La Carrozza di tutti

Part 13

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Gran cosa la carrozza di tutti! Col sopraggiungere del caldo, che fa star molta gente a capo scoperto, mi si schiuse sul tranvai un nuovo campo di studio: quello delle teste; poichè dove mai, come sulle giardiniere, potete aver per un pezzo sotto gli occhi, così da vicino, in così piena luce, e, se ci state seduti di dietro, osservabili a così bell'agio, le teste dei vostri simili? Teste che, vedute di passata per la strada, vi appariscono ancora in buon stato, vi mostrano qui mille miserie. Radure, spiazzate, tentativi supremi di divise, che non son più sentieri fra l'erba fitta, ma stradoni in rovina a traverso a sodaglie desolate; liste di capelli ricondotti dalla nuca sull'occipite e fino alla fronte, in forma di salici piangenti sulla tomba del cervello; parrucche mal messe, che una brusca scappellata volta di sbieco, rivelandovi che la testa d'un tale non è tutta roba sua; tutte le più compassionevoli industrie senili intese a mascherare i guasti del tempo dalle orecchie in su vi si palesano sulle giardiniere. E qui scoprite le pennellature grossolane dei _Luca fa presto_, che lasciano i capelli bianchi alla radice, le capigliature tinte a prezzo ridotto, d'un nero lugubre, che danno ai visi vizzi a cui fan cornice l'aspetto di lettere mortuarie, e le chiome e le barbe variate di molti vaghi colori, che paiono state strofinate sopra una tavolozza. O tinti, il tranvai è traditore, guardatevene. Che c'è di più pietoso e di più comico insieme che il veder salire a stento, ansando, afferrandosi alle colonnine con le mani tremanti e ricascar di peso sulla panca, spossato dallo sforzo, un uomo con la barba e la capigliatura corvina d'un ventenne? Oh quante vecchiaie ribelli alla natura! Quant'è rara la gente che sa invecchiare in santa pace! E scopersi anche il segreto di alcuni personaggi noti, miei fieri avversari, pitturatori abilissimi, di cui nessuno sospetta l'inganno. Potrei fare più d'una vendetta politica. Non la farò. Ma non per generosità, lo confesso. Soltanto per rispetto dell'arte mia non denuncierò.... l'arte loro.

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Intrapresi pure col principiar di giugno uno studio sui cappellini, attratto dalla varietà infinita che se ne vede fiorire sui tranvai in quella stagione; studio che, in fondo, si riduce anch'esso a uno studio delle teste. E così, alla lesta, feci una prima classificazione: cappellini amorosi, cappellini superbi, cappellini austeri, matti, buffi, impudichi, prepotenti, innocenti. Quasi tutti hanno un linguaggio, sincero o falso, di cui i fiori sono le parole. Ci son grandi rose erette ed aperte, che s'offrono; mazzi di viole e di mughetti che attirano insidiosamente gli sguardi e i desideri dentro ai capelli in cui si rimpiattano; accoppiamenti di fiori inconciliabili, stridenti fra di loro, che danno l'immagine di menti strane e disordinate; fiori troppo pomposi, rosseggianti petulantemente su teste grigie, di cui tradiscono gli ardori mal sopiti; fiori modesti e solitari, che esprimono il sentimento d'un affetto secreto e costante. Tutte le passioni, tutte le illusioni, tutti i capricci di tutte le età della donna si palesano in quella finta flora, in quelle infinite combinazioni di penne, di nastri, di pizzi, di tulle, di frecce, di frutti, di cose sottili, diafane, ondeggianti e tremolanti, che paiono una vegetazione vivente che abbia radice nei cervelli. E quei cappellini fanno fantasticare, vedere, sentir mille cose: piccole e grandi spese di contrabbando, conti adulterati _ad usum mariti_, sospiri dolorosi d'impiegati, baruffe coniugali, musonerie, concessioni strappate con le carezze, economie gastronomiche da anacoreti, lunghi lavori di raffazzonatura fatti in casa da manine pazienti e industriose, interrotti da pianti di bimbi, da scampanellate dì creditori, da ogni sorta di cure e di piccole miserie domestiche. Ma lì sul tranvai tutto brilla, ride e dissimula. Scendono mazzi di rose e di pensieri, salgono mazzi di papaveri e di peonie, s'incontrano e si confondono ramoscelli d'edera e di geranio, mazzetti di ciliegie e di fragole, fiori di tutte le stagioni, di giardino e di campo, sbocciati e in bocciuolo, in ghirlande, in corone, in ciuffetti, diritti, cascanti, intricati, ammontati, agitati come i pensieri che vi passan sotto; cappellini alla marinara, alla Rembrandt, alla Trianon, alla Rosa Syma, alla vattelapesca, ciascuno dei quali dice qualche cosa, e forman fra tutti come un frastuono confuso e continuo di grida, di mormorii e di sospiri: — Cerco un marito — Cerco un amante — Ho un amante — Ammiratemi — Rispettatemi — Sperate — Disperate — Vi supplico — Comando io! — Sono un angelo — Sono un diavolo — Sono un'infelice — Seguitemi — Fatevi in là — Il mondo è mio — Non son nulla; guardatene un'altra, vi prego.

