La cartella N. 4

Part 4

Chapter 43,746 wordsPublic domain

Sapeva che _i signori del teatro_ — come diceva lui — studiavano una parte; vedeva che gli stessi avvenimenti si ripetevano moltissime volte, organizzati sotto un dato titolo; capiva che quei personaggi morivano sul palcoscenico, poi tornavano a vivere dietro il sipario. Ma, malgrado ciò, quei personaggi per lui esistevano realmente; li identificava cogli attori, ed in ogni dramma vedeva una parte di vero.

Qualche volta, filosofando coi suoi compagni operai un po' demoralizzati che dubitavano dell'immortalità dell'anima, Tobie Reed era uscito a dire, come prova di quanto egli credeva con fede profonda, che aveva veduto Otello uccidere Desdemona e poi uccidere sè stesso al Walnut-Theatre, la tale sera e la tale altra, e poi li aveva riveduti tutti e due trasformati in Giulietta e Romeo, o in Fausto e Margherita.

Tutti i frequentatori del Walnut-Theatre conoscevano le piccole manie di Tobie, come lo chiamava con accento francese la Bess. Era divenuto celebre per una scena buffa.

La sua grande ambizione, l'aspirazione della sua anima da artista, era quella di rappresentare una parte sul palcoscenico, una parte qualunque; non ci metteva orgoglio.

— Sia pure da servitore o da spazzino — diceva. — Sono un povero operaio, e non potrei diventare un signore nè un re. Ma se potessi comparire là fuori anch'io.....

Era un pensiero che lo tormentava continuamente. Gli pareva che entrando in iscena prenderebbe parte a quella vita avventurosa dei drammi che lo appassionava tanto.

Il capocomico, il quale era anche primo attore nella sua compagnia, era agli occhi di Tobie l'onnipotenza; egli pensava con ansietà che sarebbe bastata una parola di quell'uomo per aprirgli il varco a quel mondo fantastico a cui anelava.

Tobie non avrebbe mai osato rivolgersi direttamente a quel personaggio alto e misterioso che vedeva ogni sera sotto nuovi aspetti e con nuovo prestigio. Ma da tutti gli impiegati, da tutti i subalterni del teatro gli faceva portare la sua supplica di accoglierlo nella compagnia, e stava sempre aspettando una risposta.

La Bess, che s'infastidiva di quell'idea stravagante, gli diceva spesso:

— Non farti illusioni, Tobie. La tua voce è troppo cupa. Non sei fatto per recitare. E poi, a cosa servirebbe?

Era una donnina positiva, d'idee strette, ignorante, che passava la vita lavorando. Al teatro non ci andava mai, e credeva che tutte le arti fossero perditempi inutili, ed anche un po' peccaminosi.

Ma Tobie non rinunciava per questo alle sue speranze.

Una sera si dava l'_Amleto_. Egli era là, al solito posto fra le quinte, cogli occhi sbarrati, il cuore palpitante per quel povero principe mesto, che era il capocomico. Ad un tratto gli sente dire con accento di profonda incertezza:

— _Tobie or not Tobie_...

Parlava di lui! Era preoccupato della sua domanda. Rifletteva se dovesse ammettere Tobie all'onore della scena. Ci doveva essere un posto vacante, ed il principe pensava se gli convenisse meglio ammetterci _Tobie or not Tobie_.

Tobie era timido, rispettosissimo; ma in quel momento vedeva agitarsi la grande questione della sua vita: «_that is the question_» diceva pensosamente Amleto. Una parola detta a tempo, un'intercessione, potevano forse deciderlo in favore del povero operaio.

Tobie si lasciò vincere dalla sua grande passione, si fece innanzi sul palco, un passo solo, colle mani giunte, e con voce supplichevole esclamò:

— _Oh yes sir! Tobie! Tobie!_

Neppure la sepolcrale serietà d'Amleto potè resistere a quella scena; ed il pubblico applaudì con entusiasmo.

Tobie, da quell'uomo discreto che era, si ritirò subito. Ma il sorriso del capocomico gli aveva dato buone speranze. Infatti, egli aveva preso interessamento per quel personaggio bizzarro, che aveva ridotta ai minimi termini per conto suo la grande questione dell'essere o non essere. Ogni volta che gli passava accanto dopo quel fatto, sorrideva ancora.

