La Carrozza di tutti

Part 9

Chapter 93,819 wordsPublic domain

Sono in un periodo fortunato d'incontri e d'avventure. All'uscita dello Sferisterio, mi decisi a prendere il tranvai della linea di Vanchiglia vedendo sulla piattaforma quel porcospino di cocchiere Tempesta, che conobbi due mesi fa sulla linea di Nizza. La primavera non l'ha punto raddolcito. Salendo, gli ruppi in bocca un'invettiva feroce che faceva contro una cavalla chiamata _Balia_; dalla quale egli volse lo sguardo sopra di me senza mutarne l'espressione, come s'io fossi un complice della bestia. Tacque per un po', coi denti stretti; ma quando fummo in piazza Vittorio Emanuele, essendo salita una donna che depose ai suoi piedi un grosso cesto, egli cominciò contro il cesto una ruminazione sorda di sacrati, che protrasse fin che si sboccò in via Principe Amedeo; dove andò addirittura fuor dei gangheri contro una vecchietta sorda alle sue fischiate, urlandole nella schiena: _O trombon! O terremot! O tamburnassa!_ — con quanta vociaccia aveva in canna. Poi ricominciò a grugnire vedendo di lontano la strada ingombra dalla folla, che usciva dalla rappresentazione diurna del teatro Gianduia. E forse la ragione di tutte quelle furie era nel canestrino ritto ch'era ai suoi piedi, nel quale si raffreddava il suo magro desinare, ch'egli aveva mangiato a mezzo alla barriera di Casale, e che gli premeva di finire in piazza Carlo Felice. Povero Tempesta! Si capisce come la fame, in un temperamento come il suo, dovesse fare un tristo lavoro. Fermò davanti al teatro, infatti, dando al freno una girata furibonda, come se lo volesse spezzare. E qui la sua violenta natura fu messa a una prova durissima. Doveva salire con un nuvolo dì figliuoli grandi e piccini una di quelle povere mamme piene di timori e di affanni, per le quali una salita nel tranvai è come un imbarco per l'America. Essendo sparsi qua e là i posti liberi, i figliuoli più grandi salirono da varie parti, e fu una faccenda interminabile il mettere al posto i più piccoli; e la mamma a gridare: — Dov'è Carlino? — Giulia, siediti là. — No, Augusto, in piedi non voglio. — Carlino, vieni qua che c'è posto. — Marietta, tienti bene alla colonnina —; e Tempesta, voltato indietro in atteggiamento minaccioso, fremeva come un mastino alla catena. Quando stava per sferzare i cavalli, la signora lo rattenne con un gesto perchè uno dei figliuoli s'aveva ancora da sedere. Finalmente, sbuffando come un bufalo, Tempesta ruttò l'_avanti_. Ma la mamma gridò: — Un momento! È proprio questo il tranvai che va a Porta Nuova? — Egli rispose un _questo_ con sette esse, partì, e tirando giù tutti i santi, cominciò a flagellar la cavalla, che non andava a tempo e faceva delle scartate, e a soffiar nel suo strumento, fra un moccolo e l'altro, con tanta rabbia da parer che fischiasse Torino. Fischiò il monumento di Carlo Alberto, fischiò la Posta centrale, fischiò il palazzo dell'Accademia delle Scienze, e infilò via Lagrange con la furia d'un guidatore di carro falcato irrompente contro il nemico. Ma era destino che la finisse male. All'angolo di via Cavour si staccò dal gancio l'anello del bilancino, i cavalli s'impigliarono nelle tirelle, e s'arrestarono. Saltò giù Tempesta schizzando fiamme e, mentre il fattorino riattaccava, prese a martellar di pugni i poveri animali, saettando con gli occhi me e altri due che dalla piattaforma gli gridavano di smettere, e inferocendo in special modo contro la povera _balia_; la quale alzava ed agitava la testa, scalpitando, tutta convulsa e tremante, ma senza mandare lamento, come una povera donna che tace, per non chiamar gente, sotto la percossa del marito bestiale, di cui non comprende e perdona l'insania. Indignati, stavamo per scendere, quando accorse dalla cantonata un vecchietto in tuba, un ometto di nulla, ma ardito e risoluto come un cavaliere antiquo, e affrontò l'aguzzino, afferrandogli il braccio a due mani. Tempesta si svincolò con violenza e lo trattò di _avvocato delle bestie_. Cascava male. Era per l'appunto un avvocato delle bestie, membro della _Società protettrice degli animali_, e se ne vantò, e tirò fuori un taccuino per segnarci il numero della giardiniera, dicendo che sarebbe andato in persona alla direzione. Tempesta risalì sulla piattaforma con la faccia verde, masticando ira di Dio; ma, ripartito appena, udendo dire dietro di sè: — _A l'a fait bin_ (Ha fatto bene) —, si voltò a guardare il temerario con due occhi di fuoco. Chi aveva parlato era un uomo sui quaranta, di viso serio a benevolo, che aveva l'aspetto d'un operaio istruito. Questi sostenne serenamente la sua guardataccia, e gli disse con pacatezza, in accento amichevole, e un po' a rilento, come chi vuol ripetere esatta una frase letta in un libro-; — Sicuramente.... le bestie sono i compagni di lavoro, non gli schiavi dell'uomo.

