La Carrozza di tutti

Part 11

Chapter 113,851 wordsPublic domain

I discorsi che si sentono sui tranvai, che pascolo per la fantasia! Ne feci uno studio particolare in quei primi giorni di maggio e mi parve di raccoglier pagine e pezzetti di pagine di mille romanzi lacerati. Eppure in quella varietà infinita c'è anche una grande monotonia. Quei dialoghi a bassa voce fra ragazze del popolo, nei quali ogni venti parole, infallibilmente, come il _paese_ nei discorsi elettorali, vien fuori la parola _chiel_ — lui — l'eterno _chiel_, il protagonista anonimo del racconto; quei ragionamenti politici, in cui potete esser certi sempre di sentir pronunciare come giudizio proprio il giudizio che avete letto la mattina sul giornale che il ragionatore tien nella mano; quei discorsi sulla pioggia, sul caldo, sul freddo e sul vento, fatti di parole che milioni di bocche ripetono da tutti i secoli ad ogni variazione del tempo come se fosse sempre una cosa nuova, strana, inaspettata! Una gran parte delle conversazioni degli uomini non sono che sbadigli dell'intelligenza sonnecchiante. Ma va a giorni. Trovo fra gli appunti d'una sola corsa la storia interminabile del cambiamento d'un'unghia del piede, raccontata da un operaio al cocchiere, mentre un medico, che gli stava accanto, spiegava a un terzo in che modo dovesse far aprir le mascelle al suo cane da caccia per cacciargli in gola ogni mattina una cucchiaiata di sale, che l'avrebbe guarito dal raffreddore; poi una frase colta a volo da due ufficiali che parlavan d'un duello: — Quando uno la dà, che gl'importa degli arresti! — e una esclamazione soffocata: — Io la strozzo con le mie mani — intesa da un Tizio che faceva uno sfogo confidenziale con un amico, nel tempo stesso che due signori, dall'aria di gente di teatro, maltrattavano il maestro Leoncavallo chiamando i _Pagliacci_, con fine sarcasmo, i _Pagliericci_, e un tale che mi stava di dietro, discorrendo con non so chi, spacciava intorno all'Argentina, dond'era ritornato da poco, le più grosse panzane del mondo: per esempio, che ci si pagava dieci lire per farsi fare la barba. Poi, in quello stesso giorno, stralci di storie di malattie, di danari prestati e non resi, di liti coi vicini di casa, d'avventure galanti, di gite ciclistiche, e vari di quei discorsi che per un tratto par che si riferiscano a un dato argomento, ma che da una parola si comprende che riguardan tutt'altro, un cosa mille miglia lontana, senza parerci men balordi per questo. E non è uno studio inutile, perchè ci s'impara fra l'altro a proceder cauti nel far la critica su dei frammenti. Ecco ad esempio un dialogo che intesi fra due ragazze nella mia ultima corsa sul tranvai di via Cernaia.

— Uno tra due.... è vergognoso.

— Ma che! Nessuno è lì a vedere.

— Ma ci vedono entrare insieme.

— Che importa? Chi sa quante fanno lo stesso. — Dopo una pausa: — È un gran piacere.

— Sì, ci si sente meglio, dopo.

— È già più d'un mese.... Ne ho proprio bisogno.

— Diamine, — dissi tra me, — ci vuol della faccia. E mi sarebbe rimasto di loro un concetto orribile se non le avessi viste, quando discesero, entrare nello stabilimento di bagni di corso San Martino.

