaro in tutte queste avventure.

— Ditemi, Velasco, — disse don Raffaele, che da qualche istante pareva tormentato da un pensiero. — Gli Inchi offrivano sacrifici umani al Sole?

— No, don Raffaele. Nelle grandi solennità uccidevano delle pecore o delle vigogne, dei lama, e mai uomini.

— Nemmeno i nemici fatti prigioni in guerra?

— No.

— Mi levate un grande peso che mi opprimeva, Velasco. Cominciavo a temere che avessero intenzione di offrire la nostra vita al Sole.

— Non abbiate questo timore: gli antichi Peruviani non erano cattivi, tutt’altro.

— Ma cosa vorrà fare di noi Yopi?

— Non saprei dirvelo.

— Che situazione poco allegra, Velasco!

— Non disperiamo, don Raffaele.

— Zitti! — disse Alonzo.

Aveva udito delle voci presso la porta. Poco dopo le sbarre vennero levate ed entrarono due indiani, portando due grandi ceste di foglie intrecciate, contenenti gran numero di quelle mezze zucche seccate chiamate _cui_, ricolme di varie specie di radici, di frutta e di liquidi.

Deposero i canestri a terra, fecero un inchino dinanzi agli uomini bianchi piegando un ginocchio, poi se ne andarono senza aver pronunciata una sola parola.

— La colazione viene in buon punto, — disse Alonzo. — Il mio ventre è perfettamente vuoto.

— Vediamo cosa hanno recato, — disse il dottore, gettando uno sguardo sui canestri. — Diamine!... Un vero pasto d’antichi Peruviani!... Questi indiani, a quanto sembra, non solo hanno conservata la religione primitiva degli Inchi, ma anche le abitudini di quei figli del Sole. Ecco qui una minestra di _quinea_, molto in uso nel Perù tre secoli or sono.

— Cos’è questa _quinea_? — chiese don Raffaele.

— Una specie di miglio che produce il _chenopodio_, una pianta le cui foglie si mangiavano avidamente da quei popoli e che si dice fossero tenere e di buon sapore.

— E questo _cui_ cosa contiene, mio erudito amico? — chiese il piantatore.

— Sono _larvi_, specie di piselli, ma come ben vedete, più grossi dei nostri ed anche migliori. Quelle pallottoline polpose, grosse come un pollice ed arrostite, sono _papa_ e servivano di pane agli Inchi; quelle piccole radici, che sono seccate al sole e che sono più dolci dello zucchero, si chiamano _toca_ e quelle patate rosse, gialle, nere e bianche, che hanno ognuna un sapore differente, si chiamano _upicu_.

— E questi tuberi?

— Sono _cuchuchu_, specie di tartufi e quelli altri sono _inchi_ e hanno il sapore delle mandorle, ma crudi producono un forte mal di capo e cotti sono invece sanissimi.

— E questi liquidi?

— Birra di maiz.

— E quei due uomini, chi sono? — chiese Alonzo.

Il dottore e don Raffaele alzarono il capo. Due indiani erano silenziosamente entrati da una porta laterale e si erano fermati dinanzi ai prigionieri colle braccia incrociate sul petto ed il sorriso sulle labbra.

Don Raffaele balzò in piedi emettendo un grido di stupore, poi lanciandosi verso di loro colle pugna chiuse, esclamò:

— Tu Manco!... Tu Huayna!...

— Noi, padrone, — risposero i due indiani, senza muoversi.

— E venite a vendicarvi della vostra schiavitù?

— No, padrone; veniamo per dirti che noi abbiamo ottenuto da Yopi la tua grazia.

— Ah!...

— Ma chi sono quei due indiani? — chiesero Alonzo ed il dottore, stupiti.

— Volete saperlo? — disse don Raffaele. — Sono i due indiani che ci precedevano e che ci affondarono la scialuppa.

— Ma come li conosci, cugino?

— Sono i due schiavi fuggiti dalla piantagione.

— È vero, padrone, — risposero i due indiani.

— Il mio sospetto era vero! — esclamò il dottore. — Quel grido udito sulla terrazza, l’avevo sempre negli orecchi.

— Siete voi adunque che ci avete suscitati tutti quegli ostacoli, per impedirci di giungere alla Città dell’Oro? — chiese Alonzo.

— Sì, — rispose Manco. — Agli uomini bianchi è proibito inoltrarsi nelle terre abitate dai discendenti dei figli del Sole e noi volevamo arrestarvi, ma senza farvi male. Avremmo potuto uccidervi a colpi di fucile più di venti volte, e come vedete, vi abbiamo sempre risparmiati.

— Ma conoscevi Yaruri? — chiese don Raffaele.

— Sì, padrone.

— Spiegati.

