Part 14
Qui trovo notati a tre date successive, 14, 15 e 16, tre dei miei personaggi, riveduti in condizioni e fra circostanze straordinarie. La domenica del quattordici, segnata nell'_Almanacco Storico_ della Casa Treves come giorno della rielezione del deputato Brena, sulla linea del Valentino, il _Marchese_, il fattorino dai balletti d'oro, bello e elegante come sempre; ma quanto diverso dal solito nel modo di trattare con le signore! Non più sorrisi fuggitivi, non più atteggiamenti d'ossequio amoroso, non più quell'atto di posar lo scontrino come una chicca nella mano inguantata, fissando sulla passeggiera uno sguardo soave. E subito non capii il perchè di quel mutamento; ma i cenni e i frizzi di due giovanotti suoi conoscenti, seduti vicino a me, me lo spiegarono. Quel riserbo insolito gli era imposto da un bel pezzo di ragazza bruna, ritta sulla piattaforma della giardiniera come un gendarme; la quale seguiva ogni suo passo ed atto con due grandi occhi neri e severi, sopra di cui si drizzava fino a mezza fronte la ruga distintiva del sospetto. Non riuscii a capire se fosse sua moglie o sua amante. Intesi dire però (e si vedeva) che, conoscendo il suo pollo, n'era gelosa, che soleva fare di tanto in tanto una di quelle corse di vigilanza, salendo inaspettata sul tranvai come un controllore, e che più volte, per uno sguardo o per una parola, aveva fatto una scenata al bel fattorino, e provocato anche signore e ragazze, con un'audacia di leonessa. Oh, cose terribili; minacce di ceffoni addirittura, e chiassi e scandali per conseguenza. Ma egli aveva oramai un così salutare terrore di quelle due lanterne nere che non s'arrischiava nemmen più a sorreggere per il braccio le signore che salivano. Mentre passava accanto a me, uno dei due giovanotti gli disse piano: — _Pietro, riga dritt!_ — e diede in una risata: egli rispose con un sorriso forzato. E seppi che altre mogli di fattorini venusti facevano delle corse di sindacato come la bella bruna, comprandosi così ogni tanto dieci centesimi di fedeltà coniugale, con vantaggio dell'amministrazione e del servizio....
15 giugno. All'ora stessa che si presentava Li-Hung-Chang all'imperatore Guglielmo, comparve davanti a me sul tranvai di via Garibaldi il signor Guyot, coi suoi occhiali reazionari e il suo pizzo minaccioso. Appena mi vide, salendo sulla piattaforma opposta, mi saettò un'occhiata anche più truce dell'altre volte; e forse per il fatto, che mi venne in mente in seguito, dell'elezione del Turati nel quinto collegio di Milano, avvenuta il giorno avanti. Ma era destino ch'io dovessi dar sempre a quel pover uomo delle scosse violente. Pochi momenti dopo salì accanto a me un mio vecchio amico, procuratore del re, proprio nel punto che egli mi figgeva addosso uno di quegli sguardi foschi, in cui all'inquietudine e all'avversione si mescolava il sentimento di curiosità malsana che ci spinge verso i delinquenti. Al lampo che gli passò sul viso quando vide l'amico stringermi la mano ed entrare con me in conversazione gioviale, capii ch'egli sapeva chi era. Fece due occhi di polipo ed espresse con tutti i muscoli facciali un senso di maraviglia sgradevole, come se quella familiarità d'un magistrato con un par mio fosse un fatto scandaloso, un pubblico incitamento a delinquere, un indizio di sfacelo sociale, qualche cosa come il veder per la strada un carabiniere in divisa a braccetto con un borsaiolo famoso; e capii benissimo che andava domandando a sè stesso, con curiosità ansiosa, che cosa mai ci potessimo dire, e che se fosse stato in quel momento ministro di grazia e giustizia avrebbe fulminato sull'atto un decreto di destituzione. Ah, quanto deve aver sofferto! E vedo ancora l'ultima occhiata che lanciò al mio amico scendendo, come per dirgli: — E non si vergogna?... Faccia invece il suo dovere, perbacco!