Tempesta non rispose.

*

Siamo in piena primavera. I tranvai dei viali corrono per lunghi tratti sotto le grandi chiome degli ippocastani, dei tigli e delle acacie, ed escono al sole e si rituffano nell'ombra, come carrozze erranti in un parco; i vetri dei finestrini e i visi dei passeggieri si velano di riflessi verdi; i predellini delle giardiniere strisciano i cespugli che fiancheggian la via, e passan d'intorno per aria note d'uccelli, farfalle bianche e profumi di rami in fiore; e il buon Giors nuota e se la gode in tutta questa freschezza, aspirando a pieni polmoni l'aria imbalsamata, che gli scava lo stomaco. Glie lo scava così addentro, dice lui, che a rigor di giustizia, quando viene la primavera, la Società gli dovrebbe dar doppia paga. Povero Giors! Questa mattina, sul corso Vinzaglio, ebbe un vero dolore. C'era un garzonetto d'osteria, ritto accanto lui, con quattro dozzine d'agnellotti crudi posati sopra un'assicella, ch'egli teneva col braccio arrotondato fuor della colonnina, per non impedirgli il maneggio del freno. A un tratto, uno scossone della giardiniera gli fece perder l'equilibrio, l'assicella piegò, e gli agnellotti si rovesciarono sulla strada. Non si può descrivere l'atto di desolazione che fece il buon Giors a quella vista: non c'è per nulla quello che fa don Baldazar-Ferravilla quando la cuoca dei suoi ospiti gli porta via di sotto il naso il piatto prediletto. E lamentò per un chilometro la “disgrazia„ scrollando il capo tristamente; e messo così in un corso di pensieri tristi, mi raccontò altre “disgrazie„ consimili di cui era stato spettatore, e non ne pareva ancora consolato. Una vecchia signora venuta dalla campagna, scendendo male dal tranvai, era caduta sul suo panierino pieno d'ova, e n'avea fatto un lago, da cui l'avevan tirata su in uno stato! e ova freschissime, che mandavano una delizia d'odore.... che peccato! Un grullo d'ortolano, un'altra volta, aveva messo sotto la panca della giardiniera, a un'estremità, un piatto di fragole ammucchiate, che a ogni sobbalzo cadevano a mezze dozzine per la strada, dove un branco di monelli, correndo e facendo un baccano indiavolato, le raccattavano, senza che lui se n'avvedesse; e quando se n'era avvisto.... certi fragoloni come palle, che profumavano il corso, una vera grazia di Dio: disgraziato! A una povera ragazzina, in fine, proprio nel momento che il tranvai si fermava in piazza Statuto, in capo alla linea, s'era rovesciata dalla piattaforma una zuppierata di minestra, ch'essa era andata a prendere all'osteria per suo padre; e gli aveva fatto tanta pena quella povera _morfela_, a vederla inginocchiata in terra a raccogliere singhiozzando le pastine e i piselli, che lui e il fattorino avevano _fatto una sottoscrizione_, essi due soli, mettendo ciascuno dieci centesimi, perchè la _morfela_ potesse andare a ricomprar la minestra. — Ma a me — disse poi con un sorriso trionfante — queste cose non sono mai accadute, nemmeno quando ero alto un palmo; l'appetito m'ha fatto sempre stare in guardia; guardi, potrei giurare che non m'è mai cascata di mano una ciliegia! — Bravo Giors! Egli m'ha l'aria d'un uomo che non abbia mai mangiato a sua voglia in vita sua. La vista delle tavole di trattoria apparecchiate all'aria aperta, questa mattina, gli dava dei brividi di voluttà. — Ah! — esclamava, adocchiandole di passata, — con che gusto mi ci metterei a sedere! — E si capisce come il sedersi a tavola, per lui che non ci siede mai, sia un ideale epicuréo, uno scialo da milionari, il non plus ultra delle raffinatezze della vita. E confessando che sarebbe disposto a mangiare a ogni ora del giorno, ride; e dicendo che trecento volte all'anno fa i suoi pasti sulle ginocchia, ride; e raccontando che s'è levato il pane di bocca per salvar dalle busse una povera bimba, ride. Ah, quanto è buono senza saperlo, e come mi fa bene il suo riso!