— Noi siamo due Eperomerii come Yopi. Il vostro amico viaggiatore, che ci fece schiavi, ci aveva sorpresi alla foce del Tipapu mentre noi cacciavamo i _manati_ (lamantini). La sera che vi vedemmo tornare alla piantagione in compagnia di Yaruri, ci nacque il sospetto che quell’uomo volesse tradire il secolare segreto della Città dell’Oro e ci inerpicammo fino alla terrazza, nascondendoci fra le piante rampicanti. Nessuna delle vostre parole ci sfuggì e fu in quel momento che Huayna, sdegnato per l’infame tradimento, non potè trattenere quel grido di rabbia che tanto vi sorprese. Prendemmo subito la nostra decisione. Nei vostri magazzini c’impadronimmo di due fucili, salimmo in uno dei vostri più rapidi canotti munito di una piccola vela e non veduti prendemmo il largo per fermarvi e per avvertire la nostra tribù del pericolo che correva. Due volte tentammo di abbattere il traditore, ma un genio malefico lo proteggeva. Quando vi arrestammo alla seconda cateratta, fuggimmo per avvertire Yopi e la nostra tribù e quelle alleate si prepararono alla difesa.

— Ma perchè ci avete risparmiati? — chiese don Raffaele.

— Perchè durante la nostra schiavitù mai abbiamo avuto a dolerci di te, padrone, — disse Manco con nobiltà.

— Grazie, — rispose il piantatore con voce commossa. — Ma Yaruri che persona è?

— Un ambizioso che odiava Yopi mortalmente, perchè questi era stato eletto capo supremo della tribù dei figli del Sole.

— E dov’è ora Yaruri?

— Nelle nostre mani.

— Dove l’avete preso?

— Nella foresta, mentre strisciava fra le piante per guadagnare Manoa e pugnalare a tradimento Yopi.

— E cosa ne farete di quell’uomo?

— I traditori meritano la morte: i caimani dello stagno nero lo attendono.

— E se io vi promettessi di condurlo con me e non lasciarlo più mai rivedere questi luoghi?

— È impossibile concedertelo. Yopi lo ha condannato e Yaruri morrà.

— E noi? Verremo uccisi?

— No; domani i _piaye_ interrogheranno le viscere dell’agnello nero durante la festa di _Raynù_, ma Yopi ha detto a loro che voi non dovete morire e lo obbediranno.

— Ma dove si farà questa festa?

— In questo tempio che è dedicato al sole.

— E ci lascierà ritornare al nostro paese liberi?

— Si, poichè noi così abbiamo voluto, in compenso della nostra fedeltà.

— Grazie, miei buoni amici, — disse don Raffaele, tendendo a loro le mani. — Ma la Città dell’Oro non potremo vederla noi?

— Forse, dall’alto della montagna. Addio padrone: a domani.

XXIV.

Il supplizio del traditore.

La festa di _Raynù_, che gli Inchi celebravano in onore del Sole, e che gli abitanti della Città dell’Oro avevano conservata, i soli forse di quella grande nazione ferocemente dispersa dai conquistatori spagnuoli, era una delle più grandi, delle più pompose, delle più magnifiche degli antichi Peruviani.

Scadeva nel solstizio boreale, quando cioè il sole, toccato già il punto più lontano del Perù, muoveva a recargli ogni giorno crescente luce e calore, infondendo nuova vita a tutta la natura.

Gl’Inchi la solennizzavano con un apparato sfarzoso, ma prima vi si preparavano con un digiuno di tre giorni, durante i quali non era permesso di accendere fuoco in nessuna casa, ma si accordava agli abitanti di mangiare pochi grani di maiz crudo e di bere poche goccie d’acqua.

L’imperatore, che in quel giorno faceva le funzioni di sommo pontefice, prima dello spuntare del sole usciva dai suoi grandiosi palazzi seguito da centinaia di _curachi_[11] coperti di abiti finissimi, luccicanti di pagliuzze d’oro e di ricami d’argento e le teste adorne di ghirlande d’oro massiccio e coperti di pelli di fiere o adorni d’ali di condor, e da un numero infinito di soldati e di popolani rappresentanti le diverse nazioni sottomesse all’impero.

Quell’immenso corteo si recava nella grande piazza di Cusco, — allora questa era città capitale dell’impero, — ed attendeva, a piedi nudi, il sorgere del sole. Appena il primo raggio appariva sulle alte vette della Cordigliera, tutti cadevano in ginocchio con ambe le braccia tese innanzi, per adorarlo, mandando baci e chiamandolo dio e padre.

L’imperatore, solo fra tutti, s’alzava e tenendo in mano un vaso d’oro pieno della bevanda ordinaria del paese, come primogenito del Sole lo invitava a bere.

Ritenendosi accolta l’offerta e supponendo da parte dell’astro diurno eguale invito, l’imperatore in altro vaso beveva qualche sorso, dividendo poi il rimanente liquido fra gli altri principi del sangue, che lo bevevano entro tazzine d’oro che poi portavano con loro a tale scopo.

Dopo questa cerimonia l’imperatore ed i più grandi personaggi si recavano nel tempio del sole ove vedevasi l’immagine dell’astro, di gigantesche dimensioni, coi raggi d’oro e d’argento adorni di pietre preziose e si deponevano dinanzi ad esso le offerte dei Curachi e dei rappresentanti delle provincie, consistenti in piccoli animali d’oro o d’argento od oggetti di maggior pregio.