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16. (Il giorno in cui gli Stati Uniti pagano cinquantamila lire per i nostri “linciati„ del Colorado). _Oui, tout se paye_, come dice un personaggio di romanzo; tutto si sconta anche quaggiù; e l'“eterna vendetta„ coglie qualche volta il reo anche sul tranvai. Fu per me una vera soddisfazione. Il tirannucolo rabbioso, il negriero fallito, il perpetuo strapazzatore di fattorini e di cocchieri, il signor Tintura-Migone, insomma, quel pezzo di superbia villana con le gote enfiate e coi baffi irti, stava seduto in un carrozzone chiuso e affollato della _Torinese_; e non aveva ancor finito di brontolar col fattorino perchè non era spolverata la panca, che già cominciava a dar segni d'impazienza contro un bel bambino di nove o dieci mesi, ritto accanto a lui sulle ginocchia d'una donna, la quale lo voltava ora di qua ora di là, come per farlo ammirare. Di ragione, doveva odiare anche e bimbi, che son dei deboli; e tutti i presenti, chi l'avevan pesato al primo sguardo, lo guardavano con manifesta antipatia. — Lo tenga seduto! — disse a un tratto alla donna, di mala grazia. Ma l'ebbe appena detto che saltò su indignato, vomitando fuoco e tirando fuori il fazzoletto. Ahi, troppo tardi! E l'ira sua non ebbe eco. Non solo; ma il contrasto fra la sua faccia fiammeggiante e il visetto sereno e innocente di quell'amore di putto che lo guardava con gli occhi azzurri, inconsapevole dell'avvenimento, fu così comico, che diedero tutti in uno scoppio di risa; il quale finì di fargli perdere i lumi. Ah sì, tutto si sconta, e infinite sono le fonti da cui la divina Provvidenza fa “zampillar„ la giustizia.
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Rieccolo, finalmente! È certo, pensai appena lo vidi, che la sua prima parola sarà sul discorso fatto dal Jaurés alla Camera francese intorno al lavoro dei fanciulli. E infatti il suo primo saluto, salendo sul tranvai, fu un allegro: — L'ha letto? — detto con quella voce di basso, che parea che uscisse da un trombone. Egli ne aveva letto un sunto in un giornale italiano e se l'era affisso a una parete, secondo il suo costume, nella sua bottega di falegname. Anche a mezzo giugno egli portava il suo cappellone alla calabrese e quell'eterna giacchetta di velluto cacao spelato; ma aveva la barba meno selvaggia del solito e un'aria di soddisfazione, come se avesse riportato qualche vittoria machiavellica sulla Prefettura.
Eravamo sul corso Cairoli; la giardiniera, piena di gente, correva all'ombra dei grandi platani, in vista delle acque del Po, solcate da barchette variopinte di canottieri, e dal fiume e dai colli spirava una freschezza di primavera. Tutti i passeggieri parevano di buon umore, un bambino cantava, e i miei vicini guardavano con curiosità simpatica quell'operaio dal collo taurino, che con quella grossa voce, con quell'aria di gravità bonacciona, parlando un piemontese intercalato d'italiano rude, ma corretto, faceva un minuto raffronto fra il discorso del De Mun e quello dell'oratore socialista, flemmaticamente. C'era fra gli ascoltatori una donna sulla quarantina, che non aveva trovato da sedere, una bottegaia, all'apparenza, ma vestita signorilmente, e di viso un po' pretenzioso, ma benevolo; la quale si voltava ogni tanto a guardarlo, stupita, come se fiutasse in lui un dotto signore travestito.
A un certo punto il falegname s'interruppe e, alzandosi in punta di piedi, piegò il capo da una parte e allungò il collo per leggere il titolo d'un grosso libro che teneva sulle ginocchia, coprendolo in parte con le mani, una signora seduta davanti a noi, sur una delle panche più vicine. — Diavolo! — esclamò. — Un trattato d'anatomia! — Ed era proprio lei, la vergine morta, seduta accanto a un signore dalla capigliatura e dalla barba bianchissime e ravviate con gran cura, dall'aspetto serio e quasi altero, come d'un vecchio colonnello, con due occhi chiari e un naso diritto e sottile, che lo dicevano indubbiamente suo padre. La vergine morta! Non la vedevo da due mesi, l'avevo quasi dimenticata. Era sempre quel viso bianco e delicatissimo, d'una purità angelica, d'una immobilità marmorea, d'una serenità di creatura superiore alle passioni umane e intangibile da ogni sozzura terrestre; ma alquanto smagrito e anche più niveo del consueto, e con gli occhi come velati da un'ombra di stanchezza. Eran certo le fatiche della preparazione agli esami; doveva forse dare in quel mese l'esame d'anatomia.
— Sarà una studentessa di medicina, — disse il falegname.
— Una signorina fuor di strada, — osservò un signore accanto a me.
— E perchè? — domandò il primo.
— Bah! — rispose l'altro. — Non è il loro mestiere. A pensar quello che vedono e che toccano, mi spoetizza.
Il falegname scrollò una spalla. — Allora, anche le monache infermiere degli ospedali.... Eppure, non spoetizzano nessuno.