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Dolci studi; ma troppo spesso interrotti da inconvenienti gravi, tutti propri del tranvai. Alcuni di questi esperimentai io stesso in quei primi giorni di giugno, altri imparai a temere vedendoli esperimentati dal mio prossimo. Capitare in un carrozzone chiuso accanto a una peccatrice così spietatamente profumata da uscirne con una spranghetta al capo assicurata per ventiquattr'ore; trovarsi seduti in mezzo a due amici sconosciuti che attaccano attraverso a voi una conversazione vivacissima, incrociando sul vostro viso i loro aliti, le loro risate e le loro asinerie; sentirsi passar sui calli tutta intera una di quelle famiglie alla buona per cui i piedi altrui sono _res nullius_, senz'averne neppure il leggiero conforto d'uno sbadato: _mi scusi_, sono incerti sgradevoli. Ma è anche più sgradevole l'aver diritto dietro alle spalle un fumatore che, spinto innanzi da un sobbalzo della piattaforma, vi pianta nella nuca la punta d'un grosso Minghetti infocato. Ma è ancor più doloroso lasciar la falda del soprabito nelle mani d'una pingue bottegaia che, perdendo l'equilibrio nel discendere, s'aggrappa a voi come a un albero sull'orlo d'un abisso. Ma c'è una disgrazia anche peggiore di queste. Ne trovo segnata la data nei miei appunti — _5 di giugno. Ore tre pomeridiane. Sulla giardiniera di via Nizza. Preso alle spalle dal poeta._ — Non l'avevo visto salire: mi sentii tutt'a un tratto la sua voce nell'orecchio: m'era seduto dietro, la giardiniera era affollata, era impossibile sfuggirgli. Passò subito alle vie di fatto. Era un sonetto arcipieno di _esse_, un ronzio di zanzare intollerabile, un succedersi di sibili sottilissimi che mi penetravano nel cervello, come se m'avesse agitato accanto al viso un mazzo di serpentelli arrabbiati. Ai vicini che non sentivan le sue parole doveva parere un amico offeso che mi rinfacciasse una serie di cattive azioni, dì cui non mi potessi scolpare, o che mi raccontasse in segreto qualche avventura sporca, che io assaporassi con raccoglimento. Un supplizio vergognoso! Quella bocca implacabile che alla ripresa d'ogni verso mi si avvicinava alla tempia mi metteva un brivido come la bocca d'una pistola. _Breve e amplissimo carme!_ Chi lo disse? Quello non era nè ampio nè breve: non finiva mai. E m'opprimeva un terrore: — Se avesse la coda! — Non l'aveva; ma durò per la lunghezza di cinque isolati, senza contare una variante su cui dovetti dare il mio parere. Non fui libero che sulla piazzetta di San Salvario, dove l'aguzzino discese, non sazio.