*

Una corsa memorabile, ma che vorrei dimenticare, sulla linea del Foro Boario. Venivo di fuor di porta. Era una mattinata incantevole. Partito appena dalla cinta, il tranvai si fermò davanti alla porta delle carceri giudiziarie, dove salirono sei giovani, accompagnati da due guardie di polizia, pallidi e malamente vestiti, ciascuno con un involto di panni sotto il braccio. Erano sei prigionieri liberati che le guardie conducevano alla questura centrale a ricevere il commiato ammonitorio dell'autorità. Ma non occorreva che me lo dicesse il fattorino; lo compresi, nell'atto che salirono, dal modo come girarono lo sguardo intorno sugli alberi fioriti, sul corso inondato di sole e sui passanti, bevendo a bocca aperta e a nari dilatate l'aria luminosa delle libertà, che accendeva delle fiamme nei loro occhi e faceva correre pei muscoli della loro faccia dei fremiti di piacere, visibilissimi nonostante lo sforzo con cui cercavano di dissimulare la rinascente ebbrezza della vita. Allo svoltar del tranvai in Corso Vinzaglio, e poi nel Corso Oporto, a quell'aprirsi da ogni parte di viali verdi, di fughe di palazzine e di portici, di vedute delle Alpi e dei colli, voltarono il capo di qua e di là, con un movimento di stupore grave, come se ad ogni svoltata crollasse un muro delle carceri da cui non era uscita ancora tutta l'anima loro, e guardavano curiosamente ogni passeggiere che saliva, come per molto tempo avevano guardato ogni visitatore sconosciuto che s'affacciasse all'uscio della loro cella. Osservavo con meraviglia che, passata la prima ebbrezza, il loro viso s'andava già oscurando quasi dell'ombra d'un disinganno, come se quell'ora tanto desiderata non mantenesse tutte le promesse che aveva fatto alla loro fantasia, e li riafferrasse da lontano la tristezza della prigione, quando, al punto di attraversare il Corso Umberto, uno spettacolo anche più strano mi distrasse da loro: una giardiniera dalla linea di San Secondo, tutta piena di monache dell'ospedale Mauriziano, un mezzo monastero in carrozza, venti figure grigie e bianche, immobili e silenziose, che passavano rapidamente sulla curva, presentandosi tutte di profilo, con la fronte bassa e le braccia incrociate, come tante statue della Meditazione, e svoltate di corsa in Via Oporto, non mostrarono più che venti veli neri enfiati dall'aria, e come fuggenti insieme a una tentazione del diavolo.

