La cartella N. 4

Part 2

Chapter 23,854 wordsPublic domain

Il capo d'ufficio ebbe forse pietà della mia inesperienza. Si occupò del mio magro affare, e gli riesci di collocarmi in una pensione dove mi davano alloggio e vitto per cinquantacinque lire.

A me pareva una spesa enorme. Ma più tardi mi accorsi che per vivere in città era pochissimo.

Alla fine del mese, appena ebbi riscosso il mio denaro, m'affrettai a pagare la padrona di pensione ed a fare un vaglia delle altre undici lire per la mamma. Coi sessantasei centesimi che avevo serbato per me, pagai il vaglia postale ed il francobollo, e rimasi a secco.

Quando uscivo la mattina per andare all'ufficio le botteghe erano chiuse, le strade quasi deserte; qualche lattivendolo, qualche panattiere col cesto in capo come il gran panattiere di Faraone, era tutta la gente che incontravo. Al ritorno gli altri impiegati salivano nell'omnibus. Io facevo la strada sola, a piedi, nel fango, pensando quali vantaggi mi procurava mai quell'impiego, che era sembrato a me ed a' miei un colpo di fortuna.

La mamma scriveva che della mia lontananza risentiva soltanto il danno. Quanto al mio mantenimento risparmiato non se ne accorgeva neppure. — E dire che a me quel mantenimento costava cinquantacinque lire! Cosa vuol dire separarsi!

Ed intanto si lagnava che non m'aveva più accanto, che non l'aiutavo più a custodire i bimbi ed a fare la massaia.

Le undici lire le aveva ricevute, ma mi raccomandava di non mandargliele più, povera donna, e di serbarle per rinnovare gli stivalini e gli abiti.

Sulle prime, la novità di trovarmi in una città grande, d'andare e venire sola, di sedere a tavola in una pensione con molta gente, di raccontare la mia posizione eccezionale, e di ripetere ancora ed ancora alla padrona di pensione, ed alla serva stupefatta, ed ai compagni di tavola, che ero impiegata come un uomo, e che guadagnavo come un uomo, mi mantenne in uno stato d'esaltazione, e mi sentii felice.

Ma alla fine del secondo mese, quando la padrona di casa mi presentò il conto della lavandaia, quello della stiratrice, più due lire pel lume che non era compreso nella pensione, in tutto nove lire che dovevo sborsare pigliandole sulla mesata ventura, cominciai a sgomentarmi.

Intanto era finito l'ottobre, ed il novembre cominciava con un freddo invernale. La sera gelavo nella mia stanza. Qualche volta mi lasciai andare al lusso di accendere il camino mentre stavo alzata a dare qualche punto alle biancherie, ed a ravviare gli abiti. Ma la spesa della legna era superiore a' miei mezzi. Quel mese, tolta la pensione e quelle nove lire di conti pagati, m'erano rimaste due lire per le spese straordinarie. Nella nostra povera casa non m'ero mai trovata in quegli impicci.

Giorno e notte pensavo al modo di diminuire quelle spese. Rinunciai a ber vino per farmi ribassare di qualche lira il prezzo della pensione; ma tant'è tanto, se mi riesciva di pagare la lavandaia, la stiratrice ed il lume, per la legna non mi rimaneva nulla. E quel ribasso di prezzo aveva anche ribassata l'opinione che la padrona di casa aveva di me. Mi trattava con disprezzo.

Era una vita arida e noiosa. Casa e studio, studio e casa, coi piedi umidi, le membra assiderate, il pensiero occupato da calcoli minuti ed uggiosi, nessun'affezione per consolarmi, nessuna distrazione. — Ed i miei abiti si sciupavano, le mie scarpe si logoravano.

Eppure guadagnavo ottocento lire all'anno. Avevo raggiunto il mio sogno di grandezza, il mio ideale. Dio! che delusione!

Ero anche bellina. Quando andavo, sola e male in arnese per le strade, c'era spesso chi mi diceva parolette dolci, chi si offriva d'accompagnarmi, ed anche con molta insistenza e senza troppo rispetto.

Allora mi venivano in mente i discorsi della mamma, e le sue paure. — Ma poi tornavo alle mie idee:

— Quando le donne hanno un'occupazione seria, e pensieri seri, non cadono in leggerezze. La loro vanità dipende appunto dalla vita oziosa e senza responsabilità a cui sono condannate, ecc. ecc.