— E poi, già, non ci riescono, — ribattè il signore. — Le donne non nascon per questo. Io non chiamerei mai una medichessa.
— Lei no, ma la sua signora....
— Io non ho signore, — ripose quello ridendo.
Allora interloquì la bottegaia: — Non la chiamerei nemmen io.
A quell'uscita, il buon falegname, che nella quistione femminile aveva la “specialità„ di moralista, si voltò di scatto, come punto, e capii che le voleva sciorinare un ragionamento coi fiocchi; ma non ebbe neppure il tempo di incominciarlo, perchè quella discese. Indispettito di non potersi sfogare con lei, si voltò dall'altro. — Ecco — disse; — che non ne voglian sapere neanche le signore è quello che non capisco. Almeno non dovrebbero _ancalesse_ a dirlo (osar di dirlo). _E la decenssa? E 'l pudour?_ Mi pigli una ragazza onesta. Può aver questo, può aver quest'altro: è vero? Ebbene, tanti scrupoli, tante delicatezze per tanti anni per custodirla come una madonna, ed ecco che viene un omaccione di medico, e tutto va per aria, e guarda di qui e tocca di là. A me pare una _saloparia_ bella e buona, se l'ho da dire come la penso, scusi la parola. Proprio, mi pare impossibile!
Alcuni risero in segno d'approvazione, e rise anche il contraddittore, maravigliato di trovare un paladino del pudore sotto quel cappellaccio e dentro a quel giacchettone, e si mise a guardarlo come un originale di nuovo conio, che gli desse nel genio. E pareva anche disposto a stuzzicarlo per fargli vuotar tutto il sacco. Ma l'operaio, accorto, non ci si prestò. E poi si voltaron tutti a guardar la signorina che discendeva con suo padre allo svolto di corso Vittorio Emanuele, e fece senso a tutti quella sua lunghezza, la semplicità infantile di quell'andatura, quel non so che di strano, di monacale, d'incorporeo che era in tutta la sua figura.
— Ebbene, — disse il falegname, con l'accento di chi trova un argomento inaspettato in favor suo — ha l'aria d'una ragazza “come si deve!„
— Eppure, — rispose sorridendo il suo avversario — a pensare che adesso va alla sala anatomica.... Che cosa vuole? A me non mi va una ragazza che _sa_ tutto.
— Già, se invece andasse al teatro Regio.... A loro piacciono le donne che non _sanno_ niente e che _mostrano_ tutto; a me mi par più onesta una donna che _sa_ tutto e che non _mostra_ niente.
Tutti risero. — Ben ribattuto! — esclamò il signore, con evidente sincerità, esilarato. E quando l'operaio discese, levandosi il cappello, tutti lo guardarono con viva curiosità, e il suo avversario espresse il pensiero comune, dicendo: — Non credo che ci sia al mondo un altro originale compagno!
— Eh, v'ingannate, — pensai — ne vengon su a migliaia. Fra cinquant'anni i tranvai ne saranno pieni. E quelli che parranno matti originali saranno gli altri.... se ce ne saranno ancora.
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La mattina dopo, un divertimento delizioso, uno degli episodi più belli di quei primi sei mesi di vita in carrozza. Il tranvai della linea Vinzaglio correva in mezzo alle palazzine e alle ville dello stradone di Francia, fra quelle due file sterminate di grandi olmi, che metton capo al castello di Rivoli; il quale appariva vicinissimo, roseo nell'aria limpida, e come sospeso sull'orizzonte. Giors sferzava i cavalli con l'allegrezza della fame che corre al pasto dopo il lavoro, ridendo tra sè e bevendo l'aria come un liquore, con gli occhi larghi e fissi alla barriera, come se ci vedesse il fumo della sua minestra, e con le nari dilatate e frementi, come se il vento glie ne portasse l'odore. Arrivato in capo alla linea avrei dovuto tirare avanti a piedi fino alla villa d'un mio amico, latinista illustre; ma, disceso all'apertura della cinta, non potei a meno di fermarmi, vedendo avvicinarsi al tranvai una donnina grassotta e bionda, con un bimbo in braccio da una parte e il canestro in mano dall'altra, accompagnata da due marmocchi, l'uno di cinque, l'altro di tre anni; nei quali riconobbi alla prima occhiata gli occhi e il naso giorgiani. Povero Giors! Doveva essere assai benvoluto, ed era certamente la sua colazione uno spasso quotidiano del vicinato, perchè, appena la giardiniera arrivò, mentre egli staccava e riattaccava i cavalli, gli vennero intorno, col viso curioso e ilare, le guardie daziarie, la rivenditrice d'erbaggi, altre tre donne e dei ragazzi, tutta la piccola società della barriera, presso la quale egli aveva domicilio, in una casetta fuor della cinta. Come afferrò il canestro! con l'atto d'un padre amoroso che tende le braccia al bambino non più visto da un anno. Sedette sul predellino della giardiniera, tirò fuori e si mise sulle ginocchia il vaso di latta della minestra, si passò una mano sui baffi, diede una risata in faccia agli spettatori che facevan cerchio, ed esclamando: — Al lavoro! — incominciò.