I liberati dal carcere discesero all'angolo di via Alfieri, il tranvai proseguì verso via Santa Teresa. Eravamo a pochi passi dal crocicchio quando vidi lontano in via Venti Settembre un affollamento che la ingombrava da un lato all'altro. Mi voltai per domandare al fattorino: — Che sarà? — lo vidi pallido. Egli aveva già capito. Il cocchiere frenò i cavalli, che andarono lentissimi. Raggiunta la folla, ci fermammo. Alcuni ci s'avvicinarono. Il tranvai precedente aveva schiacciato un bambino di cinque anni, un povero orfanello, che una mendicante teneva con sè e faceva accattare. Egli era sfuggito di mano alla donna per attraversare la strada nel punto che i cavalli sopraggiungevano; le ruote della giardiniera gli eran passate sul corpo; era morto nell'atto; avevan portato il cadavere sotto il portone d'una casa vicina, che la folla chiudeva. Una moltitudine di curiosi s'accalcava intorno al cocchiere che era saltato giù, lasciando le redini al fattorino, che aveva proseguito la corsa. Nel mezzo della calca, al di sopra delle teste ondeggianti, spuntavano gli elmi di due guardie civiche e il cappello d'un carabiniere, e fra questi il berretto gallonato del disgraziato cocchiere, rovesciato indietro, che lasciava vedere delle ciocche di capelli grigi. Mi apparve mi momento il suo viso, bianco e stravolto, con la bocca aperta; poi si nascose. Parlava e gestiva; ma il mormorio della folla copriva la sua voce. Vidi le sue mani agitarsi per aria. M'arrivò all'orecchio un: _giuro!_ rauco, come il grido di un ferito. A un tratto, la folla s'aperse come in due ondate violente e il cocchiere, stretto fra le guardie, si mosse; ma, fatti tre passi, si fermò, e alzate le braccia come un prete all'altare, girando intorno gli occhi smarriti e piangenti che non vedevan più nulla, gridò con voce soffocata dai singhiozzi: — Giuro per l'anima di mio padre e di mia madre, giuro che non l'ho visto! — Poi si rimise in cammino barcollando, e la folla lo riavvolse. Il tranvai ripartì.

Ah, perchè non tenni gli occhi fissi sulla mano tremante con cui il fattorino scriveva, invece di rivolgerli a terra, sulle rotaie? Non mi sarebbe stata così orribile la vista del misero corpicino schiacciato come mi fu quella del suo povero sangue sparso fra i ciottoli; orribile come qualche cosa di lui che vivesse e soffrisse ancora e implorasse soccorso dal fondo della fossa. E dovetti scendere, preso da un ribrezzo improvviso di quel carrozzone, come d'un complice della strage, d'una macchina sinistra, nella quale, come nell'altra, stesse rimpiattata la morte, in agguato, per afferrare al varco altri bimbi. Ma non mi giovò fuggire. Per tutta la strada intesi quel grido singhiozzante: — Giuro, giuro per l'anima di mio padre e di mia madre.... — quel grido desolato, supplichevole, solenne; nel quale ne sonava un altro esilissimo, la voce del sangue sparso, che anch'esso chiedeva pietà per lui, in tuono di preghiera infantile. E per vari giorni non scrissi più, e non potei salire sopra un tranvai senza un sentimento di repulsione, come se tutti avessero le ruote insanguinate. Ahimè! È dunque vero che anche la vita civile, come la creazione, è una ruota terribile, che non si può muovere senza stritolar delle ossa e dei cuori, e che l'uomo è condannato a sparger sangue in eterno?

*

Maravigliosa leggerezza umana! Ma forse non è tanto leggerezza il parlare che si fa da tutti di cose futilissime anche fra gli avvenimenti più terribili, quanto spirito dì ribellione, bisogno di provare la libertà del proprio spirito davanti ad ogni argomento imposto di riflessione e di discorsi gravi. Avevano l'uno e l'altro il giornale in mano, questa mattina, i due signori che m'eran seduti davanti sul tranvai, e che discutevano vivacemente; avevano letto un momento innanzi la prima notizia della battaglia di Turcuf; era da supporsi che discutessero della vittoria per cui era liberata Cassala. Discutevano invece sul colore del fanalino che segna l'ultima corsa del tranvai del Martinetto.

— Le dico che è bianco, l'ho visto cento volte.

— Ma lei confonde con quello dell'ultima corsa di Vinzaglio.

Dalla voce riconobbi il mio buon “tranvaiofilo„ l'amico di Giors, benestante sferoidale e gran paladino della Società Belga. Il quale continuò: — Il fanale dell'ultima del Martinetto è rosso. Verde tutta la sera, rosso all'ultima corsa.

— Verde tutta la sera, sì, — rispose l'altro, — ma all'ultima corsa, bianco. Diamine! L'ho anche visto ieri sera.

— È impossibile.

— Oh cospetto! Mi vuol dare una smentita?

— Ma è lei che la dà a me, perdoni. Andiamo, vuol fare una scommessa? Fattorino!

Il fattorino s'avvicinò sul predellino, e intesa la domanda, rispose gravemente: — È bianco.

L'altro voleva ribattere, ma il “tranvaiofilo„ trionfante, gli tagliò la parola. — A me la vuol insegnare, che conosco tutti i colori, anche della _Torinese_? Bianco l'ultimo di Nizza, bianco Borgonuovo, verde San Secondo, rosso Foro Boario, bianco San Salvario, rosso Vanchiglia....