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La mia prima corsa piacevole di giugno fu la mattina del giorno dello Statuto, in via Garibaldi, all'ora in cui la gente s'avvia verso piazza Castello per la rivista delle truppe: una carrozzata di cittadini quale non si può vedere che in quel giorno e a Torino: quasi tutti vecchi militari giubilati, coi nastri stinti delle medaglie e delle croci agli occhielli, con le scarpe come specchi, pettinati e sbarbati bene, benignamente ilari e alteri, con l'aria di vecchi sposi celebranti le nozze d'oro: tutte brave persone assestate e regolate che, se lo Statuto fosse soppresso da vent'anni, continuerebbero a festeggiarlo lo stesso a conto proprio, per forza di consuetudine, come festeggiano il Natale i miscredenti. C'era al posto solito il cavaliere Bicchierino, appartenente anch'egli, non per età, ma per spirito, a quell'antica famiglia, pulito e lustro come un dado. Come gli altri egli volgeva degli sguardi di compiacenza sui tranvai imbandierati, sulle uniformi sgualcite dei veterani che passavano tra la folla, sulle bandiere sventolanti alle finestre; aveva negli occhi un lume insolito; si vedeva che l'anima sua respirava con placida voluttà patriottica le memorie del 48, di Torino capitale, dell'“egemonia piemontese„ e il soffio del conte Cavour e del generale Lamarmora ancora diffuso per l'aria. Lo tenni d'occhio per vedere se, nonostante lo stato d'animo straordinario, si ricordasse di confrontare il suo orologio, come faceva ogni mattina, con l'orologio elettrico dell'angolo di via Siccardi: se ne ricordò. Poi, incontrando il mio sguardo, egli si offuscò leggermente: si dovette rammentare del giorno ch'io avevo fatto quel certo strazio barbarico della _Gazzetta del popolo_. Avevo appunto il foglio in mano in quel momento e stavo per conciarlo a quel modo; ma, accorgendomi che m'osservava, mi ritenni, per suggezione, per non rendermegli anche più odioso. Ed ecco come il tranvai può perfezionare l'educazione d'una persona educata. A poca distanza dalla piazza s'intese suonar la marcia reale da una banda musicale d'operai. A quelle note tutti quei giubilati canuti si illuminarono e si scossero come i vecchi cavalli delle poesie agli squilli delle trombe guerriere. E allora mi sentii sbalzato dalla fantasia a trent'anni addietro. Quei visi, quei nastri, quelle bandiere alle finestre, quei veterani in divisa, quel vecchio Palazzo Madama che appariva in fondo, quel cavalier Bicchierino con la _Gazzetta del popolo_ fra le mani, tutto quel complesso di cose viste in quella via Garibaldi al suono di quella marcia, era così piemontese, così torinese, così “ben conservato„ che ebbi per un momento come un senso di ringiovanimento della coscienza, un'illusione maravigliosa, il dubbio che l'anno corrente non fosse il 1896, l'anno di Abba Garima, ma quello dei primi entusiasmi per il _Consorzio nazionale_, quando avevo visto dei patriotti fanatici, in quella stessa via, bruciare le cedole del Consolidato gridando: — Viva l'Italia.