Una sera, al momento di andare in iscena, venne a mancare, per un malessere improvviso, un attore di terz'ordine che doveva comparire soltanto un momento per annunciare ad un sovrano che la reggia era stata incendiata dai sudditi ribelli. Erano poche parole. Una comparsa.

— Accontentiamo Tobie Reed — disse il capocomico. — Vestite lui, ed insegnategli la parte.

Si può figurarsi la gioia, l'esaltazione di Tobie. Aveva raggiunta la mèta sospirata tanto lungamente. Ecco; un sovrano lo prendeva al suo servizio; e toccava a lui, Tobie, dare il primo allarme per avvertire il suo signore dell'incendio.

In un momento tutto si confuse in quella povera testa. Non pensò più ad altro che al pericolo del sovrano suo signore; se ne appassionò; avrebbe voluto correre subito da lui; e ci volle tutta a trattenerlo fino al momento in cui toccava veramente a lui d'entrare in iscena.

Appena gli dissero: _va_, egli balzò con furia fuori dalle quinte, al colmo dell'esaltazione, urlando come uno spiritato:

— Fuoco! Fuoco! Siamo circondati dalle fiamme!

E la sua voce cavernosa aveva preso un accento così spaventosamente vero, che il pubblico impaurito rispose con grida di terrore, balzò in piedi, rovesciò le panche, ed urtando, calpestando tutto, si precipitò fuori, pazzo di terrore, credendo che fosse realmente incendiato il teatro.

Naturalmente quel successo impreveduto troncò netta la carriera drammatica di Tobie Reed, e le simpatie del capocomico per lui. Egli lo riprese severamente, lo chiamò vecchio imbecille, e lo rimandò con disprezzo ai suoi lavori manuali.

Fu un avvilimento profondo per Tobie. Avevano forse ragione la Bess ed i suoi amici. Egli aveva una voce cavernosa che impauriva la gente. Doveva rinunciare a recitare; rinunciarvi per sempre, perdere la speranza che aveva vagheggiata per tanti anni.

Ne era profondamente desolato. Ma d'altra parte riconosceva che la sentenza che lo colpiva era giusta; egli aveva veduto con sgomento la catastrofe suscitata in teatro dalla sua comparsa; aveva constatati i danni; non c'era a dire; meritava d'essere espulso; ma era un gran dolore, un gran dolore!

Soltanto Tobie non riesciva a comprendere come mai — dopo averlo respinto dalle scene con tanto sdegno e tanto perentoriamente — ogni volta che si rappresentava l'Amleto il capocomico tornasse ad agitare fra sè la stessa questione: «_Tobie or not Tobie!_»

Che volesse prenderlo un'altra volta nella compagnia? Riammetterlo alla difficile prova? Non era possibile; lo aveva chiamato _vecchio imbecille_; gli aveva imposto severamente di non comparirgli più dinanzi. Eppure tratto tratto era là daccapo, perplesso, inquieto, a ripetere:

— _Tobie or not Tobie; that is the question._

A forza di pensarci, il povero Tobie ne perdeva la testa; vaneggiava. Associava quella scena coll'altra del cimitero, e si faceva delle idee sempre più confuse e truci. Finì per immaginarsi che il sovrano suo signore, ch'egli aveva servito così poco, e che ora confondeva con Amleto, lo avesse condannato a morte per punirlo della scena dell'incendio, ed avesse ordinato a' suoi sgherri di portargli la testa del colpevole decapitato.

E Tobie era in grado di riconoscere meglio di chicchessia, che il sovrano aveva le sue buone ragioni per dubitare dell'identità del cranio che gli dava il becchino, e per domandare ripetutamente se proprio era «_Tobie or not Tobie_».

Sul palcoscenico del Walnut-Theatre non erano mancati tiranni sanguinari, per giustificare le supposizioni atroci di Tobie.

C'erano momenti in cui il pover'uomo, nel suo immenso sconforto, pensava che, se veramente quel cranio fosse stato il suo, avrebbe rappresentata una parte nell'_Amleto_, ed una parte importante; e gli doleva quasi di non essere stato decapitato.

A lungo andare, e col ripetersi di quella scena, il pensiero di Tobie si fissò con insistenza su quella combinazione funebre, la quale conciliava il suo desiderio di prender parte alle rappresentazioni drammatiche colla incompatibilità della sua voce e la sua inettitudine a recitare. Se avesse potuto davvero mettere là il suo cranio! Ma come fare?