Sotto quel rovescio d'erudizione tranvaiesca l'avversario chinò il capo, e non ribatte più sillaba.

Il tranvaiofilo stette ancora un po' pensando, poi soggiunse: — E bianco l'ultimo dei viali.

Fu il colpo di grazia.

Suggellata così la sua vittoria, gittò gli occhi sul giornale che teneva aperto sulle ginocchia, e voltatosi verso di me, col viso spianato di chi passa da un discorso grave ad uno che ricrea lo spirito: — Ottocento morti! — esclamò sorridendo. — Una bazzeccola! Ora staranno quieti per un pezzo....

*

Sono scampato a un pericolo grave e mi son goduto una scena curiosa.

Appena mi riconobbe dal capo opposto della giardiniera affollata e mi vide accanto un posto vuoto, l'uomo spietato sorrise di compiacenza feroce, e sceso sul montatoio, afferrandosi alle colonnine, s'avanzò verso di me come il ragno sulla tela per afferrare la sua vittima. Io capii che era armato d'un sonetto da piantarmi nel cuore, e tremai. Ma in quel punto saltò sulla giardiniera, proprio al mio fianco, mi ufficiale dei bersaglieri, che occupò il posto a cui lo scellerato mirava; e questi dovette ritornare indietro con le sue strofe nel gozzo. Vidi che fremeva. Ma fu subito distratto egli pure da un piccolo avvenimento comico. Salì sulla piattaforma davanti un signore, il quale, lanciato uno sguardo all'ultima panca, vi riconobbe un amico, forse non più visto da mesi, e dopo averlo salutato con molta effusione, prese a discorrer a voce alta con lui, che rispose nello stesso tono, senza darsi un pensiero al mondo dei trenta passeggieri che li guardavano e li ascoltavano con grande stupore. Appartenevano tutti e due a un ordine assai numeroso di originali a cui manca affatto un sentimento che si potrebbe chiamare “il pudore sociale„ e che hanno la facoltà singolare di far arrossire gli altri per loro.

— Tu a Torino! E da quando?

— Sono arrivato questa mattina.

— E riparti?

— Questa sera. Ho l'_andata e ritorno_.

— Son birbonate, dovevi scrivermi. E Gabriella?

— Benissimo. E a casa tua?

— Tutti bene. Gustavo è andato a Genova.

— Me lo scrisse l'avvocato. E l'affare di Troffarello?

— Niente di nuovo; son muli.

— Oh diavolo! — E strizzando un occhio, — Di', e a quando il Messia?

— (Sorridendo modestamente) Di giorno in giorno....

C'erano delle signorine; vidi dei visi di mamme che si cominciavano a inquietare. Come Dio volle, qualcuno discese, e i due poterono avvicinarsi e conversare in famiglia. Ma essendosi fatto spazio accanto a me, mi trovai di nuovo esposto al sonetto. Vidi infatti il poeta che scendeva da capo sul predellino. — Ah no! — dissi in cuor mio, ricordando il supplizio orribile dell'_Uom chi sei tu_; — una seconda volta non mi torturerai — e gridato un _alt_ risoluto, che avvertì il cocchiere e lui ad un tempo, mi salvai dai quattordici colpi di pugnale che mi minacciava.

