Part 12
Gli domandai, a quel proposito, a che punto fossero le sue ricerche matrimoniali sulla rete tranviaria. Con mio stupore, lo vidi arrossire un poco, e scrollare una spalla, come se gli avessi rammentato una sciocchezza di cui si vergognava, e che non avrei dovuto prender sul serio. Rimase pensieroso, però, qualche momento; e poi cambiò discorso ad un tratto, domandandomi: — Che cosa pensa lei delle studentesse?
Non capii la domanda. — Di quali? — domandai alla mia volta.
Ma mi accorsi subito che m'aveva fatto quella domanda non per sentire il mio parere, ma per dirmi il suo, e me lo disse con l'accento di chi desidera di non esser contraddetto, con un calore e un'abbondanza di parole insolita in lui. Mi disse che a lui quello che si diceva della sconvenienza di mandar le ragazze ai licei e alle Università pareva un pregiudizio ridicolo; che era stupido il parlar di pericoli e d'influssi immorali, poichè soltanto le civette nate li correvano e li subivano, e che anzi portavano esse appunto gli uni e le altre fra i maschi; che le ragazze veramente oneste e serie si facevano rispettare, non solo, ma esercitavano un influsso buono sui giovani, e che ne poteva citar degli esempi; che la virtù vera e solida non era quella che si fonda sull'ignoranza delle brutture umane, ma quella che vien dall'orrore che si risente conoscendole, e che in ogni caso il velo dell'ignoranza lo squarciavano alle ragazze le conversazioni che udivano ogni giorno e i romanzi e il teatro e i balli e i giornali, assai prima che arrivassero ai loro orecchi le volgarità dei condiscepoli volgari, e che in tutti i modi.... e che insomma.... e che quand'anche....
Ma vedendo che lo guardavo con maraviglia, arrossì da capo, e saltò in un altro discorso, domandandomi se avessi più visto la _Chisciottina_.
Gli raccontai il fatto, ed egli me ne disse un altro, che aveva saputo da un amico un mese addietro. Un giorno, sul tranvai, avendo visto un ragazzino del popolo che meditava sul disegno pornografico d'una scatola di fiammiferi, la signora gli aveva comprato la scatola con quattro soldi e l'aveva buttata sulla strada; e alcuni passeggieri intorno essendosi messi a ridere come d'una stravaganza, lei, indignata, gli aveva rimbeccati con un epiteto, come dire? un epiteto non proprio da signora riguardosa, ma da donna sincera....
Nel dir questo, mentre il tranvai entrava nel viale di Stupinigi, rompendo in due una festosa brigata di signori e di signore in bicicletta, egli si dondolava sul montatoio, con un piede per aria, pronto a discendere, e mi sorrideva; ma c'era sotto quel sorriso, su quel bel viso roseo, come l'ombra d'un pensiero nascosto, d'un leggiero turbamento, non momentaneo, ma consueto; un'ombra leggerissima, la quale mi fece sospettare ch'egli avesse già incontrato sulla rete d'una delle due Società quello a cui voleva far credere di non aver più pensato.