Subito i due figliuoli in piedi, due panciutelli di viso bruno, sani e puliti come lui, gli si accostarono, guardandolo mangiare come fanno i cani, che accompagnano con l'occhio il boccon del padrone dal piatto alla gola. — Bada che hanno già mangiato, — gli disse la moglie; — non facciamo la solita storia....
— Come? — domandò lui, con la bocca piena, fissandoli; — e avreste la faccia?
Quelli accennarono di sì, che avevano la faccia, e Giors alzò una mano per ammollare un duplice scapaccione. Ma essi non indietreggiavano: sapevano che non era che una spacconata paterna, che a quel baleno non teneva mai dietro il fulmine.
Il padre, infatti, ritirò la mano e sporse il cucchiaio, che uno dei due imboccò. — Ma non avete vergogna? — gridò la mamma, tirandoli indietro l'un dopo l'altro; ma il più piccolo le sgusciò di mano e si fece avanti a riscuotere la sua cucchiaiata; e dopo di lui ricomparve l'altro, fra le risate della platea.
— Ma ti mangian tutto! — esclamò la donna.
— Ma cosa vuoi? — rispose Giors. — Cosa ne posso io se non hanno fondo? Mi mangerebbero vivo coi miei cavalli, mi mangerebbero. Doveva toccare a me una razza di lupi compagni! No! — gridò poi risoluto — non vi do più un grano di riso se vi vedessi crepare di fame!... Ancora questo e poi finis.
E intanto diluviava, dando ogni tanto un'occhiata in fondo allo stradone, verso Torino, se comparisse l'altro tranvai; poichè eran già passati tre dei dieci minuti regolamentari. E invano sua moglie badava a dirgli: — Ma mangia adagio, non t'ingozzare, che c'è ancora tempo! —; benchè il tranvai non si vedesse ancora, egli mangiava in furia. Finita la minestra, tirò fuori la boccetta del vino, la mostrò agli astanti, disse: — Per uso interno! — e data una gran risata, se l'attaccò alla bocca. — Bah! — disse poi, staccandola, e osservando il calo: — Ci vorrebbe altro! — E soggiunse, rivolgendosi a me, col suo buon sorriso: — Non è mica andato in fondo, sa! Si è perso per le _strade laterali_....
Poi mise la boccetta alla bocca dell'uno e dell'altro ragazzo, dicendo: — A voi, malviventi! — La moglie gli afferrò il braccio; ma egli si svincolò e li fece bere, dicendo a me: — Due spugne, sa; mi beverebbero il sangue.
Riposta la bottiglia, addentò il pane e attaccò un pezzo di frittata, facendo degli elogi alla cuoca, e tra un boccone e l'altro apostrofò la piccina che quella teneva in braccio: — E tu, _stoponëtta_? (turaccioletta) — e ne chiese notizie, mentre porgeva dei pezzettini di frittata agli altri due. — Non ha che venti mesi di servizio, — disse, rivolto a me. E, masticando, mi raccontò come la bambina non lo riconoscesse per suo padre che da poco tempo, dopo che egli era di servizio fisso sulla linea Vinzaglio. Quando era sulle altre linee, dovendo far colazione e desinare qua e là, essa non lo vedeva mai, neppur la sera, perchè egli rientrava tardi, quando già era addormentata, e neppur la mattina, perchè se n'andava prima che si svegliasse. E per questo s'era dato lo strano caso che la bimba, già di più d'un anno, non conoscendo ancora suo padre, un giorno ch'egli era tornato a casa prima di sera, per essersi fatto male a una gamba, al veder entrar da padrone un uomo che non aveva mai visto, s'era spaventata e messa a gridare come un'aquila. E conchiuse il racconto esclamando con una risata: — Ah! che farsa di mestiere! Facciamo persin paura ai nostri _citt_! Ma non fa niente.... fin che la cassa è sana! — e si picchiò un pugno sul petto. Poi, eccitato, come se avesse fatto un lauto pranzo, alzandosi e scuotendosi dalla giubba le briciole del pane, rispose botta per botta alle facezie delle guardie e delle donne, che lo stuzzicavano; e infine, vedendo avvicinarsi l'altro tranvai, baciò l'un dopo l'altro i ragazzi, dicendo: — Ciao, lupotto! — Ciao, pancetta! —, prese in braccio la bimba e le fregò i baffi sul viso, disse alla moglie, restituendole il carico: — Brava, _vecia_! Una frittata _fiamenga_! — e, salito sulla piattaforma e impugnate la frusta e le redini, sferzò i cavalli e partì, voltandosi a mandare un altro saluto alla famiglia e un'ultima risata agli amici.