*

Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori

e dei legumi, è bello anche sui tranvai che, passando la mattina dei giorni di mercato per le piazze Emanuele Filiberto, Bodoni e Madama Cristina, si trasformano in piccoli orti, magazzini alimentari e dispense ambulanti, piene di colori e d'odori. Vi salgon su da ogni parte, caricandovi le loro derrate, fantesche, bottegaie, cuochi di alberghi, ordinanze d'ufficiali ammogliati, signore con gabbie d'uccelli e vasi di fiori fra le mani; ed è tale qualche volta l'ingombro degli involti e dei canestri cacciati sopra e sotto le panche e dei grossi cavoli posati sulle ginocchia e dei cardi enormi tenuti ritti come torce e dei polli ciondolanti dal pugno delle serve, che non vi si può più muovere un braccio o allungare una gamba senza urtare in qualche cosa di commestibile. Ah! com'è curioso il contrasto fra i cuochi di case signorili che mettono superbamente in mostra le code delle trote e dei fagiani, e i piccoli borghesi dei due sessi che vanno a comperare per necessità economica o per raffinatezza di buongustai, facendo un sacrifizio d'amor proprio, con la speranza di non esser visti dai conoscenti, e dissimulando con mille piccole arti la roba comprata! Ma la signorina bionda ha un bel pigliare degli atteggiamenti poetici o un'aria distratta per far credere di trovarsi là per puro caso: io vedo bene rosseggiare i ravanelli delatori sotto il coperchio mal chiuso del suo canestrino elegante. E il vecchio maggiore giubilato ha un bel tamburinare con le dita la sua borsa di cuoio da viaggiatore, con la quale vuol dare ad intendere d'esser venuto or ora dalla stazione di Lanzo: il cuoio rigonfio disegna bellamente la forma d'un mazzetto d'asparagi, sua desiderata primizia. E non serve che la vecchia contessa, rovinata nel recente disastro delle banche, cerchi di nascondere con l'ombrellino stinto il pacco che si preme con la mano destra sul petto: vedo per uno spiraglio della carta verdeggiare la cicoria, che un tempo ella non toccava mai che con la forchetta e che ora, arrivata a casa, tagliuzzerà con le proprie mani, da cui sono scomparsi gli anelli. Ah povera contessa, chiudi un po' quell'ombrellino, col quale ti pari, non dal disprezzo come credi, ma dal rispetto e dalla simpatia delle anime gentili.... E la giardiniera va, spandendo odori di rosmarino, di basilico, di fragole, di pesci, di caci, di cipolle, d'un po' di tutte le cose, destinate a mense splendide di milionari, a tavole rotonde di stranieri, a poveri deschi di studenti, d'impiegatucci, d'operai, di malati, a luoghi e a mangiatori tanto diversi, quanto sono i modi con cui furono guadagnati i soldi che le pagarono, dalla fatica della schiena all'imbroglio finanziario, dalla vendita della scienza al mercato dell'amore. Poi, ad uno ad uno, tutti i carichi son posti giù, e il tranvai, ripigliato l'aspetto solito, continua la sua corsa leggera e inodora, fin che ritornerà nello stesso punto, dove ripiglierà altri colori e odori e vanaglorie culinarie e pudori aristocratici e peccati di gola mascherati. Tranvai stimolanti, consigliabili, sul serio, a quei pochi malati di anoressia che possono ancor essere sotto il bel sole d'Italia.

*

Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori...

Mostravano di sentirne l'influsso, e come! il bel capitano di fanteria e la supposta moglie dell'impiegato postale, che ritrovai una mattina di maggio in un carrozzone chiuso della linea Vinzaglio. Che il loro amore non fosse uscito ancora dalle rotaie dopo un mese e mezzo di corse? Possibile, non credibile. Comunque fosse, era evidente che si trovavano tutti e due in quel periodo critico, nel quale all'amore divampante cominciano a riuscire intollerabili la tirannia del calendario e dell'orario, la simulazione, la menzogna e tutte l'altre astuzie e cautele del tradimento; in quel periodo in cui la passione, accecata dalla propria fiamma e insuperbita della propria forza, illudendosi d'aver dei diritti, ha voglia di buttar via tutti i veli, di scuoter tutti i gioghi, di spezzar tutti i lacci, e d'attaccar battaglia aperta col mondo e con le sue leggi. Sul viso di lei non c'era più segno di timidezza; non si parlavano, ma si fissavano liberamente, e guardavano gli altri con gli occhi arditi, come dicendo: — Ah, non crediate che si voglia fingere! Quello che sospettate è la verità, e non la frodiamo, ma la portiamo in trionfo, e ve la gettiamo sul viso. — Benedetto amore, segno eterno d'“immensa invidia„! Avete notato che in chi n'è spettatore v'è quasi sempre un'espressione di gelosia velenosa? che il mondo, che quasi sempre gode a veder due che s'odiano, par che si roda a veder due che s'amano? Fra i passeggieri che bersagliavano la coppia d'occhiate ostili c'era un signore serio e barbuto che, a giudicar dalla faccia, li avrebbe pugnalati. Non potea star fermo, si tormentava i baffi e soffiava; avrebbe voluto non guardarli e non ci riusciva; avreste detto che era lui il marito ingannato. Riconobbi in lui un erotico, ma d'un ordine particolare: il geloso di tutto il sesso femminile, quello a cui tutti gli amori sembrano un furto e un'offesa fatta a lui, e al quale par che ogni donna innamorata, vedendolo, si dovrebbe staccar dal suo amante, dicendogli: — Scusami tanto; mi sono innamorata di te perchè non conoscevo quel signore: ti pianto. — Come divampava quel carrozzone! Non pareva che lo tirassero i cavalli, ma che lo spingesse avanti la forza della passione, delle gelosie, dei cuori palpitanti e delle immaginazioni accese che portava dentro. C'erano due signorine col viso rosso, due vecchi che avevan tutta l'anima negli occhiali, un giovanetto che pareva magnetizzato; perfino il fattorino pigliava i soldi senz'esame per covar con gli occhi la bella coppia colpevole. Ed io pensavo con pietà a quel povero impiegato delle poste, che forse in quel momento diceva allo sportello, con voce placida: — Niente per lei! — Ah poveretto! E per lui c'era quel po' di roba.