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E “maggio, bel maggio„ rideva pure ai miei due piccoli sposi di borgo San Donato, che un dopo pranzo di domenica, andando al Pallone, rividi sul tranvai pieno zeppo della barriera di Casale, seduti sulla prima panca; lei con un cappellino guernito di fiori rossi, che pareva nuovo fiammante, e un ombrellino lilla; lui con un cappello di paglia gialla, fasciato d'un nastro azzurro, che doveva esser fresco di bottega. Quello sfoggio straordinario mi fece pensare che fosse toccata loro una piccola fortuna, una eredità di qualche biglietto da cento, o una “gratificazione„ inaspettata al marito, più probabilmente, e che andassero a festeggiarla con un modesto desinare in qualche modesta trattoria fuor di porta. Che fossero in uno stato d'animo insolito lo dimostrava il fatto che lui, sempre così timido e riserbato, tenesse un braccio disteso sulla spalliera attorno alle spalle di sua moglie, la quale piegava un po' il capo dalla parte sua. E nel guardar quell'atto, ch'egli faceva, di stringersi al cuore e quasi di difendere quella sua povera sposa, che nessuno si sarebbe mai sognato d'insidiargli, quell'atto che pareva dire: — Vedete, questa poveretta che a nessuno piace e che nessuno guarda è il mio amore, il mio tesoro, la mia vita, — mi commosse questa idea: che a pigliarsi una libertà simile egli era stato forse incoraggiato dal pensiero umile e triste che una dimostrazione d'affetto fra due povere creature come loro non avrebbe attirato l'attenzione d'alcuno, non sarebbe forse nemmen parsa una dimostrazione d'amore. Ma da queste considerazioni mi stornò un accidente strano, che non avevo mai visto sul tranvai. Disputavano da un poco, a voce bassa, ma in tuono aspro, due coniugi sulla quarantina, vestiti con decenza, seduti sur una delle panche di mezzo. Tutt'a un tratto il marito mise un braccio dietro la spalliera e picchiò un pugno nella schiena di sua moglie, sonoro come un colpo di tamburo. Tutti si voltarono, si levò un mormorìo di sdegno; ma la moglie non rifiatando, lisciandosi la barba il marito, immobili e tranquilli tutt'e due come se nulla fosse stato, tacque il mormorìo, e allo sdegno succedette nei passeggieri una stupefazione comica di quel pugno improvviso e solitario, che aveva troncato così di netto il diverbio, con apparente consenso della picchiata, come un segnale che fosse stato convenuto fra la coppia per rimettersi d'accordo nei momenti critici. E non ci fu altro. A guardar quella scena s'eran voltati tutti fuor che i due sposi; i quali non si mossero dal loro atteggiamento fino all'arrivo alla barriera. Qui, prima che il tranvai si fermasse, la sposa s'alzò, e vedendola così ritta di fianco, riconobbi nella sua persona gracile quella curva leggiera che è il primo indizio visibile d'una nuova vita umana. Allora compresi; compresi il perchè dello sfoggio insolito e del desinare fuor di porta e del braccio appoggiato sulla spalliera in atto di protezione amorosa! I fiori rossi, l'ombrellino lilla, la cappellina nuova e l'atto carezzevole erano per _lui_; per _lui_ essi andavano a fare il rialto in campagna; per _lui_ erano il lusso e la festa. E se non me l'avesse detto la curva, me l'avrebbe fatto pensare l'atto di premura e di rispetto gentile con cui il giovane, disceso prima, tese le due mani per aiutar lei a discendere, come se già scendessero in due. Mi fermai a guardarli mentre s'allontanavano, stretti l'uno all'altro, nel polverìo dello stradone. Poveri e buoni figliuoli! Se avessi avuto la lanterna miracolosa di Aladino avrei trasformato la loro trattoria in un palazzo e fatto cadere sulla loro povera mensa una pioggia di fiori e di diamanti.
