Part 3
Suo padre era morto, ed egli era tornato libero e ricco per sposarmi. Non gli era riescito di trovarmi: erano molti giorni che mi andava cercando affannosamente, ed il suo amore s'accresceva in quelle ansietà. Finalmente m'aveva scoperta, ed al tempo stesso aveva scoperto che l'avevo dimenticato, che avevo sposato un altro.
«Povera Maria, — scriveva. — Fu il mio silenzio, l'isolamento, forse la crudele necessità di vivere, che t'hanno indotto a sacrificarti con un vecchio. — Ma io so che non puoi amarlo, che il tuo cuore è mio.»
Non posso ripetere quelle supposizioni oltraggiose, che facevano salire il rossore sulla mia fronte di moglie onesta. Mi pareva che quelle parole profanassero il mio amore devoto per Marco, m'avvilissero dinanzi a lui.
E dopo le supposizioni venivano le proposte oltraggiose anch'esse:
«Edmondo mi amava più che non mi avesse amata mai. — _Mi perdonava, d'averlo tradito!_ — Desiderava ardentemente di rivedermi; mi aspettava l'indomani alla tale ora, nel tale luogo.»
Mi dava un appuntamento! A me, moglie d'un altro, vicina a divenir madre! — E non dubitava nemmeno ch'io potessi non andarci. Che avessi ad offendermi poi!.... Ed infatti, non gli avevo dato il diritto di giudicarmi così? Che ragione avevo di pretendere che mi credesse onesta?
Eppure ero onesta e pentita, e tutto quanto c'era di leale, di giusto nella mia anima, si ribellava a quella proposta vergognosa.
Non risposi; ma dopo alcuni giorni venne un'altra lettera.
«Perchè non ero andata? _M'aveva aspettata._ Non avevo potuto sfuggire al mio _vecchio marito_? Era geloso? E perchè non gli avevo risposto almeno una parola?»
Umiliata, indignata da quei ripetuti insulti gli risposi: «che cessasse di scrivermi; ch'io amavo e stimavo profondamente il marito che m'aveva offerto lealmente il suo nome: che avrei preferito morire che fargli il menomo torto.»
Ma quella risposta non fece che esaltarlo maggiormente. Irritato dal mio rifiuto, mi rispose un biglietto ironico e crudele.
— «Ah!, la signora si atteggia a Lucrezia Romana? — Ma io possiedo un grazioso epistolario, tutto scritto da lei, virtuosa signora; una raccolta di letterine che tengo preziose e di cui non mi priverei che dietro il grande compenso d'una sua visita, signora Lucrezia, oppure per farne un dono al suo caro Tarquinio. Se domani alle due Ella non sarà venuta a domandarmele, io manderò il piego a suo marito, e gli dirò: — Questa donna che voi chiamate vostra....»
Quella minaccia mi atterrì. — Se avesse parlato di uccidermi, di uccider sè stesso, m'avrebbe impaurita meno. Nell'esaltazione del mio spirito, avrei preferito un delitto, un rimorso eterno, alla vergogna dinanzi a Marco; al disprezzo di quell'uomo che ammiravo come un Dio, e adoravo come un amante.
Uscii di casa sola, paurosa, febbricitante, nascondendomi come un'adultera, ed andai a quell'appuntamento per ricuperare le mie lettere, il mio onore, l'onore di mio marito e di mio figlio. — Era per Marco che facevo quel passo; per la sua pace, per non espormi al suo disprezzo; che so io? perchè lo amavo, ed avevo paura.
Edmondo mi aspettava in un tratto isolato dei bastioni di porta San Celso.
Fu una scena ignobile ed umiliante. Quell'uomo a cui avevo dato il diritto di non rispettarmi, abusava della sua posizione con preghiere oltraggiose, e scusava l'insulto presente col ricordo d'un passato che era un altro insulto.
Ritornai di là senza aver nulla a rimproverarmi, lasciandolo irritato, respinto; ma sentendomi avvilita, scontenta di me.
Per indurlo a non rivelare a Marco il segreto colpevole del mio passato, avevo dovuto scendere ad una transazione, indegna d'una moglie onesta.