— Che brav'uomo! — disse una donna. — Un uomo contento —, soggiunse una guardia. — Un superuomo, — dissi tra me; ma sul serio.
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A questo punto mi saltano su dalle note non so quanti personaggi nuovi, che son costretto a respingere, come ne respinsi molti nei mesi andati, per non arrivare alla fin dell'anno con un esercito. Ma è un peccato, perchè conobbi fra gli altri in questo mese di giugno dei così curiosi tipi di “tranvaiofili„ amatori e studiosi paladini fanatici dell'istituzione! Ne conobbi di tutte e tre le classi in cui si possono dividere: degli _inquisitori_, che si piantano sempre accanto al cocchiere o al fattorino, per tempestarlo di domande: — Quanti anni ha questo cavallo? Quanti cavalli avete? Quanti cocchieri siete? Quanto costa questa carrozza? Quanto è lunga questa linea? — fin che la vittima perde la pazienza; dei _calcolatori_, azionisti, amministratori e cassieri in ispirito delle due Società, delle quali studiano gl'interessi, e almanaccano le entrate e le uscite; dei _parteggianti_, che, senz'averci un interesse al mondo, portano in palma di mano una Società e danno addosso all'altra con un ardore da parer pagati, attaccando con altri capi ameni del loro stampo delle dispute in cui rischiano arditamente di farsi cappottare per i begli occhi dell'_Anonima_ del loro cuore. Generosi cavalieri, nobili idealisti! Poco mancò che venissero a pugni quei due campioni dell'ultima classe, che sul tranvai della linea di Nizza, il giorno diciotto, intavolarono una discussione sui meriti comparati della _Belga_ e della _Torinese_ a proposito del color rosso e verde dei carrozzoni dell'una e di quello giallo e sangue di bue dei carrozzoni dell'altra. I ferri si riscaldarono con una rapidità inquietante.
— E lei mi vuol confrontare i cavalli della _Belga_, tutti maremmani bisbetici, con quelli della _Torinese_, che vengono dalla Croazia e dall'Ungheria, più forti, più alla mano, più.... Mi faccia il piacere!
— Eh, i cavalli non fanno la _grandezza_ d'una Società: la _Belga_ ha trenta carrozze di più, e un personale che s'avvicina al doppio!
— Ma le carrozze della _Torinese_ son più grandi e più comode; la _Belga_ non ha cuscini.
— Ah, i cuscini! Niente di meno! Cospetto!
— Non c'è cospetto; e fa anche il servizio più _intensivo_ e paga meglio gl'impiegati.
— Ma ha un orario più lungo.
— E se ne vanta! È la sola che faccia servizio fino alle undici!
— S'accomodi; ma la _Belga_ ha le migliori linee, passa per le strade principali. Sa che il _Martinetto_ e il _Vinzaglio_ danno dalle settanta lire per giorno?
— Corbellerie! In ogni caso, dà più da sola la barriera di Nizza che quelle due messe insieme.
— Che sproposito!
— Non è una risposta da persona civile!
— Non è da persona civile voler dare ad intendere delle assurdità!
E così, agitando tutti e due il giornale della mattina che annunciava il maremoto del Giappone con quaranta mila morti e ottomila case distrutte, tirarono via fino al corso Vittorio Emanuele, dove si vide un carrozzone della linea dei Viali, uscito dalle rotaie, risospinto indietro a gran fatica dal cocchiere e dal fattorino, fra due ali di passeggieri impazienti. E il paladino della _Torinese_, voltandosi verso il suo avversario col viso lampeggiante, e accettandogli il carrozzone deviato: — Vede? — gli disse, — è della _Belga_. — Poi tacque, e assaporò il suo trionfo. O cervelli, appetto a cui il cranio d'una formica è palazzo Pitti! come diceva Francesco Domenico. Eppure, non è giusto, perchè vi sono anche nei cervelli e negli animi grandi dei ripostigli oscuri in cui s'annidano di queste idee nane e di queste passioncelle miserabili, che vengon fuori di tanto in tanto, e paion più nane e più miserabili e fanno più compassione e più dispetto.... appunto perchè escono dal Palazzo Pitti.
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