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Ma il “bel maggio„ non rideva per la povera vecchietta di Pozzo di Strada. Mi bastò uno sguardo, la mattina che la vidi ritta in fondo al tranvai di via Garibaldi, con accanto il suo sacco solito e gli occhi fissi nel vuoto, per capire che non aveva ancora avuto notizie del suo _Giacolin_, ch'ella si torturava ancora il cervello e il cuore raffigurandoselo a volta a volta prigioniero, morto, mutilato, famelico, errante come una belva di tana in tana per la terra misteriosa, di cui non le era nota altra cosa fuor del nome maledetto. Erano i giorni che si faceva la questua a benefizio dei feriti e dei prigionieri d'Africa. Dei giovani signori, con una scritta sul cappello, salivano a raccoglier danaro sui tranvai, porgendo un bossolo di latta. A metà di via Garibaldi salì sul nostro un giovanotto elegante, che pareva uno studente, e passò di panca in panca, lungo i due lati, tenendosi sul predellino. Giusto, ecco uno dei tanti vantaggi che offre la carrozza di tutti: chi osa rifiutare un soldo per beneficenza lì sotto gli occhi della gente? Pochi. Vidi però tra questi pochi dei signori. Seguitai con lo sguardo il raccoglitore fin che arrivò accanto a me sulla piattaforma. Quando egli mise il bossolo davanti alla vecchia, questa non capì, e lo guardò con quanta maraviglia poteva ancora manifestare il suo viso quasi pietrificato nell'espressione d'un pensiero unico. — Per i prigionieri e i feriti d'Africa! — disse il giovane in dialetto, spiccicando le sillabe. A quelle parole si fece sul viso di lei come un chiarore vago di crepuscolo, e i suoi occhi socchiusi s'apersero. Lessi in quello sguardo il suo pensiero: dar qualche cosa era come fare atto di fede nella sopravvivenza del suo figliuolo, era quasi un comprarsi un po' d'illusione ch'egli potesse ancora ricevere un benefizio. Frugò in una tasca del grembiule, tirò fuori un soldo, ma lo ripose: le pareva poco: cavò una moneta di nichel — il suo pane d'un giorno, forse, o il vino che la teneva ritta per due, — e con l'atto d'una divota che fa l'offerta al santo a cui chiede una grazia, guardando il giovinotto con un'espressione triste di simpatia e quasi di gratitudine, come se proprio lui avesse dovuto portare al suo figliuolo il suo obolo, mise la moneta nel bossolo, trattenendovi su un momento la mano corta e rugosa, che tremolava; poi rifece il viso di prima, immobile e chiuso, con lo sguardo fisso lontano sulla visione di sangue e d'orrore che da sei mesi la torturava. Un passeggiere accanto a lei rifiutò bruscamente l'oblazione, dicendo forte al raccoglitore: — No, perchè son certo che ai prigionieri non ci arriva neanche un soldo! — Ah, barbaro, se anche il sospetto orribile fosse stato verità! Ma per fortuna passava il tranvai in quel punto davanti alla chiesa di San Dalmazzo, e la povera vecchia, voltandosi per farsi il segno della croce, non sentì.
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Ah, quante miserie, anche nel “bel maggio„ porta la carrozza di tutti! Non ne potevo immaginare una così triste come quella che scopersi la sera dopo in quel povero fattorino spersonito, che si chinò cortesemente a raccogliere lo scontrino cadutomi dì mano, sull'ultimo tranvai della linea di San Secondo, dove ero solo passeggiere. Nel ringraziarlo, lo guardai in viso, e vedendolo pallido, con un'aria spaurita, e parendomi che gli tremassero le mani, gli domandai se era malato. Rispose che non era; ma che era stato; e lì per lì non volle dir altro; ma pareva non aspettasse che una parola benevola, che gl'inspirasse fiducia, per dir di più, per dare all'animo uno sfogo di cui aveva bisogno. Gliela dissi: non ebbe effetto subito; insistetti, e allora parlò; parlò con una voce accorata e tremante, nella quale si sentiva una profonda sincerità. Mesi addietro, sopra un tranvai di quella stessa linea, tre sconosciuti presi dal vino, irritati d'una modesta osservazione fatta da lui per una quistione di scontrini, gli avevan menato al capo una bastonata terribile, che l'aveva mandato per un mese all'ospedale. Quei tre eran stati riconosciuti; la direzione della Società aveva mosso contro di loro una causa penale, chiedendo a vantaggio di lui un risarcimento di danni, e la causa era in corso; ma questo appunto lo angustiava. Egli avrebbe voluto che si desistesse dal procedimento perchè temeva una vendetta, e il suo timore, eccitato a poco a poco dal lavorìo continuo dell'immaginazione, era diventato un vero terrore. — Capirà — mi disse — noi siamo esposti giorno e notte. A fare un colpo.... è un momento. E se me lo fanno? E se mi rendono inabile al servizio? Io ho moglie e una bambina; una moglie così buona, una bambina che mi vuol già tanto bene....
La sua voce si strozzò; mi fece pietà; cercai di rassicurarlo. Ma fu inutile. Riconosceva giuste le mie ragioni, ma rispondeva: — Sono indebolito, non son più io; che cosa vuole? Ho paura. Di giorno, tanto va; ma quando vien sera, quando vedo accendere i lumi, mi comincia a pigliar l'affanno, a tremare il sangue addosso.... Che cosa serve? Non son più io, le dico, sono indebolito. Ho passato tante notti senza dormire, ho sofferto tanti dolori alla testa, che farneticavo per delle ore, e poi son stato un pezzo in convalescenza, a mezza paga, e quante sere sono andato a letto digiuno per lasciar da mangiare alla mia bambina! Eppure.... non li avevo mica offesi, una semplice osservazione.... Io son rispettoso con tutti.... Lei potrebbe vedere: tutti i passeggieri che mi conoscono mi salutano, mi vogliono bene.... Ma! Così son ridotto. — E ripeteva come un ritornello doloroso, che gli fosse confitto nel cervello: — Fin che è giorno, meno male; ma la sera, quando vedo accendere i lumi....
E ciò dicendo guardava qua e là, all'imboccatura delle strade buie, come per vedere se ci fosse gente appostata, e tornava a ripetere: — Sono indebolito.... Ho perso molto sangue....
E mi fece anche più pietà poco dopo, quando lo vidi chiedere i soldi ad alcuni passeggieri con una cortesia umile e quasi peritosa, come se in ogni persona egli vedesse un nemico che gli bisognasse ammansire, un difensore che gli convenisse d'assicurarsi. Povero ragazzo! E pensavo a chi sa quanti, per il ritardo d'un secondo a far fermare il tranvai o per una parola d'osservazione sopra un soldo sospetto, l'avrebbero quella sera stessa trattato d'infingardo o di villano e minacciato d'un ricorso alla direzione. Ah quante piccole inique crudeltà, quante piccole ingiustizie spietate si commettono continuamente, senza saperlo.
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E quante ingiustizie anche di puro pensiero! Trovo notato agli ultimi di maggio: _il briaco_, e ricordo un quadro, da cui si potrebbe cavare una forte scena di commedia satirica: un carrozzone chiuso della linea dei Viali, nel quale, in mezzo a una corona di signori e di signore eleganti, siede, piegato in due come un sacco mal ripieno, un uomo sconciamente briaco, a cui cascano i capelli grigi sulla fronte nera di carbone e pende dalla bocca bavosa un mozzicone di pipa spenta che gli piove cenere sulla giacchetta unta e strappata. Egli guardava i vicini con un sorriso d'ebete, soffregandosi le ginocchia con le mani nere e dondolando il capo da una parte, come se meditasse parole di scherno che non poteva più dire, e negli occhi socchiusi che ora brillavano ora si spegnevano mostrava a vicenda la coscienza triste del suo abbrutimento e un senso di acre dispetto per il ribrezzo che s'accorgeva di destare. Ribrezzo, infatti, e nausea e sdegno esprimevano i visi dei passeggieri costretti a respirare il lezzo di quell'alito e di quei cenci obbrobriosi; e fra quei visi c'era quello d'un signore sconosciuto, che mi conosceva; il quale, fissando me dopo aver guardato quell'uomo, mi disse chiaramente con l'espressione del suo sorriso: — Son questi che lei vuole portar su?
— Ebbene, sì, — gli avrei voluto rispondere. — Sono questi; questi prima degli altri, certamente. Ah lei s'inganna se crede che l'abbrutimento di costui sia vergognoso per lui soltanto. O come accade che nessuno di noi non si mostra mai in quello stato se non perchè sulla china che vi conduce siamo arrestati da cento ritegni dell'intelligenza, della coscienza, dell'educazione, della compagnia, che non son merito nostro, ma che furono messi in noi, o fra i quali siam nati, e che quest'altra gente non trova intorno a sè nè in sè stessa? E che cosa facciamo noi per mettere in loro questi ritegni? E che mai di bello e di nobile e d'accessibile a tutti mettiamo noi fra loro e la taverna, che li attragga e li svii? E siamo ben sicuri di non dar loro che dei buoni esempi?