Egli non aveva voluto darmi che una sola lettera; la prima che gli avevo scritto:
— Sentite — m'aveva detto. — Se volete ch'io vi rispetti, dovete essermi indulgente. Io vi adoro, sono pazzo; abbiate pietà di me. Venite qui ogni volta ch'io vi chiamerò, ed io m'accontenterò d'adorarvi come la Madonna sull'altare; ed ogni volta che verrete vi renderò una delle vostre lettere. Quando non ce ne saranno più non verrete più; lo so; ed allora sarà di me quello che Dio vorrà. Ma finchè le tengo queste caparre, dovete venire; lo voglio. — E se una volta mancherete al mio invito, io manderò le lettere che mi rimarranno a vostro marito; e lui vi scaccierà, vi disprezzerà perchè l'avete ingannato, e quando vi troverete sola, senz'appoggio, senza risorse, dovrete per forza rivolgervi a me....
Nè ragionamenti, nè suppliche erano valsi a dissuaderlo da quel proposito; ed io avevo dovuto promettere che andrei, come una colpevole, come un'innamorata, a riconquistare ad una ad una le mie lettere a prezzo, se non del mio onore, del mio decoro.
Non so quali speranze insensate lo esaltassero ancora. Credeva forse che, a forza di rivederlo tornerei ad amarlo; o credeva di compromettermi con quegli incontri imprudenti, e di farmi scacciare dal marito senza scendere lui stesso all'odiosità d'una delazione.
Ed io tornai alla mia casa con quel coltello alla gola; a qualunque ora, in qualunque momento potevo venir chiamata dal mio antico amante; ed avrei dovuto accorrere, o lasciarmi denunciare a mio marito che adoravo, che mi sembrava innalzarsi sempre più nella sua virtù alta e serena, a misura ch'io ridiscendevo nel fango.
VI.
Da quel momento vissi in continue angoscie; non osavo sostenere lo sguardo di mio marito; tremavo all'udire il campanello dell'anticamera; sorvegliavo l'arrivo della posta, e più d'una volta nascosi vergognosamente una lettera sotto gli occhi della cameriera, all'udire il passo di Marco.
Due, tre volte ancora, uscii ad ore insolite, giustificando quelle stranezze con una bugia, e corsi all'appuntamento forzato d'Edmondo, coll'anima straziata, come Ernani all'appello della tromba che lo chiamava alla morte.
Camminavo contro il muro come per nascondermi, avevo il volto coperto da un velo, ero pallida e tremavo: e gli uomini mi guardavano sogghignando, ed i monelli, che mi vedevano incontrare un giovane sui bastioni deserti, giravano intorno a noi scambiandosi grida e canzoni sfacciate.
E quando rientravo nella mia casa onesta mi pareva di profanarla; quando Marco mi parlava colla sua voce schietta, chinavo gli occhi e mi sentivo indegna di lui.
Che importava che non lo tradissi? Che importava che lo amassi, e gli fossi fedele, ed odiassi addirittura il suo rivale, e non gli permettessi neppure una parola che potesse offendere mio marito? — Le apparenze erano contro di me; agivo come non avrebbe agito nessuna donna rispettabile; se Marco mi avesse sorpresa a quegli appuntamenti, o chiunque altri m'avesse sorpresa invece di lui, avrebbe avuto diritto di giudicarmi colpevole. — Da un giorno all'altro potevo scontrarmi in una signora che sapesse le mie uscite misteriose, e mi rifiutasse il saluto.
Era una situazione insopportabile. Il mio carattere se ne risentiva; rimpiangevo ardentemente la mia felicità perduta. Mi pareva d'esser punita troppo severamente delle colpe passate, e mi ribellavo contro i rigori della giustizia. Sentirmi onesta e fedele, ed esser condannata ad apparire infedele e disonesta; era un supplizio atroce; e non vedevo alcuna via per uscirne; e non ero abbastanza colpevole per avere il coraggio di quelle viltà. Ogni giorno mi sentivo più abbattuta; lottavo tra l'ansia di ricuperare fin l'ultima lettera, e lo scoraggiamento che mi spingeva ad abbandonare quella partita tremenda.
Marco doveva accorgersi che qualche cosa di terribilmente penoso accadeva dentro di me. Mi guardava fissa coll'occhio melanconico, come per dirmi:
— Perchè? Perchè non hai più fiducia in me? Perchè mi sfuggi? Perchè soffri, e mi nascondi il tuo dolore?
Ed io sentivo che lo rendevo infelice, ed ero disperata. E forse l'indomani avei dovuto tornare laggiù ai commenti dei passeggieri, agli scherni dei monelli, alle preghiere oltraggiose d'Edmondo!
Venne un giorno in cui non mi sentii più forza per quella commedia crudele. La mia salute era gravemente alterata. Soffrivo un doppio martirio del corpo e dell'anima. La vita m'era diventata una tortura; non avevo più il coraggio di sopportarla. Ero disperata; la mia testa si esaltava; — decisi di morire. Ne domando perdono a Dio; non sapevo quello che facessi; ma decisi di morire.
Combinai freddamente il mio disegno — Avevo in casa una boccetta d'arsenica che m'aveva ordinato il medico poco dopo il mio matrimonio; le mie nuove speranze materne erano sopravvenute a farmi sospendere quella cura ed il rimediò pericoloso era rimasto là, dimenticato in un armadio, col suo conta-goccie accanto. Ce n'era abbastanza per uccidermi.
Pensai sospirando con che scrupolo Marco mi contava le goccie quando pigliavo quel veleno salutare; e come si opponeva severamente a lasciarmelo amministrare da chiunque altri; e con che ansietà interrogava il medico e me stessa. Ora la mia salute non m'importava più.
— Io non conterò le goccie, — pensavo — Lo prenderò tutto d'un fiato, e che Dio mi perdoni. Avrò finito di soffrire a questo modo.
Ma poi un'idea orrenda mi balenò alla mente. Mio figlio! Avrei avvelenato mio figlio; l'avrei ucciso con me!
Oh Dio! Anche quell'amore santo di madre doveva essermi uno strazio. — No. Qualunque cosa potesse accadere, non volevo mettere a pericolo l'esistenza di mio figlio, non volevo privare suo padre di quell'ultimo amore.
— Vivrò finchè sarà nato, — dissi. — Ma non vivrò fra le menzogne e gl'inganni.
Non avevo speranza di commovere Edmondo; ero certa che la prima volta che avessi mancato di rispondere al suo richiamo imperioso, avrebbe mandate le lettere a mio marito. Era irritato dalle mie continue ripulse, dall'indifferenza con cui lo trattavo; era geloso del mio amore per Marco, non aspettava più che un'occasione per vendicarsi di tutto.
Ebbi un momento d'energia disperata.
— Non andrò più da Edmondo — pensai. Ma prima che mi denunci a mio marito, mi denuncierò da me stessa. Dacchè sono decisa a morire, voglio confessargli tutto, confessarglielo io, che posso pure dirgli qualche cosa per mitigare i miei torti ed attenuare il suo disprezzo. — Gli rammenterò com'ero sola, lontana da mia madre, da tutti i miei, e povera; e che a forza d'andare all'ufficio come gli uomini, e cogli uomini, non vedevo più la sconvenienza di trattarli con dimestichezza, non avevo più soggezione, non arrossivo più. Gli dirò che in quella posizione non avevo nessuna affezione, nessun consiglio, nessuna gioia per sfogare l'espansione della mia anima giovanile; e come fui punita, e come mi pentii. E poi gli dirò della lettera che gli avevo scritta; gli giurerò in ginocchio, davanti a Dio, che l'avevo scritta spontaneamente, per dirgli tutta la verità; e che non fu di proposito, ma per una combinazione fatale che l'ho ingannato.
Mi scaccerà egualmente, perchè la clemenza umana non basta per di certi perdoni, ed io implorerò che mi lasci vivere qui, lontana da ogni altra vergogna fintanto che gli abbia dato un figlio da amare. Poi me ne andrò a morire in qualche luogo isolato, senza contristarlo con una scena d'orrore. — Ed avrò almeno il conforto di sapere che quando penserà a me non mi accuserà d'averlo ingannato, mi giudicherà colpevole, ma non vile ed ingrata; e mi disprezzerà meno.
Sola nella mia stanza, mi esaltai tutto il giorno con quei pensieri, colla visione di quelle scene strazianti. — Stavo così male che potei evitare d'andare a pranzo; avevo pianto in modo da sfigurarmi, e poi avevo bisogno di non distrarmi dal mio proposito. Era la prima volta che non andavo a pranzo con mio marito; pensavo:
— Pranzerà in fretta, poi verrà subito a vedermi; — e lo aspettavo per fargli la mia confessione.
Avevo preparato in mente ogni parola, ogni atto. Era un discorso lungo, una serie d'accuse, di scuse e di suppliche. Ma sapevo che doveva finire con una separazione definitiva. No; non era possibile che mi lasciasse aspettare in casa sua la nascita del mio bambino, mi manderebbe dalla mamma, e non lo vedrei più. — Quando arrivavo col pensiero a quel punto, quando gli dicevo addio, ricominciavo a piangere disperatamente.
Essere uniti a quel modo, amarsi tanto, e doversi separare!
VII.
Ero appunto in una convulsione di pianto, quando Marco aperse l'uscio. Singhiozzavo tanto, che non l'avevo udito venire. Non lo aspettavo così presto. M'ero figurata che pranzerebbe prima; ma non aveva pranzato; appena gli avevano detto che stavo troppo male per andare a tavola, era corso a vedermi.
— Maria! — esclamò sorpreso di trovarmi a quel modo.
Tutto il mio discorso mi sfuggì dalla mente come se ogni parola avesse poste le ali. — Capii alla prima che non potrei mai fare una confessione solenne, a periodi ordinati, come l'avevo immaginata. La realtà è tanto diversa dall'immaginazione. Tutte le esclamazioni enfatiche, le scene pittoresche dei drammi sono sogni da poeti. Nella vita reale le cose accadono in tutt'altro modo.
Però, anche rinunciando alla speranza di fare un bel discorso, mi rimase il proposito di confessare ad ogni modo, di uscire da quella ignobile pastoia d'inganni.
— Oh Marco! — singhiozzai. — Senti, ho una cosa da dirti.
— Di' su, cara. — Cosa vuoi? — Mi rispose dolcemente.
— È una cosa enorme, vergognosa — balbettai esitando e coprendomi il volto col fazzoletto.
Non rispose, ma mi prese una mano come per farmi coraggio. Io mi lasciai scivolare pian piano dalla poltrona, e rimasi in ginocchio dinnanzi a lui che mi si era seduto accanto. Ma fu tutt'altro che la genuflessione drammatica che avevo progettata; feci quell'atto senza slancio, come per vezzo; poi nascosi il volto sulle sue ginocchia, e gli dissi:
— Lascia che te lo dica così; se ti guardassi non oserei.
Sentii le sue mani posarsi su' miei capelli, e pensai:
— Ecco l'ultima carezza che mi fa. Fra un momento ritirerà le mani con ribrezzo e mi respingerà. — E tutto il mio coraggio svanì, e tornai a dire:
— Senti, Marco.... — ed intanto pensavo quale piccola mancanza potessi inventare per giustificare quella scena senza dirgli la verità.
— E così? — disse Marco. — Cosa debbo sentire? — Via di'; ti faccio paura? — Poi soggiunse in tuono di scherzo:
— Hai ammazzato qualcuno?
Quella parola mi richiamò vivissimo il mio proposito di suicidarmi; l'orrore d'aver compreso in quel progetto orrendo la vita di mio figlio; e le lettere; le lettere disgraziate che mi avevano condotta a quel punto. — Mi tornò al pensiero la scena di vergogna, tante volte temuta, di vedere quelle lettere, in cui sfogando i miei rimorsi avevo ripetutamente affermata la mia colpa, lette ad una ad una da Marco; e di udirlo dirmi:
— Perchè m'hai ingannato?
No; non potevo, non volevo ingannarlo più.
— Senti Marco, — ripresi con uno sforzo sovrumano — una volta, prima che tu m'avessi mai parlato — sai — quand'ero tanto sola — e tanto triste....
Esitai un momento. La mia voce tremava, ed il cuore mi batteva forte forte, ed avevo un fischio negli orecchi come quando s'ha preso troppo chinino; non avevo la forza di proseguire; avrei voluto che m'incoraggiasse. — Egli mi disse soltanto:
— Ebbene? Quand'eri tanto triste?...
Io pensai di dire alla prima il peggio, d'impegnarmi in modo da non poter più retrocedere, e misi avanti il nome:
— Edmondo — sai, — Edmondo Soldani....
Sentii la mano di Marco passarmi sotto il mento, poi chiudermi la bocca; poi, accanto all'orecchio, la sua voce, quel dolce suono d'amore, mi susurrò:
— Stai zitta, bimba. Io so tutto.
Fu tale lo sbalordimento a quelle parole, che dimenticai la vergogna e alzai il capo per guardarlo in viso. Poi all'incontrare il suo sguardo buono, sentii la vampa del rossore salirmi alla fronte, chinai di nuovo la testa avvilita e scoppiai in un pianto dirotto.
Egli lasciò che mi sfogassi un poco, poi mi disse:
— Via, Maria; calmati. Vedi pure che non sono un giudice tanto terribile....
— Oh ma tu non sai.... singhiozzai senza guardarlo....
— Io _so tutto_, t'ho detto. — Non ti ricordi che me l'hai scritto tu?
— Ah! tu hai ricevuta quella lettera? — gridai.
— Ma sì, non me l'avevi mandata tu stessa?
— Credevo che non ti fosse giunta.
— Sì, mi è giunta la vigilia delle nozze.
— Ma perchè non m'hai detto nulla?
Egli mi rialzò abbracciandomi; mi fece sedere sulle sue ginocchia, e carezzandomi amorevolmente la fronte ed i capelli, riprese con un accento di clemenza che mi spezzava il cuore:
— Perchè sapevo già tutto, anche prima che tu mi scrivessi quella lettera. Perchè t'avevo domandata in moglie, appunto per toglierti dalla falsa posizione in cui t'avevano posta. Perchè ti compiangevo e ti perdonavo. Perchè in gran parte la colpa non era tua; eri troppo giovane per allontanarti dalla mamma, per viver sola, per saperti condurre da te stessa nelle difficoltà della vita. La gioventù ha bisogno di guida. L'amore è un sentimento naturale, un istinto. Posta nell'occasione è certo che se non oggi, domani, una fanciulla s'innamora. Se è sola, libera, se non ha accanto una tutela che la trattenga a tempo, la passione la domina. Negli animi gentili, il pudore stesso può essere una tutela sufficiente. Ma quando una ragazza s'è avvezza a trattare gli uomini come compagni d'ufficio, a non arrossire dinanzi a loro, il primo pudore istintivo è già vinto, — e la caduta è più facile.
Io l'ascoltavo con raccoglimento, e mi ripetevo nel cuore ogni sua parola. — Era lui che mi scusava come avrei voluto scusarmi io stessa se avessi potuto parlare. Come faceva a leggere così nel mio cuore? — Era superiore in tutto. Chissà? Forse avrebbe avuta la clemenza di perdonarmi anche dopo la confessione che stavo per fargli. Dio perdona le più gravi colpe, ed egli era buono e grande come un Dio.
— Ed ora cosa debbo fare, Marco? — gli domandai timidamente.
— Cosa devi fare? — Ma nulla. Devi continuare ad essere una brava donnina, onesta, come sei stata sempre dacchè mi hai sposato....
— Ma io non sono una brava donnina, non sono onesta! — esclamai con uno slancio di lealtà, non potendo tollerare quegli elogi immeritati.
Con un moto istintivo mi allontanò da sè e si rizzò in piedi. Io pure ero rimasta in piedi a capo chino, e piangente. Ma egli riprese subito la sua calma da uomo giusto. Venne a fermarsi dinanzi a me e mi disse:
— Via, spiegati. Alza il volto e guardami.
Io obbedii e fissai timidamente ne' suoi, i miei occhi pieni di lagrime. Marco riprese guardandomi fin nell'anima:
— È vero che la madre di mio figlio non è una moglie onesta? È vero, Maria?
— No, no, no, non è vero! — urlai con un grido disperato, un vero grido di madre.
— Allora siedi qui; calmati e parla.
E, sedendo egli stesso, mi additò una poltrona accanto a lui; era serio, ma senza rigore.
Io gli dissi tutto. Il ritorno d'Edmondo, le sue lettere, il supplizio degli appuntamenti, fino a quel giorno in cui non avevo più avuto il coraggio di sopportare quella tortura, e nella mia stessa debolezza avevo attinta la forza di confessarmi a lui, e di morire.
— Quando dovresti andare? — mi domandò con voce addolorata.
— Domani — susurrai.
— Domani manderà le lettere a me. Le bruceremo senza aprirle, e non ne parleremo mai più.
— E non mi manderai via? — dissi non potendo credere a tanta gioia.
— Perchè dovrei mandarti via, poverina? — Perchè tu dovessi ancora appigliarti ad un impiego insufficiente a farti vivere, ed essere trascinata dalle circostanze e dal bisogno a transigere col tuo decoro?
— È soltanto per non espormi a quel pericolo che non mi scacci? — domandai sentendo gelarmi il cuore al pensiero che di tutto il suo bell'amore non mi fosse rimasta che un po' di compassione.
— È perchè ti voglio bene, e ti perdono; — mi disse abbracciandomi.
E d'allora la pace è tornata nel mio cuore e nella mia casa.