I ministri del tempio intanto sacrificavano grande numero di agnelli e interrogavano ansiosamente le viscere, il cuore ed i polmoni d’un agnello nero, per conoscere se il sole era soddisfatto di tutti quegli omaggi.

Se dopo ucciso l’animale i polmoni palpitavano ancora, se i condotti d’aria erano ben gonfi dopo d’avervi soffiato dentro, la risposta era affermativa. In caso contrario sacrificavano un montone, poi un’altra pecora e se anche queste davano infausti segni, i peruviani ritenevano che l’astro maggiore fosse malcontento di loro e si preparasse a punirli.

In seguito si bruciava il cuore delle vittime, si accendeva il fuoco sacro mediante un vasettino concavo d’un metallo lucidissimo, entro il quale, riflettendosi i raggi come nel centro d’una lente, accendevano del cotone ben asciutto, si cucinavano con quello tutti gli animali uccisi e le carni venivano dispensate ai presenti.

La festa terminava con una distribuzione di pezzettini di pane, detto _caucu_, preparati dalle sacerdotesse del tempio del Sole, in sfide a chi più beveva ed in brindisi senza fine.....

. . . . . . .

L’indomani, prima dell’alba, don Raffaele ed i suoi compagni venivano bruscamente svegliati da un concerto di flauti e di tamburelli, accompagnato di quando in quando da vociferazioni acutissime. Pareva che dinanzi al tempio del Sole si fossero radunate parecchie migliaia di persone.

Don Raffaele ed Alonzo si erano svegliati in preda ad una viva inquietudine, temendo che gl’indiani si preparassero ad assalirli, malgrado le promesse di Manco e di Huayna. Il dottore però, che sapeva di cosa trattavasi, si affrettò a tranquillarli.

— Non temete, — diss’egli. — Comincia la festa di _Raynù_ e gl’indiani si radunano per salutare l’astro che sta per comparire.

— Entreranno qui poi? — chiese Alonzo.

— Certamente, — rispose Velasco. — Verranno a sacrificare l’agnello nero per interrogarne le viscere.

Il vocìo intanto continuava. Ad un tratto però cessò del tutto, ma poco dopo si udirono echeggiare grida acute, mentre i flauti suonavano furiosamente e i tamburelli precipitavano le battute.

— Il Sole è comparso, — disse il dottore, che porgeva attento orecchio a quei diversi fragori.

Passarono ancora alcuni minuti di ansietà per don Raffaele e per Alonzo, i quali non si sentivano del tutto tranquilli, poi le porte del tempio s’aprirono e comparvero otto indiani adorni di penne variopinte e di sottanini ricamati d’oro, portando un trono d’oro sul quale sedeva un altro indiano recante in fronte la fascia rossa, distintivo dei discendenti dei figli del Sole, e coperto d’una specie di manto intessuto con pagliuzze d’oro. Aveva ai piedi dei calzari di cotone rosso e sul petto portava, appesa ad una catenella, l’immagine del Sole. Quell’uomo poteva avere trent’anni. Era alto di statura, aveva la fronte spaziosa, i lineamenti molto più regolari dei suoi compatrioti, gli sguardi intelligenti e la sua pelle era leggermente abbronzata, ma con dei riflessi ramigni.

— Yopi forse? — chiese don Raffaele, guardando fisso l’indiano.

— È lui, — gli rispose una voce.

Si volse e si trovò presso a Manco.

— Non temete, padrone, — continuò l’ex schiavo. — Siete salvi.

Il re della Città dell’Oro discese dinanzi all’immagine del Sole sospesa all’estremità del tempio, s’inginocchiò toccando colla fronte le pietre del pavimento, poi le offerse un vaso d’oro, squisitamente cesellato, mentre altri indiani, i più grandi dignitari di certo, offrivano pietre preziose, smeraldi e turchine o figurine d’uccelli o di animali d’oro massiccio.

Poi Yopi s’alzò e volgendosi verso i _piaye_ che lo avevano seguito, gridò:

— Si conduca l’agnello.

La folla che si assiepava nel tempio s’aprì e fu tratto innanzi un grosso agnello, col pelame tutto nero.

I _piaye_ volsero la testa dell’animale verso levante, poi uno di loro, armatosi d’un coltello aguzzo e tagliente, gli aprì il fianco sinistro levandogli rapidamente, secondo l’antico rito, le viscere, poi i polmoni ed il cuore.

Le une erano uscite intatte, i secondi palpitavano ancora ed il terzo non aveva alcun guasto: l’augurio non poteva essere migliore ed il popolo salutò il felice annuncio con grida di gioia.

Allora Yopi, volgendosi verso gli uomini bianchi che si erano aggruppati presso Manco, gridò:

— Il Sole vi protegge, o stranieri: voi non morrete.

Acceso il fuoco sacro e dispensato il _caucu_, Yopi fece sgombrare il tempio e avvicinandosi a don Raffaele ed ai suoi compagni, disse: