La cartella N. 4

Part 5

Chapter 53,808 wordsPublic domain

Il fatto era così evidente, i ladri colti in flagrante erano talmente nella impossibilità di giustificarsi che il processo non ispirò neppure alla prima grande curiosità. Dal nome del complice in fuori, si sapeva già tutto.

Ma appena i giornali recarono i primi resoconti dell'istruttoria, la curiosità e l'interesse furono eccitati al più alto grado, ed alla prima udienza pubblica il pubblico accorse in gran folla al tribunale.

Negli interrogatori era stato esaminato prima l'imputato il quale aveva detto di chiamarsi Seth Reed, d'anni 31, cesellatore. Egli aveva negato assolutamente il furto, e l'intenzione del furto; aveva negato d'avere altri complici oltre la donna che era stata arrestata con lui.

Aveva narrata una storia meravigliosa ed incredibile, secondo la quale sarebbe stato dietro un avviso sopranaturale che avrebbero deciso di introdursi nel cimitero per violare una tomba. Ma non la tomba della vedova Blounty. Di questa dichiarava di non sapere assolutamente nulla; nè la località, nè le ricchezze che conteneva.

Le deposizioni della donna s'erano trovate perfettamente conformi a quelle del suo complice. Ella credeva fermamente d'aver obbedito ad una voce d'oltre tomba, recandosi al cimitero nella notte del 27 marzo. Pareva infervorata nella sua idea; ne parlava con riverenza come di cosa sacra.

Era evidente che volevano farsi credere allucinati; era il loro sistema di difesa.

La comparsa degli imputati ai dibattimenti fu una sorpresa pel pubblico, che s'aspettava di vederli truci ed arditi come due audaci malfattori. Sono invece due figure affatto insignificanti. L'uomo, che fu chiamato prima, ha una corporatura erculea, spalle da atleta, proprio le spalle che si richiedono per aver potuto sollevare il coperchio di marmo del sarcofago. Ma il suo viso è bonario e sciocco. Ripetè quanto aveva detto nelle prime deposizioni, senza contraddirsi mai, ma facendosi strappare le parole con fatica, e rispondendo a monosillabi.

La donna, che fu introdotta dopo, è una biondina che dimostra appena ventidue o ventitre anni, così piccola e delicata, con lineamenti così minuti, da togliere persino alla sua opulenta capigliatura dorata l'appariscenza comune alle figure bionde.

Parla assai meglio dell'uomo, ed è la sua deposizione che ho notata sul mio taccuino per darti la relazione dei fatti.

Quando il _Supreme Judge_ la invitò a rispondere, ella obbedì tenendo il capo chino e gli occhi fissi sulle sue manine minuscole e rozze. Le palpebre abbassate e guarnite di lunghe ciglia incolori nascondevano affatto i suoi occhi. Ma in quell'insieme fragile c'era una sicurezza sorprendente; non era agitata, non tremava; rispondeva senza la menoma esitazione.

Disse di chiamarsi Betty Lawrence, vedova Reed, di ventinove anni, cucitrice.

— Da quanto tempo siete vedova? — domandò il giudice.

— Da quattordici mesi.

— Come avvenne che vi trovaste la notte del 27 marzo nel recinto del cimitero coll'imputato Seth Reed?

— Eravamo saliti in cima al muro con una scala di corda, e l'avevamo scavalcato.

— E vi eravate introdotti nel sepolcreto della famiglia Blounty?

— Nossignore. Ho già dichiarato che non sapevo nulla della vedova Blounty.

— Sapete però che là era sepolta una _vedova_, mentre io vi ho detto il sepolcreto _della famiglia Blounty_.

A questa osservazione insidiosa l'imputata alzò per la prima volta il capo in atto di stupore, e fissando in volto al giudice due grandi occhioni d'un grigio scialbo, rispose:

— Non mi ha detto ieri, signore, che eravamo accusati d'aver rubato i gioielli della vedova Blounty? Ecco come so che si tratta di una vedova. Non si ricorda?

— Narrate per qual motivo vi eravate introdotta nel cimitero.

— Per tagliare la testa al mio povero marito.

— Perchè volevate tagliargli la testa?

— Era il suo testamento.

— Ma esiste questo testamento scritto?

— Nossignore, lo disse a voce.

— E c'erano testimoni quando espresse questo desiderio?