*

Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori...

Lo sentiva anche il mio buon veterano di via Garibaldi la sera che lo trovai, col suo cane inseparabile, sulla giardiniera della linea del Valentino, diretta verso Porta Palazzo: in piedi, trionfalmente. Era contento, si vedeva, di star bene, di respirar l'aria tepida, pregna del profumo dei fiori d'acacia: infatti, a ogni crocicchio, girava il capo con vivacità insolita, e guardava tutto, sorridendo alla gente, ai monumenti, alle case in costruzione, ai tranvai che passavano, alle strade lunghe e diritte, e alle Alpi lontane. Doveva esser per lui una di quelle buone giornate che i vecchi ricordano poi come squarci aperti nella loro vecchiaia, nei quali hanno rivisto da vicino e quasi risentito di sfuggita l'età migliore. E sorrideva anche al tranvai che lo portava, che era grazioso e allegro veramente: un giardinetto di cappellini Arton, Vittoria e Romeo, coronati di rose e di pizzi; una nidiata di bimbi bianchi, tutti in ammirazione della uniforme strana d'un ufficiale Bulgaro della Scuola di guerra; due belle ragazze del popolo, in capelli, d'un biondo abbagliante, e tre soldati del genio, un po' eccitati dal Barbéra, che facevan rider tutti con certi commenti comicissimi, accompagnati da risate infantili, sopra un desinare disgraziato che avevan fatto all'osteria. Attraversare la sua Torino in carrozza, per due soldi, con quella bella compagnia, con quel bel tempo, doveva essere per quel vecchio celibe uno dei godimenti più squisiti che gli restavano, qualche cosa come una brillante cavalcata in un passeggio pubblico per un signorino di diciott'anni; e non potè trattenersi dall'esprimermi la sua contentezza quando, nel passare per via Siccardi, lungo il giardino della Cittadella, ci venne in viso un'ondata di profumi dall'Esposizione dei fiori. Voltò verso di me la faccia piena di rughe sorridenti, ed esclamò: — Che bella serata! — Poi si rizzò un momento sul busto come per dire ai vicini, secondo il suo solito: — Son settantotto, sapete! — Poi m'espresse il suo desiderio di veder l'anno dopo l'“impianto„ dei tranvai elettrici e mi disse la sua ammirazione per i “progressi maravigliosi del giorno„ come un uomo che sentisse ancora in sè tanta vita da poterli godere per un pezzo; e s'interruppe per chiamare il suo Ciuchetto con una nota di voce insolitamente sonora, della quale si compiacque, come d'una prova di vigoria di petto. E s'interruppe da capo in via Garibaldi per fare una profonda scappellata, con una inclinazione reverente del capo. Era passata in carrozza la principessa Letizia. E capii che quell'incontro era per il suo cuore di buon vecchio piemontese monarchico il coronamento felice d'una giornata d'oro.

*

_Maggio, bel maggio_: lo sentiva nelle vene anche il piccolo monello che mi fu affidato.... Una corsa calamitosa. Salii a Porta Palazzo sul tranvai, ancor fermo, della linea di Borgo San Salvario. Ero solo. Una donna — una nonna, mi parve — mi mise accanto sulla panca un bel bimbo bruno di circa sett'anni, dicendomi: — Scusi tanto, _monsù_; lei va a _capolinea?_... E allora, vorrebbe esser tanto buono da tener d'occhio questo bambino, che deve discendere da una sua zia in via Berthollet, numero sedici? — E ringraziatomi, ripetè la raccomandazione al fattorino, che appena le badò. Il tranvai partì. Io feci una carezza al mio raccomandato, per rassicurarlo; ma riconobbi subito che non n'aveva bisogno, poichè nell'atto stesso mi levò di mano la canna, dandomi del tu, senza preamboli, e tirò a disfarmi il nodo della cravatta.

È varia e dilettevole quella linea, che dal corso Regina Margherita svolta in un tratto di strada ariosa e chiara, aperta da poco; poi rientra in Torino antica, fra il duomo austero e i palazzi foschi del Chiablese e del Seminario, dove irrompe un soffio di vita giovane dalla Via Quattro Marzo; e, proseguendo per la via rumorosa del Venti Settembre, passa per quella nuovissima di Pietro Micca, in mezzo a una allegrezza chiassosa di architetture ornate, a vecchi crocicchi in rovina, che non si riconoscon più, a fughe di colonne snelle, di cantonate fresche, di prospetti nuovi, davanti ai quali ripassan nella mente visioni confuse di città straniere e ricordi di case sparite e d'amici morti e immagini di finestre e di terrazzi noti, che pare si sian dissolti nell'aria! Bello si, ma un po' triste, perchè tutto questo non è stato fatto per voi, e si sente di più la vecchiaia che s'avanza vedendo la città che ringiovanisce. — Tutto questo è fatto per te e per gli altri monelli della tua generazione — pensavo, guardando il mio piccolo protetto sconosciuto....

Un vero serpente questo piccolo protetto, che non mi dava requie un momento. Si voleva rizzare in piedi sulla panca, si sporgeva fuori del tranvai, agitava la mia canna per aria, metteva i piedi nella schiena ai passeggeri seduti davanti, i quali si voltavano a guardar me, come per domandarmi se era quella e non altra l'educazione che avevo saputo dare al mio figliuolo. Ed io fremevo; ma potevo commetter la viltà di dire che non era mio? E non ero che al principio delle mie tribolazioni.

Lo scellerato, nell'ultimo tratto di via Venti Settembre, durante una breve fermata, si mise a compitare a voce alta l'annunzio del _Cacao Talmone_ dipinto sopra un altro tranvai pure fermo, insistendo con malizia perfida sulle due prime sillabe, tanto che m'attirò addosso dai vicini delle occhiate severe. — Vergogna —, gli dissi piano; ed egli mi rispose forte: — Vergogna a te — fraternamente. Poi, sul corso Vittorio Emanuele, essendo salito accanto a me un vecchio signore col gozzo, egli credette opportuno di darne la notizia al pubblico, dicendomi nell'orecchio, ma a voce spiegata: — _A l'a 'l gavass!_ — Feroce mascalzone! Avevo il prurito alle mani; ma come si fa? dovevo frenarmi e inghiottire il disonore di padre putativo, contentandomi di fargli degli occhiacci, di cui si rideva: ero in sua balìa, e lo capiva. E me ne fece ancor una in via Nizza, dove, vedendo salire una donna incinta, esclamò con una intonazione prolungata di stupore: — _O che pansa grossa!_ — E questa volta vidi correre per le panche un fremito d'indignazione contro di me, e la donna stessa disse: — _Bela educassion!_ — guardandomi in faccia. Non ci reggevo più. Fu una vera liberazione quando potei gridar _alt_ davanti al numero sedici di via Berthollet e rimettere il marmocchio al fattorino, dicendogli in cuor mio: — Va, piccolo carnefice, e mi colga il malanno se accetterò ancora la tutela d'un malfattore par tuo neanche per un tragitto di trenta passi!