A me i pensieri seri non mancavano. — Avevo niente meno che da risolvere il problema di andar vestita, bene o male, di calzarmi, e di non gelare, senza spender denaro.

Ma tuttavia avevo diciotto anni. — Due, tre, quattro uomini, dieci, mi sembrarono insolenti e brutali colle loro parole galanti. Poi ne venne uno che non mi sembrò insolente nè brutale. — Era giovane, serio; per un pezzo mi seguì senza dirmi nulla, mi guardava soltanto; ed io la notte, nella mia stanza solitaria e fredda, rivedevo quello sguardo che la riempiva di calore e di luce.

Poi un giorno, entrando a pranzo dalla padrona di casa lo vidi là, alla tavola della pensione. — Aveva veduto dove abitavo, ed era venuto; s'era anche collocato accanto a me. Non mi aveva parlato brutalmente in istrada. Aveva presa una via lunga, mi si presentava come si usa tra gente ammodo. — Gliene tenni conto; forse troppo.

Mi sentivo autorizzata a discorrere con lui come cogli altri della pensione; e ne profittai. — Mi gettai a capo fitto in quella prima gioia; il mio cuore, giovane e caldo, sussultava alle sue parole. — M'innamorai pazzamente, sinceramente.

Oh, se m'avesse veduto la mia mamma, uscire, di sera, con quel giovane, rientrar tardi, agitata, impaurita, coll'anima combattuta tra la passione ed il rimorso.

Come avrebbe, ripetuto, povera donna, che gli impieghi di quella sorta si dovrebbero dare soltanto alle ragazze che hanno la famiglia in città, che vanno all'ufficio accompagnate dalla mamma, e che per giunta non sono più giovani. E che sarebbe stato meglio accontentarmi del posticino di maestra in paese a trecento lire, e vivere tutti uniti!

Ma la mamma era lontana: io era sola, innamorata, e senz'altro conforto al mondo che quell'amore.

Non serve dir altro. È la storia di molte ragazze indipendenti, e disgraziate.

Speravo che mi sposasse; il matrimonio rimedia a tutto. — Ma un bel giorno mi scrisse che affari di famiglia lo chiamavano in provincia presso i suoi parenti. Non sapeva quando tornerebbe. Suo padre era rigorosissimo. Non osava dirmi di scrivergli perchè in casa sua, se si fosse scoperta la nostra relazione, guai! Mi amava sempre; gli doleva di lasciarmi; ma contro l'impossibile non si può andare.... ecc., ecc. Di matrimonio neppure una parola, neppure una speranza lontana. — M'abbandonava.

Rimasi come fulminata. — Non me l'aspettavo, avevo riposta in lui tutta la fiducia de' miei diciott'anni. Ero colpevole per lui; era lui che doveva redimermi. Questo mi sembrava giusto, e credevo che quanto era giusto si dovesse fare. Fu un balzo doloroso. Dal colmo della fede, alla delusione assoluta, senza speranza.

Mi trovai sola in faccia alla mia vita di lavoro inglorioso, con tre compagni tristi: l'isolamento, la miseria, la vergogna.

Malgrado tutto, mi durò un pezzo in cuore l'amore, e passai le lunghe notti in veglie e rimpianti; perchè la passione non ragiona.

Ma anch'essa deve pur nutrirsi di qualche cosa. — Ed io non avevo nulla. Non ricevevo notizie nè dirette, nè indirette; non lo vedevo più; non sapevo neppure dove fosse. A poco a poco le preoccupazioni aride del pane quotidiano, i bisogni materiali ed imperiosi della vita, soffocarono la passione, mi assorbirono tutta.

Ero triste, uggita. Non avevo a chi confidarmi. Avrei voluto ad ogni costo uscire da quelle angustie; ma non osavo scrivere alla mamma che la mia ambizione era stata illusoria, che tutte le mie belle speranze m'avevano condotta a quegli estremi. Il posto di maestra era occupato; e poi io avevo lasciato andare gli studi per buttarmi al telegrafo, e non avevo diploma. — Avrei dovuto tornare in famiglia senza guadagnar nulla. — Mi vergognavo. Preferivo soffrire, vivere di ripieghi, fare qualche debituccio, ma lasciar ignorare alla mamma i miei guai, e salvare le apparenze.

Tirai avanti così quasi un anno. — Ero scoraggiata, delusa; non avevo più nè fede nè amori; ero stanca; mi pareva d'essere vecchia.

III.

Era la fine d'ottobre. Tornava a venire l'inverno tanto difficile per me.

Ero infreddata; da alcuni giorni una febbriciattola importuna mi rendeva gravoso il lavoro, e pensavo con terrore che potrei ammalarmi, esser costretta a stare in casa, a letto, ed a chiamare il medico, a comperar medicine.... Come fare?

Era finito da poco il pranzo. Io m'ero accostata alla finestra, e stavo là colla fronte contro il cristallo e l'occhio fisso nell'aria buia, pensando vagamente che tornando nella mia stanza avrei freddo.

— Ha la febbre, signorina? — disse qualcuno accostandosi alla finestra dall'altro lato. Era l'anziano della pensione. Un uomo sui quarant'anni; un signore che veniva là a pranzo perchè non aveva famiglia e s'annoiava a pranzar solo; era buono, cortese, generoso; godeva la simpatia di tutti.

— Sì, — risposi, — ho la febbre. Ma è un'infreddatura; passerà presto.

— Però dovrebbe aversi riguardo; non esporsi all'umido.

— Oh, non sono tanto delicata.

— È giovane e forte; ma non bisogna abusarne. Domani dovrebbe stare in casa.

— Sa pure che non posso.

— Perchè non può? Per un giorno d'assenza ed anche più, quand'è per malattia, non si perde l'impiego.

Io non risposi. Pensavo che avrei voluto perdere l'impiego, perchè quella desolazione completa m'avrebbe dato il coraggio di vincere tutti i riguardi, tutte le soggezioni e di tornare nella mia famiglia. — Egli ripigliò:

— E poi, se anche lo perdesse l'impiego....

In quel momento credetti che avesse indovinato il mio pensiero e dissi:

— Sarebbe forse meglio.

— Anch'io credo che sarebbe meglio, — riprese. Poi domandò:

— Cosa farebbe se perdesse l'impiego?

Io stavo appunto figurandomi il mio ritorno al paese in quello stato, i commenti degli altri, la mia umiliazione. A quell'idea il coraggio mi mancava, l'amor proprio mi dava la forza d'esitare ancora; e risposi:

— Non so quel che farei. Non so.

— Sa cosa dovrebbe fare, Maria? — susurrò con dolcezza il mio commensale.

— Che cosa, signor Marco?

— Dovrebbe rinunciare all'ambizione di bastare a sè stessa; dovrebbe accettare l'appoggio che le offre un uomo di cuore, un amico che le vuol bene....

Parlava sommesso, e gli oscillava la voce, e nel dire che mi voleva bene cercò di prendermi la mano. Io ero così delusa, così avvilita, che avevo paura di tutto; vedevo soltanto insulti e vergogne; ritirai la mano con dispetto e lo respinsi per andare nella mia camera. Ma egli mi trattenne e riprese:

— Non mi giudichi male, Maria; non intendo farle torto. Sa pure che nessuno la rispetta più di me, poverina. La proposta che le faccio può dispiacerle forse, ma non può offenderla. — Sono vecchio per uno sposo, e lei è molto giovane per me; ma le voglio bene, mi creda; proprio di cuore, e se mi vuole.... non so come dire.... non sono un eroe da romanzo; ma sarò un buon marito, e credo che non si troverebbe male in casa mia; sarebbe signora e padrona, di me, della casa, di tutto.

Diceva codesto a frasi staccate: ma io non cercavo più di interromperlo; non fuggivo più. La riconoscenza m'aveva gonfiato il cuore. Ero scoppiata in pianto.

Dopo tanta amarezza, tanto sconforto quelle parole buone, quell'affetto generoso e vero mi commovevano profondamente. Era la vita che rientrava nella mia anima sfiduciata. Avrei voluto gettarmi ai piedi di quell'uomo, avrei voluto baciargli le mani, e dirgli che lo ringraziavo, che lo benedivo perchè mi toglieva dall'abbattimento in cui ero caduta, perchè m'aiutava a risorgere; che il mio cuore gli era guadagnato per sempre; che avrei consacrata tutta la vita a lui con entusiasmo, per compensarlo del bene che mi faceva in quel momento.

Ma non feci nulla, non dissi nulla. Continuai a piangere come una disperata, come una Maddalena. Oh! pur troppo ero una Maddalena.

Però quello sfogo muto di pianto gli disse quanto avrebbero detto le mie parole. Capì che era accettato, che era amato, che era benedetto. Non domandò altro. Mi carezzò le spalle con dolcezza come si fa a' bimbi che piangono, e mi disse:

— Ora vada a riposarsi, Maria. Non pensi più ad andare all'ufficio. Domattina stia a letto, faccia passare la sua infreddatura, poi mi dirà lei quando vorrà ch'io scriva alla sua mamma, o che ci vada; farò tutto quello che vorrà. Intanto penso io a liberarla per sempre dal telegrafo.

Io gli presi le mani, le strinsi con riconoscenza profonda, con amore; ma non potei dir nulla.

Rientrai nella mia stanza consolata, con tutta la fede de' miei diciott'anni rinata, e con essa tutte le speranze e tutti i sorrisi della vita, e con un nobile affetto nel cuore.

Che cambiamento! Che gioia! Non ebbi bisogno di stare a letto; la febbre dell'infreddatura fu assorbita dalla febbre d'entusiasmo che mi agitava tutta. L'indomani ero florida e felice.

Marco era un nobile cuore. Il suo amore da uomo maturo, un amore profondo senza tempeste, mi riposava delle tempeste passate. Mi sentivo così tranquilla, così rassicurata, dacchè m'appoggiavo a lui, che rinunciavo a pensare, a volere. Egli pensava e voleva per me. Era padre, amico, sposo ad un tempo.

Un solo cruccio avvelenava la mia pace; il pensiero del passato; di quell'altro amore, di quella colpa che Marco ignorava. Tutto quanto c'era in me di dignità, di gratitudine, d'ammirazione per lui, si rivoltava all'idea d'ingannarlo. Era un abuso di fiducia, una viltà. E d'altra parte l'amavo; non solo per gratitudine; l'amavo come un giovane, come un amante; come non avevo mai amato quell'altro. Sentivo che, se a quella rivelazione mi avesse abbandonata, non avrei potuto sopportarlo; ne sarei impazzita, ne sarei morta. Ed avevo paura di perderlo, e lottavo colla coscienza.

Ma l'amore che m'inspirava quell'uomo generoso era pure generoso e degno di lui. A misura che il giorno delle nozze si avvicinava, le mie esitazioni, le paure codarde svanivano, ed il sentimento del dovere s'imponeva alla mia coscienza. Tirai innanzi fino all'antevigilia del matrimonio. La mamma era venuta a Milano; avevamo prese due stanze arredate, e Marco veniva ogni sera come fanno gli sposi a trovarmi ed a far progetti.

Quella sera, dopo avergli stretta la mano, dopo averlo veduto uscire dall'uscio, dopo averlo guardato dalla finestra mentre s'allontanava, mi posi al tavolo pensando:

— Chissà! Forse non lo vedrò più.

Poi, malgrado il vuoto immenso che quel pensiero mi apriva dinanzi alla mente impaurita, malgrado l'angoscia che ne risentivo nel cuore, gli scrissi tutto, tutto. Non mi risparmiai, gli confessai che avevo ancora molte lettere dell'altro.

«Se hai la forza, la clemenza,.... o la debolezza di perdonarmi, — conclusi, — vieni più presto questa sera. La mamma ha invitato qualcuno perchè è la vigilia delle nostre nozze. Vieni prima degli altri. Saremo soli; brucieremo quelle reliquie del mio disgraziato passato, e tutto l'avvenire sarà tuo. Se non ti vedrò venire di buon'ora a domandarmi quelle lettere, vorrà dire che non puoi perdonarmi, che non ti vedrò più. Sia quel che Dio vuole di me; l'ho meritato.»

Fu un giorno d'agonia quella vigilia di nozze. Ogni volta che l'uscio s'apriva sussultavo:

— È lui. — No, non era lui. — Forse non verrà. — Infatti, perchè dovrebbe venire? Certe colpe un uomo non le perdona. — Poi s'udiva ancora un passo. — Sì, eccolo. È qui. È tanto generoso. — Ma ancora non era lui.

Finalmente comparve il primo invitato. Erano le otto di sera. L'ora in cui Marco veniva sempre; e non era giunto ancora; non mi aveva perdonato. Non lo vedrei più.

Io non so come mi reggessi in piedi in quel momento. È certo che non parlavo; non l'avrei potuto. Mi chiamavano _sposa_, mi facevano auguri, mi portavano doni. Io non guardavo nulla, non rispondevo a nessuno. Sentivo che intorno a me si ripeteva:

— È la commozione. È naturale. Deve lasciare i suoi, cambiare stato....

Ed io non lasciavo più i miei, non cambiavo più stato, non avevo più sposo.