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La festa nazionale portò i forti calori e con questi un nuovo oggetto d'osservazione sulla carrozza di tutti: un accrescimento generale di irritabilità nelle relazioni dei passeggieri coi passeggieri, di questi con gl'impiegati, e degl'impiegati fra di loro, una maggior frequenza di malintesi, d'impazienze, di lagnanze e di battibecchi, come segue fra gli uccelli in gabbia nelle giornate afose. Si vedeva sui tranvai una agitazione quasi rabbiosa di ventagli, gente irrequieta che si sventolava con le cappelline, coi fazzoletti e coi giornali, senza “trovar posa„ sulle panche, facce infiammate e attonite, teste ciondoloni sui petti: vere carrozzate di noia e di malumore. Povera umanità! Qualche grado di più di calore e un po' di polvere per aria, ed ecco tutti i visi mutati, violate le leggi della cortesia, ridotti i cervelli come orologi guasti, e manifesti anche nella gente sana e contenta i vaghi segni del contagio psichico che moltiplica le risse, gl'impazzimenti e i suicidi! Come rimedio a questo male mi venne in mente l'istituzione di spugnature pubbliche obbligatorie una mattina che aspettavo la partenza del tranvai sotto le finestre di casa mia, vedendo lavar la testa a _Faraone_ e a _Ballerina_, all'ombra dei tigli. Uno spettacolo da far meditare, veramente. _Faraone_ fu il primo. Il cocchiere tuffava in un secchio una grossa spugna, gliel'appoggiava al sommo della fronte arsa e sudante, e premeva; e al sentir quei rivoletti che le scendevano per le mascelle, sul collo e di mezzo agli occhi giù per il muso fin dentro alle nari e alla bocca, biforcandosi e incrociandosi come le gore della pioggia per una china, la povera bestia alzava e scrollava il capo, corsa per ogni fibra da un brivido di piacere, e dilatava gli occhi e pestava le zampe, brillando tutta; mentre _Ballerina_, aspettando la sua volta, guardava, impaziente, agitata dal presentimento di quella voluttà, che già le balenava negli occhi e le guizzava tra pelle e pelle. Ah! che dolcezza; e come meritata dopo tante corse al sole e nella polvere, e tante strette violente di freno e bottate di frusta! Luccicava negli occhi di tutti i passanti un sentimento di compiacenza buona al veder riaversi e godere a quel modo quei poveri schiavi muti, così belli e così utili, e condannati a un lavoro così duro e mal compensato, quando tanti altri della famiglia loro vivono fra gli agi e le pompe, carezzati e amati come creature umane. E il cocchiere, intanto, li apostrofava con quel tono di familiarità un po' brutale, che si suol usare con le bestie che ci servono, forse per un timore istintivo ch'esse comprendano e abusino come gli uomini della troppa dolcezza: — Ah, vecchione, ci provi gusto, eh? Ma se tiri indietro la testa, zuccone, non si fa nulla! Ora a te, mala femmina, eccoti il fatto tuo; non ne vedevi l'ora, non è vero? T'ho ben sentita come cantavi alla fin della corsa! — e altre cose simili, dette con l'accento di chi parla a chi intende. E chi sa? Chi sa fino a che punto, almeno? Che cosa ne sappiamo noi, poveri presuntuosi che siamo? Siamo proprio ben certi di non essere in un enorme errore? Non dice anche l'Ecclesiaste: — Chi sa che lo spirito delle bestie scenda abbasso sotterra? — Ah quell'occhio di Faraone! Fu quell'occhio che mi fece sentire la prima volta per un animale quello che si sente per un bambino: il rispetto d'un grande mistero, del dolore che non ha parola, del diritto che non ha difesa; fu quell'occhio che mi disse più chiaramente ch'io non avessi mai pensato, che non saremo mai molto al disopra delle bestie fin che crederemo d'esser tanto più alti da non aver verso di loro il dovere della bontà e della gratitudine.