Finalmente, a forza di rifletterci sopra, gli parve d'aver trovato il modo; e da quel momento il suo spirito apparve più sollevato e tranquillo. Aveva ancora una speranza, una meta, per quanto stravagante, a cui rivolgere l'attività della sua mente.

In quell'epoca cominciò a correre voce che Tobie Reed avesse fatto una ricca eredità. Ma il suo modo di vivere non mutò affatto; continuò a lavorare tutto il giorno e ad assistere alle rappresentazioni della sera coll'usata assiduità; la sua casa non s'ingrandì nè si fece più bella; la Bess continuò a lavorare di cucito per un negoziante di biancheria come aveva fatto sempre; e la diceria dell'eredità non ebbe più corso.

Tuttavia era stata una ragione abbastanza plausibile che l'aveva suscitata. Per più d'un mese Tobie s'era mostrato preoccupatissimo della sua successione. Voleva far testamento; andava domandando a tutti come si facesse, come potesse esprimere validamente le sue ultime volontà un uomo che non sapeva scrivere; e se fosse indispensabile ricorrere a un notaio, e se si dovesse pagarlo, e quanto.

Questo _se_ e questo _quanto_ erano stati due ostacoli insuperabili pel povero Tobie, ed avevano privato i posteri delle sue ultime volontà. Egli aveva messo fuori un gran sospirone sulla spesa approssimativa d'un testamento che gli avevano indicata, e non ne aveva parlato più. Era evidente che le supposizioni dell'eredità erano state infondate. Tobie aveva desiderato di far testamento per qualche sua stranezza, come aveva desiderato di recitare; era stata una nuova manìa; ma in realtà di patrimonio da legare non ne aveva, dacchè gli mancavano persino i quattrini per pagare il notaio.

L'anno scorso in principio dell'inverno il signor Edison prese in affitto il teatro di Walnut Street per un dato numero di sere. Doveva fare davanti al pubblico i primi esperimenti del fonografo.

Tobie rimase sbalordito quando vide il palcoscenico invaso fin dal mattino da quelle macchine d'ogni dimensione. Che cosa dovevano farne? E dove starebbero gli attori? Non gli riesciva d'immaginare che strano dramma si preparasse. Specialmente quel cilindro, lungo quasi un metro, montato sopra una specie di cavalletto, con tanta complicazione di piombi appesi a catene di varie lunghezze, e ruote e manovelle, quel grande ordigno che teneva il posto d'onore sul davanti della scena, lo impensieriva moltissimo.

Tutta l'altra serie di fonografi di dimensioni minori, che erano sparsi su varie tavole, Tobie li credette macchine da cucire, e suppose che le avessero portate là perchè nel dramma si dovesse rappresentare una sartoria, un laboratorio, o qualche cosa di simile.

La sera del primo esperimento Tobie fu sollecito ad accorrere al suo posto fra le quinte, più curioso, più interessato che mai. Non vedeva l'ora di sapere che parte doveva rappresentare quella macchina.

Cominciò dal non capir nulla, e dal sorprendersi al vedere che non comparivano attori, che non c'erano scene, che un giovane signore tutto solo e vestito di nero faceva al pubblico un lungo discorso.

— _It is a lecture_ — è una conferenza — disse Tobie.

Ma la sua meraviglia passò ogni limite, quando vide il giovane signore accostare la bocca alla macchina misteriosa, e confidare al suo orecchio d'ottone il solito dilemma che da tanti anni tribolava il capocomico:

— _Tobie or not Tobie; that is the question._

Era dunque per decidere di questo che si era fatto tutto quell'apparecchio? E che cosa ne risulterebbe?

Tobie aveva finito per rassegnarsi a non essere artista; aveva un altro progetto che appagava le sue lunghe aspirazioni. Tuttavia fu vivamente interessato da quel modo tutto nuovo di risolvere una questione.

Dopo aver parlato, il giovane signore passò dietro la macchina e si pose a tirare le corde ed i piombi.

— Si estrarrà a sorte — pensò Tobie. Ed aspettava di veder uscire da qualche parte una cartolina su cui fosse scritto il _sì_, o il _no_.