Se ne avessi avuta la forza, lo avrei gridato a tutti. Non era il meschino amor proprio di non suscitar commenti che mi facesse tacere; era l'angoscia immensa che mi ammutoliva.

Ad un tratto udii entrare qualcuno; e tutti dissero:

— Eccolo; è qui; finalmente!

Non poteva esser lui. Non alzai gli occhi continuai a piangere, finchè una voce, una musica, un suono di cielo, mi disse:

— Che cos'hai, Maria? Perchè piangi?

— Oh Dio! Perchè? — esclamai singhiozzando. — Perchè non sei venuto prima!

— Mia cara, — riprese colla sua calma abituale, — è una grande sera questa. Ho avuto parecchie cosuccia da sbrigare. Domattina si parte presto; dovevo dar ordine a tutto....

Il suo sguardo era sereno e pieno d'amore, la sua voce era tranquilla. Pareva che non sapesse nulla; era l'uomo del giorno prima. Io gli dissi:

— Temevo che tu non venissi più.

Si mise a ridere e mi carezzò i capelli, dicendo:

— Bambina! Perchè non avrei dovuto venire?

Assolutamente non sapeva nulla. Per istinto in quel momento ne fui consolata.

— Meglio così, pensai. Forse non mi avrebbe perdonata.

Avevo consegnato quella lettera ad un fattorino di piazza, che non gliel'aveva portata.

Quella sera non fummo soli un momento. La mattina, quando venne a prendermi, ero vestita da sposa e circondata da parenti ed amici. S'andò subito al Municipio, poi in chiesa. Anche volendolo, non avrei potuto ritentare la mia confessione. Ma non volevo più. Avevo veduto troppo davvicino il pericolo di perderlo, la gioia immensa di ritrovarlo, per espormi un'altra volta a quel rischio.

Il mio dovere l'avevo fatto. Il caso, la Provvidenza forse, aveva impedito alla mia confessione leale di giungere fino a lui; io non ci avevo colpa. Venni a transazione colla coscienza, e lo sposai col mio segreto nel cuore.

IV.

Partimmo soli; andammo a Firenze, a Roma, a Napoli. Si passava di bellezza in bellezza; era una serie d'emozioni, di sorprese, di gioie insperate.

E la più cara era quella di sentirmi in una situazione legittima. Di pensare:

«Quest'uomo a cui mi appoggio è mio marito. Ho diritto di appoggiarmi a lui. Non dobbiamo nasconderci, possiamo darci il braccio in pieno giorno, darci del tu dinanzi a tutti.»

Quando Marco incontrava qualche conoscente e mi presentava dicendo: «la mia signora» il mio cuore sussultava di piacere e d'orgoglio.

Avevo provato l'umiliazione di dover scantonare in fretta in fretta per non incontrare il signor Tale o la signora Talaltra, che conoscevano il giovane a cui davo il braccio. Avevo veduto i garzoni d'albergo sogghignare quando entravo con lui. Ora non sogghignavano più. S'inchinavano seri seri, e mi chiamano rispettosamente _la signora_.

Quell'altro, — Edmondo, — m'aveva detto parecchie volte che l'amore dev'essere libero per essere vero e bello. Che la poesia sta nelle passioni indipendenti, e la legalità è la prosa della vita. Rideva dei mariti; diceva _che il matrimonio è la tomba dell'amore_; chiamava il maritarsi _fare una fine_, o _passare nel numero dei più_; parlava sempre di dote a proposito di nozze; tutti i luoghi comuni rancidi, che da più d'un secolo tengono luogo di spirito a chi non ne ha.

Io allora avevo cercato di entrare nelle sue idee per riconciliarmi colla mia posizione. Ma ora vedevo, sentivo che tutti quelli erano paradossi. Pel mio carattere serio e giusto, la poesia stava nella legittimità; nel sentirmi d'accordo colle leggi della gente onesta.

Dopo il viaggio si tornò a Milano, e provai la gioia di essere padrona in una casa rispettabile, di occuparmi della mia casa e di mio marito, di far qualche cosa per lui; mi chiamava qualche volta _la sua massaia_, ed io ne andavo superba.

Ogni giorno, ogni ora, benedivo il caso provvido, che aveva fatto smarrire per via la lettera in cui gli avevo scritta la mia confessione. Più conoscevo Marco, e più raccapricciavo all'idea che avrei potuto con quella rivelazione allontanarlo da me per sempre.