Il mio soliloquio fu interrotto a Porta Palazzo da una comitiva chiassosa di signori che salirono alla rinfusa sulle due piattaforme, e che, ripartito il tranvai, continuarono a chiacchierare e a ridere rumorosamente, apostrofandosi da una parte all'altra, per gli usci aperti, con appellativi comici e gesti burleschi. Venivano dalla stazione di Lanzo, erano andati a fare una ribotta in qualche paese vicino, alla quale alludevano, scherzando su certi piatti riusciti male; avevano il viso acceso, la voce piena e vibrante, la parola ardita e pronta di chi ha trincato del vino generoso; eran tutti a cavallo del confine che separa l'ebbrezza decente dall'ubbriacatura volgare, in quello stato in cui certi oscuramenti improvvisi dell'intelligenza e certi impedimenti istantanei dell'organo della parola si dissimulano ancora con felice accortezza; e da certi accenni che si ripetevano in mezzo a quel guazzabuglio di voci, si capiva che la giornata non era finita, ch'essi vedevano davanti a sè, all'orizzonte, un'altra serie di libazioni, il _quelque chose au de là_ consigliato dal Brillat-Savarin per far più vivo il piacere dei banchetti. Ed eran così riboccanti di vita e di buon umore che i signori e le signore del tranvai li guardavano con manifesta simpatia e ridevano dei loro gesti e dei loro motti; alcuni dei quali, un po' liberi, provocavano delle smorfiette graziose di scandalo, ma accompagnate da un sorriso di benigna indulgenza.
— Eppure, — pensavo guardandoli, — hanno troppo bevuto anche questi, che avrebbero potuto ricrearsi in tanti altri modi più degni. Se non sono briachi affatto come l'altro non è perchè abbiano bevuto meno, ma perchè hanno bevuto meglio. Se son più puliti di lui, è perchè fanno un lavoro più pulito del suo. Se non cascan dal sonno come quello, è perchè hanno meno faticato ieri e dormito di più questa notte. In realtà, se si tien conto delle condizioni diverse, essi rappresentano un'intemperanza non meno volgare, forse più colpevole di quella del briaco, e certo d'esempio più pericoloso. E perchè dunque essi sono scusati e paiono amabili, e non ci son scuse per l'altro, e il ribrezzo che desta costui non è accompagnato almeno da un sentimento di commiserazione?
A un certo punto il briaco attirò l'attenzione d'uno della brigata, il quale lo accennò agli altri, e tutti si misero a guardarlo, che già dormiva, facendogli addosso un fuoco di fila di frizzi e di risate. Buon Dio! Erano delle bottiglie da due lire che beffeggiavano un litro da otto soldi.
E anche dentro al carrozzone tutti ridevano.
Non tutti. Una signorina bionda, giovanissima, seduta in un angolo, restava seria e guardava quell'ubbriaco con un'espressione di tristezza e di pietà, corrugando la fronte ad ogni scherzo degli spettatori come per una sensazione penosa. Quanto mi parve bella! Il Parini avrebbe rifatto per lei il suo famoso verso, le avrebbe detto: — _Tu sei giusta ed umana!_
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Quel viso è notato con altri, fra i miei ricordi di maggio, nella colonna delle “simpatie di tranvai„ che in quel mese furono molte, forse per l'influsso della dolce stagione, che rischiara e addolcisce gli animi. Simpatie di tranvai! Forse che son di natura diversa dall'altre? No certo; ma da quelle che c'inspira la gente incontrata per via si distinguono in questo: che c'entrano più addentro e ci rimangon più a lungo perchè nella carrozza di tutti c'è maggior tempo a osservare i visi e s'aggiunge spesso all'effetto di questi quello del suono delle voci. Quanti ne ricordo, solo ch'io mi raccolga un poco: visi veduti in pieno, di profilo, a traverso ai vetri, accesi dai riflessi colorati dei fanaletti, incorniciati nel vano degli usci, appoggiati alle colonnine delle giardiniere, spiccanti sul verde degli alberi, disegnati sulle acque lucenti del Po, osservati per pochi minuti e scomparsi forse per sempre; visi di ragazze, di operai, di signore, di giovanetti, di vecchi, di mamme, esprimenti una santa rassegnazione al dolore, anime benevole