*

Su quella stessa linea, correndola in direzione opposta, rividi due giorni dopo donna Chisciottina, col suo bimbo inseparabile. Me li trovai seduti davanti sulla giardiniera, e stando voltato un po' di fianco, con l'aria di leggere le insegne fuggenti delle botteghe, potei sentire gran parte d'un discorso accalorato ch'essa faceva a un'altra signora; la quale l'ascoltava sorridendo, più attratta dall'originalità, a quanto mi parve, che dal soggetto della sua eloquenza. Aveva i capelli un po' scomposti, come sempre, e macchiato d'inchiostro un dito della mano con cui gestiva, come una scolaretta arruffona; e diceva, diceva, con la sua calda voce di contralto, sgranando gli occhioni e enfiando il collo. — Disgrazie su disgrazie, vede. La figliuola, figliuola unica, ch'era già malaticcia, peggiorò, e dopo quel colpo non s'è più riavuta. Io le mandai il dottor Rizzetti. Si figuri che ogni notte sognava la disgrazia e si svegliava spaventata, gridando. E poi la paura che le mettessero il padre in prigione e che perdesse il posto; una tristezza da morire, s'immagini; una ragazza senza madre, poveretta, tutto il giorno in casa sola.... Io lo andai a raccomandare alla direzione; ma già non c'era pericolo perchè non ci aveva avuto colpa. Lui però non è più quello di prima. Da principio s'era dato a bere, per stordirsi, si capisce. S'è fatto torvo, un po' strambo, con certe idee fisse, e parla più poco. Fa compassione a sentirlo, creda, quando dice quel che prova a ripassar di là, che rivede tutto, tutto, e gli prende il convulso ogni volta che un bimbo attraversa la strada....

Ebbi un barlume, a quel punto, che il suo discorso si riferisse a una persona e a un fatto che m'eran noti. Le parole che aggiunse me n'accertarono.

— No, proprio, non c'ebbe colpa. Bisogna sentirlo ripetere dieci volte, col pianto nella gola: — Giuro per l'anima della mia povera madre che non l'ho visto passare! — Chi dice quello a quel modo dice la verità. Se vedesse quella povera casa! La ragazza a letto, in quello stato; lui seduto davanti a un pezzo di polenta che non può mandar giù; e sempre quel povero morticino in mezzo a loro due, tutto in sangue, e quel grido, quel grido che sentono sempre! Ma ora almeno ha smesso di bere, tante glie n'ho dette. Dicono: chi ha preso quel vizio, è inutile di ragionarlo. Ma è perchè non ne han voglia. Ma quando io gli dissi: — Vedete, se diventate un briacone, diranno che lo siete sempre stato, e che è per questo appunto, per vostra colpa, che la disgrazia è seguita — questa ragione gli fece senso. E poi gli dissi: — Non voglio! Capite? Ve lo proibisco in nome della vostra povera moglie morta, e della vostra figliuola malata, che m'ha posto affetto come a una mamma! — Pover uomo, si mise a piangere e mi baciò le mani. Ah, quel che può fare una donna, quando ha un'anima! Ma io non posso esser da per tutto e far tutto....

E mentre diceva questo con quella voce calda e violenta e con quel gesto vibrante che faceva sorridere la sua amica, s'indovinavano in lei dei tesori d'amore ardente, la forza contro il dolore, il coraggio contro la morte, un disprezzo profondo delle false convenienze sociali, una semplicità virginea dell'animo e un vigore di fibra virile, e sul suo piccolo viso bruno e irregolare appariva una bellezza fuggente, come a bagliori, ma d'una forza di seduzione indefinibile, altera a un tempo e dolcissima, cento volte più seducente che la bellezza composta d'un viso bello davvero.

— Ecco dov'è accaduta la disgrazia — disse, quando il tranvai, attraversata la via Santa Teresa, s'inoltrò nel nuovo tratto di via Venti Settembre, e, dette quelle parole, si strinse al petto il suo bambino, coprendogli il capo con le mani, come per difenderlo da un pericolo. Si riscosse un momento dopo ed esclamò vivamente, toccando l'amica col gomito: — Eccolo là!

Ci veniva incontro un'altra giardiniera, sulla quale riconobbi al primo sguardo il cocchiere dai capelli grigi, che avevo visto passar fra le guardie in mezzo alla folla, la mattina della disgrazia. Egli passò col viso accigliato, con gli occhi fissi davanti a sè, senza veder la signora.