La sua tenerezza dolce, profonda, protettrice, non si smentiva mai. Il suo carattere era sempre sereno; il suo cuore pieno di bontà, di giustizia; e, co' suoi quarant'anni, aveva più poesia, più entusiasmo che non avessi trovato mai in nessun giovinotto.

Non diceva mai una parola scortese; correggeva con indulgenza, approvava con gratitudine. Era un'anima generosa, elevata e buona, ed ero orgogliosa d'appartenergli; l'adoravo.

Passò più d'un anno, rapido come un sogno di gioia; la poesia scritta, gli idilli dell'immaginazione non hanno nulla che agguagli l'incanto di quella pace d'amore.

Pareva che il cielo si compiacesse a versare su noi a piene mani tutte le sue benedizioni. Eravamo ricchi, innamorati, ed avevamo la certezza che fra pochi mesi un bambino, un figlio nostro, il caro vincolo di due braccini fragili e rosati, verrebbe a legarci più strettamente ancora l'uno all'altra.

Quando consideravo l'alta bontà di Marco, pensavo che Dio era giusto: ma rivolgendo l'occhio su me, sul mio passato, avevo paura. — Con che diritto io, che avevo una colpa sulla coscienza, mi associavo alla felicità di quell'uomo leale? E se invece avessi associato lui, — lui nobile, onesto, dignitoso, — alla mia sorte, alla posizione che temevo, alle conseguenze del male? La notte mi svegliavo in sussulto, impaurita da quel pensiero. Era la sola nube che offuscasse il mio bell'orizzonte. Ma una nube grave di tempesta.

V.

Era d'estate, la sera uscivamo insieme perchè nel mio stato avevo bisogno di moto.

Una sera passeggiavamo lentamente sul Corso. Parlavamo del nostro bambino; del nome che gli s'avrebbe a dare; era una questione che agitavamo da un pezzo. Io volevo chiamarlo Marco o Marcella a seconda del sesso; — lui trovava che Marcella era brutto, e preferiva il nome di Mario o Maria. Era una gara di cortesia e d'affetto, in cui ciascuno di noi voleva far prevalere il nome dell'altro; poi ci eravamo messi di buon umore, e Marco m'andava proponendo i nomi più strampalati: Asdrubale, Melchisedecco, Ariodante.... ed io protestavo ridendo.

— Macario — disse Marco, scansandosi un poco per lasciar passare un giovine che ci aveva preso la dritta. Io non risposi.

— Non ti opponi? — riprese. — Chi tace consente. Lo chiameremo Macario.

Non risposi ancora. Lo stesso giovane, che era tornato indietro, era ripassato accanto a mio marito, mi aveva sbirciata rapidamente ed aveva tirato innanzi una cinquantina di passi. Mentre Marco parlava, io vedevo quel giovane fermarsi un minuto presso la mostra di una bottega, poi voltarsi e venirci incontro daccapo.

— E così Maria? Perchè non rispondi? — domandò Marco stringendomi il braccio. — Ti senti male?

— Sì, mi sento male; ho i brividi; torniamo a casa.

Voltò strada subito, e ci ritirammo. Ma la mia casa non mi parve più quel dolce nido di pace; la mia felicità era svanita; avevo lo sgomento nel cuore.

Quel giovane che m'era passato accanto era Edmondo.

Neppure le cure amorevoli di Marco valsero a calmare la febbre d'angoscia che mi agitava tutta.

Era stata come una visione di malaugurio. Sentivo che non poteva finire così; conoscevo quel carattere tempestoso, imperioso, e sapevo che la mia pace sarebbe perduta, che il mio bel nome di moglie non potrei più portarlo con quella dignità che mi riconciliava col passato. Guardavo la cara figura nobile di Marco, e pensavo:

— Ecco; io ho portato la tempesta nella sua vita, la vergogna sul suo nome; egli mi ha fatto tanto bene, ed io l'ho ingannato. Domani, doman l'altro, incontrerà per via qualcuno che gli dirà:

— Guarda; quel giovinotto là, era l'amante di tua moglie.

Avrei dato la mia vita avvenire, avrei dato persino il mio bell'anno di nozze, perchè quella lettera perduta fosse giunta a suo tempo al mio sposo; perchè mi avesse perdonata, o anche abbandonata, ma non fosse stato ingannato lui.

Le mie previsioni sì avverarono. Quell'incontro fu il principio d'una serie di dolori e di vergogne.

Il giorno dopo ricevetti una lettera da Edmondo. — Mi aveva seguita, conosceva il mio nuovo nome ed il mio indirizzo.