Ma invece fu la macchina stessa che ripetè colla medesima intonazione piena di dubbi:

— _Tobie or not Tobie, that is the question._

Era stupefacente che quel suo desiderio fosse diventato la preoccupazione generale. Che persino le macchine si tormentassero con quella questione. Alla lunga, però, capì che la macchina non aveva pensieri suoi da esprimere; che ripeteva soltanto quanto le avevano detto. Ripeteva tutto; colla stessa voce, colle stesse intonazioni! Una macchina che parlava!

Era un miracolo come quello dell'asina di Balaam.

Ma dopo la macchina grande parlarono anche le piccole, le macchine da cucire. Il miracolo era più grande d'ogni altro scritto nella Bibbia. L'asina di Balaam era unica.

Tobie era in un orgasmo straordinario. Nessuna produzione drammatica lo aveva mai esaltato tanto.

— Parlano! — gridava. — Udite, udite! Vi sono macchine che parlano! Ripetono una volta, dieci volte, cento volte, quanto hanno udito!

E s'informava se quelle macchine potessero ripetere un discorso dopo un dato tempo... dopo un mese... dopo un anno...

— Sì, potevano ripeterlo dopo un tempo infinito, purchè non venisse toccato il foglio di stagnola su cui era rimasta l'impressione della voce, mediante le oscillazioni inflitte al piccolo perno....

Tobie non comprendeva nulla delle spiegazioni; ma la sua gioia era al colmo. Batteva le mani, saltava, rideva come un pazzo. Pareva che quella scoperta lo toccasse ne' suoi interessi più vitali; che l'avessero fatta esclusivamente per lui.

Quando il teatro fu deserto, egli s'introdusse sul palcoscenico, e passò parte della notte a far girare il manubrio dei fonografi, ad ascoltarli ripetere le parole che erano state dette nella serata, a dirne di nuove ed a farle ridire. E così continuò per tutte le notti finchè durarono gli esperimenti. Si credeva che lo avesse colto una nuova mania.

— Chiodo scaccia chiodo — dicevano i suoi compagni. — L'idea fissa del fonografo gli farà passare quell'altra di recitare. Ma sarà pazzo egualmente. Soltanto avrà cambiato pazzia.

Invece quando i fonografi sgombrarono il teatro, Tobie non ne parlò più; ed al desiderio di diventare attore drammatico non fece più la menoma allusione. Si era fatto serio, tranquillo; lavorava assiduamente. Guarito da quelle idee strane, era un buon operaio ed un buon marito.

Al teatro si diceva per celia:

— Ecco la prima utilità del fonografo. Ha guarito un pazzo. Forse la serietà di quella scoperta e di quelle dimostrazioni scientifiche gli ha raddrizzata la testa.

Era questo un risultato non preveduto dal signor Edison; ma un risultato buono, ad ogni modo; e gli amici di Tobie se ne rallegravano. Ma era un'illusione, se ne accorsero ben presto.

Un giorno, circa un mese dopo gli esperimenti del fonografo, la Bess si vide portare a casa il marito sopra una barella tutto insanguinato. Era caduto dall'alto d'una scala a pioli sulla quale era salito per disporre i sipari del teatro; era precipitato in orchestra e s'era ferito gravemente al capo, battendo la fronte contro un leggio di ferro.

Quando lo deposero sul letto, era svenuto. Il medico dichiarò che la ferita era mortale, e non diede nessuna speranza.

La Bess mandò a chiamare un cugino del marito Seth Reed, il solo parente ch'egli avesse. Dopo circa un'ora, Tobie si risvegliò dal suo abbattimento, riconobbe il cugino e la moglie, e stese loro le mani; ma ebbe appena il tempo di dire:

— Udite, udite. Questa è la mia ultima volontà. Tagliatemi la testa, e portatela al teatro di Walnut-Street per fare il cranio nell'_Amleto_.

Ricadde sul guanciale; gli prese il rantolo e mezz'ora dopo spirò.

La mania di Tobie Reed non era guarita affatto. Egli visse e morì nella sua idea fissa di diventare attore drammatico. Soltanto si era tranquillato perchè, una volta persuaso di non poterci riuscire da vivo, aveva pensato un modo per riuscirci almeno dopo morto, mettendo sulla scena il suo povero cranio. E questo lo appagava.