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Seguirono alcuni giorni monotoni, una serie di corse per i viali bianchi, fra gli alberi velati dal polverìo, senza un accidente notevole, senza alcuna conoscenza nuova, senza un incontro di persona conosciuta; poi una pioggia ostinata, e tre giornate avventurose, tre scene singolarissime, l'una sull'altra, non possibili che sulla carrozza di tutti. Della prima fu spettatore e parte, in un carrozzone chiuso della linea del Martinetto, Carlin; e la scena appunto interruppe un'apologia ch'egli stava facendo del bollettino meteorologico del Chionio, il quale aveva preannunziato la pioggia per quel giorno; ciò che, dopo altre profezie riscontrate giuste da lui, portava all'entusiasmo la sua ammirazione per la scienza in generale, e per il profeta in particolare. — Ah! quell'uomo! Quell'uomo parla con Domineddio! — andava esclamando; quando salirono ad un tempo, l'una a destra l'altra a sinistra della piattaforma posteriore, un'erbivendola in capelli e una signora in pompa magna, tutt'e due sulla trentina e d'aspetto fiero e risoluto; le quali, infilando l'uscio nello stesso punto, s'urtarono malamente ed esclamarono a una voce, guardandosi a vicenda: — Che maniera! — Pareva che la cosa finisse li; ma, appena furono sedute dentro, l'una di fronte all'altra, ed ebbero preso lo scontrino, l'una sporgendo una grossa mano pavonazza, l'altra mettendo in mostra un grosso braccialetto sul braccio inguantato, la riattaccarono vivamente: l'erbivendola con parole grossolane, la signora con un certo riserbo. Il diverbio, nonostante l'intromissione diplomatica di Carlin, s'inasprì a segno che la popolana disse forte: — O cosa crede, alla fine, perchè è una signorona? — E allora cominciò il meglio. La “signorona„ che da principio aveva scelto le parole e moderato la voce, a poco a poco, accalorandosi, si lasciò sfuggir le frasi e le note del suo linguaggio abituale, che era quello tal quale della sua avversaria. A capo d'un minuto, tutti i presenti capirono che le due contendenti, nate e cresciute nello stesso stato sociale e forse nello stesso sobborgo di Torino, avevano ricevuto l'educazione medesima, e che la signoria d'una delle due doveva essere d'acquisto recentissimo, e forse improvviso. E fu uno spasso per tutti la maraviglia crescente che l'altra mostrava in viso man mano che vedeva la signora tirar fuori le armi e le munizioni dallo stesso arsenale da cui essa cavava le sue, e chiarirsi sua degna competitrice nella scherma dello strofinacciolo e della ciabatta. Continuò a insolentirla, ma più a rilento e con meno asprezza, scrutandola con uno sguardo acuto e con un leggiero sorriso, quasi compiacendosi di riconoscere e d'ammirare in lei i colpi e le parate della scuola che le era familiare, e finì con rabbonirsi affatto quando fu ben certa di aver di fronte, non una nemica d'un'altra classe, ma una consorella travestita dalla fortuna; tanto che lasciò senza risposta l'ultima sua botta, e voltatasi verso la compagnia, disse ridendo: — _A l'è na sgnora parei d' mi!_ (È una signora come me). — Tutti risero, la “signora„ si rimise in dignità, e Carlin osservò filosoficamente: — Eh, bisogna star sul tranvai per vederne d'ogni sorta e imparare a conoscere il mondo; il fattorino, vede, è il vero uomo _enciclopedico_, che non sì stupisce più di niente sulla terra.

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Ecco l'altra scena. Gli alberi del corso Vittorio Emanuele rinverditi e lustrati da un acquazzone, una fuga di nuvoloni neri a traverso al cielo, un tramonto infocato, le Alpi terse e come intagliate nella porpora di quell'incendio, e una giardiniera lenta che par che vada a servizio esclusivo di due coppie d'amanti appiccicati, l'una seduta sulla prima panca, l'altra su quella di mezzo, con le schiene voltate verso di me e un altro passeggiere, che mi sta ritto al fianco sulla piattaforma di dietro. Costui m'ha l'aria d'un buono e semplice massaro, o piccolo proprietario di campagna, di quelli che s'inurbano ogni dieci anni, e a cui la città grande riesce sempre uno spettacolo nuovo e sbalorditoio. E capisco che è nuovo per lui lo spettacolo di quelle due coppie di teste di “signori„ le quali ogni tanto si ravvicinano, si toccano e si staccano, come i bicchieri nei brindisi, e ciondolano