Part 10
Un'avventura più piacevole stamani, sulla linea del Martinetto. Stavo sulla piattaforma di dietro con Carlin, il quale si fregava le mani, molto soddisfatto della venuta dei famosi tre principi abissini al collegio internazionale di Torino, ch'egli considerava quasi come una rivincita; e andava ripetendo: — Questi tre qui, intanto, li abbiamo nelle unghie! — Interruppe le sue espansioni un mio conoscente, che salì all'imboccatura di via Garibaldi, un operaio lattoniere, che aveva messo su bottega da poco, di trent'anni all'incirca, ma assai più attempato all'aspetto, basso di statura e tarchiato, e serissimo. Era un tipo degno di studio; un autodidattico di volontà ferrea, che aveva frequentato l'Università in un periodo di disoccupazione, inteso quasi unicamente a quistioni economiche e pratiche, intorno alle quali andava raccogliendo da libri e da giornali note ed articoli che trascriveva la notte in grossi quaderni; un socialista _sui generis_, non curante del programma massimo, ristretto all'idea dell'organizzazione del proletariato con lo scopo di conseguire una serie di riforme parziali non isperabili dall'azione spontanea delle classi dirigenti; _legalitario_, come egli stesso si chiamava, odiatore delle frasi, disprezzatore dei capi matti, metodico in tutte le cose sue come un impiegato, e così lucido e ordinato nelle idee e tenace nello studio d'ogni quistione e nello sforzo di esprimersi chiaramente, che era diventato in pochi anni uno dei parlatori più persuasivi del partito, ammirato anche dai compagni di fede più colti.
Salutatomi con un tocco della mano al cappello, com'era suo solito, si mise subito a discorrere d'un opuscolo sul _Salario minimo_, che aveva in tasca; ma restò in tronco, dopo poche parole, vedendo passare a traverso alla strada quattro giovani ammanettati, accompagnati da due guardie di polizia; borsaioli, a giudicar dalle facce; due dei quali vestiti decentemente, quasi con eleganza.
Carlin li giudicò con una delle sue frasi letterarie: — Ladri in guanti gialli.
Ma un passeggiere, ch'era salito sulla piattaforma in quel momento, un uomo sui cinquant'anni, dell'aspetto d'un capomastro malandato, che olezzava d'acquavite, espresse un altro parere. — Siamo sotto il primo maggio, — disse — sono socialisti. — E soggiunse, ammiccando a me, con un sorriso ironico: — _Compagni_.... Sì, adesso, sono compagni proprio!
Gli lessi in cuore sull'atto. Avevo l'aspetto d'un signore, dovevo odiare il socialismo; c'era nel suo scherzo l'intenzione ossequiosa di guadagnarsi la mia simpatia dicendomi una cosa gradevole; apparteneva alla famiglia degli striscianti. Per curiosità, l'incoraggiai con un sorriso, e subito egli volle chiarirmi meglio che le sue opinioni concordavano perfettamente con quelle che supponeva le mie.
— Ah che storie!... Un uomo che ha la testa a posto, un padre di famiglia che lavora.... non si ficca lì dentro. Il mondo è com'è. Si ha un bel far delle riforme, ci sarà sempre chi ne ha e chi non ne ha. Badar a lavorare: non c'è altro.
Carlin interloquì. — Però, — disse — noialtri ci fanno lavorar troppo....
— Ah quanto a questo — rispose l'altro — è un'altra quistione. — Io pensavo che Carlin rispondesse che la quistione, invece, era proprio quella, e che non si poteva risolvere non badando ad altro che a lavorare. Ma mi persuasi che nella sua mente, tutta data alla politica, l'idea dell'interesse della propria corporazione era affatto disgiunta da ogni altra, come un lumicino solitario nelle tenebre. Infatti, non seppe che cosa rispondere a quella risposta. E l'altro continuò, sorridendomi con espressione lusinghevole: — Non è vero?... Bei tipi, che vogliono rimpastare il mondo e non hanno che stramberie per la testa.... Compagni! — E soggiunse ridendo: — Si chiamano compagni, e son proprio compagni di pazzia!