Pur troppo, mia cara, il mio racconto è finito, e debbo riconoscere che non ha un bel finale d'effetto; anzi non ha finale addirittura, e termina meschinamente a coda di sorcio. Ma le cose vere non sono mai così bene organizzate come i vostri fatti da romanzo, immaginati apposta per fare impressione a chi li legge. La realtà non mira a far impressione; è quel che è; e per questo i romanzi piacciono quasi sempre di più.

Ad ogni modo, io t'ho dato un tipo abbastanza originale. Se ti riesce di creargli intorno un romanzo, una novella, qualche cosa, non mancare di spedirmene una copia, la prima. Ho tanto bisogno di distrazioni contro la nostalgia che mi tormenta! Tanto, che t'ho scritto una serie di pagine abbastanza scipite per ingannare la noia di un lungo pomeriggio, a rischio di triplicare il porto della mia lettera.

Saluta tuo marito per tutti noi, dammi notizie di voi altri e della mia cara Milano, e credimi

_Tua di cuore_

MARIA T.

LETTERA SECONDA.

Filadelfia, 10 aprile 1879.

_Cara,_

Dopo la scoraggiante accoglienza che hai fatta l'anno scorso al povero Tobie Reed, dovrei limitarmi a scriverti il bollettino sanitario della mia famiglia; _noi stiamo bene, e così spero anche di te_; e non aspirare mai più a suggerirti nessun tipo pe' tuoi racconti.

Ma tutti abbiamo la nostra parte d'amor proprio. Io poi, oltre la mia, debbo avere anche quella di qualchedun altro, perchè quella tua risposta a proposito della mia narrazione: _povera di fatti, punto interessante e che finiva male_, non la mi è mai andata giù. Ed ora che quel racconto ha avuto un seguito di fatti, ed un'altra fine, provo una specie di soddisfazione personale; mi pare che tutto questo sia avvenuto per dare una riparazione a me e per provarti che la storia ch'io t'avevo suggerita non era poi così poco interessante come tu credevi. Sicuro! Ho scoperto che non finiva là; era soltanto il prologo di un dramma, un vero dramma questo, che si è svolto or ora, sotto i miei occhi. Figurati se voglio rinunciare a narrartelo!

Circa un anno fa, poco prima della morte del Reed, era morta qui una ricchissima vedova senza figli. Aveva dei parenti, che, come al solito, avevano fatto grande assegnamento sulla sua eredità. Ma all'apertura del testamento, si era trovata una clausola stravagante, che diminuiva il patrimonio di più di un terzo. Ella chiamava eredi universali de' suoi beni mobili ed immobili, ecc., i suoi due fratelli Abele e Nathan Blounty; ma faceva un'eccezione riguardo a' suoi gioielli, i quali dovevano essere tutti sepolti con lei, _nessuno eccettuato_.

Quei gioielli erano qualche cosa di favoloso. Te ne cito uno solo per darti un'idea del loro immenso valore. Ti ricordi la famosa collana di perle che il povero marchese A.... aveva voluto comperare a Parigi per sua moglie, e non potendola pagare sborsò finchè visse trentamila lire all'anno, come interesse del capitale che rappresentava? Devi ricordartela, perchè l'abbiamo veduta insieme molti anni sono alla Scala, ed allora tutta Milano ne parlava.

Ebbene, quella collana — che alla morte del povero marchese A...., completamente rovinato, era tornata al suo proprietario — era poi passata per varie mani, ed aveva finito per capitare a Filadelfia all'epoca dell'ultima esposizione.

Qui era stata comperata dalla vedova Blounty, ed ora faceva parte dello sfarzoso corredo di gioielli destinati ad ornare il suo cadavere pel giorno del Giudizio.

Puoi figurarti con che desolazione i fratelli accompagnarono al cimitero ed affidarono alla terra la salma preziosa.

La cassa in cui l'avevano rinchiusa era addirittura una cassa forte, tutta coperta di ferro, e saldata in giro. Essi avevano, per forza, obbedito al volere della defunta; ma non rinunciavano a custodire gelosamente quelle ricchezze, come se le considerassero sempre di loro proprietà, e sperassero che, per qualche evento imprevedibile, dovessero un giorno o l'altro tornare nelle loro mani.

Pare però che quelle precauzioni non fossero sufficienti. Quel tesoro sepolto doveva naturalmente allettare i ladri.