— Mi pare di sì. C'erano nella camera il dottor Wintry, che era venuto a visitarlo, ed il _clergyman_.

— E perchè quell'ultima volontà del defunto non l'avete eseguita a suo tempo?

— Credevo che fosse peccato tagliar la testa ad un morto.

— E l'andarla a tagliare un anno dopo, violando una tomba, non vi sembrava più un peccato?

— Questo, era la sua anima che m'aveva ordinato di farlo. Sapevo che la sua anima era in pena, ed era mio dovere di dargli pace.

— Non sapete fare un'esposizione seguìta dei fatti? Narrate tutto quanto vi è accaduto dalla morte di vostro marito fino al 27 marzo passato.

— Ho già narrato tutto negli altri interrogatori, signore.

— Non importa. Tornatelo a dire.

— Dopo la morte di mio marito, il cugino Seth, che prima veniva di rado, cominciò a farsi vedere più sovente a casa mia, e dopo pochi mesi mi domandò se volevo sposarlo. Ma io volli aspettare a rispondergli finchè fosse passato l'anno del lutto, per rispetto al defunto. Alla festa dei Magi deposi il bruno, ed allora Seth mi disse:

— Ebbene, cugina, ora è tempo di concludere.

Ed io dissi di sì. Ma bisognava lasciar passare i mesi dell'inverno, che sono quelli del maggior lavoro per me e per lui. Si decise di sposarci alla fine di marzo.

La casa di Seth è più grande della mia e più ariosa perchè è fuori della città, ed io dovevo lasciare l'alloggio ed andare a stabilirmi con lui. Ogni giorno quando avevo finito il mio lavoro, preparavo un po' di roba imballata, e la sera, quando Seth se ne andava, la portava a casa. Così si faceva lo sloggio senza spesa.

Una sera aprendo un armadio dove c'erano delle cose vecchie fuori d'uso, mi cadde sott'occhio una cassetta inchiodata, che il mio povero marito aveva portata a casa circa un mese prima della sua morte. Mi venne in mente che allora gli avevo domandato se avesse un tesoro in quella cassa; ed egli mi aveva risposto:

— Che! È roba del teatro. Anzi, tientelo bene a mente, Bess, se io venissi a morire, l'avresti a restituire.

— Ma la cassa è nostra — avevo detto io che la riconoscevo benissimo.

— Terrai la cassa — aveva soggiunto Tobie — e restituirai al Walnut-Theatre quello che c'è dentro.

Tutto questo m'era poi uscito di mente; ma al vedere la cassa, mi ricordai, e pensai subito di vuotarla e di restituire al teatro la roba sua.

Voltai la cassa da tutte le parti per vedere quale degli assi mi tornasse più comodo di sollevare; nel capovolgerla sentii un rumore come d'un orologio a sveglia... trrrrrr.....

— È un orologio, pensai. E feci per introdurre lo scalpello. Ma appena il rumore dell'orologio cessò, udii la voce del mio povero marito chiara, ma indebolita come quando aveva parlato l'ultima volta, ripetere le parole del suo testamento:

«Tagliatemi la testa.....»

Io non udii il seguito. Mi prese una paura orrenda; volli gridare, e mi mancò la voce, ed in un momento non vidi, non udii più nulla. Mi parve di morire.

Quando rinvenni, ero seduta in terra, e Seth mi stava accanto. Venendo per la sua solita visita, m'aveva trovata svenuta, e m'aveva soccorsa.

Gli narrai com'era andata la cosa, e gli dissi:

— Senti, Seth, l'anima del povero Tobie è in pena, e non avrà pace finchè non avremo adempiuto alla sua ultima volontà.

Seth non voleva credere, e diceva:

— Come vuoi che il povero Tobie stia in quella cassetta? Ci starebbe appena la sua testa.

Ed io sostenevo che era la sua anima. Fosse il tronco o la testa, che cosa importava? Lo spirito c'era; ed era lo spirito che aveva parlato.

Allora Seth cominciò a dire di aprire la scatola. Io non volli; mi sarei lasciata uccidere piuttosto che permettere una cosa simile; bisogna rispettare i segreti dei morti.

— Lasciamela soltanto osservare — disse Seth. — Se Iddio ha permesso che parlasse una volta, chi sa che lo permetta ancora; ed allora io crederò come te.

Prese la cassa in mano, e la voltò come avevo fatto io, guardandone le commessure. Ma appena l'ebbe capovolta, si udì subito il rumore dell'orologio, trrrrr..... e poi la voce del morto tornò a dire:

«Tagliatemi la testa, e portatela al teatro di Walnut-Street per fare il cranio nell'_Amleto_.»

Questa volta non svenni, ed udii tutto il discorso. Seth era pallido come un morto. Tremavamo tutti e due.

— Sì — disse Seth. — È vero. L'anima del defunto è in pena, e ci comanda di eseguire la sua ultima raccomandazione. Ma come si fa?

— Si va al cimitero, e gli si taglia la testa — dissi io. — Le volontà dei moribondi sono sacre; e noi abbiamo peccato, trascurando di obbedirgli.

Seth non si sentiva il coraggio di tagliare la testa ad un cadavere. Diceva che gli faceva ribrezzo; gli pareva una cosa orribile.

Io invece sentivo che non avrei esitato. Quando me l'aveva detto il moribondo, io pure avevo raccapricciato, e non avevo voluto neppure pensarci; ma ora che lo diceva il morto, non avevo altro desiderio che di obbedire, perchè i morti non parlano senza il volere del Signore.

— Io verrò con te — dissi a Seth. — Non ho paura quando si tratta di fare il mio dovere; ed in una cosa tanto sacra poi! Se ne avessi la forza materiale, come ne ho la forza d'animo, farei tutto io stessa.

Ma Seth non sapeva risolversi. Allora gli suggerii di dare qualche lira al _sexton_, perchè tagliasse la testa lui.

Egli è avvezzo a maneggiare i morti.

L'indomani al mattino Seth venne a prendermi. Andammo insieme al cimitero, e proponemmo al _sexton_ la cosa. Era vecchio, ma forte; e poteva benissimo fare tutto come avrebbe fatto Seth se ne avesse avuto il coraggio.

Gli offrimmo una lira sterlina, poi due, poi tre; poi tutto il poco denaro che avevamo raggranellato fra tutti e due per le spese di nozze.

Ma fu inutile. Quell'uomo non volle saperne; e non solo ricusò di prestarci aiuto, ma anche di lasciar adempiere a noi quel sacro dovere.

— Diteci a chi dobbiamo ricorrere — domandai — ed otterremo il permesso.

Il _sexton_ si mise a ridere; egli gridava:

— Il permesso di tagliare la testa ad un morto! Ma questa donna è pazza. Nessuno vi darà mai questo permesso.

Seth voleva rinunciare alla cosa. Diceva:

— Vedi bene che non si può.

Ma io avevo la mia risoluzione nel cuore, ed insistetti presso il becchino.

— Non c'è nessun mezzo per far questo? Io sono disposta a dare tutto quello che possiedo, ad espormi a qualunque pericolo. È l'ultima volontà d'un moribondo, il suo testamento. Io ho trascurato di obbedirlo, ed ora la sua anima è in pena, e forse non avrà più pace finchè non avremo eseguito quel comando. Il suo spirito è venuto a ripeterlo dopo un anno; lo abbiamo udito tutti e due. È un ordine del Signore. Aiutateci per carità.

E continuai a pregarlo per un pezzo.

Quell'uomo pareva pensare un modo di accontentarmi; pensava molto, e tratto tratto sorrideva tra sè. Finalmente domandò se fossimo veramente decisi a fare la cosa ad ogni costo; ed io risposi per tutti e due di sì; che eravamo sposi, ma che avevo giurato sulla Bibbia di non rimaritarmi finchè l'anima del povero Tobie non riposasse in pace. Allora egli disse:

— Miei cari, non c'è altro mezzo che scavalcare il muro di notte. Fate quello che credete. Ma io non vi apro, non vi aiuto e non vi consiglio. Io sono il _sexton_, ed il mio mestiere è di custodire i morti, non di decapitarli.

Quando fummo usciti, Seth mi disse:

— Quell'uomo non ha parlato chiaro perchè è legato dal suo impiego, ma è così che dobbiamo fare; l'ha fatto capire abbastanza; e dacchè l'ha fatto capire, vuol dire che è disposto a far finta di non avvedersi.

Io pensavo a quel progetto; ed ero risoluta ad adottarlo. Seth vedendomi preoccupata credette che esitassi e riprese:

— Però, il meglio sarebbe di rinunciarvi, portare la scatola al teatro e non pensarci più; se non avremo obbedito, non sarà stato per mancanza di buon volere.

Io stavo zitta; ma mi rinforzavo sempre più nel mio proposito; ed intanto Seth s'indeboliva nel suo, e cercava di dissuadermi: tornò a dire:

— D'altra parte quando porteremo quella testa al teatro sapranno tutti che l'avremo tagliata noi; e se è proibito.....

Allora mi sdegnai, e risposi:

— Da quando in qua è proibito eseguire le ultime volontà dei moribondi? Allora a cosa servirebbero i testamenti? Io ho giurato che finchè non avrò dato pace all'anima del mio povero marito, non mi rimariterò più, e nessuno toccherà più quella cassa; ed io stessa non avrò più un'ora di tranquillità, perchè la coscienza mi dice che quello è il mio dovere.

Seth finì per lasciarsi persuadere.

— Ebbene — disse — andiamoci questa notte, e facciamola finita.

Combinammo che io avrei lavorato al magazzeno. Ch'egli sarebbe venuto a prendermi dopo la giornata, avremmo pranzato fuori di città e poi saremmo andati nella notte al cimitero. Io non volevo rientrare in casa sola con quel rimorso sulla coscienza. Quella notte avevo creduto di morire dalla paura. Avevo anche le convulsioni; vedevo il morto, e tutta la stanza risuonava del suo grido:

«Tagliatemi la testa! Tagliatemi la testa!»

Si fece come s'era detto. Ma era una notte nuvolosa e scura; ci volle del tempo a scavalcare il muro; specialmente per me che non ero mai salita sopra una scala di corda, e tremavo tutta dalla paura. C'inoltrammo nei viali bui, per cercare la tomba del povero Tobie. Ma non avemmo il tempo di trovarla. Il _sexton_ ci aveva ingannati, oppure nell'oscurità non riconobbe che eravamo noi, e ci credette due ladri; ci fece arrestare.

— A che ora siete entrati nel cimitero? — domandò il giudice.

— Dovevano essere le undici e mezzo, perchè alle undici ed un quarto eravamo giunti al recinto; e la scalata del muro e la ricerca della tomba ci occuparono un quarto d'ora circa.

— E foste arrestati appunto alle undici e mezzo?

— Sissignore.

— E persistete a dire di non aver adoperato vanga nè leva, e di non aver aperta nessuna tomba?

— Nessuna; non se n'ebbe il tempo, e forse non ci sarebbe neppure riuscito di trovare la tomba in quel buio. Non avevamo pensato a portare una lanterna.

— E non ci sarebbe il caso che, per errore, in causa dell'oscurità, aveste aperta la tomba della vedova Blounty invece dell'altra? — domandò il giudice con ironia.

— Noi non abbiamo aperta nessuna tomba.

— E sapete che in tutte le perquisizioni fatte in casa vostra e nella casa del nominato Seth Reed, non s'è trovato nulla di simile alla cassetta misteriosa che voi pretendete dotata di un linguaggio sovrannaturale?

— Signore, ho già detto che finchè l'ultima volontà del povero Tobie non sia adempiuta, nessuno dovrà toccare quella cassetta. Temevo che a Seth tornasse l'idea di aprirla, e la riposi la sera stessa in luogo sicuro.

— Badate che la serietà della legge non ammette questi prodigi e queste voci dell'altro mondo. Il non trovare la cassetta è una prova che non è mai esistita, e che tutte le vostre deposizioni sono false.

— Quanto ho detto è tutto vero. _Quite quite true_. La cassetta l'ha veduta ed udita anche Seth.

— Non avete altro testimonio da citare che il vostro complice?

— Nessun altro, eravamo soli.

— In tal caso, se non potete produrre la cassetta, la sua testimonianza non conta più della vostra.

— Io ho giurato sulla Bibbia che nessuno dovrà aprire quella cassetta finchè l'anima del povero Tobie non abbia pace; e neppure per giustificarmi non posso mancare ad un giuramento.

Nella seduta del pomeriggio furono interrogati il medico ed il _clergyman_ che s'erano trovati presenti alla morte di Tobie Reed.

Il medico, Augustus Wintry, è un uomo di sessantatrè anni, d'aspetto nobile e buono. Egli crede al testamento del Reed, ma non l'ha udito dalla bocca del moribondo. Lo aveva visitato, ed aveva ordinata una pozione per rianimarlo. Un vicino di casa era corso dal farmacista; ma tardava a tornare, ed il medico s'era accostato alla finestra ed era rimasto a guardare giù nella via aspettando che tornasse l'uomo dalla medicina. La camera di Tobie Reed era stretta e lunga; il letto era dalla parte opposta alla finestra. Ad un tratto il teste aveva udito un rumore di voci; s'era voltato, ed aveva veduto che il ferito s'era rizzato a sedere sul letto ed aveva mormorato qualche parola; ma egli non aveva compreso nulla, e nel minuto che aveva impiegato a traversare la camera per accostarsi al letto, il moribondo era ricaduto sui guanciali ed agonizzava.

La Bess gli aveva detto subito:

— Oh mio Dio! Mio Dio! egli delira!

Più tardi, pochi minuti dopo la morte di Tobie, ella aveva raccontata al medico la raccomandazione del moribondo, e di nuovo aveva detto:

— Ma era un delirio! Non è vero, dottore, che il delirio gli faceva pensare quella mostruosità?

Il teste aveva affermato che infatti poteva essere stato l'effetto d'un momento di vaneggiamento.

Il giudice gli domandò se credeva che realmente il moribondo avesse dette quelle parole strane. Egli rispose con sicurezza:

— Ripeto che non le ho udite. Ma l'imputata era troppo impressionata nel riferire il legato del marito perchè io possa supporre che mentisse. E d'altra parte la morte del Reed avveniva in un modo ed in un momento affatto impreveduti. Come mai quella donna, in un'ora di sorpresa come quella, avrebbe potuto improvvisare a sangue freddo un piano di furto da eseguirsi poi nel cimitero, e pensare a stabilire quel precedente d'un legato supposto e trasgredito, per fornire più tardi una scusa alla difesa nel caso che il furto fosse poi stato scoperto, e ne fosse risultato un processo? Sarebbe attribuirle una fertilità d'immaginazione e una perfidia, di cui non ha mai dato prova.

Il _clergyman_ Jeoffrey Treden, giovane magro ed austero, di trent'anni appena, dichiara egli pure di non aver udite le parole del moribondo. Questi aveva cessato appunto di parlare quando il teste s'era presentato alla soglia della camera per confortarlo negli ultimi momenti. Era giunto al letto del malato nel tempo stesso in cui vi giungeva il medico, ed aveva udita la Bess domandargli se non credeva che quella raccomandazione fosse effetto di delirio. Il teste conferma la dichiarazione del dottor Wintry, circa l'agitazione e l'apparenza di sincerità con cui aveva parlato l'imputata. Non era credibile che mentisse. Più tardi la Bess e Seth Reed, l'avevano preso a parte mentre egli usciva, e gli avevano domandato se credesse che in coscienza fossero obbligati a tagliare la testa al defunto. Egli aveva risposto che sarebbe stata una profanazione. Non credeva che il moribondo fosse stato in possesso delle sue facoltà mentali quando aveva espresso quel desiderio.

— E come spiega lei — domandò il giudice — la dichiarazione degli imputati che il morto stesso, dopo un anno, abbia parlato ripetutamente in una scatola per rinnovare quell'ordine trasgredito?

— Io non lo spiego — rispose severamente il teste. — La cosa è incredibile ed impossibile. La religione stessa ci vieta di prestar fede a queste storie di spiriti.

— Crede dunque che gl'imputati siano allucinati? O, come dice l'onorevole avvocato della difesa, in istato di _unsound mind_ (di mente malferma)?

— Le loro deposizioni lo farebbero supporre. I loro precedenti no. Furono sempre operai onesti, tranquilli e religiosi. L'imputata specialmente è ferventemente religiosa. Ma non ha mai date prove di esaltazioni superstiziose. Del resto questo punto non mi riguarda. È la scienza che potrà deciderlo.

Il giudice si rivolse alla Bess.

— Imputata, avete udito? I soli testimoni che avete invocati negano d'aver udita la raccomandazione del moribondo Tobie Reed.

— Credevo che l'avessero udita perchè erano nella camera — rispose la Bess colla tranquillità di chi riconosce di essere caduta in un errore, ma non ci attribuisce importanza.