A queste parole credetti che il lattoniere scattasse; ma, voltandomi a guardarlo, fui maravigliato dell'atteggiamento del suo viso, affatto diverso da quello che m'aspettavo. Egli guardava il parlatore con una espressione di così sincera e profonda e tranquilla commiserazione, che nessuna parola avrebbe potuto esprimere più chiaramente il suo sentimento. Si capiva che in quel suo eguale, chiuso all'idea e alla passione che avevan fatto di lui un altr'uomo, egli vedeva quasi una creatura di razza inferiore; che lo considerava, come doveva un cristiano dei primi tempi considerare un pagano, un impasto di ignoranza, di servilità e di stupidaggine, da non poter nemmeno movere l'ira. Ma quegli, tutto intento a finir di conquistarmi, non badò a lui, che credeva per me uno sconosciuto, e ripigliò: — Per me, quando qualcuno viene a tentarmi, lo mando a farsi scrivere. Non voglio finire come quei “compagni„ che son passati adesso. Se a loro piacciono quegli arnesi alle mani, si servano, branco di matti: ce n'è per tutti. Non ho forse ragione? — E sorrise da capo, aspettando i miei rallegramenti.
Allora il lattoniere fece un colpo di scena che meditava forse da un po'. — Ha visto — mi disse bruscamente — le dimissioni del nostro Barbato?
Risposi che lo sapevo e che me ne rincresceva; ma che mi parevano rispettabili le ragioni della persistenza nel primo rifiuto, le quali dimostravano un animo onesto, senz'ambizioni, profondamente persuaso di poter fare opera più utile fuori del campo parlamentare.
— È però un peccato, — rispose l'operaio, mettendo il piede sul montatoio per discendere, — perchè è un sant'uomo; — e nell'atto di stringermi la mano disse spiccando le sillabe: — Buon giorno, compagno.
— Buon giorno, — risposi, e mi voltai a guardare l'altro, che aveva gli occhi spalancati e la bocca aperta, interdetto dallo stupore, come il villano alla vista d'un gioco di prestigio. E un bel pezzo dopo, quando discesi, mi guardava ancora.
*
Ah il socialismo sul tranvai! Sarebbe curioso a trattarsi, specie per i cattivi incontri che ci fa e i brutti quarti d'ora che ci passa, poichè la carrozza di tutti, finora, è assai più borghese che popolana. Questa mattina appunto mi ritrovai accanto sulla piattaforma della giardiniera, fra piazza Castello e piazza Carlo Felice, il mio onorevole nemico Guyot, il mangiasocialisti, il quale mi vibrava certe puntate di sguardi, in cui era evidentissimo l'influsso del 1.º maggio imminente. Certo egli domandava a sè stesso quali scelleratezze io andassi macchinando per domani, pensava ch'io girassi per Torino a soffiar negli odi di classe, e almanaccava forse che nascondessi qualche ordigno infernale sotto la sporgenza che mi faceva il soprabito dalla parte sinistra del petto, dove fissava gli occhi di tanto in tanto. E perchè no? Quattro anni prima, in quel giorno stesso, non avevano certi buoni amici fatto credere a un Consigliere comunale, eccellente uomo, ch'io ero stato arrestato perchè scoperto in corrispondenza epistolare col Ravachol, inducendolo per giunta a metter la sua firma a una loro petizione per ottenermi la libertà provvisoria? Quanto più guardava quel misterioso rigonfio del soprabito, tanto più il Guyot si rimbruniva: la sua immaginazione più benigna doveva essere di un pacco di proclami incendiari. Vedete un po'! Ed eran le memorie di _Sant'Agostino_, ch'ero andato a prendere dal legatore. Che strana cosa! pensavo. Desiderare ardentemente il bene di tutti, sognare la pace e l'amore fra gli uomini, avere della società un nuovo concetto, il quale, riferendo al suo ordinamento la causa dei mali che si attribuivano prima all'egoismo dei fortunati, sopprime ogni ragione d'odio contro di loro, sentire orrore della violenza e del sangue e sdegno di tutte le ingiustizie e pietà di tutti i dolori, e da questo desiderio del bene essere tormentati tanto da non godere più pace.... e in grazia di tutto questo vedersi guardare con occhio d'avversione come se portaste dentro tutto quanto di più tristo e di più feroce può covare un animo malvagio!... E pensare che chi vi guarda così è forse un uomo sensato e buono, il cui sguardo intellettuale vede in voi tutto rovesciato e falsato per il solo fatto ch'egli passa a traverso alle lenti di un preconcetto irragionevole, e che, pur non consentendo nelle vostre idee, quell'uomo vi diventerebbe amico se gli poteste parlar per un'ora, ma che non gli potrete parlar mai, e ch'egli per questo v'odierà sempre! Che strana cosa!
Mentre ciò pensavo il tranvai si fermò in piazza Carlo Felice per lasciar passare un battaglione di bersaglieri, e il Guyot girò da questi su di me uno sguardo acuto, in cui era manifesto il suo pensiero: — Ecco chi vi terrà in riga domani! Tu li devi odiare, costoro!
Ah le lenti! E dire ch'io amavo quei giovani tanto più di lui; non più, come un tempo, per quello che erano in quel periodo della loro vita, ma in loro stessi, nelle loro famiglie, nel loro avvenire, nei loro futuri figliuoli, d'un amor non legato ad alcun sentimento nascosto d'interesse di classe, ma purissimo e profondo e pensieroso, tanto che mi pareva così angusto e leggiero in confronto al nuovo l'affetto antico!
E così, quando il mio nemico discese e il tranvai infilò il Corso Vittorio Emanuele, fiancheggiato da quelle due interminabili ghirlande verdi e chiuso in fondo dalla gran mole del Rocciamelone, pensai che non volava una volta il mio spirito, come fa ora, di là da quel baluardo enorme, a dire a una moltitudine sconosciuta la santa parola dell'amor fraterno e la speranza divina d'un avvenire senz'odi e senza guerre di popoli. E confortandomi in questo pensiero, mi pareva che il suono delle trombe soldatesche che s'affievoliva dalla parte opposta del Corso morisse non nello spazio, ma nel tempo, come una voce del passato.
*
Qui, mentre chiudo il mese d'aprile, mi si leva dinanzi uno stuolo di fattorini e di cocchieri originalissimi, che mi domandano: — E noi? — E hanno ragione; ogni uomo è un libro; peccato ch'io non possa dar di loro che i titoli! Ce n'è uno che fu maestro, frate e volontario con Garibaldi, una strana caricatura di Giove, con una gran testa bianca riccioluta, così grave e maestoso, che par che stia sul tranvai come sopra un carro di trionfo e dispensi gli scontrini come grazie celesti. C'è un antico becchino, cocchiere, un capo amenissimo, di razza nana, così buffo d'aspetto e di spirito, che fa torcer dalle risa tutti i colleghi con piccoli gesti e con mezze parole dette sottovoce, di cui nessun passeggiere riesce mai ad afferrare il significato. C'è un ex cocchiere di famiglia nobile che nomina i padroni e le padrone di tutte le carrozze stemmate che passano, con un sorriso vagamente misterioso di familiarità e d'alterezza, come un patrizio scaduto a cui la vista d'ogni stemma ricordasse un'amicizia o un amore de' suoi bei tempi. Ce n'è un altro, un fattorino tetro e taciturno, che ha la bizzarra passione di esercitarsi a scrivere in caratteri minutissimi, e che dedica ogni momento libero a quell'esercizio, di cui fa vedere i saggi ai passeggieri, senza parlare, dei pezzettini di carta come biglietti di visita, segnati di zampe di mosca non leggibili da occhio umano. E ci sono altri Carlin, divoratori di giornali e politicanti di color vario, altri Marchesi vezzeggianti che porgono lo scontrino come un fiore, altri Tempesta ringhiosi, che si mordon la coda dalla mattina alla sera. E le loro donne, quale collezione! Ne ho conosciuto in capo alle linee una varietà grande: mezze signore e cenciose, mogli canute di giovanotti, mogli che paion le figliuole dei loro mariti, visi di vittime rassegnate, scarmiglione ardite e appetitose che han l'aria di approfittar malamente delle lunghe assenze coniugali, donnine alacri e premurose, che, porgendo all'uomo affamato il canestro della colazione, gli fanno mille raccomandazioni supplichevoli di non mangiar troppo in furia, e stanno a vederlo mangiare spiando con occhio inquieto l'arrivo dell'altro tranvai e contando con l'anima in pena le bocconate e i secondi. Ah che dure e affannate esistenze ho indovinato durante quei pasti, ed anche quante buone nature, quante modeste virtù, quante belle e sane corrispondenze d'affetto!
E ieri sera appunto, sulla linea dei viali, verso il tramonto, assistetti a una scena gentile. C'era sul tranvai quasi vuoto un fattorino dai capelli e dai baffetti bruni, un bel giovane, di viso un po' malinconico e di belle maniere. A una fermata sul corso San Maurizio accorse da una via laterale una donnina in capelli, graziosa, con un bimbo in braccio; la quale salì in fretta sulla giardiniera, dopo aver lanciato intorno uno sguardo diffidente, come se venisse a un convegno amoroso. Il fattorino le tolse di mano il bimbo con premura, sedette, se lo mise sulle ginocchia e prese a accarezzarlo e a baciarlo in furia, come per saziarsene tutt'in una volta, mentre la giovine madre, seduta al suo fianco, guardava con un'espressione di grande dolcezza il figliuolo e lui, che ogni tratto alzava il capo per rivolgerle un sorriso, in cui appariva ancora l'affetto caldo e quasi la curiosità dello sposo. Essa aveva colto l'occasione del tranvai quasi vuoto per portare al marito quella consolazione del bambino, che gli era concessa così di rado a casa sua, e misurava con gli occhi quel che le rimaneva di cammino da fare insieme: un troppo breve tratto! Alla prima fermata, infatti, discese alla lesta col suo piccolo carico, che tendeva le braccia verso il babbo; e questi, ritenendola ancora con la mano quando era giù sulla strada, le disse: — A questa sera.
— A che ora? — domandò essa, mentre già il tranvai si moveva, fissandolo con uno sguardo d'amante, ma un po' triste, per il presentimento della risposta.
Ed egli rispose con lo stesso sguardo e con lo stesso accento: — Al solito.
— Alle undici?
— Alle undici, — rispose il fattorino, scotendo il capo.
La donnina mise un sospiro, e stette lì ferma in mezzo al Corso, rivolta verso la carrozza che le portava via lo sposo. Ed eran così belli quei due bei giovani che si guardavano a traverso lo spazio crescente, tutti e due col capo un po' inclinato, egli stando voltato indietro, essa porgendogli il bimbo da lontano, quei due poveri sposi a cui pareva così lunga una separazione di quattro ore perchè era il loro cuore che batteva i minuti e il loro bimbo che li voleva riunire!
CAPITOLO QUINTO.
Maggio.
Una mattinata bella.... e una conversazione sciocca di benpensanti, a proposito della data del mese, sul tranvai di Vanchiglia. Eran certo di quelli stessi che, quando il primo maggio era tumultuoso, dicevano: — Facciano la loro festa pacificamente, se voglion che sia rispettata! — Diventata la festa pacifica, si facevan beffe delle riunioni private e delle passeggiate campestri dei rinsaviti, attribuendo il rinsavimento a cagioni ignobili. Non c'è gente più stomachevole dei paurosi che, appena rassicurati, scherniscono e accusano di viltà chi li ha impauriti. E ragionarono un pezzo per dimostrarsi a vicenda una cosa di cui erano già tutti convinti: l'assurdità dell'Idea che la festa esprime. Ma li ascoltavo quasi con piacere, pensando al tempo in cui sarebbero parsi altrettanto strani quei ragionamenti quanto paion tali al presente i ragionamenti opposti. Strana cosa, infatti, degna d'una favola d'Esopo: l'onda del mare che si stupisce e s'adira d'essere incalzata da un'altr'onda, e le grida: — Va indietro! — Ma quel piccolo mormorio di voci ingrate si perdette ben presto in quello grande, ch'io sentivo nella mente, d'altri innumerevoli benpensanti come quelli, dicenti le stesse stessissime cose, percorrendo sui tranvai altre centinaia di città, vicinissime e lontanissime, di là dai monti e dai mari, di cento aspetti diversi, mentre si preparavano intorno a loro, come ai loro amici ignoti di Torino, altre adunanze e feste e passeggiate campestri, nelle quali, per la seconda volta sulla terra, milioni d'uomini avrebbero espresso in venti lingue gli stessi propositi e le stesse speranze che ai miei vicini parevan follia. E mi pareva che l'aria di maggio che m'alitava in viso mi portasse un'eco vaga di quelle voci infinite, confuse in un suono solenne e dolce, come un sospiro del mondo, risvegliato dal sentimento della primavera.
Eppure ero triste; con la data del mese mi ritornava in capo di continuo il pensiero d'un edifizio, già eretto e compiuto con cinque anni di fatiche, di cure amorose e di passione ardente; il quale un giorno, in un momento di potente chiaroveggenza critica, avevo visto tutt'a un tratto, come per un crollo di terremoto, spogliarsi del suo intonaco, aprirsi dal tetto alle fondamenta e rovinare in mille frantumi. Quella data riconduceva forzatamente il mio pensiero fra quelle rovine, che non avrei più potuto ricomporre che con altri più anni di duro lavoro, e dopo che mi si fosse rifatta serena la mente per concepire un nuovo disegno; e quel ricordo d'entusiasmi vani, di speranze deluse, di veglie perdute, e il dubbio che una prova eguale si potesse ripetere con una fine egualmente miserevole, mi sgomentava come l'idea d'una condanna alla tortura perpetua.
Fui scosso all'improvviso da una voce gaia: — Primo maggio! — e, voltandomi, mi vidi accanto sulla piattaforma un viso noto, un bel giovane biondo, vestito a festa, con un garofano all'occhiello, rosso come la sua bocca di vent'anni. Tutt'i miei pensieri tristi fuggirono all'aspetto di quella gioventù sfavillante d'allegrezza. Era un tipografo, uno dei credenti più appassionati e più sereni, di natura affettuosa e ingenua, un bersagliere ardente del partito, il più svelto e fervido dei galoppini elettorali, divoratore infaticabile di scale e di strade, sempre pronto a tutti i servizi, a conciliare, a ammansire, a metter bene; non mosso da alcuna speranza di vantaggio proprio nè prossimo nè remoto, ma pago e contento di esser l'ultimo soldato dell'esercito; e altero della sua fede, compreso di un così vivo sentimento di dignità di classe da accendersi di vergogna e da patire un vero tormento alla vista d'un operaio ubbriaco; e zelante come un missionario, primo sempre ad accorrere a tutte le riunioni, nelle quali la sua testa bionda brillava fra mille come una luna d'oro, e il suo fremito e il suo riso d'assenso agli oratori si trasfondeva nei vicini come un fluido elettrico. Era felice, quel giorno; l'idea della passeggiata campestre pomeridiana lo eccitava; aveva già corso non so quante linee del tranvai per andar a sollecitare dei compagni irresoluti; sapeva quello che si sarebbe fatto nelle principali città straniere, pregodeva il piacere del leggere le notizie del dì dopo, diceva: — I compagni di Bruxelles, di Berlino, di Vienna, di Parigi, — facendosi suonar quei nomi all'orecchio con un sorriso di compiacenza, come dei nomi di amanti; e interrompeva ogni tanto il discorso per indicarmi i garofani rossi sui tranvai che passavano, come avrebbe indicato dei trofei di vittoria. In fine, mostrandomi il suo garofano, mi disse che era un regalo inaspettato che gli aveva portato a letto la mattina la sua vecchia mamma, non perchè fosse “convertita„ ah! tutt'altro; ma per fargli una sorpresa piacevole, e che prima di darglielo gli aveva fatto mille amorose raccomandazioni d'aver giudizio almeno per quella giornata, povera vecchietta! come se fosse stata una giornata di battaglia. Poi saltò giù dalla piattaforma dicendomi che andava a comprare una mezza dozzina di _numeri unici_ da distribuire agli amici stangati, e fattomi un saluto vivace con la mano, scappò, lasciandomi nell'anima un raggio della sua gioventù e della sua gioia.
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Ma il giorno dopo scontai la festa. Pericoloso è il tranvai per quelli a cui tocca di tanto in tanto di “correre per le bocche„ dei loro fratelli in Cristo. Non sospettava certo ch'io stessi ritto dietro le sue spalle il grosso signore brizzolato che sedeva sull'ultima panca della giardiniera di corso Vinzaglio, sulla quale ero salito con lo scultore Costa per andare all'Esposizione triennale. Aveva fra le mani la _Stampa_ della mattina, in cui era riassunto un discorso fatto da me il giorno avanti all'_Associazione generale_ degli operai, e, parlando con un vicino, mi tartassava in un modo barbaro, con voce lenta e pacata. Ah se si potesse intendere tutto quello che dice di noi la gente che non ci conosce, saremmo le più volte meno offesi dalle ingiurie che stupefatti, divertiti dalla stranezza e dall'assurdità delle favole, impossibili a immaginarsi. Anche il Costa tendeva l'orecchio; ma senza comprendere chi fosse il tartassato. Il buon signore spiegava al vicino il vero perchè di quella ch'egli chiamava la mia _rivolta_ (rivoltatura di giubba, voleva forse dire): egli lo sapeva di certa scienza. Perduto quel po' di ben di dio col crac della Banca Tiberina, avevo brigato, per campare, il posto di bibliotecario civico, che m'era stato rifiutato; e, ridotto al verde, invelenito, per puro sfogo di vendetta contro il mondo ingrato, avevo fatto il salto nefando. E presagiva dove sarei andato a finire: in un luogo dov'egli m'avrebbe chiuso subito, se avesse potuto. Illuminato a un tratto da una parola, il Costa mi diede di gomito, dicendo: — Senti, senti.... sei in ballo tu.... — e intesa la chiusa, ch'era un epiteto, soggiunse ridendo: — Beccati questa e serbala a Pasqua. — Stavo per ribattere; ma mi balenò una speranza di rappresaglia, che mi fece tacere. La speranza non fu delusa, in fatti. Svoltato il tranvai sul corso Vittorio Emanuele, quando fummo vicini alla piazza, il grosso signore, preso da un impeto improvviso di collera, tese il pugno verso l'assito del monumento, e gridò: — E anche quest'auro! O quando sarà finita? E bisogna essere minchioni come siamo noi.... — e taccio il resto. Allora toccai col gomito il mio buon amico e gli dissi: — Questa mi farai il piacere di beccarla tu e di serbarla a Natale. — Scoppiando tutti e due in una risata, facemmo voltare l'oratore che, messo in sospetto, non disse più nulla. Ma non occorreva che dicesse altro. Per i nostri dieci centesimi, come osservò il Costa, ne avevamo avuto abbastanza. Regola generale: andare a piedi il giorno dopo che s'è pronunciato un discorso in pubblico.
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