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Gran palestra di civetteria è la carrozza di tutti, e come vi si può studiare la potenza del “femminino eterno„! Salì sulla giardiniera, in via Maria Vittoria, una bella ragazza, che attirò lo sguardo di tutti: piccolina, bruna, mirabilmente tornita, con le fossette nelle gote, con un rosaio sul cappellino: vestita con un'eleganza un po' teatrale, ma piacente nella sua stranezza. Non avevo visto ancora un'arte di civetteria così varia, così profonda, così diabolicamente raffinata. Era una continuità di leggerissimi, appena percettibili movimenti ondulatori correnti dalle spalle ai piedi, un riso come represso e diffuso su tutta la persona, un modo di girare il capo e gli occhi, di guardar tutti e nessuno, di provocare e di fuggir gli sguardi, un'arte d'addentarsi le labbra, d'inarcarle e di stringerle, di far balenare le pupille, di velarle e di riaccenderle, qualunque cosa guardasse, come se avesse voluto sedurre anche le cose, un misto di monelleria, di finto pudore, di sensualità, di naturalezza, d'affettazione e d'ingenuità bambinesca, da far cadere la penna di mano al più potente descrittore di femmine della nuova scuola. Conquistò il tranvai di primo colpo. Tutti i passeggieri si misero ad esaminarla con occhio denudatore. Si voltava a guardarla di tratto in tratto anche il cocchiere, e perfino una grave guardia civica, ritta in fondo alla giardiniera, fissava su di lei uno sguardo affatto diverso dal solito sguardo di servizio. All'angolo di via Bogino fece fermare un vecchio generale in uniforme, un po' floscio di gambe, accompagnato dal suo aiutante, e nell'atto di salire la guardò così fissamente che mise male il piede sul montatoio e si dovè afferrare alla colonnina. A un certo momento essa s'alzò e risedette un po' a sinistra, per far posto a una signora, e in quell'atto così semplice e rapido mise tanti guizzi e vezzi e grazie di colomba e di gatta, che lampeggiarono, guardandola, gli occhi di tutti, come se tutti avessero bevuto a un punto un bicchierino di Benedectine autentica dei frati di Chambéry. Curioso che proprio al disopra del posto ch'essa occupava pendeva da una traversa del tetto un cartellino d'annunzi, sul quale era scritto in grossi caratteri: _Da vendere_, e il resto non si leggeva: una villa, probabilmente. Ma era certo una calunnia del caso, o, almeno, c'era d'aver dei dubbi per l'eccesso medesimo di quella civetteria; la quale poteva non essere altro che un istintivo ardentissimo amore dell'arte. Discese in via Plana. Le donne si voltarono a guardarla con occhio severo, gli uomini.... con un altr'occhio. Ed essa si allontanò col suo roseto sul capo, lievemente inclinato da una parte, con un'andatura disinvolta e graziosa, mostrandoci ancora uno spicchio di viso sorridente, da cui traspariva la coscienza d'aver lasciato una dozzina di frecciole confitte in petto ai suoi compagni di viaggio d'un quarto d'ora.

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Fu la vergogna stupida di mostrarmi per la strada con un pacco fra le mani, che mi fece salir sul tranvai di porta Susa per tornare a casa; e sul tranvai fui punito. Stavano in piedi sulla piattaforma un giovine operaio, sua moglie e un bambino, che non avevan trovato posto dentro al carrozzone. L'operaio faceva uno sfogo col cocchiere, in tono aspro. Era stato ingannato da un amico, che l'aveva fatto venir dal Vercellese, assicurandolo che a Torino c'era lavoro; ma, venuto qui, non aveva trovato nulla; da un mese batteva inutilmente a tutti gli usci; un suo parente benestante gli aveva rifiutato un piccolo imprestito; non sapeva più dove dar del capo. Il cocchiere gli consigliò di rivolgersi alla Camera del lavoro. — Ma che Camera di lavoro! — rispose scattando. — Buffoni! Se non trovo lavoro io, me ne troveranno loro! — E seguitò, smozzicando maledizioni fra i denti. Il suo bambino, intanto, succhiandosi la punta dell'indice, teneva gli occhi fissi sul mio pacco. Io l'apersi e gli porsi una caramella, ch'egli agguantò come se la rubasse, e prese a leccarla rispettosamente, sorridendomi. Il padre, appena se n'accorse, si voltò a guardarmi con occhio torvo, strappò il dolce di mano al bimbo e, prima che riuscisse ad afferrargli il braccio sua moglie, lo gettò nella strada. Mi sentii come il freddo d'una lama nel cuore, e poi una vampata di sdegno, un rivolgimento precipitoso d'idee recenti, un ritorno violento d'idee antiche, tutto in un punto, come se la mia anima si rovesciasse. Ma fu un punto solo. — Ah miserabile, — dissi a me stesso — basta dunque questo?... — Quegli riprese a sfogarsi col cocchiere, a voce più bassa però, e dopo qualche momento sua moglie — una povera donnina dall'aspetto buono e triste — voltandosi quasi furtivamente verso di me, mi diede uno sguardo timido, che voleva dire: — È povero, è disgraziato, è irritato.... lei capisce.... — E io le risposi con gli occhi: — Capisco. — Allora il suo viso si rischiarò un poco e parve che dicesse: — Gli perdoni.... — E io risposi con uno sguardo: — Ho perdonato. — Ahi mentivo. E non voglio mentire una seconda volta: non gli ho ancor perdonato....

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