Infatti, circa quindici giorni sono, nella notte del 27 marzo, furono arrestati nel recinto del cimitero due giovani, un uomo ed una donna, armati di vanghe e di leve.

Il _sexton_ (custode del cimitero) li aveva uditi, ed era corso a chiamare due _roundsmen_ (uomini della polizia che fanno ronda durante la notte). Egli sapeva che a quell'ora avevano l'abitudine di fare una lunga sosta ad una birraria poco lontana, ed infatti aveva avuto la fortuna di trovarli.

I colpevoli erano stati arrestati e frugati. Ma non s'erano trovati addosso a nessuno dei due, nè oggetti funebri, nè oggetti di valore di nessuna specie.

Non spettava ai _roundsmen_ d'interrogarli, nè di fare ispezioni nelle loro case. Si limitarono a condurre i due arrestati alla questura, ed a farvi la loro deposizione.

Al mattino, ed appunto mentre il _police sergeant_ stava ricevendo quella deposizione, si presentò all'ufficio di polizia il _sexton_ per annunciare che la tomba della vedova Blounty sembrava essere stata aperta. La cancellata di ferro che la circondava era intatta; era bassa, ed i ladri potevano averla scavalcata; ma la tavola di marmo che chiudeva l'ingresso del sepolcreto era stata sollevata; o almeno s'era tentato di sollevarla, perchè si vedevano alcune scheggie staccate, al punto in cui era stata introdotta la leva fra le commessure.

Il _police sergeant_ accorse subito sul luogo con due periti, per rilevare se, e con quali mezzi, fosse avvenuta la violazione della tomba. Ed infatti si constatò che la pietra sepolcrale era stata smossa. Ma restava a sapere se i ladri erano riusciti ad introdursi nella capella mortuaria, a forzare quella cassa tanto gelosamente chiusa. Si poteva presumere di no, dacchè nelle perquisizioni fatte all'atto dell'arresto sulla persona dei colpevoli, e nella mattina alle loro case, non s'era trovato nessun gioiello. Tuttavia bisognava procedere all'esame dei luoghi.

Furono chiamati immediatamente gli eredi della Blounty; alle sette essi giunsero in carrozza. Allora fu sollevata la lastra di marmo, e la visita giudiziaria discese nella camera funebre. Ma gli eredi mandarono un grido d'orrore appena la luce delle lampade portate da due _policemen_ rischiarò il sarcofago. Era scoperchiato, ed il coperchio di marmo giaceva in terra.

«. . . . . . Dall'un canto Dell'avello solitario Sta il coperchio rovesciato...»

Ma l'avello non era solitario; non era la morta che s'era risvegliata. Anche la cassa di ferro era stata forzata tutt'in giro dov'era saldata. I periti dichiararono che l'operazione doveva essere stata compiuta con uno scalpello tagliente, sul quale s'era picchiato con un martello o con un sasso; e non poteva essere stata fatta in meno d'un'ora, dato che ci avessero lavorato due persone.

Il coperchio di ferro era stato rimesso al suo posto; ma combaciava male. Quando venne sollevato, si vide la morta pallida e composta nella bara, ma spoglia di tutt'i gioielli coi quali era stata sepolta. Sui suoi piedi bianchi giacevano abbandonati uno scalpello ed un grosso martello. I periti riconobbero gli strumenti coi quali era stata forzata la cassa.

Le carni della morta, rimaste sempre ermeticamente chiuse, non si erano scomposte. Ma erano rammollite, e nello sforzo che avevano fatto i ladri per disgiungere le mani, il pollice della sinistra s'era strappato, ed era rimasto chiuso tra il pollice ed il palmo della destra.

Quella mutilazione non indicava nessuna barbarie premeditata nè volontaria; era affatto accidentale, ed il cadavere insensibile non ne aveva sofferto; s'era voluto unicamente togliere qualche braccialetto o qualche anello, che non avrebbe potuto staccarsi senza disgiungere le mani.

Tuttavia quel fatto bastò ad accrescere oltremodo l'indignazione degli astanti, ed appena la notizia si sparse per la città, tutti gli animi furono mal prevenuti contro gli imputati; nessuno metteva in dubbio la loro colpabilità. Soltanto dovevano avere un terzo complice, al quale era riuscito di fuggire coi gioielli della morta.