languidamente l'una verso l'altra come se avessero l'osso del collo stroncato. Si vede che è un po' scandalizzato, molto stupito e anche più dilettato; si vede dall'attenzione viva che fa a tutti i movimenti di quei quattro ingattiti, con un sorriso curioso e continuo, lanciando tratto tratto uno sguardo a chi passa per la strada, come per dire: — Ma non vedete che cosa succede qua sopra! Ma son cose dell'altro mondo! — Arrivati alla piazza del monumento, sale accanto a noi un altro signore, lungo e arcigno, il quale, osservate le coppie, fa un atto d'uomo seccato, brontolando: — Potrebbero prendere una carrozza chiusa. — Ed ecco che all'uscita della piazza, salgono e siedono proprio davanti a noi un giovane, che pare un commesso di negozio, e una ragazza, che ha l'aria d'una sartina, e, appena seduti, ripigliando una conversazione interrotta, si mettono a tubare soavemente, con le punte dei nasi che quasi si toccano, e le mani intrecciate tra fianco e fianco. E allora il signore lungo dà una strappata collerica al campanello, e detto al fattorino: — Non è un mestiere per me! — salta giù e se ne va via. Il fattorino non capì, ma il campagnuolo diede in una risata grassa, saporita, giovanile, nella quale squillava la gioia pregustata di raccontar poi nella farmacia del villaggio il bel caso a cui aveva assistito, la sfacciataggine maravigliosa degli amanti di quella gran Torino, di quella Babilonia, di quella Gomorra, dove tutto è lecito e se ne vede d'ogni tinta.... Dopo un po', le coppie furono circondate e distratte da altri passeggieri; ma egli seguitò a tenerle d'occhio fino a piazza San Martino, dove discese dirigendosi verso la Stazione, ancora sorridente d'un sorriso di stupore e di malizia, che traduceva il suo pensiero: — Ah questa Torino! Questi tranvai! Che paradiso di Maometto! E che facce!

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La terza, sulla linea di Vanchiglia. Mi rifugio in una giardiniera per salvarmi da un'acquata improvvisa e casco proprio nel punto che scoppia una lite, non capisco perchè, fra due giovani operai e il cocchiere Tempesta. Il vento sbatte le tende in faccia ai passeggieri, che si restringono nel mezzo, tutti in piedi; ma la pioggia ci viene addosso anche fra le panche, dove le signore s'affannano a ripararsi i vestiti, lagnandosi della Società che non mette fuori i carrozzoni chiusi quando fa cattivo tempo. Son capitato male. Son tutti stizziti come d'una stizza attaccaticcia, tutti con l'anima per traverso, compresi due vecchi ufficiali pensionati che non vanno d'accordo sulle riforme militari del Ricotti, discusse in questi giorni al Senato, e si scambiano delle frasi che paion colpi di sciabola: — Mille e cento ufficiali tolti dai quadri! Ma mi burla! Ma a che si riduce la carriera? — Non è il Ricotti, è il Mocenni: ottocentoventisette erano già radiati. — E lei mi scusa il male col peggio? — Ma io non riconosco nè questo nè quello. — Ma come! Ma allora.... — E mentre un mio vicino tratta di barbara l'amministrazione che non mette delle tende da potersi agganciare alle panche per pararsi dai temporali, e tenta inutilmente, sbuffando, di tener tesa la sua, s'accalora la lite fra i due operai che gridano: — Pùrgati! — Va a far le docce! — Va all'istituto antirabbico! — e Tempesta, che rivolto a loro col viso torvo e infiammato, alterna frustate e sagratacci, scandalizzando un vecchio signore in cilindro, seduto alle sue spalle, il quale si volge a domandare al fattorino con voce pacata di basso: — Ma non è pro-i-bito al personale di servizio di parlare in codesta maniera? — Intanto la pioggia infuria, le tende ci schiaffeggiano, i malumori s'inaspriscono, i lamenti suonano più alto, Tempesta sagra più fitto, e la carrozza che porta quest'ira di Dio, sferzata dall'acquazzone, flagellata dal vento, illuminata dai lampi, vola, schizzando mota da tutte le parti, a traverso la piazza Vittorio Emanuele, dove s'incontra con un altro tranvai portante una comitiva di giovanotti fuggiti dal gioco del pallone, i quali, passandoci accanto, vedono e comprendono e ci mandano in faccia una risata in coro, ultimo oltraggio.... Ma non a me, spassato egualmente della carrozzata in festa e della carrozzata in collera, che mi mostran le due facce del burattino umano.

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