Ma ogni volta che sento declamare sull'emancipazione della donna, sulla produzione sociale a cui ha diritto, deploro queste novità pericolose, che rendono le giovinette indipendenti, e le allontanano dal loro ambiente naturale, che è la famiglia. — Vorrei che gli impieghi pubblici accordati alle donne, fossero dati esclusivamente alle vedove o alle giovani mature, e che avessero un compenso sufficiente, per farle vivere senza stenti; perchè la miseria è una triste consigliera. — Vorrei che le questioni sociali non facessero perder di vista le questioni morali. — Ora che ho fatto una prova dolorosa, e che sono madre anch'io, penso come la mia povera mamma:
— Meglio trecento lire soltanto, ma vivere in famiglia, e lavorare in una scuola ad educare dei bimbi con fatica materna e moralizzatrice, che guadagnare tre volte tanto, sole, giovani, ed inesperte, facendo l'impiegato lontano dai nostri protettori naturali.
I MORTI PARLANO.
_Questo racconto fu pubblicato alcuni mesi sono nel Fanfulla. Per non toglierci nulla della sua verità, lo ristampo colla lettera che lo accompagnava al direttore del giornale._
AL DIRETTORE DEL «FANFULLA» ROMA.
Milano, 29 giugno 1879
_Caro signor direttore_,
Le mando due lettere che ho ricevute dall'America a circa un anno di distanza l'una dall'altra. La seconda è un seguito affatto impreveduto della prima; ed entrambe riusciranno certo più interessanti ai lettori del suo _Fanfulla_, che non sarebbe riuscita quella tale mia novella che vado promettendo da tanto tempo e non scrivo mai.
Mi si va ossidando l'immaginazione; non so più inventar nulla, e sono ridotta a fare da cronista, mandandole invece d'un romanzo la relazione d'un fatto vero che somiglia ad un romanzo.
Veda se può accontentarsene, ed in tal caso la prego di restituirmi le lettere quando le avrà pubblicate perchè sono d'un'amica lontana che forse non vedrò più, e le tengo preziose.
_Devotissima sua_
LA MARCHESA COLOMBI.
LETTERA PRIMA.
Filadelfia, 5 gennaio 1878.
_Mia cara,_
Oggi tutti i giornali cittadini si occupano di un originale che morì ieri l'altro; un tipo strano che ti voglio descrivere perchè forse ti gioverà in qualcuno de' tuoi romanzi.
Tanto, non avrei altre notizie da darti, perchè mio marito è sempre fuori per i suoi affari, Ettore è in collegio, ed io muoio di nostalgia, al solito.
Ti dissi che m'ero abbonata al teatro di Walnut-Street. Ci andavo ogni sera coll'assiduità d'una persona annoiata che cerca distrarsi. Qui posso andar sola al teatro in assenza di mio marito. A Milano mi sarebbe sembrata un'enormità.
Dal mio palco potevo vedere tra la prima e la seconda quinta, un ometto piccolo, magro con un viso tutto zigomi, colle labbra così sottili che la sua bocca pareva una ferita cicatrizzata, col naso anch'esso sottile come una piccola parete di cartoncino, un paravento messo là fra due guance, perchè l'occhio destro non potesse vedere quello che accadeva a sinistra. La testa era completamente calva, ed ai due lati del paravento luccicavano due occhietti piccoli, neri, vivacissimi, irrequieti, guarniti di ispide ciglia rossiccie, dalle quali si poteva argomentare che quando quell'uomo aveva avuto dei capelli, erano stati rossi.
Era un operaio del teatro. Un buon operaio; tutto il giorno lavorava alle scene, agli attrezzi, ai sipari, a tutto il meccanismo del palcoscenico che io non conosco. Ma la sera non faceva nulla. Non bisognava contare su lui.
Prima che si accendessero i fanali era là al suo posto fra la prima e la seconda quinta, ascoltando ogni parola, seguendo ogni gesto, cogli occhi scintillanti, la bocca semi-aperta, la persona protesa innanzi, completamente elettrizzato da quanto vedeva ed udiva.
Erano quarant'anni che faceva quella vita; era entrato al servizio del teatro a sedici anni, ed ora ne aveva cinquantasei.
S'era ammogliato tardi, ed aveva sposato una cameriera del console francese, che aveva imparato per pratica la lingua dei suoi padroni, e ne andava superba. Ma l'amore per la giovane Bess non lo aveva distolto dal suo grande amore per l'arte. Era questa per lui una specie di mania.
Pare che non avesse mai compreso precisamente cosa fosse l'artifizio drammatico; e confondeva bizzarramente nella sua testa la finzione colla realtà.