L'ultimo testimone interrogato fu il custode del cimitero; un uomo sui cinquant'anni circa, robusto, acceso in volto; un atleta con un viso da ipocrita ed un ridere volpino, che alla prima riescì repulsivo. Il nome inglese _sexton_ non dice nulla; ma il nostro _beccamorti_ gli si attaglia a perfezione. L'espressione d'avidità che traspira dal suo sguardo acuto, dal naso adunco, dà proprio l'idea che debba beccarli quei poveri morti per portarseli via.

Interrogato sulla visita che gli avevano fatta gl'imputati, confermò le loro deposizioni poi soggiunse:

— Io non avevo creduto alla storia del testamento e dell'anima che parlava nella cassa chiusa. Sono venti anni che sto a custodire i morti chiusi nelle casse, e so che quando sono là dentro non parlano più; figurarsi poi quando non ci sono! Ho capito che volevano rubare i diamanti della vedova Blounty. Tutti i ladri debbono pensare a quei diamanti, ed io dormo sempre da un occhio solo, dacchè sono là sepolti.

— Gli imputati — osservò il giudice — pretendono che voi stesso abbiate indirettamente suggerito il progetto d'introdursi nel cimitero di notte per mutilare il cadavere.

— È vero. Avevo detto quelle parole appunto per attirarli nell'agguato. Perchè dalle loro chiacchiere avevo capito che erano ladri, ed i ladri è bene metterli al sicuro.

— E come mai, essendo quasi certo che sarebbero venuti quella notte, siete rimasto solo nella vostra casa, ed avete lasciato loro il tempo, che dev'essere stato più d'un ora, per compiere il furto?

— Sapevo di trovare i _roundsmen_ alla birraria vicina, dove li ho trovati infatti. Credevo di poter udire i ladri al primo avvicinarsi, e di farli arrestare prima che potessero far nulla. Ma sono vecchio. Il mio orecchio non è più tanto fino come una volta. Ho udito troppo tardi; debbono essere entrati nel cimitero alle dieci; ma io li ho uditi soltanto alle undici e un quarto. Nel tempo che ho impiegato a chiamare i _policemen_, non più di sette od otto minuti, pare che il terzo ladro sia fuggito col bottino.

L'avvocato della difesa si alzò per osservare che, se per compiere il furto si era dovuto impiegare più d'un'ora, come avevano dichiarato i periti, e come confermava il _sexton_, sarebbe bastato provare che un'ora prima dell'arresto gl'imputati non erano al cimitero, per dimostrare che gli autori del furto non erano essi.

Il giudice aderì ad interrogare gl'imputati.

— Dove siete stati dalle nove e mezzo fino alle undici e mezzo circa, quando foste arrestati? Rispondete, imputato Reed.

— Abbiamo fatto una lunga passeggiata perchè la Bess aveva paura a rientrare nella sua casa.

— Potete citare qualcheduno che vi abbia veduti durante quella passeggiata?

— No. Siamo usciti dalla città per non incontrare nessuno, perchè eravamo agitati dal fatto che stavamo per compiere; e di questa stagione non c'è molta gente che passeggi fuori di città.

— Ed avete fatto quella lunga passeggiata portando sempre le vanghe e le leve colle quali foste arrestati?

— No. La mia casa è fuori di città, appunto dalla parte del cimitero. Alle undici andammo a casa a prendere gli stromenti che avevo preparati là. Avevo la chiave e salii io solo.

— E non potete citare un inquilino, che vi abbia udito o veduto?

— Non c'è nella casa che un altro inquilino; è un garzone della birraria, e rientra sempre tardissimo. A quell'ora era fuori.

Pareva che gli imputati lo facessero apposta a sventare tutti gli appigli a cui la difesa si aggrappava.

L'indomani s'aprì la seduta col discorso del _People's counsel_, il quale, dopo avere brevemente riassunti i fatti, concluse che i due imputati, sorpresi nel cimitero, non avevano trovato altro argomento da addurre in loro difesa, fuorchè una storia affatto improbabile di spiriti e d'anime in pena, a cui la serietà della legge non poteva dare importanza.

Al tempo stesso, e precisamente dopo l'intrusione e l'arresto degli imputati nel recinto del cimitero, una tomba era stata aperta e depredata di immense ricchezze. Questa coincidenza pesava inesorabilmente sugli imputati.