— Si volti indietro —, disse questa all'amica — e stia attenta. Vedrà che passando in quel punto si fa il segno della croce. Dice che se lo fa sempre dopo quel giorno.

Tutt'e due si voltarono, mi voltai anch'io, e benchè il tranvai fosse già distante un cinquanta passi, vidi benissimo l'atto del cocchiere, che si segnò.

— Ha veduto? — domandò la signora all'amica. — Ha veduto?

E disse queste parole con un tale accento che non mi maravigliai di vederla nello stesso tempo premersi un dito nel cavo dell'occhio come per arrestarvi una lacrima. E compresi: era una lacrima di contentezza: se quegli avesse continuato a bere, non avrebbe fatto quell'atto; non beveva dunque più; essa aveva vinto! — A me balenò un altro pensiero: — S'è forse segnato appunto perchè ha bevuto. — Ma subito mi rimproverai di quel pensiero. — Perchè non credere al bene? Credici, poichè anche il crederci è bene; credici tu pure. — E al vedere il bel sorriso, quasi di compiacenza materna, che brillava negli occhi umidi della signora, mi suonò in mente la dolce esclamazione del Fogazzaro: — Sì, è bella l'anima umana!

*

Il “bel maggio„ mi fece rivedere anche il mio giovane pittore, sull'ultimo tratto della linea di Borgo San Secondo, proprio nell'ora della mattina in cui quel tranvai porta una raccolta tutta sua propria di passeggieri: monache, medici, impiegati del Magistero dell'ordine Mauriziano, e parenti e amici di malati, diretti al grande Ospedale, con pacchi, involti di biancheria, frutti e libri fra le mani, alcuni col viso sereno, i più tristi, tutti pensierosi. Nel punto che il tranvai usciva dall'abitato in mezzo ai prati verdi, in faccia al Monviso quasi svanito nell'azzurro del cielo, salì il bel giovanotto, roseo e fresco, che pareva il mese di maggio in persona, e col piede ancora sul montatoio mi accennò allegramente che n'aveva una curiosa da raccontarmi. No, non della signora delle coincidenze, che era ancora un mistero per lui, benchè credesse d'aver trovato certe tracce...; un altra, un caso amenissimo, destinato alla rubrica della _gelosia coniugale in tranvai_, visto da lui stesso. Si trattava d'una signora maturotta, la quale, salita sopra una giardiniera nel corso Cairoli, dalla parte di dietro, senz'esser vista dai passeggieri che stavan davanti, aveva scoperto sulla prima panca la schiena di suo marito, seduto accanto a una loro giovane amica, e stretto con questa in una conversazione fitta e viva, accompagnata da quelle mosse del capo, da quegli atteggiamenti adoratorii, da quella continuità e intensità d'attenzione sorridente, che non lascian dubbi sulla natura della relazione fra un uomo e una donna. Per veder meglio il fatto suo, la signora s'era messa in piedi sulla piattaforma, e da quell'osservatorio era stata un pezzo a contemplare con gli occhi dardeggianti e col viso livido il profilo amoroso del suo coniuge, bevente le parole amate, anzi i due profili, che parevan di due colombi che si beccassero, non perdendo un lampo dei loro occhi, non un guizzo delle loro labbra; e il mio amico era rimasto in osservazione di tutti e tre, aspettando la scenetta che poi avvenne. Alla prima fermata del tranvai, vicino al ponte di ferro, la signora era discesa come una freccia dalla piattaforma di dietro e salita come uno spettro su quella davanti, proprio in faccia al marito e all'amica.... Ah quel marito! Che mutamento di frontespizio! Una vera trasformazione dei connotati, a vista, come suol dirsi, e l'amica _idem:_ due facce di defunti; e il colmo del comico era stato questo che, separandosi lui e lei per istinto come un corpo spaccato in due, la moglie s'era seduta d'un colpo in mezzo a loro, facendo una riverenza ad entrambi per salvare le apparenze, ma con due occhi che parevan due tizzoni d'inferno.... Ah no, il tranvai non era un nido d'amore da consigliarsi per i mariti infedeli.