e serene, spiriti forti e generosi pronti a ogni sacrifizio pel bene altrui, cuori ardenti d'ambizioni nobili e di nobili speranze, vite oscuramente operose e benefiche; visi, di cui il primo effetto simpatico mi fu affermato e accresciuto da uno sguardo, da un sorriso, da una parola, da un'espressione fugace degli occhi. Come in una cascata di ghiaia grigia si vedono brillare dei punti luminosi come diamanti, così nella moltitudine indifferente che vi passa davanti in quelle scarrozzate quotidiane si vedono balenare a quando a quando, certi giorni più e certi giorni meno, di questi aspetti umani consolanti, a cui si ripensa con amore e che si rivedono con piacere, che non si conosceranno mai e si ricorderanno sempre; sembianze d'amici della fantasia, che noi salutiamo con un barlume di sorriso e che ci rendono il saluto con un bagliore dello sguardo, immagini senza nome, raggi d'anime passanti, argomenti personificati d'una dolce filosofia, che vi tengon vivi nel cuore la fede nel bene e l'amore per i propri simili. Quanti ne ricordo, in forma di medaglioni, di busti o di statue, secondo l'atteggiamento in cui mi s'offrirono, con lo scontrino fra le labbra, col portamonete fra le mani, col braccio teso verso il campanello, veduti una volta sola, riveduti cento volte, intravvisti nell'incontro di due carrozzoni, fuggenti su tutte le linee; ma tutti raggruppati in disparte nella mia memoria come un'umanità privilegiata, come una Torino ideale! E nei momenti di sconforto della vita e d'odio del mondo i cari fantasmi mi s'affollano intorno, dicendomi: — E noi? E noi, dunque? Perchè ci dimentichi? Tu sei ingiusto! — E grazie a loro mi riconcilio col prossimo, e anche nei giorni grigi e freddi dell'inverno risento l'alito della primavera, l'influsso del “bel maggio amor dei fiori„ che raddolcisce il sangue e rischiara l'anima.
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E il “bel maggio„ si chiuse con un caso amenissimo, degno d'un sonetto del Belli. Immaginatevi una giardiniera domenicale, corrente alla luce del sole sul corso Regina Margherita, affollata di signori e di signore in ghingheri, fra cui luccicano cappelli cilindrici, fluiscono barbe gravi, nereggiano cappelli di preti e scintilla il chepì dorato d'un colonnello d'artiglieria: una carrozzata di borghesia silenziosa e seria, che par che vada a una cerimonia solenne, scortata da una guardia municipale in grande uniforme, ritta accanto al cocchiere. Un'altra giardiniera, sul binario accanto, le viene incontro di corsa, stipata essa pure di gente per bene, con la sua brava guardia impalata sulla piattaforma davanti, con sette schiere di facce dignitose di benestanti, di madri severe, di signorine composte. Ebbene, accadde questo. Nel momento che le due giardiniere passavano accanto l'una all'altra, un giovinotto, seduto sul davanti di quella dov'ero io, e una ragazza, seduta sul davanti dell'altra (due amanti, come poi si capì, che s'incontravano per caso, forse dopo una lunga separazione forzata) si riconobbero al primo sguardo, e scattando come due molle, con le braccia tese verso i cocchieri, lanciarono insieme due grida di gioia frenetica: — Alt! — Ferma! — I carrozzoni si fermarono alla distanza di dieci passi l'un dall'altro, i due giovani si precipitarono a terra, divorarono lo spazio frapposto e si abbracciarono furiosamente, scambiandosi quattro baci risonanti come colpi di carabina ad aria compressa. E dall'alto delle due giardiniere, lasciate ferme un momento dai due cocchieri stupefatti, come dall'alto di due tribune di spettacolo, borghesi gravi, mamme severe, signorine composte, e ministri della chiesa e ufficiali del regio esercito e rappresentanti armati del municipio.... stettero a vedere. Curiosa situazione! Appena i due tranvai ripartirono, un signore grasso e maestoso, ch'era vicino a me, espresse con parole risentite il pensiero comune, scrollando il capo dignitosamente: — Abbiamo fatto una bella figura! —
Eh sì, proprio, da cantori di maggio.
CAPITOLO SESTO.
Giugno.